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La categoria Cucina e Salute contiene 130 articoli

Cucina e Salute

I benefici dei semi di lino: dai capelli all’intero organismo

I semi di lino, derivati dal Linum usitatissimum – una pianta erbacea delle linacee dai fiori color cielo, diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle regioni europee – hanno diverse proprietà benefiche grazie all’alto contenuto di minerali e alle proprietà emollienti e protettive. Oltre ad essere molto utilizzati nella cosmesi, ad esempio per la cura dei capelli, i semi di lino sono anche antinfiammatori e antiossidanti ed aiutano, dunque, a prevenire e contrastare alcuni disturbi fisici. Vediamo insieme nel dettaglio quali sono i benefici dei semi di lino. I benefici dei semi di lino per i capelli I semi di lino, o meglio l’olio che se ne estrae, sono molto utilizzati, come detto, nella cosmesi. Grazie alle sue proprietà antiossidanti, l’olio di semi di lino aiuta a mantenere una carnagione liscia e idratata, e dunque a contrastare la lassità dei tessuti e l’insorgere delle rughe. Tuttavia, l’olio di semi di lino è notoriamente più utilizzato per la cura dei capelli. In caso di capelli secchi, spenti e sfibrati è consigliabile infatti versare su di essi qualche goccia di olio per renderli più morbidi e lucenti. Ecco una ricetta fai da te per preparare un impacco di olio di semi di lino: lasciare i semi per mezz’ora in ammollo, successivamente cuocerli nella stessa acqua a fuoco medio. Aggiungere qualche goccia di olio d’oliva per rendere l’impacco ancora più nutriente. Filtrare la miscela ottenuta per eliminare i semi; infine applicarla sui capelli asciutti lasciando agire per qualche minuto. Il risultato sarà una chioma splendente e morbida. Si può, in alternativa, miscelare 5 cucchiai di olio di semi di lino a un cucchiaino di limone al fine di ottenere un composto da applicare sui capelli prima dell’abituale shampoo. La miscela va distribuita sulle ciocche con l’aiuto di un pettine a denti larghi e lasciata in posa per 20 minuti. Dopo lo shampoo i capelli saranno morbidi e lucenti. L’olio di semi di lino è anche un ottimo rimedio antiforfora, in quanto normalizza la produzione di sebo e, se nebulizzato sui capelli asciutti, aiuta a prevenire la formazione di doppie punte. Semi di lino: i benefici sull’organismo Non solo pelle e capelli, i semi di lino hanno qualità benefiche per l’intero organismo. Essendo ricchi di acidi grassi monoinsaturi come l’acido oleico e grassi saturi come l’acido stearico e palmitico, nonché di mucillagini emollienti, proteine, sali minerali e lignani (un genere di polifenoli antiossidanti), i semi di lino sono infatti in grado di contrastare funghi e batteri. Gli acidi grassi in essi contenuti esercitano inoltre una potente azione antinfiammatoria e immunostimolante e intervengono nella formazione delle membrane cellulari, rinforzandole e contrastando i processi infettivi e degenerativi e l’invecchiamento dei tessuti. Ancora, i semi di lino apportano benefici al sistema cardiovascolare promuovendo l’espulsione del colesterolo “cattivo” (LDL) e regolarizzando il battito cardiaco. Aiutano anche a smaltire i trigliceridi, mantenendo le arterie pulite e regolando la pressione sanguigna. Secondo alcuni studi, inoltre, consumare in maniera costante i semi di lino aiuta a prevenire l’insorgere di […]

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La casa come spazio vitale: prendersene cura come lo si fa con corpo e spirito

