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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Eroi Marvel: un viaggio nel multiverso di Stan Lee, Jack Kirby e Steve Dikto

Eroi Marvel: scopriamoli insieme Spesso chi si accosta al mondo degli eroi Marvel lo fa attraverso il cinema in contatto con le pellicole di Kevin Feige. Certamente la Marvel Cinematic Universe in pochissimi anni ha saputo imporsi al panorama mediatico con film come Iron Man, Capitan America, Hulk o gli X-Men. La filmografia è lunga e presenta la famosa mistione storica dei vari eroi che si trovano ora nello stesso universo, ora negli stessi eventi, ora si coalizzano, combattono e si influenzano reciprocamente. Basti pensare ad Avengers: Infinity War. Le pellicole targate Marvel indubbiamente hanno una base solida dalla quale poter trarre il materiale, come la Marvel Comics. La casa editrice americana pubblica i fumetti dell’universo Marvel che inizialmente è una dimensione spazio-temporale e finzionale entro cui si svolgono le vicende degli eroi. Difatti i personaggi e gli avvenimenti in un numero possono influenzare le vicende successive, dando la possibilità ai personaggi di cambiare e di crescere. All’inizio, nel 1961 era stata stabilita la formazione di un “universo alternativo” nel quale far confluire le storie inventate da Stan Lee, Jack Kirby e Steve Dikto. Solo successivamente è avvenuta la creazione di un multiverso. Ma chi sono gli eroi Marvel e come si collegano questi universi così diversi? La “Casa delle Idee” segna tra i personaggi di punta gli X-Men, Capitan America, i Vendicatori, Iron Man, Hulk, Thor, Spider-Man e ancora i Fantastici Quattro. Eroi Marvel: i nostri preferiti Iron Man Certamente la sequenza degli eroi Marvel di spicco non può non iniziare da Iron Man. Nato da un’idea di Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck nel 1963, Anthony “Tony” Edward Stark è un ragazzo prodigioso ammesso al MIT soltanto quindicenne. In seguito ad un incidente d’auto, nel quale i genitori morirono, avrà in eredità l’azienda di famiglia, produttrice ed esportatrice di armi. Stark durante il viaggio di ritorno dalla base militare in Afghanistan, in cui era giunto per la dimostrazione di un missile da lui creato, il Jericho, viene rapito da alcuni terroristi. In questa occasione diverse schegge metalliche, in seguito all’esplosione di una bomba, sfiorano il cuore di Stark. Per evitare il peggio, viene aiutato dal fisico Ho Yinsen, il quale realizza la sua prima armatura: la Mark I. Capitan America Ideato da Joe Simon e Jack Kirby nel 1941, la “Sentinella della Libertà”, ossia Capitan America, è uno dei primi eroi targato Marvel. Steven “Steve” Grant Rogers, ragazzino di Brooklyn, voleva combattere durante la Seconda Guerra Mondiale. A causa del fisico gracile, non gli fu data l’idoneità per l’arruolamento. Successivamente il Dottor Erskine lo scelse per il “Progetto Rinascita”, così da essere il primo soldato per un nuovo esercito di super-soldati che avrebbe avuto un ruolo determinante per la sconfitta dei piani dell’Asse. Tuttavia il progetto non riuscì. Da qui Steve è diventato Capitan America con il suo scudo, pronto a sconfiggere l’Impero del Male. Hulk Creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, Robert Bruce Banner subisce una trasformazione genetica a causa di un incidente avvenuto […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Poetry slam, Benevento “Sputa il Rospo”!

