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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Le serie tv anni 90: quando la musica ha un peso in assenza

Le 9 migliori serie tv anni 90 e il loro rapporto con la musica  Il mondo delle serie tv è cambiato negli ultimi venti anni. È un dato di fatto questo se si comparano vecchie pellicole degli anni ‘80/’90 con qualcosa di più recente. Pura ovvietà. Però al di là dell’ottimizzazione visuale, anche le trame sembrano essere più complesse oggi, più “cervellotiche”. Basti pensare a Dark, serie televisiva tedesca del 2017 targata Netflix, o a Game of Thrones. Ma come erano strutturate le serie tv anni 90? I segreti di Twin Peaks Nella serie tv anni 90 di casa HBO, ad esempio, la trama si sfila e si annoda continuamente su un filo più sottile e complesso, quasi invisibile: la musica. Ogni personaggio o situazione, infatti, ha un suo pezzo che si lega ad una stratificazione di trame non casuali con effetti speciali altrettanto impeccabili. Ecco un altro elemento che rende una serie tv odierna molto più “dinamica”. Un dinamismo già presente, però, nell’universo allucinato e inquietante di David Lynch e Mark Frost in I segreti di Twin Peaks. La serie televisiva statunitense, trasmessa dall’8 aprile 1990, tocca i vertici dell’assurdo e del paradossale e ha segnato profondamente i caratteri delle serie televisive successive. Un gran salto dopo l’interminabile Beautiful di fine anni ‘80 con i suoi caratteri stilizzati e “finzionali” e una struttura che si sviluppa attraverso le relazioni dei vari personaggi, o le loro complicazioni.  In Twin Peaks, invece, nulla è mai dato come “ovvio”. Anzi la serie sembra seguire in superficie le vicende intorno la morte di Laura Palmer, mentre accade tutt’altro. La sua costruzione può avvenire su due piani: uno psicologico e uno indiziario. Infatti non esistono solo i segni che l’agente Dale Cooper deve decifrare come un detective letterato, alla maniera di E.A. Poe. La stratificazione della dimensione psicologica è così profonda per ogni personaggio che ogni traccia/indizio sulla scena serve allo spettatore a rintracciarne i segni di una follia condivisa. I segni sono rintracciabili anche nella musica, sia quando manca sia quando aderisce alla situazione corrente. La musica è una presenza fondamentale all’interno della serie proprio perché ne aggrava il clima dell’assurdo. Da questo punto di vista un esempio lampante sono le canzoni Mairzy Doats, Get Happy di Frank Sinatra, e ancora Getting to Know You, Singin’ in the Rain, e The Surrey with the Fringe on Top cantate o ballate da Leland Palmer. La colonna sonora creata da Angelo Badalamenti, inoltre, aumenta il “perturbante” e l’agghiacciante sensazione di una verità sempre incerta, sempre più improbabile, peggio degli inspiegabili capelli bianchi di Leland Palmer, o i gufi, o la scritta fluo del titolo che fa un po’ ricordare quella di Miami Vice di fine anni ‘80. Chi non ricorda, ad esempio, la chioma di James “Sonny” Crockett (Don Johnson) in Miami Vice e il suo collega Ricardo “Rico” Tubbs? E ancora la chioma bionda di Don Johnson in Nash Bridges sulla sgargiante macchina gialla con il collega Joe Dominguez (Cheeh Marin). Al di là dello […]

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Libri

Le “Confessioni di un NEET” di Sandro Frizziero: rivoluzione o illusione?

Sandro Frizziero, recensione e analisi del suo ultimo romanzo. Michel Foucault definiva la confessione (l’aveu) una sorta di rituale «in cui la sola enunciazione, indipendentemente dalle sue conseguenze esterne, produce in colui che l’articola delle modificazioni intrinseche: lo rende innocente, lo riscatta, lo purifica, lo sgrava dalle sue colpe, lo libera, gli promette la salvezza»[1]. Da questo punto di vista, nel nuovo romanzo di Sandro Frizziero (professore di Lettere, classe ’87 di Chioggia), le Confessioni di un NEET (Fazi Editore, 2018), ci sono delle modificazioni intrinseche, però non solo nell’enunciatore, ma anche nel lettore. Innanzitutto che definizione si può a dare all’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training)? Potrebbe essere un’ulteriore categoria destabilizzante del sistema, l’hikikomori giapponese, una sorta di «lavativo»? A detta del protagonista-NEET, le «moderne democrazie occidentali, nel tentativo di tenere in piedi il loro traballante welfare, però, dovevano pur etichettare in modo politicamente accettabile chi non ha voglia di combinare un cazzo nella vita». Dopotutto la società tutta è un grande cinema pieno di locandine da scegliere o da escludere. Il problema è dove va il consenso. Ecco perché il nostro eroe-internauta si autodefinisce un «rivoluzionario», proprio perché decide di non muoversi, di non lasciare alcun consenso. Dopotutto non c’è più nulla in cui credere, se non nelle sue gatte, compagne ideali nella sua tana-camera, o forse nel grande universo della rete. La eco di Zeno Cosini e il suo “essere in divenire” per rovesciare la verità cristallizzata torna in forma diversa: basta eliminare l’ostacolo del corpo, il nostro essere sociale e lasciar vivere un grandioso algoritmo che risponda per noi. L’immobilità relazionale millantata dal protagonista è pura negazione. “L’outsider” si sceglie e si preferisce libero nello spazio ristretto della sua stanza a vivere in internet, a plasmarsi come un essere senza forma e senza “costrizioni” così da non collaudare il suo legame con la grande macchina del sistema sociale, e non solo. L’internauta in questione è autosufficiente, impassibile misantropo e cinico fino allo sfinimento e la forte ironia dello scrittore rende le immagini ancora più accentuate. Ecco le “modificazioni intrinseche” del lettore. Nel corso della lettura si accetta il sarcasmo dell’internauta trentenne, la distruzione della società, che è nostra, il “colpo di stato” allo stile di vita del capitalismo. E ancora lo smartphone, il tempo da calcolare sullo smartphone, il lavoro come un allevamento intensivo, o peggio: i disastri che vengono accettati o ignorati da chi “sta bene così”. Ecco di nuovo la negazione, che passa dal rifiuto e finisce nell’abnegazione, ovviamente tenendosi stretti nella giacca dell’individualismo: «le mura della mia camera, […] mi proteggono da tutti i pericoli e da tutte le fobie del mio tempo. […]. A casa mia sono quasi immortale e lo sarò del tutto quando completerò il caricamento della mia anima in un server sicurissimo. Sarò così definitivamente talpa, talpa digitale in grado di sopravvivere, come sanno fare solo alcuni microrganismi, a una catastrofe nucleare»[2]. La confessione come riscatto, liberazione di un NEET secondo Sandro Frizziero Ritornando alla citazione di Foucault, […]

