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Eroica Fenice

Food

Pizzeria Porzio, la pizza verace da Soccavo a New York

“Pizza per passione, qualità per dedizione” è lo slogan della pizzeria Porzio, nata nel 1999 come pizzeria d’asporto e diventata poi uno dei punti di riferimento per tutti i cultori e gli amanti della pizza. Ingredienti di stagione, impasto a lunga lievitazione e farine selezionate sono solo alcuni dei punti forte che hanno resto il maestro pizzaiolo Errico Porzio famoso in Italia e all’estero. Pizzeria Porzio, da Soccavo a New York Partendo da un prodotto popolare in un quartiere popolare, Errico Porzio è diventato un vero e proprio imprenditore, inaugurando più di una sede a Napoli, tra Soccavo e Vomero. La ciliegina sulla torta è stata la “convocazione in Nazionale”, ovvero l’invito a rappresentare insieme a Gino Sorbillo, Ciro Oliva, i fratelli Salvo e Vesi la pizza napoletana a New York in occasione del Pizza Village. Ma quello di portavoce delle eccellenze campane in ambito food è solo una delle tante attività svolte da Porzio, che oltre ad essere docente presso la Multicenter School è anche impegnato in attività di volontariato e beneficenza per il soccorso dei senzatetto. Pizzeria Porzio, protagonista della sesta tappa Degustì Nell’ambito degli eventi targati Degustì, dedicato ai professionisti e agli appassionati del settore, è stato presentato alla stampa il menu di degustazione, i cui protagonisti sono stati il pomodoro dell’azienda Di Mè nelle varianti Corbarino e pomodorino giallo, ricco di antiossidanti e privo di acido citrico, e la birra Antoniana nelle sue declinazioni Keller, Double ed IPA. All’antipasto a base di frittura mista ha fatto seguito un tris di pizze dall’impasto soffice, in cui il genuino “pomodoro della nonna” si coniugava perfettamente con ingredienti di prima qualità come il cacioricotta, la nduja e la pancetta di maialino casertano,  in un connubio di sapori delicato e gustoso al tempo stesso. Per concludere in bellezza è stato servito il babà alla cassata con una bagna di rum, un must della pasticceria napoletana esaltato dall’intramontabile crema con ricotta e cioccolato. Antipasto Frittatina, Crocchè, Arancina, Zeppoline e patate In abbinamento: Birra Theresianer Lager Pizza Corbarì Pomodoro Corbarino Di Mè schiacciato a mano, grattugiato di cacioricotta Presidio SlowFood, mozzarella di bufala In abbinamento: Birra Antoniana Craft Keller Pizza Scarpariello Pomodoro giallo con il pizzo Di Mè, fior di latte di Agerola, Nduja di Spilinga, grattugiata di pecorino di Laticauda In abbinamento: Birra Antoniana Craft Double Pizza Sciantosa (fritta e ripassata al forno) Pomodoro giallo Di Mè, provola di Agerola, pancetta di maialino nero casertano In abbinamento: Birra Antoniana Craft IPA Dolce Babà alla cassata, con assaggio di spumante dolce Asti Fontanafredda

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Food

Mangiafoglia, verdure e pesce azzurro in versione gourmet

Mangiafoglia inaugura il nuovo menu della chef sarda Costanza Fara, che rivisita la cucina tradizionale napoletana grazie ad influenze extraregionali, provenienti in particolar modo dalla sua isola d’origine. Il ristorante, sito in via Giosuè Carducci 32, nell’elegante quartiere Chiaia, accoglie il cliente all’interno di un ambiente raffinato e moderno, con la possibilità di intravedere la chef intenta a preparare le sue “gustose delicatezze”. Mangiafoglia,  quando la cucina napoletana incontra quella sarda Il concept di Mangiafoglia nasce dalla volontà del patron Stefano Civita e del figlio Federico di rivisitare la cucina povera napoletana, esaltandone il gusto e le proprietà nutrizionali che rendono la dieta mediterranea sana e saporita. Non a caso il termine Mangiafoglia richiama un periodo storico ben preciso e identifica una vera e propria filosofia di vita più che lo stile alimentare adottato dal popolo napoletano fino al XVI sec. I napoletani erano grandi consumatori di ‘foglie’, dove per foglia s’intendeva quel complesso di alimenti afferenti alla famiglia del cavolfiore e delle sue sottospecie: cavolo cappuccio, cavoletti, cicoria, scarole, broccoli.   Tutti i piatti partono dalle verdure di stagione, vere e proprie protagoniste del menu, per poi essere completati ed esaltati grazie ad una commistione di sapori armonica e delicata: si avranno così involtini di verza con ripieno di crema di baccalà, mezze maniche con tonno accompagnato da una julienne di finocchi, olive di Gaeta e zeste di limone, tortino di baccalà mantecato con cipolla, parmigiano e spinaci saltati, polpo brasato al Nero D’Avola su crema di patate aromatizzate al timo, spaghetti al nero di seppia con carciofi, bottarga e muggine di Cabras, mille foglie di guttiau con carpaccio di tonno affumicato, ricotta e misticanza di verdure. Infine, per gli amanti della carne, la chef propone bocconcini di agnello in umido su cremina di ceci di Cicerale. Mangiafoglia, nuovo menu a cura di Costanza Fara Antipasto Alici del Cantabrico e burro dei Monti Lattari su crostino Coste di sedano con polpa di ricci Millefoglie di pane guttiau con tonno affumicato, stracciatella di bufala, bottarga e misticanza di verdure Insalatina di arancia, finocchio, filetto di tonno sott’olio e cipolla di Tropea In abbinamento Lila Irpinia Falanghina Doc 2017 Primi Spaghetti al nero di seppia con carciofi, bottarga e muggine affumicato di Cabras Ravioli con torzelle, pinoli, uvetta e caciocavallo In abbinamento Bianco di Bellona Irpinia Coda di Volpe Docg 2017 Secondo Involtini di verza con crema di baccalà ai profumi mediterranei In abbinamento Refiano Fiano di Avellino Docg 2017 Dessert Bonnet al cioccolato fondente In abbinamento Cerri Merry