Poetry slam, scopri come è andata la finale campana L’1 giugno 2018 si è tenuta a Benevento, presso il Caffè dell’Orto – Fattoria Sociale Orto di Casa Betania, la finale Campania del campionato italiano del poetry slam Sputa il Rospo, curato da CASPAR – Campania Slam Poetry Associazione Regionale in collaborazione con la LIPS (Lega Italiana Poesia Slam), fondata il 30 novembre 2013. In sostanza cos’è il Poetry Slam? E’ un genere innovativo che nasce a Chicago nel 1984 con Marc Smith, operaio e poeta, che, attraverso incontri di lettura a voce alta in un jazz club di Chicago (il Get Me High Lounge), ha reso partecipi alla stessa scena poeta e pubblico. Ma il primo poetry slam nasce il 20 luglio 1986, sempre a Chicago, per poi estendersi a New York e a San Francisco. In Italia, invece, lo slam è arrivato con Lello Voce. Il Poetry Slam induce a guardare la poesia in modo differente, lontano dalla vecchia lettura di un componimento in forma fissa, o lontana dal tradizionale pastiche. Di solito nel comporre una poesia, i poeti prestano molta attenzione alla musicalità delle parole, allo scheletro della poesia stessa, ai rimaneggiamenti e all’idea dell’ordine che deve trattenere il caos del vissuto. La poesia slam, invece, lontana dalla definizione di “poesia rappata”, propone un procedimento poetico rivoluzionario che va a sovvertire i codici stilistici del canone letterario. I poeti che si cimentano in questo genere utilizzano uno schema diversificato, stranamente caotico e “pseudo-orale”, in cui la ritmicità del parlato coesiste con la dinamicità corporale. In questo senso la performatività poetica induce a creare un nesso inscindibile tra le parole e il corpo con il quale si dà consistenza alle immagini poetiche. La forza della poesia slam sta nella capacità di creare una dimensione poetica in cui partecipano non solo i poeti, ma anche il pubblico. I temi trattati, assolutamente attuali, producono uno spazio di condivisione nella accettazione dell’altro e allo stesso tempo c’è il tentativo di rompere qualche “schermo”. Poetry Slam, le regole Essendo una gara poetica, ci sono delle regole precise. E’ necessario un Emcee (Master of Ceremony) e cinque giudici presi dal pubblico che cambiano di volta in volta. Inoltre non sono ammessi vestiti particolari, né la musica o qualsiasi altro elemento scenico. Fondamentale è la libertà espressiva attraverso una lettura lenta o veloce, con sferzate violente o con pause. Importante però è non andare oltre i tre minuti, quale tempo a disposizione per la performance. L’1 giugno 2018 hanno gareggiato sette poeti provenienti da tutta la regione (Francesca Mazzoni, Davide Palmieri, Dop Amina, Antonio Di Lorenzo, Nello Luciano, Stella Iasiello e Vittorio Zollo), che, attraverso tre sessioni alternate e tre minuti a disposizione, hanno condiviso la loro “verità” in stili e forme differenti. Quindi un Emcee della serata (Andrea Maio),  cinque giudici, sette partecipanti, sette stili e sette punti di vista per due soli posti per accedere alla finale nazionale che si terrà a Genova il 16 e il 17 giugno 2018. Per il quarto […]

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Libri

Maria Franzè e fili sottili del vissuto in “Le donne, i bambini e la guerra”

“Le donne, i bambini e la guerra”, edito da GM Press, è il  nuovo libro di Maria Franzè, classe ’69. Il testo sarà, inoltre presentato il 26 maggio presso Ex Circuì di Roma (Via della Vetrina, 15). Leggendo il libro di Maria Franzè ci si rende subito conto di come i destini così variegati dei personaggi che abitano il romanzo siano legati dalle esperienze sottili che “accadono” inevitabilmente. Sembra esserci un filo piccolissimo che tiene insieme tutte le storie inserite nel solco del cambiamento. “Le donne, i bambini e la guerra”, è diviso infatti in diverse sezioni nelle quali ci sono punti di vista e situazioni differenti, e anche la scrittura cambia. Ad una prima impressione, risalta subito la caratteristica del testo in forma epistolare, quale strumento fondamentale di spontaneità e privo di artifici retorici (inutili) che altrimenti andrebbero a scalfire quel bisogno di autenticità che si ha quando si vuole raccontare qualcosa senza veli. L’importanza della scrittura nel romanzo di Maria Franzè è centrale, perché è ciò che unisce la distanza fisica, ad esempio tra due sorelle, come Clelia e Vittoria, ed è ciò che dovrebbe chiarificare una scelta, come nel caso dei genitori di Marta. Inoltre la scrittura, anche quando non è in forma epistolare, è capace di portare il peso delle immagini di un’infanzia negata a causa della guerra come nel caso di Sven, o del piccolo Mile. La forza del libro inoltre risiede nelle figure femminili che mostrano una forza disarmante, specialmente in situazioni particolarmente dure da affrontare da sole. Ad esempio le due sorelle Clelia e Vittoria, echi di una generazione precedente, mostrano di saper vivere nella delicatezza dei campi a San Nicola, trovando vigore nella forza materna. Inoltre accettano il cambiamento con grande maturità e consapevolezza, affidando alle lettere un sentimento fortissimo che le legherà per tutta la vita nel ricordo e nell’innocenza. L’amore per la famiglia, e l’attaccamento al destino “capitato” è così forte per la trasmissione del “codice morale” di mamma Angela, che insegna alle figlie soprattutto di essere autosufficienti: “L’omini nun sannu e nun ponnu stari suli, ‘na fimmina sì: sapi lavari, cucinari e cusiri e puru lavurari inta i campi, si voli” [1]. Al contrario, la situazione raccolta nella parte centrale del libro, propone le immagini di un’altra guerra. Prima i conflitti mondiali, la povertà, l’emigrazione forzata, le famiglie distanti, e la pazienza, come nel caso di Clelia e Vittoria. In seguito sono mostrate immagini di famiglie che vivono una guerra intestina nella stessa casa, in cui una moglie deve trovare il coraggio di giustificare il marito violento e amarlo per ogni calcio nello stomaco. Solo dopo, una volta raccolto tutto il coraggio e la consapevolezza, Sara decide di scrivere una lettera al marito Giovanni in cui decide di lasciarlo. Ecco un’altra figura dalla femminilità intensa, con lo stesso spirito di Vittoria, Clelia, e di Jovanka. Un altro conflitto: la famiglia “Non è il legame di sangue che definisce una famiglia, ma l’amore”, scrive in una lettera al padre la […]