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Culturalmente

Atrani: la “piccola storia” di un paese “d’un tempo e d’ogni giorno”

La bellezza della costiera amalfitana potrebbe essere il colore, così vivo e vario continuamente sfumato dal bianco al blu, dal verde al giallo. Per alcuni la sua segreta bellezza è il profumo dei limoni o le case così “raccolte”. Per altri il mistero di un luogo è nelle storie che si sentono raccontare e chi le ascolta si avvicina non solo a costruzioni bellissime, ma anche alle abitudini di uomini antichi che hanno abitato quei luoghi. In questo modo l’ascoltatore vede con gli stessi occhi di chi racconta, fa esperienza di quel tempo. Spesso, infatti, il punto d’arrivo è non solo cosa un luogo dà a vedere, ma anche cosa ha da raccontare con i suoi edifici e pietre. Ad esempio, Atrani, il più piccolo paese italiano con più di ottocento abitanti e il suo nascondersi al di là del mare, racconta ancora la storia dei pescatori e di un tempo che non si affretta. Lì il tempo si riscalda nella storia di un orologio congelato. Entrando nel cuore del paese è possibile leggere i versi di Alfonso Gatto: “Dall’entro della costa all’ampia svolta verde di casa rosa Atrani bianca, città d’un tempo e d’ogni giorno è colta dalla sorpresa d’essere”. I versi del poeta campano definiscono con delicatezza una caratteristica del piccolo paese: spuntare all’improvviso sulla costa. Infatti Atrani somiglia ad una mezzaluna riempita da case bianche e rosa e su in cima a tutto il campanile della Collegiata di Santa Maria Maddalena. Atrani è dove si intravede il paesaggio fissato da M. C. Escher nelle sue Metamorfosi, o in Dilapidated houses in Atrani e in Covered alley in Atrani del 1931. Atrani è là dove dalle gradinate interne al paese, usate dai pescatori per giungere al mare, si intravede ancora la punta del campanile. Dove gli archi in pietra affondano in basso nel mare, o dove ci sono scalinate di case bianche. Proprio in questi luoghi Atrani è “colta dalla sorpresa d’essere”. Bisogna, però, chiedersi: perché “città d’un tempo e d’ogni giorno”? Perché Atrani è la “città d’un tempo e d’ogni giorno”? Atrani dà la sensazione di essere un paese senza tempo, fermo nelle sue consuetudini “d’ogni giorno”. Basti pensare alla storia del grande orologio bianco in piazza che ha scandito la vita degli atranesi a lungo, mai andando oltre il tempo e la fretta. Inizialmente l’orologio della chiesa di San Salvatore de’ Birecto di Atrani, tra le più antiche del ducato Amalfitano, era stato costruito per Pontone. Ma il paese voleva un orologio che battesse prima le ore e poi i minuti, e per questo fu dato al comune di Atrani. Per il funzionamento dell’orologio c’era bisogno di qualcuno che regolasse manualmente le ore per un anno e con un compenso simbolico di un euro al giorno. Per molti anni, infatti, l’orologio è stato regolato dalla famiglia Corvino che ha ricoperto il ruolo di “oraiuolo”. Il funzionamento manuale era richiesto perché la costruzione dell’orologio era formata da antichi ingranaggi azionati da contrappesi acquistati da una vecchia delibera comunale risalente al 9 […]

