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Eroica Fenice

Culturalmente

Imperatori di Roma: storia e leggende

Gli imperatori di Roma hanno contribuito ad alimentare la fama e la notorietà non solo della Capitale, ma di tutto il vasto territorio che negli anni era stato conquistato grazie all’abilità dei generali e alla potenza dell’esercito. Cospirazioni, segreti, leggende e misteri ruotano intorno alla figura dei grandi imperatori di Roma, alcuni degni di lode, altri dalla moralità e dalla condotta discutibili. Ecco un breve excursus della storia di Roma dalla fine del Principato augusteo (14 d.C.) al crollo dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.). Imperatori di Roma: la dinastia Giulio-Claudia (14-68 d.C.) Alla sua morte, Ottaviano Augusto designa come suo successore il figlio della moglie Livia Drusilla Augusta, Tiberio, il quale prende il nome dal padre naturale Tiberio Claudio Nerone. Tiberio era detto l’ “imperatore schivo” per via del suo carattere riservato e della sua politica prudente, rispettosa delle prerogative del Senato. Dopo le vittorie contro i Germani e contro i Parti, aleggiò il sospetto che avesse avvelenato il nipote Germanico, geloso della sua popolarità di condottiero valoroso. Iniziò così una serie di processi di lesa maestà che portarono l’imperatore, ormai stanco, ad abbandonare Roma nelle mani del prefetto del pretorio Seiano e a rifugiarsi nella sua lussuosa villa a Capri. Alla morte di Tiberio il Senato acclamò imperatore suo nipote Gaio, figlio di Germanico, detto Caligola per via della particolare calzatura militare (caliga) che da piccolo era solito indossare. Il suo breve impero, durato solo quattro anni, fu caratterizzato dall’eliminazione fisica degli oppositori e dai continui atti di umiliazione della classe senatoria: tradizione vuole che Caligola abbia addirittura nominato senatore il proprio cavallo Incitatus. Il suo strapotere, tuttavia, lo rese inviso ai pretoriani che ordirono una congiura che gli risultò fatale. Gli stessi pretoriani che avevano ucciso Caligola nominarono come nuovo imperatore Claudio, un suo anziano zio, il quale ebbe il merito di aver reso la burocrazia di Stato molto più efficiente e di aver conquistato la Britannia, sottomettendone la parte meridionale e trasformandola in provincia. La sua vita privata fu particolarmente intricata: sposò in terze nozze Messalina, dipinta da Tacito come una vera e propria meretrice, la quale fu condannata a morte e alla damnatio memoriae tra la totale indifferenza del marito, intento a consumare il suo pasto durante un banchetto. Successivamente sposò la nipote Agrippina, già madre di Nerone, che per garantire l’ascesa al trono al figlio fece avvelenare Claudio. L’impero di Nerone può essere suddiviso in due fasi: la prima positiva, grazie all’influenza del prefetto del pretorio Burro e del filosofo Seneca, la seconda negativa, per via della sua politica violenta e sanguinaria iniziata con il matricidio. Tristemente noto è l’incendio di Roma del 64, la cui colpa ricadde sulla comunità cristiana, dando vita ad una terribile persecuzione. Si ritiene, invece, che sia stato lo stesso Nerone a causare l’incendio per poter costruire la sua fastosa villa, nota come Domus aurea. Dopo aver duramente represso la congiura dei Pisoni, tra le cui vittime illustri ci furono Lucano, Petronio e lo stesso Seneca, l’imperatore rimase completamente isolato […]