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Culturalmente

Il ribelle e la società: “colui che passa al bosco” secondo Ernst Jünger

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”[1] La citazione è tratta dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998), filosofo e scrittore tedesco legato al clima delle due guerre mondiali, alle quali partecipò. Secondo la definizione data dallo scrittore, il Ribelle è colui che vive isolato, opponendosi alla società lobotomizzata e all’ “automatismo” che ne deriva. La figura del “ribelle” sembra “un modo di essere”, un apolide in costante ricerca della libertà che si oppone alla dittatura. Ne consegue, dunque, la ricerca di un cambiamento radicale, che, però, è visto da molti più come un nemico ostile e scomodo, tale da provocare il timore della massa. La dittatura, infatti, si mostra intenzionata, affinché giunga ai suoi scopi lesivi per lo Stato, a servirsi di mezzi quali le schede elettorali al fine di promuovere campagne che non garantiscono i bisogni della società. Il ribelle e la società: liberarsi dagli schemi È il singolo che agisce nel caso concreto, cui occorre ”passare al bosco”, per ritrovare il proprio Io e non essere abbagliato da illusioni  che lo distolgano dalla realtà. Difatti, il corrispettivo titolo tedesco del trattato è “Der Waldgang”, ossia “Colui che passa al bosco”. Infatti, “passare al bosco” significa sostanzialmente liberarsi da tutti “gli schermi” che la società impone. Significa, anche, abbandonare tutti quei bisogni metallici che illudono in vista di un benessere apparente. Inoltre significa conoscere profondamente il proprio Io, scegliendo in questo modo, il proscritto, un ritiro privato, che lo allontani dalle esigenze e dalle illusioni della massa, per avere piena coscienza di sé e della vera libertas. Anche sul piano morale l’individuo presta attenzione alla libertà, unico mezzo per sottomettere la paura.  Egli si sacrifica per la massa per contrastare e attingere  soltanto, individualmente, alle proprie idee di libertà.  Infatti Jünger propone come modello un uomo che guarda al collettivismo, un essere  anarca  che,  tra i singoli individui, obietti a quella dittatura forte dell’ingenuità comune. Il ribelle come resistenza all’automatismo Il “Trattato del Ribelle” è una sorta di anticipazione dei problemi che agiscono nell’ambito sociale odierno, manifestandosi in costumi volgari e opinabili, ben accetti solo a chi si lascia corrompere da affascinanti, ma ambigue, parole. Proprio per questo, lo scenario politico jüngeriano non si differenzia da quello moderno. Vi è un individualismo arrogante e prepotente nello Stato,  legato all’egocentrismo di politici datati e pronti a costruire infondate aspettative in un cambiamento che, nei fatti, non arriva. Secondo Jünger, un cambiamento radicale può coesistere col mutamento della forma della libertà. Questa, infatti, non è nulla di […]