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Cinema & Serie tv

I film più belli del 2018: Godard, Garrone, Anderson e l’universo Marvel

Consigli cinematografici del 2018, film bellissimi da non perdere! I film più belli del 2018, quali sono? L’11 maggio 2018 è uscito l’ultimo film di Jean-Luc Godard, Le livre d’image, vincitore del premio “Special Palme d’Or”. “Il libro illustrato” contiene immagini, musica e gesti che si mischiano alle parole e si legano alle mani che appaiono sin dal principio. La particolarità del cinema godardiano è palese con le immagini ossessive, le foto, i colori intermittenti e la parola sempre confusa, come tagliata e sottomessa ai gesti, in questo caso delle mani. Si può dire uno dei migliori film del 2018 avente come protagonista le storture dell’Occidente al suo crepuscolo e il germe di un Oriente che avanza. Un film che ha tutto o niente, ma possiede ancora la forza dello sguardo di Gordard. L’artista italiano Matteo Garrone, invece, dopo il non longevo successo de Il racconto dei racconti (2015), è stato autore di un film molto forte e non banale, Dogman (2018), ispirato al delitto del Canaro della Magliana, il toelettatore di cani Pietro De Negri  che torturò e uccise l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci nel 1988. Certamente la pellicola si allontana dalla storia vera, per cui l’elemento di finzione sussiste, però Garrone riesce a mettere in scena un’Italia nella quale l’abbrutimento culturale e sociale è il protagonista dell’alienazione e degradazione suburbana (e non solo). L’intento di Garrone di assottigliare la spettacolarizzazione della vicenda, che fa parte dei casi di cronaca italiani più crudi, è riuscito e ha lasciato il posto a un personaggio pieno di risonanze come Marcello, un uomo che vive tra i demoni del suo tempo. Dogman, infatti, racconta una storia di rivalsa, lontana dall’interesse scenico che ha immobilizzato il vero Canaro. Inoltre il film è stato premiato al Festival di Cannes: ha ottenuto 9 candidature e vinto  ben 7 Nastri d’Argento. I film più belli del 2018: non può mancare Wes Anderson Il premio Orso d’argento per la miglior regia al Festival Internazionale del Cinema di Berlino è andato a Wes Anderson con il suo L’isola dei cani (2018), un film d’animazione in stop motion e geometrico ambientato in Giappone. La storia si svolge nel futuro 2038 nel quale, a causa di un’influenza canina, tutti i cani del Giappone sono esiliati su un’isola di rifiuti. Qui il giovane Atari Kobayashi giunge per trovare il suo cane Spots. L’isola dei cani, uno dei primi film distopici di Anderson, tocca un futuro che per la nostra società è fatalmente presente, o quantomeno un monito su ciò che potrebbe accadere se la situazione attuale peggiorasse. Basti pensare all’isola di rifiuti, all’importanza della scenografia che non rappresenta un mondo al contrario, bensì un universo isolato e distorto ben contenuto dalla grande fantasia del suo autore. Ancora un mondo distorto è stato rappresentato dagli ultimi due film targati Marvel: Avengers: Infinity Ware Deadpool 2. Due pellicole ben diverse tra loro sia come tematica, sia come impostazione. Certamente Deadpool 2, regia di David Leitch, si propone con maggiore ironia, anche se i vertici di complessità […]

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Fun & Tech

Creature mitologiche: tra folclore e leggenda

Cerbero, l’araba fenice, Medusa, la Lamia, la nure-onna, la futakuchi-onna: scopriamo insieme i più famosi animali mitologici Le creature mitologiche vengono rappresentate come esseri formati dall’unione di animali diversi, o  di un animale e un essere umano. Certamente gli ibridi mitologici sono una rappresentazione misterica della cultura di partenza. Un esempio è la fenice, o l’araba fenice, che differisce tra la cultura egiziana e greca. Il Bennu egiziano, rispetto alla φοίνιξ greca, infatti, veniva raffigurato più come un airone cenerino, o inizialmente un passero, lontano, quindi, dalle striature rosse e tropicali dell’aquila reale greca. La fenice egiziana, inoltre, non risorgeva dalle sue ceneri, bensì dalle acque. A seguire 6 animali mitologici, 6 creature leggendarie che devi assolutamente conoscere. L’araba fenice Dalle favole di Erodoto e Tacito sembra che l’Epifania della fenice sia stata trascurata, così come il motto: Post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi”). Erodoto scriveva che un uccello dall’aspetto di aquila con piumaggio d’oro e cremisi, «ogni cinquecento anni volava dall’Arabia ad Eliopoli trasportando in un uovo la salma del padre per seppellirla nel Tempio di Ra, Dio-Sole». E ancora Tacito si riferiva ad un’aquila che si costruiva un nido in Arabia, dal quale, trascorsi cinquecento anni, sarebbe nata un’altra Fenice che avrebbe ucciso il padre, bruciandolo, per costruire poi un nuovo nido altrove. Queste sono favole lontane dalla rappresentazione di un uccello che sorge dalle sue ceneri e quindi che aspira al simbolismo di rinascita, anche egiziano. Il folklore giapponese certamente non è scevro da fascinazioni mitologiche e misteriche. Anche qui la fenice, dal nome Ho-ho o Karura, è una grande aquila dorata sputa fuoco con gemme magiche sul capo e che simboleggia l’arrivo di una nuova era. Tra le creature mitologiche questa è, ovviamente, la nostra preferita. Cerbero Il folklore ha in sé figure più diverse e agghiaccianti prese dal mito e rielaborate. Cerbero, ad esempio, è un mostro mitologico, figlio di Tifeo ed Echidna rappresentato con tre teste e con dei serpenti sulla pelle, priva di pelo, che ad ogni latrato sibilano in modo agghiacciante. L’animale è il custode degli Inferi con il compito di bloccare l’accesso ai vivi e negare la fuga ai morti. Infatti nel VI libro dell’Eneide Cerbero si oppone alla discesa agli Inferi di Enea e viene calmato da Sibilla con una focaccia di miele intrisa di erbe soporifere. Altro noto riferimento è nel VI canto dell’Inferno della Commedia dantesca nel quale Cerbero, posto al III Cerchio dei golosi, scuoia i condannati con i suoi artigli. Le tre teste rappresentano allegoricamente i tre segni del vizio di gola. Medusa Anche Medusa è collocata da Dante fra i demoni a guardia della città di Dite nel IX canto dell’Inferno, evocata dalle tre Furie allo scopo di pietrificare Dante. Medusa, con Steno e Curiale, è una delle tre Gorgoni, figlia di Forco e Ceto, divinità marine. La donna e le sorelle, infatti, presso la cultura più antica, venivano rappresentate come delle figure orrende, dalla testa rotonda e incorniciata dalla chioma serpentina, la […]

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Culturalmente

Philip Roth e Fëdor Dostoevskij: gli spazi discorsivi del “volontario” isolamento di David Kepesh e l’uomo-topo

Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno degli scrittori statunitensi più noti e premiati della sua generazione, diventato famoso con Lamento di Portnoy, romanzo del ’69 che si presenta come un lungo monologo del narratore, Alexander Portnoy, al suo psicanalista. L’opera è il ritaglio di una “scandalosa confessione” della libertà sessuale e individuale del protagonista. Il percorso letterario di Philip Roth, dai racconti d’esordio Addio, Columbus e i cinque racconti, i seguenti romanzi Lasciarsi andare, Quando lei era buona, e ancora la satira politica con La nostra gang, del 1971, procede con un romanzo dal clima surrealista, Il seno del 1972 nel quale compare il professore David Kepesh. Questi ritorna ne Il professore di desiderio del ’77 e in L’animale morente del 2001. È interessante notare che proprio quest’ultimo libro ha dei punti di contatto con Memorie dal Sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, specialmente se facciamo riferimento alla dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. Philip Roth e Dostoevskij I romanzi di Dostoevskij sono stati definiti “romanzi polifonici”, accezione bachtiniana, per intendere la voce singolare di un personaggio che è coscienza e autocoscienza, capace di staccarsi dal brusio di fondo. In sostanza essa sa essere una coscienza indipendente dal narratore-autore, “in confronto-contrasto con altre coscienze autonome” [1]. Anche il romanzo di Roth propone un tipo di “dialogicità individuale” meno intermittente, ma allo stesso modo “stratificata”, volta a definire e a reprimere un aspetto caratteriale o pulsionale contenuto inconsciamente. In questo modo il discorso diventa un groviglio di possibilità e di analisi nell’alternanza tra servilismo e dominio sia nei confronti della società per l’uomo-topo, sia per la bellezza femminile e l’immagine feticcio del seno e di Consuela Castillo per Kepesh. David e l’uomo-topo scelgono volontariamente l’isolamento, così padroni del proprio benessere egoistico e “padroni” del proprio vissuto. David è un professore universitario, padrone e vittima della bellezza e della sua inclinazione, liberamente lontano dagli uomini, dalle convenzioni borghesi, pur essendo inserito negli schemi della società. L’uomo-topo invece è la stratificazione di una coscienza che sfila le sue contraddizioni per reprimere la vergogna di non essere come gli altri. Nel romanzo di Roth, il professore risponde alle necessità che la società impone, nonostante cerchi di allontanare la figura di marito e di padre, o di professore perfetto, o di uomo integrato negli ingranaggi del sistema: “Guardammo l’Anno Nuovo che arrivava sulla terra, assistemmo all’inutile isterismo di massa che accompagnò la celebrazione del millenario giorno di San Silvestro. […] L’attesa della catena di orrende Hiroshima che collegassero in una distruzione sincronizzata le antiche civiltà della terra. Ora o mai più. E non accadde. […] La Tv che fa quanto le riesce meglio: il trionfo della banalizzazione sulla tragedia. […] Né bombe che scoppiano, né spargimento di sangue: il prossimo bang che sentirete sarà il boom del benessere e l’esplosione delle borse. La minima chiarezza sull’infelicità resa ordinaria dalla nostra era sedata dallo stimolo grandioso della massima illusione”[2]. Tuttavia, Kepesh e l’uomo-topo non riescono ad abbattere il dominio che la società e […]

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Cinema & Serie tv

Eroi Marvel: un viaggio nel multiverso di Stan Lee, Jack Kirby e Steve Dikto

Eroi Marvel: scopriamoli insieme Spesso chi si accosta al mondo degli eroi Marvel lo fa attraverso il cinema in contatto con le pellicole di Kevin Feige. Certamente la Marvel Cinematic Universe in pochissimi anni ha saputo imporsi al panorama mediatico con film come Iron Man, Capitan America, Hulk o gli X-Men. La filmografia è lunga e presenta la famosa mistione storica dei vari eroi che si trovano ora nello stesso universo, ora negli stessi eventi, ora si coalizzano, combattono e si influenzano reciprocamente. Basti pensare ad Avengers: Infinity War. Le pellicole targate Marvel indubbiamente hanno una base solida dalla quale poter trarre il materiale, come la Marvel Comics. La casa editrice americana pubblica i fumetti dell’universo Marvel che inizialmente è una dimensione spazio-temporale e finzionale entro cui si svolgono le vicende degli eroi. Difatti i personaggi e gli avvenimenti in un numero possono influenzare le vicende successive, dando la possibilità ai personaggi di cambiare e di crescere. All’inizio, nel 1961 era stata stabilita la formazione di un “universo alternativo” nel quale far confluire le storie inventate da Stan Lee, Jack Kirby e Steve Dikto. Solo successivamente è avvenuta la creazione di un multiverso. Ma chi sono gli eroi Marvel e come si collegano questi universi così diversi? La “Casa delle Idee” segna tra i personaggi di punta gli X-Men, Capitan America, i Vendicatori, Iron Man, Hulk, Thor, Spider-Man e ancora i Fantastici Quattro. Eroi Marvel: i nostri preferiti Iron Man Certamente la sequenza degli eroi Marvel di spicco non può non iniziare da Iron Man. Nato da un’idea di Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck nel 1963, Anthony “Tony” Edward Stark è un ragazzo prodigioso ammesso al MIT soltanto quindicenne. In seguito ad un incidente d’auto, nel quale i genitori morirono, avrà in eredità l’azienda di famiglia, produttrice ed esportatrice di armi. Stark durante il viaggio di ritorno dalla base militare in Afghanistan, in cui era giunto per la dimostrazione di un missile da lui creato, il Jericho, viene rapito da alcuni terroristi. In questa occasione diverse schegge metalliche, in seguito all’esplosione di una bomba, sfiorano il cuore di Stark. Per evitare il peggio, viene aiutato dal fisico Ho Yinsen, il quale realizza la sua prima armatura: la Mark I. Capitan America   Ideato da Joe Simon e Jack Kirby nel 1941, la “Sentinella della Libertà”, ossia Capitan America, è uno dei primi eroi targato Marvel. Steven “Steve” Grant Rogers, ragazzino di Brooklyn, voleva combattere durante la Seconda Guerra Mondiale. A causa del fisico gracile, non gli fu data l’idoneità per l’arruolamento. Successivamente il Dottor Erskine lo scelse per il “Progetto Rinascita”, così da essere il primo soldato per un nuovo esercito di super-soldati che avrebbe avuto un ruolo determinante per la sconfitta dei piani dell’Asse. Tuttavia il progetto non riuscì. Da qui Steve è diventato Capitan America con il suo scudo, pronto a sconfiggere l’Impero del Male. Hulk Creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, Robert Bruce Banner subisce una trasformazione genetica a causa di un incidente […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Poetry slam, Benevento “Sputa il Rospo”!