Letti, living, armadi, cucine, bagni e camerette: quando ci si accinge ad arredare la propria casa, bisogna curare ogni dettaglio ed essere attenti a coniugare funzionalità e gusto estetico. La casa è l’estensione del nostro io e dei nostri desideri, ed è l’oasi in cui trovare ristoro dagli affanni quotidiani, respirare rilassarsi ed abbassare le difese, e pertanto bisogna modellarla come se fosse un’estensione del nostro corpo e del nostro spirito. Che sia un restyling per riorganizzare gli spazi oppure un progetto di arredamento ex-novo, bisogna poter disporre di un’ampia scelta di marchi di qualità, per qualunque tipo di esigenza. I colori, i materiali e la sostanza sono essenziali per mettere a punto un progetto di qualità, e chi ha la fortuna di disporre di un giardino ha molta più possibilità di scelta: la cura del proprio spazio verde è essenziale e non va assolutamente sottovalutata, poiché è importante sapere con esattezza i tipi di piante che si possono coltivare, così come quelle ornamentali da posizionare nei vari punti dell’appartamento, per donare luce e freschezza all’ambiente. Da non sottovalutare nemmeno il fai da te: il bricolage e il riciclo di materiali possono essere davvero una soluzione vantaggiosa e creativa, dai più piccoli e semplici accessori fino ad arrivare all’allestimento di veri e propri mobili, in casa o fuori in giardino. Risulta molto semplice riutilizzare materiali o oggetti abbandonati per convertirli in complementi d’arredo originali: dalle cassette per la frutta in legno opportunamente dipinte, colorate e trasformate in scaffali per asciugamani, cosmetici, passando per la creazione di mensole per le spezie, l’olio, il sale e il caffè, fino alla realizzazione di contenitori di giochi per i bambini o di veri e propri mobili, come i divani allestiti in giardino con pallet o bancale. Il bricolage può fornire lo spunto per momenti ludici coi propri amici e figli: è molto soddisfacente realizzare oggetti per la casa con le proprie mani, oppure divertirsi col décopauge, ritagliando e incollando strisce di carta colorata su materiali come legno, metallo, vetro e in alcuni casi anche plastica. Tra i metodi più creativi per prendersi cura dei propri spazi va annoverato sicuramente lo stencil: immaginiamo una cucina spaziosa, luminosa, con le pareti decorate con disegni realizzati in precedenza, magari da noi o dai nostri figli. Potreste divertirvi a realizzare insieme le mascherine per gli stencil (di solito in cartoncino) e a decorare le pareti della vostra casa. Ma nulla va improvvisato,  e sicuramente vi è bisogno di una guida per orientarsi nel mare magnum del mondo dell’arredamento, così come è forte l’esigenza di affidarsi ai migliori marchi e seguire gli influssi e le tendenze dei professionisti. Lo shopping online giunge quindi in aiuto, sia ai neofiti che agli appassionati di decorazione e arredamento, e a tal proposito può quindi risultare molto utile spulciare il web alla ricerca di idee o di una galleria dei migliori prodotti o marchi, come quella presente sulla piattaforma Homelook. Perché la casa è il nostro spazio vitale, e prendersene cura richiede lo […]

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Cioccolato bianco: i segreti della sua produzione

Burro di cacao, zucchero, derivati solidi del latte. Il pallido aspetto del cioccolato bianco è una conseguenza degli ingredienti che lo compongono e una caratteristica che lo rende inequivocabilmente diverso, per aspetto quanto per sapore, dal classico cioccolato fondente o al latte. La differenza sostanziale con gli altri tipi di cioccolato è l’assenza, nel cioccolato bianco, di un ingrediente fondamentale: la pasta di cacao. L’ingrediente principale dei suoi concorrenti bruni è quindi del tutto assente nel cioccolato bianco che, per questa ragione, non viene considerato un appartenente alla stessa famiglia in senso stretto. Eppure questo alimento, che esiste dal 1930, è entrato in tutti i supermarket come fratello minore del cioccolato tradizionale e si è meritato il posto d’onore al suo fianco. Il metodo di produzione, la distribuzione in tavolette, il confezionamento fanno sì che esso rientri tra gli alimenti derivati dal cacao, se non chimicamente almeno per analogia. I valori nutrizionali del cioccolato bianco Il cioccolato bianco è ottenuto dalla lavorazione di burro di cacao, saccarosio, latte vaccino o i suoi derivati (principalmente latte in polvere). Secondo una direttiva dell’anno 2000 esso, per essere considerato bianco, deve contenere non meno del 20% di burro di cacao e non meno del 14% di sostanza secca del latte – all’interno di questa inoltre i grassi del latte devono essere presenti in quantità non inferiore al 3,5%. Il burro di cacao è una sostanza grassa ottenuta dalla lavorazione dei semi di cacao. Il latte in polvere è un prodotto ricavato dalla disidratazione del latte vaccino. Il saccarosio è il semplice zucchero da tavola. Per la mancanza della pasta di cacao il cioccolato bianco, a differenza di quello fondente, non vanta di alcun potere antiossidante, né è caratterizzato dagli innumerevoli benefici che quest’ultimo apporterebbe all’organismo. L’aspetto positivo dell’assenza della pasta di cacao potrebbe tuttavia essere la conseguente assenza di molecole nervine stimolanti. Per questo motivo le tavolette bianche sono considerate più adatte per i bambini e per le persone sensibili alla caffeina. L’elevata quantità di zuccheri semplici e acidi grassi rendono il cioccolato bianco un alimento ad alto contenuto calorico. Infine esso non è adatto agli intolleranti al lattosio. Come si produce? Le fasi della lavorazione La prima barretta di cioccolato bianco è stata inventata in Svizzera nel 1930. Dal 1967 l’azienda Nestlé – dal nome di Henri Nestlé, che inserì il latte nella lavorazione del cioccolato – iniziò a commerciare il Galak, una barretta prodotta ancora oggi. Il cioccolato bianco per la sua produzione segue le stesse lavorazioni del cioccolato fondente, a partire dalla preparazione dell’impasto che viene passato dalle raffinatrici fino a quando è pronto per il concaggio. Durante questo passaggio, l’impasto è sottoposto a miscelazione perpetua a temperatura controllata fin quando si sarà ottenuta una massa liscia e omogenea. È il momento della tempra: l’impasto è raffreddato e riscaldato nuovamente affinché, controllando la temperatura e i tempi di posa, esso possa ottenere la cristallizzazione desiderata. Lo step successivo è quello della formatura del cioccolato fuso che assume la forma dello […]