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Recensioni

Gianni De Feo in Chapeau alla Sala Assoli

L’interprete e regista romano Gianni De Feo mette in scena Chapeau, ovvero i misfatti dell’istinto, uno spettacolo musicale che si ispira al kabarett berlinese, con riferimenti al mito di Orfeo ed Euridice, a Fabrizio De André e al gesto inconsulto di Zinédine Zidane durante la finale dei mondiali di calcio del 2006. La pièce scritta da Roberto Russo sarà in scena presso la Sala Assoli sita in Vico Lungo Teatro Nuovo 110, dal 15 al 17 gennaio. Gianni De Feo interpreta 2BARRA4, unico sognatore in uno scenario distopico Grande prova d’attore per Gianni De Feo nei panni del civis 2BARRA4, cittadino di una società/alveare collocata in un futuro distopico, in cui ogni azione e ogni forma di pensiero è controllata e repressa da un potere dittatoriale e castrante. La mise en scène è impregnata di riferimenti kafkiani e orwelliani, due mostri sacri della letteratura che continuano a fungere da modello per il teatro contemporaneo: le forme di istinto e i comportamenti sovversivi vengono giudicati in tribunale durante un processo, mentre le devianze mentali sono considerate pericolose dalle autorità e vengono corrette attraverso torture psico-fisiche (proprio come in 1984). Le musiche da cabaret accompagnano il fitto monologo, fatto di pensieri che scorrono come un flusso inarrestabile e di numeri e formule matematiche ripetute in modo ossessivo, dalle più semplici alle più complesse. 2BARRA4 soffre però di una forma di dislessia aritmetica causata dalla sindrome di Tourette, che lo porta a collegare la realtà al sogno, arrivando a rivendicare come atto liberatorio la sua “normalità”. Gli occhi del mondo si schiudono e invece io sogno ancora. Tourette continuava a sputarmi in faccia poesie e sogni. La narrazione frenetica e grottesca approda infine al mito di Orfeo che compie il gesto inconsulto di voltarsi verso Euridice, perdendola per sempre, proprio come la testata di Zidane, gesto privo di qualsiasi forma di razionalità e cautela, un vero e proprio “misfatto dell’istinto”. Le immagini proiettate di entrambi gli episodi possono essere quasi sovrapposte nella loro plasticità, dando origine ad una forma artistica che sublima gli impulsi mortali. Le atmosfere retro e decadenti tipiche di un ambiente mitteleuropeo che rimanda alla Repubblica di Weimar si accostano in modo stridente e quasi ossimorico al kabarett berlinese, sfociando in un poetico Fabrizio De André: Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte.  Foto di: Manuela Giusto

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Recensioni

Robert Wilson e il suo Oedipus visionario e d’avant-garde

Il regista statunitense Robert Wilson porta in scena Oedipus, rivisitazione in chiave contemporanea della tragedia greca di Sofocle, basata sull’atavico conflitto padre/figlio e sull’amore incestuoso del figlio nei confronti della madre. Dopo il debutto in prima assoluta al Pompeii Theatrum Mundi è il turno del Teatro Mercadante in cui, dal 9 al 20 gennaio, Edipo, Laio e Giocasta rivivono il loro dramma predetto da Tiresia, l’indovino cieco che vede più degli altri, accecati dalla brama di potere e dalla passione. Robert Wilson rivisita l’Oedipus in chiave sperimentale Edipo viene abbandonato dal padre Laio, re di Tebe, in seguito alla predizione dell’oracolo di Delfi, il quale gli aveva preannunciato la nascita di un erede che ne avrebbe causato la morte, sposando la madre Giocasta e provocando la rovina della sua stirpe. Tuttavia niente sembra arrestare il corso del destino che, ineluttabile, piomberà come una maledizione su Edipo, che resosi conto di aver compiuto un parricidio e un matrimonio incestuoso, si accecherà per il dolore e per la vergogna. Il regista cattura in modo ipnotico l’attenzione dello spettatore, con effetti scenici e sonori magnetici, inconsueti e talvolta disturbanti, il cui scopo è quello di trasmettere una sensazione di straniamento e spaesamento, data l’assenza di una trama che segue una linea cronologica. Le cinque parti di cui si compone la tragedia sono infatti “a specchio”, per cui la prima riflette la quinta e la seconda la quarta, con al centro la terza parte in cui avviene il matrimonio, punto cruciale per la successiva escalation di drammaticità. Il ritmo incalzante della pièce è accentuato dalle voci in diverse lingue che accompagnano l’azione e che rendono universale il tema del complesso di Edipo. Di impatto le coreografie, realizzate utilizzando specifici materiali come rami secchi e rami verdi, lastre di metallo, sedie pieghevoli e assi di legno. Robert Wilson e la sua lettura allegorica della contrapposizione luce/ombra Oedipus inizia a sipario aperto, con al centro della scena una luce abbagliante, davanti alla quale si staglia la sagoma scura di Edipo che, sempre più vicino al disco solare, si acceca, poiché la vista dello scempio compiuto è diventata insopportabile. Robert Wilson gioca molto sul contrasto luce/ombra, vista/cecità, evidenziandone il senso allegorico: Edipo si propone di far luce sull’assassinio di Laio per liberare Tebe dalla pestilenza. Ma sarà capace di sopportare la luce quando questa infine farà luce su di lui? Sarà capace di confrontarsi con il suo passato, con le sue origini? Come il veggente cieco Tiresia sentenzia: fino a che Edipo avrà la vista, lui sarà cieco. Quando inizierà a vedere la verità, egli si accecherà. Siamo noi in grado oggi di guardare la verità?