Poetry slam, scopri come è andata la finale campana L’1 giugno 2018 si è tenuta a Benevento, presso il Caffè dell’Orto – Fattoria Sociale Orto di Casa Betania, la finale Campania del campionato italiano del poetry slam Sputa il Rospo, curato da CASPAR – Campania Slam Poetry Associazione Regionale in collaborazione con la LIPS (Lega Italiana Poesia Slam), fondata il 30 novembre 2013. In sostanza cos’è il Poetry Slam? E’ un genere innovativo che nasce a Chicago nel 1984 con Marc Smith, operaio e poeta, che, attraverso incontri di lettura a voce alta in un jazz club di Chicago (il Get Me High Lounge), ha reso partecipi alla stessa scena poeta e pubblico. Ma il primo poetry slam nasce il 20 luglio 1986, sempre a Chicago, per poi estendersi a New York e a San Francisco. In Italia, invece, lo slam è arrivato con Lello Voce. Il Poetry Slam induce a guardare la poesia in modo differente, lontano dalla vecchia lettura di un componimento in forma fissa, o lontana dal tradizionale pastiche. Di solito nel comporre una poesia, i poeti prestano molta attenzione alla musicalità delle parole, allo scheletro della poesia stessa, ai rimaneggiamenti e all’idea dell’ordine che deve trattenere il caos del vissuto. La poesia slam, invece, lontana dalla definizione di “poesia rappata”, propone un procedimento poetico rivoluzionario che va a sovvertire i codici stilistici del canone letterario. I poeti che si cimentano in questo genere utilizzano uno schema diversificato, stranamente caotico e “pseudo-orale”, in cui la ritmicità del parlato coesiste con la dinamicità corporale. In questo senso la performatività poetica induce a creare un nesso inscindibile tra le parole e il corpo con il quale si dà consistenza alle immagini poetiche. La forza della poesia slam sta nella capacità di creare una dimensione poetica in cui partecipano non solo i poeti, ma anche il pubblico. I temi trattati, assolutamente attuali, producono uno spazio di condivisione nella accettazione dell’altro e allo stesso tempo c’è il tentativo di rompere qualche “schermo”. Poetry Slam, le regole Essendo una gara poetica, ci sono delle regole precise. E’ necessario un Emcee (Master of Ceremony) e cinque giudici presi dal pubblico che cambiano di volta in volta. Inoltre non sono ammessi vestiti particolari, né la musica o qualsiasi altro elemento scenico. Fondamentale è la libertà espressiva attraverso una lettura lenta o veloce, con sferzate violente o con pause. Importante però è non andare oltre i tre minuti, quale tempo a disposizione per la performance. L’1 giugno 2018 hanno gareggiato sette poeti provenienti da tutta la regione (Francesca Mazzoni, Davide Palmieri, Dop Amina, Antonio Di Lorenzo, Nello Luciano, Stella Iasiello e Vittorio Zollo), che, attraverso tre sessioni alternate e tre minuti a disposizione, hanno condiviso la loro “verità” in stili e forme differenti. Quindi un Emcee della serata (Andrea Maio),  cinque giudici, sette partecipanti, sette stili e sette punti di vista per due soli posti per accedere alla finale nazionale che si terrà a Genova il 16 e il 17 giugno 2018. Per il quarto […]

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Libri

Maria Franzè e fili sottili del vissuto in “Le donne, i bambini e la guerra”

“Le donne, i bambini e la guerra”, edito da GM Press, è il  nuovo libro di Maria Franzè, classe ’69. Il testo sarà, inoltre presentato il 26 maggio presso Ex Circuì di Roma (Via della Vetrina, 15). Leggendo il libro di Maria Franzè ci si rende subito conto di come i destini così variegati dei personaggi che abitano il romanzo siano legati dalle esperienze sottili che “accadono” inevitabilmente. Sembra esserci un filo piccolissimo che tiene insieme tutte le storie inserite nel solco del cambiamento. “Le donne, i bambini e la guerra”, è diviso infatti in diverse sezioni nelle quali ci sono punti di vista e situazioni differenti, e anche la scrittura cambia. Ad una prima impressione, risalta subito la caratteristica del testo in forma epistolare, quale strumento fondamentale di spontaneità e privo di artifici retorici (inutili) che altrimenti andrebbero a scalfire quel bisogno di autenticità che si ha quando si vuole raccontare qualcosa senza veli. L’importanza della scrittura nel romanzo di Maria Franzè è centrale, perché è ciò che unisce la distanza fisica, ad esempio tra due sorelle, come Clelia e Vittoria, ed è ciò che dovrebbe chiarificare una scelta, come nel caso dei genitori di Marta. Inoltre la scrittura, anche quando non è in forma epistolare, è capace di portare il peso delle immagini di un’infanzia negata a causa della guerra come nel caso di Sven, o del piccolo Mile. La forza del libro inoltre risiede nelle figure femminili che mostrano una forza disarmante, specialmente in situazioni particolarmente dure da affrontare da sole. Ad esempio le due sorelle Clelia e Vittoria, echi di una generazione precedente, mostrano di saper vivere nella delicatezza dei campi a San Nicola, trovando vigore nella forza materna. Inoltre accettano il cambiamento con grande maturità e consapevolezza, affidando alle lettere un sentimento fortissimo che le legherà per tutta la vita nel ricordo e nell’innocenza. L’amore per la famiglia, e l’attaccamento al destino “capitato” è così forte per la trasmissione del “codice morale” di mamma Angela, che insegna alle figlie soprattutto di essere autosufficienti: “L’omini nun sannu e nun ponnu stari suli, ‘na fimmina sì: sapi lavari, cucinari e cusiri e puru lavurari inta i campi, si voli” [1]. Al contrario, la situazione raccolta nella parte centrale del libro, propone le immagini di un’altra guerra. Prima i conflitti mondiali, la povertà, l’emigrazione forzata, le famiglie distanti, e la pazienza, come nel caso di Clelia e Vittoria. In seguito sono mostrate immagini di famiglie che vivono una guerra intestina nella stessa casa, in cui una moglie deve trovare il coraggio di giustificare il marito violento e amarlo per ogni calcio nello stomaco. Solo dopo, una volta raccolto tutto il coraggio e la consapevolezza, Sara decide di scrivere una lettera al marito Giovanni in cui decide di lasciarlo. Ecco un’altra figura dalla femminilità intensa, con lo stesso spirito di Vittoria, Clelia, e di Jovanka. Un altro conflitto: la famiglia “Non è il legame di sangue che definisce una famiglia, ma l’amore”, scrive in una lettera al padre la […]