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Che cos’è il cioccolato fondente? Storia e lavorazione

Profumato, delizioso e ricco di caratteristiche nutrizionali ottime, il cioccolato fondente ha conquistato il cuore di tutti. Connubio perfetto tra il sapore irresistibile e l’attenzione verso la salute e il benessere, il cioccolato fondente è un derivato dei semi dell’albero di cacao. Secondo una legge del 2003 per essere definito “fondente” deve possedere i seguenti requisiti: almeno il 43% di cacao, burro di cacao non inferiore al 28% e pasta di cacao tra il 55% e il 70%. Il cioccolato fondente ha una storia molto antica e, prima di arrivare alle nostre labbra, attraversa una scrupolosa lavorazione sotto le direttive dei grandi maestri dell’arte del cioccolato. Per gli appassionati di questo alimento, ogni volta che ne si assaggia un pezzo si viaggia alla scoperta del gusto che lo contraddistingue. Alla scoperta del cioccolato fondente: tutto ebbe inizio con il cacao Theobroma cacao: è questo il nome scientifico del noto albero sempreverde dalle foglie ovali. Il segreto del cioccolato risiede nel frutto a forma di cedro, nella cui polpa asprigna si nasconde il seme di cacao. La pianta di cacao era presente nell’America Centrale già 6.000 anni fa. A spiegarne l’origine è un’antichissima leggenda azteca. Si narra che una principessa fu lasciata dal suo sposo, partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro. Quando la principessa si rifiutò di rivelare ai nemici il nascondiglio fu uccisa. Dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono amari come la sofferenza della donna ma forti ed eccitanti come la sua virtù. I Maya mischiavano al kakaw acqua calda e aromi di varia natura come chili, vaniglia, peperoncino e pepe, per ricavarne delle bevande. Questo popolo fu il primo coltivatore della pianta di cacao nella penisola dello Yucatan e sulla costa pacifica del Guatemala. Per i popoli precolombiani i chicchi di cacao erano così preziosi da essere usati come monete. Non tutti potevano assaporare la bevanda al cacao: sovrani, nobili e guerrieri ne erano gli unici beneficiari. Il cosiddetto “cibo degli dei” era poi utilizzato per i sacrifici religiosi. Le cose iniziarono a cambiare da quando Cristoforo Colombo provò il cacao durante il suo quarto viaggio in America. I primi chicchi arrivarono in Europa ma non ottennero molta attenzione per il loro gusto troppo amaro. Il cacao iniziò la sua emigrazione intorno alla metà del Cinquecento. Il cioccolato arriva in Europa e ne conquista i cuori (e il mercato) Il cioccolato fondente arrivò in Europa sotto forma di bevanda. Gli ordini monastici spagnoli, custodi di una lunga tradizione di miscele e infusi, cercarono di correggere il sapore amaro del cioccolato fondente aggiungendovi vaniglia e zucchero; tolsero invece dai tradizionali miscugli le spezie come il pepe e il peperoncino. Nel Seicento il cacao arrivò alla corte dei Medici in Toscana e si diramò progressivamente nel Nord Italia, specialmente a Torino e a Venezia, dove nel Settecento nascono le prime botteghe del caffè. Tra i migliori maestri cioccolatai attivi in Italia ricordiamo Gay-Odin a Napoli. Il cioccolato raggiunse presto la Francia, l’Inghilterra […]

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Formaggi tipici del sud: dalle burrate alla cacioricotta!