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Culturalmente

Divinità egizie, tra fascino e mistero

Da sempre avvolta nel mistero, la storia delle divinità egizie ci riporta in un passato lontano, che risale a millenni prima di Cristo e che ancora oggi è oggetto di studio e di ricerche da parte di storici e archeologi di tutto il mondo. Ma cosa sappiamo sugli dei venerati da questo popolo? Divinità egizie, dallo zoomorfismo all’antropomorfismo Impossibile non lasciarsi catturare dal fascino dell’antico Egitto, tra geroglifici, piramidi e faraoni ricordati tutt’ora come esempio di una grande civiltà che ha raggiunto il suo apogeo sotto la XVIII e la XIX dinastia, con Tutankhamon e Ramses II. La cultura egizia era fortemente influenzata dalla religione politeista, che si fondava su di un ampio numero di divinità preposte a vegliare sul mondo dei vivi e su quello dei morti. In origine le divinità egizie erano zoomorfe, ovvero rappresentate con sembianze animali, come lo sciacallo (Anubi), il gatto (Bastet) e il falco  (Horus). In seguito, esse assunsero parzialmente tratti umani, con teste di animale su un corpo umano. Le nuove forme di culto, che si andarono sviluppando nel corso dei secoli, non eliminavano le precedenti, ma vi si sovrapponevano, generando rituali sempre più ricchi e complessi. Gli Egizi, inoltre, credevano nella vita oltre la morte e per meglio conservare il corpo del defunto, ricorrevano alla mummificazione (dall’arabo mumia, che significa “bitume”), praticata inizialmente solo sui faraoni e poi anche sugli esponenti del ceto medio che volevano partecipare al destino ultraterreno. Anubi, dio dell’imbalsamazione Anubi, uomo dalla testa di sciacallo, era il protettore dei morti e dio della mummificazione. Il suo compito era quello di accompagnare le anime dei defunti al cospetto di Osiride, che doveva giudicarne i peccati dalla purezza del cuore. Questo era, infatti, l’unico organo ad essere lasciato all’interno del corpo, mentre gli altri venivano riposti all’interno dei vasi canopi, raffiguranti la testa di un rapace (intestino), di una scimmia (polmoni), di uno sciacallo (stomaco) e di un uomo (fegato). L’organo veniva posto su una bilancia durante la cerimonia della pesatura, usando per controbilanciarne il peso una piuma, simbolo di Maat, dea della giustizia. Se il cuore risultava più pesante della piuma, allora il defunto veniva dato in pasto ad Ammit, il mostro ai piedi della bilancia, che rappresenta gli animali più pericolosi d’Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo. Se il suo peso era pari o inferiore a quello della piuma, allora il defunto poteva avere accesso all’oltretomba. Osiride, dio degli Inferi Secondo il mito, il giovane di Osiride era stato ucciso da Seth, divinità malvagia dio del caos, del deserto, delle tempeste, della violenza e degli stranieri. Iside, sua moglie e sorella, trasformatasi in un falco, ne aveva imbalsamato e seppellito il corpo, infondendogli nuova vita con il battito delle sue ali. Osiride, risorto, aveva generato con Iside un figlio, Horus, che avrebbe vendicato la morte del padre uccidendo Seth. Iside, dea della fertilità Sposa di Osiride, madre di Horus, figlia di Geb e Nut, era la divinità femminile più importante del pantheon egizio, dea della maternità e […]

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Food

Sartù al Vomero, il gourmet alla riscoperta della tradizione

Sartù al Vomero, raffinato ristorante, offre ai suoi clienti piatti fortemente legati alla tradizione napoletana e alla stagionalità degli ingredienti, accompagnandoli attraverso un percorso di degustazione che coinvolge tutti i sensi, dal gusto alla vista. Sartù al Vomero, quando la tradizione diventa gourmet Location elegante, accurata selezione di vini e musica jazz, stampe con Billie Holiday e John Coltrane. Benvenuti da Sartù al Vomero, ristorante che coniuga la bontà della tradizione locale con l’estro e la creatività del gourmet, grazie alla maestria dello chef Mauro Buonanno che ha illustrato il menu insieme al patron Carlo Capuano, architetto amante della cucina e dell’arte. La scelta del nome affonda le radici in epoca borbonica, quando i monsù, i cuochi francesi di corte, crearono questo piatto arricchendo il riso con numerosi ingredienti e trasformando lo “sciacquapanza” (così veniva etichettato il riso al Meridione) in una portata che veniva posta a centro tavola su di un piedistallo, da cui deriva il termine surtout, sartù. Scelta non casuale se si dà un’occhiata al menu, che propone in cima alla lista dei primi il sartù di riso in bianco che, come vuole la tradizione, viene preparato senza salsa di pomodoro. Fonti di ispirazione per la scelta delle portate sono i ricettari di Vincenzo Corrado, Ippolito Cavalcanti e Jeanne Caròla Francesconi, vere e proprie bibbie della cucina campana. Sartù, un percorso sensoriale anche in versione vegetariana   Lo spumante Trentapioli Asprinio d’Aversa doc inaugura la cena, che si apre con un omaggio dello chef a base di alice alla puttanesca seguito dal Timpano di scamorza, uno scrigno di pane con pomodoro San Marzano, scamorza e salame. Un ottimo greco di tufo Vigna Cicogna di Benito Ferrara accompagna il pezzo forte: il Sartù di riso in bianco, a base di riso Arborio, piselli, carne di vitello e fegatini. Segue un piatto che, a detta dello chef, o si ama o si odia: le Linguine con fegato di polpo e caffè dell’Honduras, perfetto connubio tra sapore di mare e retrogusto amaro. Da provare. Il secondo atto prevede un saporitissimo Baccalà dalla Serenissima al Regno delle due Sicilie, mantecato veneziano, guazzetto napoletano e fritto siciliano. Non mancano le opzioni vegetariane: Risotto al Piennolo giallo e rosso, Vellutata di cavolo alla vaniglia con uova, Insalata composta su base di sedano e salsa alla scapece. Per concludere la cena è stato servito un Berolà distillato all’albicocca pellecchiella insieme a una rivisitazione della Zuppa inglese alla napoletana, con bagna al Maraschino e crema pasticcera classica e al cioccolato e a una Tarte Tatin alla mela annurca. Cura del dettaglio, prodotti di stagione provenienti dal proprio orto, recupero della tradizione, piatti gourmet, tutto questo offre Sartù ai suoi clienti, per un’esperienza che farà felici le papille gustative di ogni palato.