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Culturalmente

Il ribelle e la società: “colui che passa al bosco” secondo Ernst Jünger

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”[1] La citazione è tratta dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998), filosofo e scrittore tedesco legato al clima delle due guerre mondiali, alle quali partecipò. Secondo la definizione data dallo scrittore, il Ribelle è colui che vive isolato, opponendosi alla società lobotomizzata e all’ “automatismo” che ne deriva. La figura del “ribelle” sembra “un modo di essere”, un apolide in costante ricerca della libertà che si oppone alla dittatura. Ne consegue, dunque, la ricerca di un cambiamento radicale, che, però, è visto da molti più come un nemico ostile e scomodo, tale da provocare il timore della massa. La dittatura, infatti, si mostra intenzionata, affinché giunga ai suoi scopi lesivi per lo Stato, a servirsi di mezzi quali le schede elettorali al fine di promuovere campagne che non garantiscono i bisogni della società. Il ribelle e la società: liberarsi dagli schemi È il singolo che agisce nel caso concreto, cui occorre ”passare al bosco”, per ritrovare il proprio Io e non essere abbagliato da illusioni  che lo distolgano dalla realtà. Difatti, il corrispettivo titolo tedesco del trattato è “Der Waldgang”, ossia “Colui che passa al bosco”. Infatti, “passare al bosco” significa sostanzialmente liberarsi da tutti “gli schermi” che la società impone. Significa, anche, abbandonare tutti quei bisogni metallici che illudono in vista di un benessere apparente. Inoltre significa conoscere profondamente il proprio Io, scegliendo in questo modo, il proscritto, un ritiro privato, che lo allontani dalle esigenze e dalle illusioni della massa, per avere piena coscienza di sé e della vera libertas. Anche sul piano morale l’individuo presta attenzione alla libertà, unico mezzo per sottomettere la paura.  Egli si sacrifica per la massa per contrastare e attingere  soltanto, individualmente, alle proprie idee di libertà.  Infatti Jünger propone come modello un uomo che guarda al collettivismo, un essere  anarca  che,  tra i singoli individui, obietti a quella dittatura forte dell’ingenuità comune. Il ribelle come resistenza all’automatismo Il “Trattato del Ribelle” è una sorta di anticipazione dei problemi che agiscono nell’ambito sociale odierno, manifestandosi in costumi volgari e opinabili, ben accetti solo a chi si lascia corrompere da affascinanti, ma ambigue, parole. Proprio per questo, lo scenario politico jüngeriano non si differenzia da quello moderno. Vi è un individualismo arrogante e prepotente nello Stato,  legato all’egocentrismo di politici datati e pronti a costruire infondate aspettative in un cambiamento che, nei fatti, non arriva. Secondo Jünger, un cambiamento radicale può coesistere col mutamento della forma della libertà. Questa, infatti, non è nulla di […]

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Culturalmente

Le Confessioni di Sant’Agostino: la memoria dell’errore

Le Confessioni di Sant’Agostino, analisi e riflessioni sull’opera “Noli foras ire. Intus redi: in interiore homine habitat veritas”, ossia: “non uscire da te stesso, rientra in te: nell’interiorità/nell’intimo dell’uomo risiede la verità”. L’espressione, tratta dalle Confessiones di Sant’Agostino, opera in tredici libri e composta tra il 397-400 d.C., è significativa per comprendere un aspetto molto importante dell’insegnamento di uno dei Padri della Chiesa. L’opera è certamente da inserire nel genere dell’autobiografia, un procedimento assai raro per l’epoca. Eppure Sant’Agostino, partendo dalla consapevolezza del suo peccato, scioglie i nodi delle sue “catene” per arrivare alla piena vicinanza di Dio attraverso una profonda analisi introspettiva: “Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all’anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell’amarezza di questa rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all’uno – a te – sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l’adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini ”. (Conf. 2,1-2) Dalla lettura di Sant’Agostino si rintracciano non solo i segni della sua conversione. L’opera è un exemplum dell’itinerario dell’uomo alla ricerca di Dio e della verità. È uno studio dell’Io, dell’uomo, della persona. Per cui l’uomo, scavando a fondo,  impara a conoscersi e a riconoscere i segni del bene, sicchè il male non è il contrario del bene, ma una sorta di grado zero del bene, il luogo in cui lo stesso non si completa. In questo modo l’individuo giunge alla pace, alla verità, a Dio. Inoltre la vicinanza con la filosofia platonica è evidente. Difatti Dio sembra essere il sole che illumina la vista per dare la conoscenza e raccoglie in sé la molteplicità, essendo l’Uno. Sicuramente nella letteratura pagana non mancano letture introspettive, come il “conosci te stesso” oraziano, le Metamorfosi di Apuleio, che pure rappresentano la conversione del Madaurense ai misteri della dea Iside. Inoltre lo stesso Anneo Seneca è da contrapporsi alla figura del santo (άγιος , hagios). Difatti il saggio stoico completamente immerso nella vita contemplativa, nell’otium, lascia che la sua vita percorra le vie spinose per giungere alla virtus. Tuttavia bisogna domandarsi che tipo di insegnamento possono dare oggi le Confessiones. Le Confessioni di Sant’Agostino e la “legge del peccato” Le Confessioni di Sant’Agostino sono un percorso che nasce dalla consapevolezza del peccato. Il santo, dialogando con se stesso e con Dio, si muove quasi verticalmente per espiare il male e purificarsi. La via intrapresa tende tutta alla redenzione, ma per fare questo è necessario prima riconoscersi nella […]