Burrate, caciocavallo, pecorino, cacioricotta…tantissime sono le varietà di formaggio che in questa bella stagione, e non solo, accompagnano tutte le tavole del sud Italia. Il formaggio, amatissimo prodotto caseario ottenuto dalla coagulazione acida o presamica del latte, intero, parzialmente o totalmente scremato, o della crema di latte, grazie anche all’uso di fermenti e sale da cucina, ha una storia di origini antichissime nel bacino del Mediterraneo, in nord Africa e in Asia minore. La leggenda narra, infatti, che un pastore avesse messo del latte in uno stomaco di pecora in cui era rimasto del caglio, dove si trasformò in formaggio; le testimonianze più antiche risalgono al III millennio a.C. L’arte di produrre formaggio è migliorata nel tempo, affermandosi fra gli antichi Greci e gli antichi Romani. Nel tardo Medioevo i formaggi cominciarono ad essere apprezzati e a comparire anche sulle tavole nobiliari, tanto che fu addirittura redatto un trattato sulle sue qualità nutritive dal medico ed accademico vercellese Pantaleone da Confienza nella sua Summa Lacticinorum, intorno alla seconda metà del Quattrocento. Il formaggio è un prodotto che attraversa tutto lo stivale ma in questo momento affronteremo solo alcune delle tipologie con cui è possibile ritrovarlo nel meridione. Formaggi del meridione: la nostra top 5 Burrate dalla Puglia Tradizionale prodotto pugliese, le burrate sono dei formaggi freschi a pasta filata, dalla consistenza morbida e cremosa. Apprezzate in tutto il mondo, nascono originariamente in provincia di Bari nei primi del Novecento e sono considerate una delle specialità più succulente della produzione casearia pugliese. Questo tipo di formaggio a pasta filata viene prodotto nell’entroterra, precisamente nella zona delle Murge, e può in qualche modo ricordare la mozzarella. Le burrate, tuttavia, hanno consistenza maggiormente morbida, più filamentosa, l’aspetto di un piccolo sacchetto e vengono lavorate manualmente, riempiendo i cosiddetti “sacchetti” di pasta filata con una cremosa farcitura a base di pasta di mozzarella sfilacciata e panna (stracciatella). Caciocavallo podolico dalla Campania Tra i formaggi del sud Italia, il caciocavallo è diffuso in molte zone con infinite varianti. Semiduro a pasta filata, lo si produce in Campania, e più precisamente in Irpinia, sui Monti Alburni, da latte di vacche podoliche, seguendo un’antica tecnica produttiva: al latte, a 36 °C, viene aggiunto caglio di vitello o di capretto. Rotta la cagliata più volte, si aggiunge altro siero riscaldato a circa 60 °C. Passate alcune ore si taglia la pasta e la si fila in acqua quasi bollente, dopodiché si modellano i caci, che vengono rassodati in acqua, passati in salamoia e messi a riposare in ambienti freschi e ventilati legati in coppia, a cavallo di assi. Ottimo fresco, può stagionare fino a 24 mesi e oltre. Casieddu di Moliterno dalla Basilicata Il latte di questa cacioricotta, prodotta in estate in Val d’Agri, viene filtrato con foglie di felce e portato a quasi 100 °C nel “caccavo”, una caldaia di rame, con l’aggiunta di nepitella. Raffreddato, coagula con caglio di capretto in pasta e, nel momento in ci si rompe la cagliata, si formano delle piccole sfere del diametro di circa 12 cm. Avvolto in foglie […]

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Formaggi piemontesi: alla scoperta di una bontà tutta italiana