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Recensioni

Matthew Lenton mette in scena 1984 al Bellini

Matthew Lenton mette in scena al Teatro Bellini di Napoli 1984 di George Orwell, le cui tematiche legate ad un futuro distopico risultano più che mai attuali nell’era “social”, che di “sociale” ha solo il nome. Matthew Lenton e il suo 1984: una fedele rivisitazione LA GUERRA È PACE LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ L’IGNORANZA È FORZA Questo è lo slogan del Partito che governa nello stato-continente dell’Oceania per conto del Grande Fratello, il leader che tutto vede e tutto controlla, nascondendo la sua identità dietro ad un occhio che penetra all’interno di ogni casa. Scritto nel 1948, 1984 si presta a forme di rivisitazione in rapporto all’epoca dei social-media e dei social-network, strumenti che hanno contribuito ad appiattire e ad omologare il pensiero delle persone, sottraendo loro la libertà di esprimere un’opinione contraria a quella comune. Lo spettacolo si apre con una conversazione a tavolino sulle tematiche più scottanti dei giorni nostri, da Donald Trump al caso Weinstein, dal falso femminismo alla politica del compromesso, per giungere alla conclusione che oggi si è incapaci di ascoltare punti di vista e motivazioni altrui. Quella che stiamo vivendo è dunque un’età della solitudine, in cui i dialoghi si sono trasformati in monologhi e i rapporti sociali sono riflessi negli schermi di tablet e smartphone. Nell’Oceania di Orwell è il Ministero della Verità a controllare l’informazione, condannando alla damnatio memoriae tutti gli psicocriminali catturati e vaporizzati dalla Psicopolizia. Le non-persone si smaterializzano senza lasciar traccia nella memoria, così come la guerra contro l’Eurasia si trasforma in guerra contro l’Estasia con effetto retroattivo. Per preservare l’integrità mentale in un simile contesto non bisogna né fare domande né lasciare spazio al dubbio, guardando la realtà attraverso gli occhi del Partito. Winston e Julia tentano la disperata impresa di unirsi ai dissidenti di Goldstein, nemico del Partito, per sovvertire l’ordine gerarchico e totalitario messo in atto dal Grande Fratello, credendo in un futuro capace di preservare la memoria passata. Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine…a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto: dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bispensiero… Salve!  Matthew Lenton dirige un cast di attori italiani Il pluripremiato regista scozzese dirige gli attori del CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, mettendo in scena una pièce fedele al testo originale. «Non ho modernizzato niente – ci dice il regista – piuttosto ho enfatizzato alcuni aspetti specifici che nello spettacolo mi sembravano necessari, in modo che il pubblico ci facesse maggiore attenzione. C’era bisogno di mostrare direttamente agli occhi di chi guarda alcuni passaggi. Per il resto non ho intenzione di influenzare gli spettatori, penso piuttosto che sia necessario permettere loro di fare le proprie connessioni di fronte a quello a cui stanno assistendo». Alla buona riuscita dello spettacolo hanno contribuito i talentuosi attori della compagnia e la voce narrante di Nicole […]

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Culturalmente

5 musei di New York da non perdere

Difficile fare una selezione tra i tanti musei che si trovano nella Grande Mela, città nota a tutti per la grande varietà di stimoli artistici e culturali che ogni anno attira frotte di turisti curiosi di scoprire questa affascinante metropoli. Quali sono i 5 musei di New York da non perdere? Ecco qualche consiglio. Musei di New York: Metropolitan Museum of Art (MET) Il MET è uno dei più grandi ed importanti musei di New York. La sede principale si trova sul lato orientale del Central Park, lungo il cosiddetto Museum Mile (“Miglio dei musei”) ed ospita oltre 5000 anni di arte che abbraccia tutte le culture e tutti i periodi  storici. Il maestoso edificio, aperto al pubblico nel 1880, accoglie più di due milioni di opere d’arte in esposizione permanente, suddivise in diciannove sezioni tra cui l’egizia, la greco romana, l’asiatica, la medievale, l’islamica e la moderna. Tra gli artisti maggiori si annoverano Botticelli, Caravaggio, Rembrandt, Degas, Monet e Picasso. 1000 Fifth Avenue Domenica–Giovedì: 10.00–17.30 Venerdì e Sabato: 10.00–21.00 Adulti $25 Studenti $12 Under 12 Gratuito Museum of Modern Art (MoMA) Tra i principali musei di New York si trova il MoMA, che vanta una delle collezioni di arte moderna e contemporanea più ricca del mondo, aperta al pubblico a partire dal 1929. Come si legge nella descrizione «About us, we celebrate creativity, openness, tolerance, and generosity», secondo una filosofia di inclusione e condivisione di idee artistiche, culturali e politiche che stimola il confronto e talvolta anche la risposta a provocazioni mirate a risvegliare lo spirito critico dei visitatori. Tra gli artisti esposti si trovano Cézanne, Chagall, Dali, Pollock e Van Gogh, con la sua celebre Notte stellata. 11 West 53 Street 10:30–17:30 aperto 7 giorni su 7 Venerdì aperto fino alle 20:00 Adulti $25 Studenti $14 Under 16 Gratuito The Guggenheim Il Solomon R. Guggenheim Museum fu fondato nel 1937 ed è una delle icone architettoniche più significative del Ventesimo secolo. La sede attuale è un’opera di Frank Lloyd Wright del 1943, costruita per ospitare the Museum of Non-Objective Painting, ovvero le avanguardie artistiche che si andavano sempre più imponendo, come l’astrattismo i cui artisti principali erano Vasilij Kandinskij e Piet Mondrian. La struttura a spirale capovolta somiglia molto ad uno Ziggurat rovesciato, tant’è che lo stesso Wright la denominò Taruggiz. Tale architettura può essere paragonata ad una Torre di Babele rovesciata (che era appunto uno ziggurat) col valore simbolico di voler riunire i popoli attraverso la cultura. Artisti maggiori: Gauguin, Manet, Miró, Picasso, Renoir, e Toulouse-Lautrec. 1071 5th Avenue Lunedì-domenica 10.00-17.45 Giovedì chiuso Sabato 10.00-19.45 Adulti $25 Studenti $18 Bambini Gratuito American Museum of Natural History Il Museo Americano di Storia Naturale è situato nell’Upper West Side di Manhattan ed è famoso per aver ospitato le riprese del film “Una notte al museo”. Notevoli sono le ricostruzioni di habitat di mammiferi africani, asiatici e nordamericani, per il modello in grandezza naturale di una balenottera azzurra che pende dal soffitto della sala degli oceani, per la canoa da guerra Haida […]