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Culturalmente

Sant’Agostino e la memoria dell’errore: l’io e la vergogna

“Noli foras ire. Intus redi: in interiore homine habitat veritas”, ossia: “non uscire da te stesso, rientra in te: nell’interiorità/nell’intimo dell’uomo risiede la verità”. L’espressione, tratta dalle Confessiones di Sant’Agostino, opera in tredici libri e composta tra il 397-400 d.C., è significativa per comprendere un aspetto molto importante dell’insegnamento di uno dei Padri della Chiesa. L’opera è certamente da inserire nel genere dell’autobiografia, un procedimento assai raro per l’epoca. Eppure Sant’Agostino, partendo dalla consapevolezza del suo peccato, scioglie i nodi delle sue “catene” per arrivare alla piena vicinanza di Dio attraverso una profonda analisi introspettiva: “Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all’anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell’amarezza di questa rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all’uno – a te – sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l’adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini ”. (Conf. 2,1-2) Dalla lettura di Sant’Agostino si rintracciano non solo i segni della sua conversione. L’opera è un exemplum dell’itinerario dell’uomo alla ricerca di Dio e della verità. È uno studio dell’Io, dell’uomo, della persona. Per cui l’uomo, scavando a fondo,  impara a conoscersi e a riconoscere i segni del bene, sicchè il male non è il contrario del bene, ma una sorta di grado zero del bene, il luogo in cui lo stesso non si completa. In questo modo l’individuo giunge alla pace, alla verità, a Dio. Inoltre la vicinanza con la filosofia platonica è evidente. Difatti Dio sembra essere il sole che illumina la vista per dare la conoscenza e raccoglie in sé la molteplicità, essendo l’Uno. Sicuramente nella letteratura pagana non mancano letture introspettive, come il “conosci te stesso” oraziano, le Metamorfosi di Apuleio, che pure rappresentano la conversione del Madaurense ai misteri della dea Iside. Inoltre lo stesso Anneo Seneca è da contrapporsi alla figura del santo (άγιος , hagios). Difatti il saggio stoico completamente immerso nella vita contemplativa, nell’otium, lascia che la sua vita percorra le vie spinose per giungere alla virtus. Tuttavia bisogna domandarsi che tipo di insegnamento possono dare oggi le Confessiones. Sant’Agostino e la “legge del peccato” L’opera è un percorso che nasce dalla consapevolezza del peccato. Sant’Agostino, dialogando con se stesso e con Dio, si muove quasi verticalmente per espiare il male e purificarsi. La via intrapresa tende tutta alla redenzione, ma per fare questo è necessario prima riconoscersi nella “legge del peccato”. Ad esempio San Paolo nella lettera ai Romani scriveva: “Io so […]