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Cinema & Serie tv

Polytechnique di Denis Villeneuve e il senso nascosto delle cose

Polytechnique (2009) è un film di Denis Villeneuve tratto da un fatto accaduto realmente il 6 dicembre 1989 a Montréal: uno studente, Marc Lépine, uccise quattordici studentesse con un’arma da fuoco all’École polytechnique, per poi suicidarsi.  Chiunque, di fronte ad eventi non consoni all’etica comune (non solo ciò che la legge stabilisce), che si tratti di un prete predatore, di un padre violento, di un pluriomicida, di un razzista, di un coyote, anche di una prostituta, sicuramente, si chiederà «perché l’ha fatto?». In alcuni casi ci sono delle pulsioni così violente tali da eliminare ogni freno inibitore. In altri è questione di soldi, di lavoro. Ancora in altri si parla di motivi politici, o ideologici, che danno luogo a crimini d’odio, probabilmente. Ma in ogni caso la domanda resta accesa come una spia rossa: «allora, perché l’ha fatto?». La risposta sembra apparire sin dall’inizio del film, trascinata da un primo piano di un’opera ben nota di Pablo Picasso: la Guernica. L’artista spagnolo realizzò l’opera per denunciare le insensatezze della guerra. Guernica fu una cittadina spagnola usata come esperimento bellico dai tedeschi in un lontano aprile del 1937, in cui vi morirono specialmente donne e bambini. Il quadro è un chiaro esempio di come tutta quella strage, la guerra che si trascina in una sola voce senza riverberi, sia sostanzialmente priva di senso. Il senso se lo porta via col sangue scrostato e con il quale la guerra copre il suo volto. In primo piano c’è un cavallo che sembra avere in bocca la sagoma di una bomba: è la furia omicida. Il contrasto è dato da una semplice lampada posta sulla testa del cavallo che significa la distruzione dello scorrere della vita quotidiana. Di contro c’è un toro che indica l’offesa dello spirito spagnolo, sicché i militari tedeschi col bombardamento non combatterono ad armi pari. Da sinistra a destra ci sono altre figure: un donna che ricorda la Pietà di Michelangelo; una testa mozzata in basso, una spada spezzata, persone stravolte, altre che fuggono da case incendiate. Ogni cosa è a scatti, spezzata, velata dall’assenza di colori per enfatizzare la drammaticità del mutismo richiesto allo spettatore, che dovrebbe comprendere quanto rumore c’è nel silenzio. Di conseguenza, il quadro di Picasso così mescolato ad immagini mute in bianco e nero all’inizio del film, sembra quasi un presagio. Polytechnique: La Guernica e quel maledetto presagio C’è il silenzio accompagnato da una sorta di crepitio della neve. C’è l’ansia dell’attesa nelle immagini lente, nello sguardo dell’assassino che non cerca il momento giusto. In Polytechnique è tracciato tutto il percorso psicologico di Marc. Per cui non si giunge direttamente alla strage avvenuta, ma si riavvolge e si srotola la vicenda, si parte dal “come”. Ad esempio Immanuel Kant, nella sua etica, affermava qualcosa di molto simile. Un uomo non deve essere valutato a partire dall’azione commessa, ma dal movente. Cosa ha spinto chi? Le cause che inducono qualcuno ad agire sono molteplici e talvolta appaiono prive di senso, ma da come si evince dal film, un senso nascosto […]