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Food

La Pizzeria Martucci apre nel cuore del Vomero

La Pizzeria Martucci, erede della Pizzeria Michele sita in via Martucci, ha inaugurato mercoledì 31 ottobre un nuovo locale in via Santa Maria della Libera 5, nel cuore del Vomero. A presentare questa nuova avventura imprenditoriale è stato Fabio Macchitelli, figlio di Antonio, esperto del settore grazie ad un’esperienza ventennale alle spalle. L’iniziativa concilia dunque tradizione e innovazione, in modo da accogliere clienti di ogni età, dai fedelissimi della Margherita agli amanti delle pizze più particolari ed inedite. Pizzeria Martucci, quando il vascio incontra l’arte moderna Il locale, intimo ed accogliente, è arredato con un design moderno: sulle pareti sono esposte le foto della zona dei Tribunali scattate da Diego Loffredo e i bassorilievi di Luigi Barricelli che ritraggono la sirena Partenope, la moka e lo sciuscià, simboli tipici della cultura napoletana. All’ingresso è stato ricreato un angolo arredato con tutti gli elementi del vascio, con pentole, maioliche, aglio, cipolla e l’immancabile tombola. Ed è a questo salto indietro nel tempo che si collega l’idea del “tavolo social”, un tavolo quadrato da dodici posti dove possono accomodarsi non solo gruppi di amici ma anche sconosciuti che hanno voglia di staccarsi dallo schermo dei cellulari per conoscere persone nuove e mangiare una pizza in compagnia. Tra le intuizioni del designer Raffaele De Bartolomeo spiccano inoltre binari del tram che portava gli scugnizzi al mare a Mergellina e il forno che riproduce il Castel dell’Ovo. Pizzeria Martucci, ingredienti classici e rivisitazioni gourmet Il menu comprende una trentina di pizze, tra cui le “Cremose” e le “Pizze ART”, i classici fritti, i taglieri di salumi e formaggi e i dolci della pasticceria Marigliano. Al pranzo di inaugurazione sono state proposte la Margherita, la zucca e provola, la salsiccia e friarielli, la zucchine, menta e pane tostato ed infine la Cicolime, con cicoli, lime e provola, dal gusto fresco e nuovo. Per i palati più esigenti, amanti delle pizze più elaborate, si consiglia il Cappello del Prete, un gustoso ripieno di ciccioli e ricotta ricoperto dalla tradizionale margherita, la Montanara Ripiena e la Tartufata, il tutto accompagnato da una buona selezione di birre artigianali. Dalle materie prime al design, nella Pizzeria Martucci tutto è curato nei minimi dettagli per rendere piacevole l’esperienza dei clienti, che assaporeranno la vera pizza napoletana vivendo la tradizione storica e culinaria della città.

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Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Eventi/Mostre/Convegni

Aldo Masullo a Ricomincio dai Libri 2018

Aldo Masullo, tra i più eminenti filosofi del panorama nazionale, ha tenuto al MANN una conferenza sul rapporto tra filosofia ed attualità in occasione della V edizione di Ricomincio dai libri, la fiera editoriale che si è svolta dal 5 al 7 ottobre 2018. Aldo Masullo e i rapporti sociali 95 anni, una carriera alle spalle come docente universitario di filosofia morale presso l’Università di Napoli “Federico II”, Aldo Masullo ha conversato con il pubblico accorso all’evento sui temi sempre attuali che riguardano il rapporto tra individuo e società: la comunità, l’empatia, la solitudine. L’essere umano, secondo il filosofo, nasce dal rapporto madre-figlio, che costituisce l’esempio perfetto di relazione umana. Questo equilibrio si rompe nel momento in cui si affronta il passaggio dalla sfera familiare alla vita sociale, ma tale passaggio avviene in modo drastico e doloroso, facendo sprofondare l’individuo nell’inconveniente della solitudine, uno stato che può essere reso meno insopportabile soltanto attraverso l’empatia, dal greco ἐν «in» e patia, ovvero la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Grazie al rapporto di comprensione reciproca gli individui prendono coscienza della pluralità di solitudini e le mettono insieme, ricorrendo ad una forma di solidarietà che trova la sua esemplificazione ne “La ginestra” di Leopardi: E quell’orror che primo Contra l’empia natura Strinse i mortali in social catena Gli esseri umani conoscono e dichiarano l’infelicità della propria condizione, rappresentata dall’ostilità di una natura “matrigna”, e stabiliscono un’alleanza con gli altri come forma di vicendevole soccorso nei momenti di bisogno. Masullo, come Leopardi, mette a fuoco l’esigenza dell’individuo di abbracciare una dimensione sociale e solidale, con la vana speranza di ricreare la perfezione del legame primigenio con la madre. Aldo Masullo: il vivente e il vissuto La molteplicità di viventi umani non implica tuttavia il dialogo, ma porta ad un’incomunicatività di ciò che sente e che prova ciascuno di essi. Da qui la differenza tra vivente e vissuto, tra l’in fieri e il trascorso, chiarita in un’intervista di Antonio Fraudatario pubblicata su Rivista Comprendere: Nel momento in cui io sto parlando con lei, io sono un vivente, dotato di capacità linguistica, e quindi in grado di comunicare con lei che a sua volta è dotato di capacità linguistica, quindi comunichiamo, diciamo le parole del nostro dizionario comune, ci scambiamo i simboli che ambedue abbiamo imparato, dalla scuola, dalla vita e così di seguito. Ma quello che provo io in questo momento e quello che prova lei in questo momento, questo non ce lo possiamo dire. Quindi noi comunichiamo come viventi ma non comunichiamo come vissuti.  Neanche la poesia, conclude Masullo, può servire a superare la solitudine. La poesia serve a comunicare sensazioni rappresentabili, ma la sensazione in sé è irrappresentabile, in quanto legata alla sfera del vissuto. Filosofia ed attualità rimandano dunque all’incomunicabilità dell’io, alla solitudine e al bisogno di comunicarla a parole, nel recupero di rapporti veri che vadano al di là dei superficiali “contatti” che caratterizzano […]