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Cinema & Serie tv

Polytechnique di Denis Villeneuve e il senso nascosto delle cose

Polytechnique (2009) è un film di Denis Villeneuve tratto da un fatto accaduto realmente il 6 dicembre 1989 a Montréal: uno studente, Marc Lépine, uccise quattordici studentesse con un’arma da fuoco all’École polytechnique, per poi suicidarsi.  Chiunque, di fronte ad eventi non consoni all’etica comune (non solo ciò che la legge stabilisce), che si tratti di un prete predatore, di un padre violento, di un pluriomicida, di un razzista, di un coyote, anche di una prostituta, sicuramente, si chiederà «perché l’ha fatto?». In alcuni casi ci sono delle pulsioni così violente tali da eliminare ogni freno inibitore. In altri è questione di soldi, di lavoro. Ancora in altri si parla di motivi politici, o ideologici, che danno luogo a crimini d’odio, probabilmente. Ma in ogni caso la domanda resta accesa come una spia rossa: «allora, perché l’ha fatto?». La risposta sembra apparire sin dall’inizio del film, trascinata da un primo piano di un’opera ben nota di Pablo Picasso: la Guernica. L’artista spagnolo realizzò l’opera per denunciare le insensatezze della guerra. Guernica fu una cittadina spagnola usata come esperimento bellico dai tedeschi in un lontano aprile del 1937, in cui vi morirono specialmente donne e bambini. Il quadro è un chiaro esempio di come tutta quella strage, la guerra che si trascina in una sola voce senza riverberi, sia sostanzialmente priva di senso. Il senso se lo porta via col sangue scrostato e con il quale la guerra copre il suo volto. In primo piano c’è un cavallo che sembra avere in bocca la sagoma di una bomba: è la furia omicida. Il contrasto è dato da una semplice lampada posta sulla testa del cavallo che significa la distruzione dello scorrere della vita quotidiana. Di contro c’è un toro che indica l’offesa dello spirito spagnolo, sicché i militari tedeschi col bombardamento non combatterono ad armi pari. Da sinistra a destra ci sono altre figure: un donna che ricorda la Pietà di Michelangelo; una testa mozzata in basso, una spada spezzata, persone stravolte, altre che fuggono da case incendiate. Ogni cosa è a scatti, spezzata, velata dall’assenza di colori per enfatizzare la drammaticità del mutismo richiesto allo spettatore, che dovrebbe comprendere quanto rumore c’è nel silenzio. Di conseguenza, il quadro di Picasso così mescolato ad immagini mute in bianco e nero all’inizio del film, sembra quasi un presagio. Polytechnique: La Guernica e quel maledetto presagio C’è il silenzio accompagnato da una sorta di crepitio della neve. C’è l’ansia dell’attesa nelle immagini lente, nello sguardo dell’assassino che non cerca il momento giusto. In Polytechnique è tracciato tutto il percorso psicologico di Marc. Per cui non si giunge direttamente alla strage avvenuta, ma si riavvolge e si srotola la vicenda, si parte dal “come”. Ad esempio Immanuel Kant, nella sua etica, affermava qualcosa di molto simile. Un uomo non deve essere valutato a partire dall’azione commessa, ma dal movente. Cosa ha spinto chi? Le cause che inducono qualcuno ad agire sono molteplici e talvolta appaiono prive di senso, ma da come si evince dal film, un senso nascosto […]

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Cinema & Serie tv

Tu nel rovescio delle cose: le consuetudini di Un homme qui dort

“Esiste un inevitabile rovescio delle cose”, scriveva Jean-Paul Sartre in Le mots. Effettivamente, quando c’è un cambiamento improvviso, inevitabilmente ne consegue una frattura. Qualcosa si rompe in un giorno qualsiasi, in un momento qualsiasi. Proprio come accade a “tu”, uno studente di Sociologia, senza nome, senza voce, protagonista del film Un homme qui dort di Bernard Queysanne e di Georges Perec, tratto dall’opera letteraria di quest’ultimo. Un homme qui dort è una “lettura cinematografica” del testo, in cui convergono due linguaggi paralleli che formano una “perfetta” dialettica: da una parte la voce di una donna (Ludmila Mikael) dall’altra “tu” e le consuetudini. La voce fuoricampo e le immagini, però, non si incontrano mai, pur annegando nella stessa storia. “Tu”: un io che diventa un tu. Un homme qui dort, Tu il suo inevitabile rovescio Il protagonista è uno studente qualsiasi che una mattina, dopo aver spento la sveglia, dopo aver svolto le sue “mansioni” mattutine e quotidiane, decide di essere il suo “inevitabile rovescio”. Ecco che l’io pieno, geloso e unico diventa un “tu”. Un grande occhio nero che si dilata. Il filo che tiene insieme questo “tu” e il mondo circostante è lo stato di veglia perenne dello studente. In questo modo il sonnambulismo costante lo getta in un abisso nero dal quale si sente la eco di una voce femminile pronta ad elencare quei gesti che cotidie si svolgono “involontariamente”. Tu, allora, vaga, vede le crepe sul soffitto, sente l’acqua nel secchio. C’è la bacinella rosa con i calzini neri, le crepe nello specchio, le auto fuori, i passi, il rumore nei bar, la città. Il cinema notturno, il ticchettio sibilino, la sveglia, di nuovo le crepe, il buio, la veglia, l’abisso, il gioco a carte, l’ansia, le dita consumate, le pellicine da tirare ancora, la panca bianca, il libro da poggiare a lato, la sigaretta nel portacenere e il fumo verticale. La voce fuoricampo pulsa e dilata lo sguardo di un uomo che sceglie di non muoversi, di non attendere più nulla: “La sveglia suona. Non ti muovi assolutamente. Resti a letto. Richiudi gli occhi. Non è un gesto premeditato, non è nemmeno un gesto, d’altronde. Ma un’assenza di gesto. Un gesto che non fai, dei gesti che eviti di fare. […] Non ti muovi; non ti muoverai. Un altro, un sosia, un doppio fantomatico e meticoloso, forse fa al posto tuo, uno ad uno, i gesti che non fai più: si alza, si lava, si rade, si veste, esce.” Il filo annodato non si sbroglia tanto facilmente. Il nodo da sciogliere non dipende dalla necessità di scoprirsi e trovarsi. Qui accade il contrario. Tu non vuole scoprire la sua identità, né conoscere l’alterità del mondo, di sé attraverso altri occhi. Tu si allontana da ciò di cui non ha bisogno. Un homme qui dort, “Le regard d’un je devenant tu?” C’è lo scorrere della vita sotto lo sguardo di Tu mentre è immerso nel grande mare dell’indifferenza. Ne consegue che lo scopo del protagonista è una vita nella neutralità […]