Alla scoperta dei più rinomati formaggi piemontesi: una bontà tutta italiana. L’Italia è il Bel Paese della cultura, delle meraviglie paesaggistiche, dell’arte musicale, visiva e culinaria. Quest’ultima espressa fortemente dalla genuinità e bontà della cucina mediterranea. Ma esiste un primato riconosciuto alle regioni settentrionali, in particolare al Piemonte: “l’oro bianco”, che fa riferimento ai suoi formaggi. La regione infatti possiede una lunga e nota tradizione casearia, da sempre in competizione con i vicini “cugini francesi”, che, seppur intenditori nel settore, non primeggiano sull’Italia. I formaggi piemontesi costituiscono una vera delizia culinaria, polo d’attrazione per turisti ed autoctoni. La produzione del latte piemontese viene introdotta dalle popolazioni indoeuropee qui emigrate nel 5000 a.C. con mandrie di bovini. Fin dall’antichità, in queste terre si utilizzava il latte per trasformarlo in prodotti che potessero essere conservati e consumati nel tempo, i formaggi appunto. Tale tradizione si è rinnovata nel corso dei secoli fino ad affinarsi e giungere ad eccellere ai nostri giorni con vere e proprie “perle casearie”. Si assiste così oggi ad una produzione di formaggi piemontesi diversificata e variegata: sono alla base delle fondute, accompagnano risotti, si mescolano ai ripieni di pasta fresca, divengono una vera pietanza accompagnati da ottimi vini. Ma andiamo ad analizzare i più rinomati e gustosi tipi di formaggi piemontesi. Tipologie I formaggi variano da zona a zona e sono da considerarsi prodotti soprattutto “montani” e classificati, in base al tipo di latte e alla durata di conservazione, in caprini o vaccini, freschi o stagionati, duri o molli e in veri marchi DOP (denominazione di origine protetta). Si menziona innanzitutto il “Gorgonzola DOP”, che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. Sebbene tragga il suo nome dalla città lombarda di pianura dov’è nato, il grosso della produzione avviene oggi in provincia di Novara. Tipo di formaggio molle, a pasta cruda, prodotto con latte vaccino e caratterizzato da un sapore dolce amarognolo e dalle tipiche venature verdi dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe selezionate. Doveroso citare il famoso “Grana Padano DOP”, anch’esso prodotto con latte vaccino, ma duro e a lenta maturazione. Il suo sapore, particolare e delicato insieme, lo rende tra i più deliziosi, non solo a livello nazionale, ma nel mondo grazie alla sua esportazione. Simile inoltre al “fratello” “Parmigiano Reggiano”, prodotto in Emilia Romagna. Da non dimenticare il “Taleggio”, formaggio di origini antichissime, dal gusto dolce con lievissima vena aromatica, con a volte un retrogusto tartufato. A parte i già citati Gorgonzola e Grana Padano, cinque risultano i formaggi piemontesi DOP. Il “Toma DOP” è uno dei formaggi più diffusi, prodotto in origine soprattutto in altura ed oggi anche in pianura. Viene prodotto con latte vaccino in forme cilindriche, con un diametro che oscilla tra i 15 e i 35 cm e un peso che va dai 2 agli 8 Kg. La pasta è semidura e la stagionatura va da un minimo di 20 ad un massimo di 45 giorni. La “Robiola di Roccaverano DOP” è un prodotto tipico dell’astigiano, ma anche della Langa […]

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Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Coppette mestruali: guida all’utilizzo