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Food

Pomodoro Cannellino Flegreo tra gourmet e tradizione

Il 24 settembre, presso l’Acropoli di Cuma, è stata presentata alla stampa l’“Associazione Pomodoro Cannellino Flegreo”, che riunisce i rappresentanti di nove aziende agricole sparse sul territorio flegreo ed ha come obiettivo quello di preservare l’ecotipo locale. Per l’occasione è stato organizzato un press tour con guida attraverso il Parco Archeologico, dove è stato possibile ammirare i resti di Kýmē, la prima colonia greca della terraferma (la prima fu Pithecusae, l’isola di Ischia) fondata nel lontano 730 a.C. dai Greci dell’Eubea, che ne fecero un’ottima base di partenza per le rotte verso l’Occidente e verso il Nord. Successivamente Augusto fece della città una roccaforte della lotta contro i pirati, accrescendone il prestigio insieme ad Agrippa con la creazione di ingenti opere monumentali. A partire dal VI sec. d.C. Cuma divenne un importante centro cristiano e roccaforte bizantina durante le guerre greco-gotiche. Dopo aver subito nel 915 un’incursione saracena, fu distrutta nel 1207 dalle armate di Napoli guidate dal nobile Goffredo di Montefuscolo. La parte che esercita maggior fascino sui visitatori è sicuramente l’Antro della Sibilla, la galleria a scopo militare così chiamata in riferimento al VI libro dell’Eneide, dove Virgilio parla dell’incontro tra Enea e la profetessa di Apollo, consultata per conoscere il destino del suo viaggio. L’iscrizione collocata all’ingresso dell’antro recita così: Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum, quo lati ducunt aditus centum, ostia centum, unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae. (Nel grande fianco della rupe euboica è incavato un antro ai cui lati conducono cento vie, cento porte e da cui escono altrettante voci, i responsi della Sibilla). Pomodoro Cannellino Flegreo: caratteristiche e rivisitazioni gourmet Al termine della visita sono state mostrate le coltivazioni di Pomodoro Cannellino, la cui origine risale a fine ‘800, così chiamato perché la struttura portante delle piantagioni è fatta con canne di bambù a costo zero. Ciò che caratterizza e rende unico tale prodotto è la forma oblunga con una strozzatura nella parte apicale e la presenza di una pellicina ridotta ai minimi termini e, all’interno, di una polpa spessa e soda. La semina inizia a fine febbraio e il raccolto avviene tra luglio e agosto. Dai 65 ettari a disposizione sono state ricavate 120 tonnellate di prodotto commercializzato per metà fresco e per metà sotto forma di conserva, sia passata che con pomodori interi in liquido di governo, senza aggiunta di acido citrico. Il prezzo è medio-alto, intorno ai 5 euro al kg, comparabile a quello del pomodoro del piennolo del Vesuvio. È in corso l’iter per il riconoscimento della “DOP- Denominazione di Origine Protetta”, per garantire all’ecotipo massima tutela. Hanno declinato il pomodoro cannellino: – Diego Vitagliano di 10 e Federico Guardascione de Il Colmo del Pizzaiolo con pizze fritte e al forno; – La Locanda del Testardo, chef Alessandro Moraca: Tartare di manzo bruciata alla pizzaiola; – Agriturismo Don Salvatore, chef Luigi Colandrea: Carpaccio di manzo scottato su letto di cous cous , maionese al pomodoro e croccante di olive capperi e peperone crusco. – Il Turistico/ Crudo Bar, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli incontra il mondo, viaggio tra Oriente e Occidente

“Napoli incontra il mondo”, il più grande festival multiculturale del mondo, torna a Napoli dopo il grande successo della scorsa edizione. Dal 14 al 16 settembre la Mostra d’oltremare accoglierà questo attesissimo evento, ricco di suggestioni, colori, culture e sapori di terre lontane, dal Giappone all’India, dal Tibet all’Argentina, passando attraverso Spagna, Stati Uniti, Irlanda e molti altri paesi. Un vero e proprio viaggio intercontinentale fatto senza muoversi dalla propria città, arricchito da spettacoli di danze tradizionali, concerti, show di moto da cross, automobili, cavalli e stuntmen. Ogni padiglione è dedicato ad un paese diverso, con ristoranti e tanti stand dove sarà possibile acquistare i prodotti tipici. Non mancheranno la paella spagnola, le costolette americane, l’asado argentino, i nachos messicani e la Guinness irlandese, in modo da accontentare tutti i gusti e le curiosità del pubblico. Oltre all’area dedicata al cooking show ci saranno l’Expo Yoga, un angolo di meditazione dove si potrà entrare in contatto con la propria mente e il proprio corpo, e le aree relax in cui provare il massaggio thailandese, una fonte di benessere a tutti gli effetti. “Napoli incontra il mondo” ospita il Festival dell’Oriente Anche quest’anno verrà dato ampio spazio al Festival dell’Oriente, nucleo di attrazione per i numerosi visitatori che vogliono immergersi nelle affascinanti terre di levante, grazie agli stand ricchi di spezie, incensi, artigianato e soprattutto deliziosi piatti tipici: samosa indiani, involtini primavera, pollo al curry, baklava, spaghetti di soia con verdure e sushi. Si potranno ammirare riproduzioni del Taj Mahal, di Budda e di giardini giapponesi con fiori di ciliegio, ma il pezzo forte del festival sono gli spettacoli in programma, con danze tipiche cinesi e indiane, teatro vietnamita, fachiri e samurai. Da non perdere infine l’Holi Festival, l’evento che tra sabato e domenica coinvolgerà tutti con un’esplosione di colori e musica indiana.  