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Culturalmente

Sbarchi immigrati e il bel paese dell’indifferenza: la strada dell’ostilità 

Un articolo del 26 gennaio 2017 de Il Fatto Quotidiano -in riferimento alla condizione dei migranti- riporta la notizia di un uomo morto suicida nelle acque veneziane sotto gli occhi di tutti: «La scena, ripresa da un cellulare, […] si vede il ragazzo annegare mentre il vaporetto gli passa a pochi metri. Si sentono voci agitate, ma non disperate. Gente che grida, gente che ride, una voce dice: “Questo è scemo!”. Un’altra: “Africa!”. Nessuno si lancia a salvarlo. I soccorsi arrivano quando ormai la corrente ha trascinato il corpo dall’altra parte del canale». Si trattava di Pateh Sabally, proveniente dal Gambia, classe ’95, giunto attraverso il Canale di Sicilia, potrebbe essere l’immagine dell’indifferenza di molti e l’allarmismo di pochi. L’articolo, poi, si conclude con una domanda: «L’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Noi guardiamo dicendo “Africa!”. La Procura di Venezia ha aperto un’inchiesta. Ma contro chi, davvero, dovrebbe essere aperta?» Lo scorso 5 marzo 2018, invece, è stato ucciso Idy Diane, 54 anni, da Roberto Pirrone, un pensionato fiorentino di 65 anni, sul ponte Vespucci a Firenze. Diane era originario di Morola, Senegal, giunto in Italia nel 2001 con un visto turistico. Il pensionato, dopo l’arresto, ha rivelato alla procura che il suo intento era quello di suicidarsi, ma venuto meno il coraggio, “ha sparato a caso” sulla folla per farsi arrestare. Escludendo, quindi, il movente razziale. Tuttavia dalle telecamere circostanti si vede Pirrone che non spara a caso, ma è deciso su Diane sparandogli sei colpi: tre finiti nell’Arno e tre hanno causato la morte dell’uomo. Idy era un venditore ambulante, cugino di Modou Samb, ambulante senegalese ucciso nel dicembre 2011 da Gianluca Casseri, militante neofascista di CasaPound. Dopo atti di violenza di questo tipo e la strage di Macerata, le comunità dei migranti hanno iniziato ad avere paura, incolpando anche Matteo Salvini. Migranti tra invaso e invasore: una lotto contro l’indifferenza  I migranti sembrano essere -o sono- l’altra faccia dell’Italia, quella dimenticata, da guardare con indifferenza perché i loro drammi non ci riguardano. Non c’è da stupirsi affatto dell’alta percentuale dei voti della Lega dopo le elezioni del 4 marzo. Durante il clima delle elezioni il discorso sui migranti è stato affrontato macchinosamente e l’attenzione è stata spostata sempre sulla differenza etimologica tra “fascismo” e “antifascismo”, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Il concetto di diversità, che ne consegue, si trascina dietro quella stessa ignoranza che si ha quando una semplice opinione diventa una sentenza basata solo su una foto, su una notizia, dando per scontati i retroscena. Per cui lo scorso 4 marzo non ha vinto solo l’ignoranza, ma la paura nata dall’ignoranza e la pericolosità della grande “ruspa”, per intenderci. La scelta è negli italiani, in quelli che hanno preferito intraprendere la strada dell’ostilità, senza lasciare aperto un margine di comprensione. Un pericolo simile era già avvertito da Felix Nadar alla fine dell’ ‘800, quando in Fotografia omicida scriveva: «La coscienza umana dovrà attendere ancora a lungo che l’antica formula: “L’imputato è colpevole?” sia sostituita da: […]

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