Coppette mestruali? Solo il nome ci fa dubitare. Eppure negli ultimi anni, moltissime donne nel mondo hanno deciso di risparmiare sull’acquisto di assorbenti e di preoccuparsi dell’impatto che l’usa-e-getta ha sull’ambiente. Le coppette mestruali, dopotutto, sono piccole, si inseriscono nella vagina per raccogliere il sangue mestruale, si rimuovono, si svuotano e si riutilizzano. L’impiego delle coppette mestruali risale al lontano 1930, ma nel nostro Paese non sembra essere una pratica particolarmente diffusa. In Italia, infatti, le donne preferiscono utilizzare assorbenti esterni o tampax durante le mestruazioni, probabilmente perché le coppette mestruali sono ancora poco conosciute o pubblicizzate. Il primo avvertimento per chi decide di provare una coppetta mestruale è: non la si dovrebbe sentire molto e sicuramente non deve fare male. Piuttosto dovrebbe far provare una sensazione simile a quando si indossa un assorbente interno. E’ abbastanza difficile imparare a usare le coppette mestruali, ci vuole tempo e pazienza per capire come si inseriscono e, in alcuni casi, quali sono la forma e la misura giusta per la propria vagina; in media, occorrono almeno tre o quattro cicli mestruali per imparare a usarle correttamente. Tuttavia, non è da sottovalutare la differenza fondamentale tra le coppette mestruali e gli altri metodi, ovvero raccogliere, e non assorbire, il flusso mestruale. L’assorbimento dei tradizionali sistemi, infatti, non si limita solo al flusso mestruale ma anche al muco cervicale, che è in realtà un forte anti-batterico, in grado di creare una naturale barriera protettiva tra vagina e utero nella cavità cervicale, impedendo così a batteri e ad altri organismi estranei di entrare nella cavità uterina. Possiamo individuare due tipologie di coppette mestruali: 1. il modello più comune, rappresentato da una coppetta riutilizzabile a forma di campana, fatta di silicone medico o TPE, lunga circa 5 cm escluso l’estrattore e di norma diffusa in due misure. 2. una coppetta usa-e-getta e mono-uso che sembra simile al diaframma contraccettivo, con un diametro di 7,5 cm circa. Generalmente, ogni coppetta presenta almeno due dimensioni: la coppetta piccola e la coppetta grande. La scelta della taglia della coppetta dipende principalmente dal numero di parti avuti, l’età, il flusso mestruale. La coppetta di taglia piccola è più indicata per donne con età inferiore ai 30 anni, le coppetta di taglia grande è più consigliata per donne di età superiore ai 30 anni che hanno partorito. In linea di massima, la coppetta è ben accetta dai ginecologi, soprattutto in sostituzione degli assorbenti interni, il cui utilizzo è meno igienico e più rischioso. Ne è comunque sconsigliato l’utilizzo dopo un parto naturale, un aborto o un operazione, che rendono la zona molto più sensibile. Le coppette mestruali hanno un range di prezzo che varia dai 10 ai 35 euro, ma è un costo che viene rapidamente ammortizzato nel giro di pochissimi cicli, considerando il fatto che la coppetta mestruale a forma di campana ha una durata di 10 anni e che in genere una donna utilizzi nel corso della sua vita all’incirca 10.000 assorbenti interni o esterni. L’ostetrica e divulgatrice Violeta […]

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Cenetta estiva: verdure, piatti freddi e tanto gusto

L’estate è la cosiddetta “bella stagione”, che porta con sé tanto relax e soprattutto tanti piatti gustosi da poter assaporare, a base di verdure, ortaggi, buoni e facili da preparare. Ecco alcuni consigli per una gustosa cenetta estiva! D’estate, il tempo a disposizione aumenta, il periodo di ferie è l’occasione perfetta per dimostrare le proprie doti culinarie e lanciarsi nella sperimentazione, preparando piatti freddi e variegati. Le calde serate d’estate, sono l’occasione perfetta per dedicarsi alla preparazione di una succulenta cenetta estiva, magari in compagnia di amici, da gustare all’aperto. Naturalmente, preparare una cenetta estiva che piaccia a tutti non è facile;  ogni persona presenta, ovviamente, dei gusti diversi e accontentare proprio tutti, è difficile. Idee per una gustosa cenetta estiva! Uno dei segreti per realizzare una buona cenetta estiva, è sicuramente quello di utilizzare frutta e ortaggi tipici della stagione. Una idea simpatica e d’effetto, potrebbe essere quella di creare un piatto a base di pesce, accompagnato da piatti a base di verdura oppure ortaggi, leggeri e colorati, simpatici da vedere. Pesce spada, salmone, orata, spigola, cozze e vongole, la varietà di pesce a disposizione durante l’estate, è notevole. Una cenetta a base di pesce, accompagnata da simpatici e soprattutto leggeri, involtini di zucchine o melanzane grigliate, magari ripieni di formaggi spalmabili, è un’ottima scelta, che delizierà i palati dei propri commensali, senza appesantirli. Oltre alle varie opzioni citate, è risaputo che l’estate è la stagione migliore per la preparazione di insalate; nutrienti e leggere, apportano vitamine e sali minerali, che in estate sono sempre utili da integrare e sono uno dei piatti cardine, per una cenetta estiva, saporita ma senza troppe calorie.  A tal proposito, come non citare la famosa “insalata di riso”, piatto tipico e diffuso soprattutto d’estate, che piace un pò a tutti, con i suoi tanti ingredienti e la freschezza che tutti desiderano. Ai piatti a base di insalata, con la quale è possibile creare delle vere e proprie ciotole (che spesso sostituiscono un primo piatto) ricche di alimenti e nutrienti diversi, si possono abbinare, per una cenetta estiva sana e giusta dal punto di vista calorico, carne o pesce, o semplicemente dei crostini, bruschette (tipicamente campana) conditi con emulsioni o salse rinfrescanti, ad esempio a base di yogurt greco. Chiacchierare in compagnia è piacevole e rilassante e in questo caso, ossia, se la propria intenzione è quella di trascorrere del tempo in compagnia, senza cimentarsi in piatti elaborati da preparare, si può optare per il cosiddetto  fingerfood, un’alternativa rapida e gustosa. Uno dei fingerfood più realizzati in estate, sono le uova ripiene, un piatto non di certo leggero, ma d’effetto. In base alla propria area di appartenenza, il ripieno dell’uovo cambia, dalla ‘nduja, al tonno, dalla maionese all’emulsione a base di yogurt magro, olive e capperi. Antipasti saporiti, tartine, spiedini a base di carne, pesce o semplicemente realizzati con pomodorini alternati a delle piccole mozzarelline, torte salate, focaccine, pizza, insomma, una varietà immensa di alternative tra le quali scegliere, adatte ad ogni occasione, ideali per una […]