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Cinema & Serie tv

Tu nel rovescio delle cose: le consuetudini di Un homme qui dort

“Esiste un inevitabile rovescio delle cose”, scriveva Jean-Paul Sartre in Le mots. Effettivamente, quando c’è un cambiamento improvviso, inevitabilmente ne consegue una frattura. Qualcosa si rompe in un giorno qualsiasi, in un momento qualsiasi. Proprio come accade a “tu”, uno studente di Sociologia, senza nome, senza voce, protagonista del film Un homme qui dort di Bernard Queysanne e di Georges Perec, tratto dall’opera letteraria di quest’ultimo. Un homme qui dort è una “lettura cinematografica” del testo, in cui convergono due linguaggi paralleli che formano una “perfetta” dialettica: da una parte la voce di una donna (Ludmila Mikael) dall’altra “tu” e le consuetudini. La voce fuoricampo e le immagini, però, non si incontrano mai, pur annegando nella stessa storia. “Tu”: un io che diventa un tu. Un homme qui dort, Tu il suo inevitabile rovescio Il protagonista è uno studente qualsiasi che una mattina, dopo aver spento la sveglia, dopo aver svolto le sue “mansioni” mattutine e quotidiane, decide di essere il suo “inevitabile rovescio”. Ecco che l’io pieno, geloso e unico diventa un “tu”. Un grande occhio nero che si dilata. Il filo che tiene insieme questo “tu” e il mondo circostante è lo stato di veglia perenne dello studente. In questo modo il sonnambulismo costante lo getta in un abisso nero dal quale si sente la eco di una voce femminile pronta ad elencare quei gesti che cotidie si svolgono “involontariamente”. Tu, allora, vaga, vede le crepe sul soffitto, sente l’acqua nel secchio. C’è la bacinella rosa con i calzini neri, le crepe nello specchio, le auto fuori, i passi, il rumore nei bar, la città. Il cinema notturno, il ticchettio sibilino, la sveglia, di nuovo le crepe, il buio, la veglia, l’abisso, il gioco a carte, l’ansia, le dita consumate, le pellicine da tirare ancora, la panca bianca, il libro da poggiare a lato, la sigaretta nel portacenere e il fumo verticale. La voce fuoricampo pulsa e dilata lo sguardo di un uomo che sceglie di non muoversi, di non attendere più nulla: “La sveglia suona. Non ti muovi assolutamente. Resti a letto. Richiudi gli occhi. Non è un gesto premeditato, non è nemmeno un gesto, d’altronde. Ma un’assenza di gesto. Un gesto che non fai, dei gesti che eviti di fare. […] Non ti muovi; non ti muoverai. Un altro, un sosia, un doppio fantomatico e meticoloso, forse fa al posto tuo, uno ad uno, i gesti che non fai più: si alza, si lava, si rade, si veste, esce.” Il filo annodato non si sbroglia tanto facilmente. Il nodo da sciogliere non dipende dalla necessità di scoprirsi e trovarsi. Qui accade il contrario. Tu non vuole scoprire la sua identità, né conoscere l’alterità del mondo, di sé attraverso altri occhi. Tu si allontana da ciò di cui non ha bisogno. Un homme qui dort, “Le regard d’un je devenant tu?” C’è lo scorrere della vita sotto lo sguardo di Tu mentre è immerso nel grande mare dell’indifferenza. Ne consegue che lo scopo del protagonista è una vita nella neutralità […]

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Culturalmente

Sbarchi immigrati e il bel paese dell’indifferenza: la strada dell’ostilità 

Un articolo del 26 gennaio 2017 de Il Fatto Quotidiano -in riferimento alla condizione dei migranti- riporta la notizia di un uomo morto suicida nelle acque veneziane sotto gli occhi di tutti: «La scena, ripresa da un cellulare, […] si vede il ragazzo annegare mentre il vaporetto gli passa a pochi metri. Si sentono voci agitate, ma non disperate. Gente che grida, gente che ride, una voce dice: “Questo è scemo!”. Un’altra: “Africa!”. Nessuno si lancia a salvarlo. I soccorsi arrivano quando ormai la corrente ha trascinato il corpo dall’altra parte del canale». Si trattava di Pateh Sabally, proveniente dal Gambia, classe ’95, giunto attraverso il Canale di Sicilia, potrebbe essere l’immagine dell’indifferenza di molti e l’allarmismo di pochi. L’articolo, poi, si conclude con una domanda: «L’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Noi guardiamo dicendo “Africa!”. La Procura di Venezia ha aperto un’inchiesta. Ma contro chi, davvero, dovrebbe essere aperta?» Lo scorso 5 marzo 2018, invece, è stato ucciso Idy Diane, 54 anni, da Roberto Pirrone, un pensionato fiorentino di 65 anni, sul ponte Vespucci a Firenze. Diane era originario di Morola, Senegal, giunto in Italia nel 2001 con un visto turistico. Il pensionato, dopo l’arresto, ha rivelato alla procura che il suo intento era quello di suicidarsi, ma venuto meno il coraggio, “ha sparato a caso” sulla folla per farsi arrestare. Escludendo, quindi, il movente razziale. Tuttavia dalle telecamere circostanti si vede Pirrone che non spara a caso, ma è deciso su Diane sparandogli sei colpi: tre finiti nell’Arno e tre hanno causato la morte dell’uomo. Idy era un venditore ambulante, cugino di Modou Samb, ambulante senegalese ucciso nel dicembre 2011 da Gianluca Casseri, militante neofascista di CasaPound. Dopo atti di violenza di questo tipo e la strage di Macerata, le comunità dei migranti hanno iniziato ad avere paura, incolpando anche Matteo Salvini. Migranti tra invaso e invasore: una lotto contro l’indifferenza  I migranti sembrano essere -o sono- l’altra faccia dell’Italia, quella dimenticata, da guardare con indifferenza perché i loro drammi non ci riguardano. Non c’è da stupirsi affatto dell’alta percentuale dei voti della Lega dopo le elezioni del 4 marzo. Durante il clima delle elezioni il discorso sui migranti è stato affrontato macchinosamente e l’attenzione è stata spostata sempre sulla differenza etimologica tra “fascismo” e “antifascismo”, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Il concetto di diversità, che ne consegue, si trascina dietro quella stessa ignoranza che si ha quando una semplice opinione diventa una sentenza basata solo su una foto, su una notizia, dando per scontati i retroscena. Per cui lo scorso 4 marzo non ha vinto solo l’ignoranza, ma la paura nata dall’ignoranza e la pericolosità della grande “ruspa”, per intenderci. La scelta è negli italiani, in quelli che hanno preferito intraprendere la strada dell’ostilità, senza lasciare aperto un margine di comprensione. Un pericolo simile era già avvertito da Felix Nadar alla fine dell’ ‘800, quando in Fotografia omicida scriveva: «La coscienza umana dovrà attendere ancora a lungo che l’antica formula: “L’imputato è colpevole?” sia sostituita da: […]

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