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Voli Pindarici

Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Mi guardo e vedo solo frammenti. Non so più dove posizionare i pezzi. Lo specchio riflette l’immagine senza penetrarla, come una foto della superficie. Cosa c’è sotto? Non riesco a toccare il fondo, la mia mano afferra un’effimera illusione. Chissà cosa vedono i suoi occhi. Un opaco riflesso, un’ombra evanescente, stralci di verità? È facile celare se stessi, manovrare gli altri portandoli verso la menzogna, come se la vera essenza di sé fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il bourbon mi fa sempre lo stesso effetto, un bicchiere ed è come se la mia mente andasse a ruota libera, isolandomi da tutto ciò che mi circonda. Mi sento inerme, senza riuscire a smettere di pensare, come trascinata da una corrente che mi porta prepotentemente verso l’ignoto. Ogni notte la stessa atmosfera: il bancone di legno lucido, le pareti gialle sbiadite dal fumo, l’odore penetrante di alcool, le persone che entrano ed escono dal bar come comparse in una scadente messa in scena, lo sconosciuto dalla giacca verde scuro che mi osserva silenzioso. Viene sempre allo stesso orario, ordina il suo drink e poi va via, lasciando uno spazio vuoto sempre più difficile da colmare. Ha catturato la mia attenzione dalla prima volta in cui ha varcato quella porta. Lui ha visto me, ha colto i frammenti ed è lì che mi lancia segnali dal lato opposto della sala, offrendomi una via di fuga da tutto quello che non ho il coraggio di cambiare, dalla mia confortevole routine. Ho capito chi sei. L’ho capito dal tuo atteggiamento annoiato e raffinato, dalla sigaretta fumata compulsivamente, dal caffè amaro, dal libro di Carver che porti sempre con te, dallo sguardo triste e smarrito. Tutto questo grazie alla sottile barriera che ci separa e ci dona oggettività. La giusta distanza per capire le cose, per guardarle nell’insieme mettendo ordine nel caos che fa delle nostre vite una matassa ingarbugliata. Tirando il filo tutto si riduce a uno. Alla lineare semplicità che è alla base del disordine che creiamo. Ho sempre amato le cose semplici, prive di inutili complicazioni eppure così sottovalutate. Troppo facili, le cose semplici annoiano. E si riparte da capo, creando un’affascinante tempesta e tanta solitudine. “Principianti” è il mio libro preferito. Anche io mi sento così. Dalla fine all’inizio ricomincio da capo ogni volta e nel moto incessante mi smarrisco per poi ritrovarmi, diversa, a volte più forte, altre più fragile. Trovarti ogni settimana al tavolo di fronte mi riporta all’ordine, all’immagine allo specchio. Senza crepe, ma con segni leggeri che ne delineano il percorso. Riprendo da dove avevo lasciato me stessa, recupero ciò che è mio. Ritrovato il mio posto, gusto il sapore dell’ignoto, del bilico, del nuovo inizio. Principiante. E ti guardo, vedendoti per la prima volta.

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Recensioni

“Amleto” di Giuseppe Pestillo e “Certe Stanze” di Ettore Nigro: poesia e teatro come ricerca di senso

Giuseppe Pestillo e Ettore Nigro hanno portato Amleto-Pazzo ad arte e Certe Stanze al chiostro di San Domenico Maggiore. Ecco come è andata Non sono matto, sono pazzo ad arte! Qual è il confine tra normalità e follia? Tra essere e non essere? Tanti sono i dilemmi che attanagliano l’animo umano, alla perenne ricerca di se stesso, di una propria identità che vada al di là delle etichette. L’Amleto shakespeariano non è tanto lontano dall’uomo contemporaneo: passano i secoli ma gli interrogativi restano gli stessi, problematici e privi di risposta. Si ricerca allora un dialogo che rompa il riecheggiare di un eterno monologo, che permetta di trovare insieme una soluzione, o quantomeno di alleviare il peso della coscienza. Ma l’interlocutore sembra muto ed indifferente e dunque il dialogo torna ad essere un monologo, con la speranza che almeno le parole possano colmare il vuoto di un’esistenza priva di significato. Amleto – Pazzo ad arte di Giuseppe Pestillo, liberamente tratto dall’opera shakespeariana È proprio per le tematiche affrontate che questa tragedia risulta ancora così attuale, calata in una quotidianità che non la desacralizza ma la eleva, rendendola intramontabile. Amleto-Pazzo ad arte, Frammenti di una vita che ci “ri-guardano” è lo spettacolo messo in scena al chiostro di San Domenico Maggiore nell’ambito della rassegna “Morsi di teatro”. L’azione scenica ha visto protagonista l’attore e regista Giuseppe Pestillo, che ha interagito con il pubblico costruendo insieme il dramma e modificandolo a seconda delle interferenze del mondo esterno. Aerei (frequenti) che sorvolavano il cortile, cellulari che squillavano (“Padre! Padre! Carmen? Non sei mio padre! Chi è Carmen?”), voci in lontananza, tutto è stato preso e calato nella scena, rendendo la rappresentazione divertente e coinvolgente per gli spettatori seduti intorno all’attore, come in un allegro simposio. Certe stanze, i versi musicali di Anna Marchitelli per la regia di Ettore Nigro Il monologo si trasforma in una lettura corale con Certe stanze, concerto per musica e voce tratto dall’omonima raccolta poetica di Anna Marchitelli, con la regia di Ettore Nigro e le musiche di Mario Autore. Ciò che emerge con prepotenza è la figura della femmina scurpiona, radicata in una Grande Madre e in una Napoli sottintesa ed abissale. Erotici e ferini, i versi della Marchitelli danzano con forza e leggiadria sulle note del piano, in un rapporto di reciproca musicalità, accompagnando il pubblico in una dimensione di parole sussurrate, capaci di ricucire il senso perduto. Faccio l’amore col pensiero che usa la tua stessa lingua con i tratti del tuo profilo che in una statua greca ha imitato con l’eco dei discorsi al sapore di abisso tirati fino a tardi slargati al giorno dopo in bocca solo briciole il mistero. […] Citando Montale, “è ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa?”. Nonostante la consapevolezza di essere tutti figli smarriti e spaventati la poesia continua a sopravvivere, come ricerca di significato ed appiglio per sfuggire all’insensatezza del quotidiano.