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Cucina tunisina: le 5 ricette da sperimentare

La cucina tunisina, uno dei must del momento in ambito gastronomico, è caratterizzata dall’impossibilità di categorizzarla: tripudio di sapori diversissimi tra di loro, la cucina tunisina è il prodotto di tutte le dominazioni e influenze esercitate da altri popoli nella regione della Tunisia. Sapori riconducibili alla cucina turca, a quella araba, a quella andalusa e a quella italiana conoscono nuova vita nelle ricette che la tradizione tunisina mette a tavola. La peculiarità di tale cucina è proprio quella di saper valorizzare e assemblare in maniera originale sapori e pietanze di altre culture. Prodotti tipicamente mediterranei come olio d’oliva e pomodori sono il cuore di questa cucina saporita e fortemente speziata: si propongono le 5 ricette più famose e gustose che chiunque vorrà sperimentare! 1.Brik Quando si dice che la semplicità paga, ci si riferisce propri al Brik tunisino. Cucinato spesso per ottenere un veloce e sfizioso antipasto, il Brik è una frittella costituita da una sfoglia sottile, che dovrà essere fritta fino a diventare dorata, e poi farcita con un composto costituito da tonno, patate, uova, il tutto condito da sale, pepe e prezzemolo. Le patate andranno lessate prima di essere unite agli altri ingredienti che andranno a riempire il composto. Si consiglia di servirlo caldo e croccante, per un colpo di fulmine assicurato! 2.Lablabi Appartenenti a quello che possiamo etichettare come “street food” tunisino, il lablabi è una zuppa che si annovera tra i pezzi forti della cucina popolare della Tunisia. Molto amata da lavoratori, studenti e da chiunque abbia voglia di assaggiare qualcosa di caldo, saporito e familiare senza spendere molto. Si serve direttamente da un pentolone fumante, cui è abitudine avvicinare una scodella già riempita di pane, affinché la zuppa ne ricopra e insaporisca per bene i tocchetti. Composta da ceci, limone e harissa (salsa tipica della Tunisia), è cotta a fuoco lento ed è uno dei piatti tipici più economici e più gustosi della cucina tunisina, da consumare tradizionalmente in piedi e per strada. 3.Keftas Che cucina sarebbe quella tunisina, senza le tradizionali e amatissime polpette? Amate in tutto il mondo, le keftas sono delle saporitissime polpette di carne macinata e patate: le patate vengono sbucciate e fatte bollire, mentre la carne viene cotta a parte e poi unita alle patate opportunamente schiacciate. In seguito, aggiungere sale, aglio, pepe e cipolla e speziare il tutto con il coriandolo. Infine, si aggiungono uova, formaggio e pangrattato prima di destinarle a una prelibata frittura. 4.Cous cous di verdure e agnello Fin qui è risultato chiaro che la cucina tunisina prediligesse le zuppe, i ceci e…la frittura. Tuttavia, la cucina tunisina si caratterizza anche per un amore spassionato verso il cous cous. In particolare, uno dei piatti più popolari in Tunisia è sicuramente il cous cous con l’agnello. Per servire questa prelibatezza locale, si fa rosolare l’agnello con una cipolla fino alla cottura. A questo punto è necessario speziarlo, solitamente con paprika e harissa. Si versa il passato di pomodoro sull’agnello speziato e si aggiungono, nella stessa pentola, le […]

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