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Food

50 Top Pizza, la guida on-line delle migliori pizzerie del mondo

Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa vedrai che il mondo poi ti sorriderà. (Pino Daniele) Fritta, al forno, tradizionale o gourmet, la pizza è da sempre uno degli alimenti più amati in Italia e nel mondo, grazie al connubio di ingredienti genuini, impasto soffice e gusto inconfondibile. Negli ultimi anni è salito sempre di più il livello delle pizzerie in tutto il territorio nazionale ed ha acquistato sempre più prestigio la figura professionale del pizzaiolo, vera e propria “rock star” degli chef. 50 Top Pizza, premi speciali e riconoscimenti alle migliori pizzerie d’Italia e del mondo Non poteva mancare un riconoscimento per la miglior pizzeria d’Italia e del mondo: si tratta di 50 Top Pizza, una delle più importanti guide on-line del settore firmata Barbara Guerra, Albert Sapere e Luciano Pignataro, rinomato giornalista enogastronomico. L’evento di premiazione ha avuto luogo il 24 luglio presso il Teatro Mercadante di Napoli, sul cui palco sono saliti i vari pizzaioli a ritirare il premio, conferito in base a diversi parametri tra cui prodotto, servizio, arredamento, carta dei vini, delle birre e degli oli extra vergine d’oliva. A giudicare la qualità delle pizzerie sono stati chiamati 100 ispettori, che hanno dato il loro giudizio critico nel totale anonimato e pagando regolarmente il conto. Al termine di questa accurata selezione, è stata stilata la classifica delle top 50, oltre ad 8 riconoscimenti internazionali conferiti a pizzerie dei 5 continenti: Premio Olitalia Migliore Pizzeria in Asia 2018: ‘Ciak Concept’ – Shop 265, 2F Cityplaza, Taikoo Shing – Hong Kong Premio Solania Migliore Pizzeria in Giappone 2018: ‘Da Isa’ – 1-28-9 Aobadai, Meguro 153-0042, Tokyo – Giappone Premio Consorzio di Tutela della Doc Prosecco Migliore Pizzeria in Sud America 2018: ‘Pizzeria Guerrin’ – AV. Corrientes 1368, Buenos Aires – Argentina Premio Birrificio Valsugana Migliore pizzeria in Oceania 2018: ‘400 Gradi’ – 99 Lygon Street Brunswick East, 3057 VIC Melbourne, Victoria – Australia Premio D’Amico Migliore Pizzeria in Nord Europa 2018: ‘Pizzeria Luca’ – Lauttasaarentie 28, 00200 Helsinki – Finlandia Premio De Nigris 1889 Migliore Pizzeria New York Style 2018: ‘Patsy’s Pizzeria’ -2287 1st Avenue and East 117th Street, East Harlem, New York – USA Premio Consorzio Tutela Provolone Valpadana Migliore Pizzeria Chicago Style 2018: ‘Lou Malnati’s Pizzeria’ – 439 N Wells St, Chicago – USA Premio Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop Migliore Pizzeria Napoletana fuori dall’Italia 2018: ‘Spaccanapoli’, 1769 W. Sunnyside Ave. Chicago – USA Tra le migliori pizzerie italiane, secondo 50 Top Pizza, spiccano quelle campane, una supremazia del tutto naturale e comprensibile secondo il giudizio di Luciano Pignataro, data l’origine del prodotto e la selezione degli ingredienti, in primis la mozzarella di bufala. Dopo un’attenta e difficile selezione, ecco chi si classifica nella top 10, conquistandosi un posto nell’olimpo delle pizzerie d’Italia: 1 Pepe In Grani – Caiazzo (CE) – Campania 2 I Masanielli – Francesco Martucci – Caserta – Campania 3 50 Kalò di Ciro Salvo – Napoli – Campania 4 I Tigli – San Bonifacio (VR) – Veneto 5 Pizzaria La […]

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Food

Te le do io le bollicine, champagne e piatti stellati al Nabilah

“Te le do io le bollicine” è l’evento esclusivo che si è tenuto al Nabilah lunedì 16 luglio, una vera e propria esperienza sensoriale che ha accompagnato gli ospiti attraverso un percorso fatto di champagne e piatti stellati, il tutto all’interno di una cornice di grande suggestione. I banchi d’assaggio e degustazione, tra piscine illuminate con vista sul mare, hanno offerto ai numerosi partecipanti piatti originali e finger food, con accostamenti di colori e sapori originali ed inediti, stimolando la curiosità e l’appetito. La X edizione di “Te le do io le bollicine” è stata organizzata dall’Associazione Italiana Sommelier in partnership con il Nabilah per festeggiare con stile la chiusura dell’anno di attività dell’AIS, accostando ai calici di bollicine gustosi piatti gourmet (stellati e non), tra cui crostini con parmigiana di melanzane, cannoli con tartare di sgombro, taco con farina di semola e alici marinate, ostriche e ricciola su base di fagiolini e patate con crema di maionese e riccio. Bollicine, chef gourmet e street food a “Te le do io le bollicine” Alle 22 si è aperta la sezione “Stelle e Pasta”, con degustazioni a cura di chef stellati come Lino Scarallo di “Palazzo Petrucci”, Marianna Vitale di “Sud Ristorante”, Luciano Villani de “La Locanda del Borgo Aquapetra” e Pasquale Palamaro di “Indaco”, che hanno deliziato i palati degli ospiti con primi piatti fatti di ingredienti selezionati e accostamenti particolari. Fusilli con crema di melanzane, calamaro e limone e carbonara con uovo fritto sono solo alcuni tra i piatti proposti per l’occasione. Alle 23, invece, si è dato il via alla sezione Street Food + Champagne bar, con i panini della nota macelleria Da Gigione, a base di hamburger, pesche sciroppate all’aceto e crema agli agrumi e i crocchè della pizzeria Olio e Pomodoro. A seguire, il dessert offerto da Sweet Emotions e Pasticceria Lisita, con una selezione di panettoni al limoncello, grappa e cioccolato, e un biscuit al pistacchio, bavarese alle bollicine e composta di lamponi. Food Oyster Experience a cura di Vincenzo Supino Old Friends Tarallificio Tonino Malafronte Panificio Olio Guglielmi ONAF Napoli con i formaggi della famiglia BUSTI e i salumi LEVONI Carmasciando Tempio dei formaggi Kuma 65 La Locanda del Testardo La Fescina Liv Bistrot Mamma Elena Le Lune Bistrot Il Falangone Maria Rosaria canò Masseria Guida Masseria Alaia Locanda Rei Mosè a Ridosso La Playa Chef Stellati Palazzo Petrucci* con Lino Scarallo Sud Ristorante* con Marianna Vitale La Locanda del Borgo Aquapetra* con Luciano Villani Indaco* con Pasquale Palamaro Josè Villa Guerra Area street food Chamade Macelleria Hamburgheria Da Gigione Da Pasqualino Happy Hours Caseari Cautero Casa de Rinaldi Olio e pomodoro Dessert Sweet Emotions Pasticceria Lisita Kiwi SunGold Zespri Wine Banco d’Assaggio PROPOSTA VINI Una selezione di bollicine da uve autoctone italiane, dalle Alpi alla Sicilia Metodo Classico: Rosè Brut S-ciopét – Pelaverga – Castello di Verduno Bianco Dosaggio Zero – Erbaluce, Timorasso, Cortese, Moscato – Erpacrife Groppello Brut Nature Paxtibi Bianco dal Nero – Zuliani Blanc de Sers Brut Nature – Vernaza, Valderbara, Nosiola […]

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