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Musica

Intervista a Gino Giovannelli, pianista e compositore di Overwhelmed

Overwhelmed è il disco d’esordio di Gino Giovannelli, pianista e compositore napoletano, classe 1988, laureatosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella e perfezionatosi a New York con artisti del calibro di Phil Markowitz, Kenny Werner, Kevin Hays e AAron Goldberg. Ha inoltre composto le musiche originali del cortometraggio “Feel Like Sharing” di Lorenzo Marinelli, premiato alla Official selection HP Master of Short Film Cannes 2017. 5 domande a Gino Giovannelli, autodidatta “megacurioso” Partiamo dalla domanda più difficile, chi è Gino Giovannelli? Sono un ragazzo di buona famiglia, padre medico, madre casalinga. Non so perché ho cominciato dicendo questa cosa: in qualche misura questo background mi ha penalizzato perché ha accresciuto le aspettative che le persone avevano nei miei confronti. Quasi come reazione all’ambiente sofisticato in cui sono cresciuto, ho cercato stimoli del tutto estranei a quel mondo, frequentando il liceo artistico e dedicandomi alle mie passioni per il disegno, la boxe e Stevie Wonder. La mia prof d’arte mi ha orientato verso la scelta di diventare un musicista: ascoltavamo Petrucciani, Herbie Hancock e i Take 6 durante le ore di lezione. In seguito mi sono imbattuto in Piano Blues, documentario prodotto da Martin Scorsese, con la regia di Clint Eastwood e da lì non ho più abbandonato questa strada. Ho iniziato a suonare il pianoforte da autodidatta a 15 anni, quando i miei mi regalarono una tastiera a Natale. Una sera, dopo il liceo, sentii un live di Frank McComb e, pressato dall’urgenza di cercarmi un impiego, il giorno successivo mi sarei dovuto presentare alla Feltrinelli per un lavoro nel reparto musica. Invece decisi di mettere su un trio. Com’è nata l’ispirazione per Overwhelmed? Prima di partire per New York, nell’inverno del 2014, conobbi una persona con cui ho vissuto una storia travagliata e che è stata determinante per la composizione del pezzo che ha dato il titolo al disco. “Sopraffatto” dagli eventi, dalle circostanze, dalla vita, in una città a 7000 km di distanza, con un visto turistico che mi costringeva a esibirmi nei locali senza poterne fare parola con nessuno, e questo mi trasmetteva un senso di malinconia e solitudine. Questo pezzo racchiude la mia esperienza di quei mesi: una notte mi sedetti alla tastiera e suonai tutta la melodia per intero, dal nulla. Tornato a Napoli, misi insieme un gruppo di musicisti e così è nata la partnership con Luigi di Nunzio (sax), Marcello Giannini (chitarra), Umberto Lepore (contrabbasso) e Salvatore Rainone (batteria). L’ingrediente fondamentale è stata la grande sinergia che ci ha uniti, che ha permesso di dar vita al disco. Quali sono i brani per te più significativi? Lonesome Child, dedicata a mio nipote. Il giorno della sua nascita, tornato a casa dalla clinica, mi misi al pianoforte e suonai l’intro del pezzo, venuta dal nulla, mentre il resto è frutto di una serie di interpolazioni, come quando mi sognai Brad Mehldau che mi suggeriva gli accordi. Like Sunday l’ho scritta un giorno in cui mi sembrava fosse domenica, ma non era domenica, ed […]

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Teatro

The Handmaid’s Tale, racconto distopico di una donna-oggetto

È andato in scena il 6 luglio alla Galleria Toledo The Handmaid’s Tale- Il racconto dell’Ancella, spettacolo tratto dal romanzo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza. Non ci sono dialoghi ma solo un lungo, intenso monologo, recitato dalla talentuosa Viola Graziosi, che con grande pathos trasporta lo spettatore nel distopico mondo di Gilead, dove la donna è tale solo se in grado di partorire un figlio. Le altre sono non-donne, ribelli, amorali, usurpatrici indegne di un corpo fatto esclusivamente per generare vite. The Handmaid’s Tale e la lotta per la rivendicazione del corpo femminile A Gilead, la famiglia non può certo dirsi “tradizionale”: è composta da un Capitano, una moglie sterile e un’ancella fertile, utilizzata come mero strumento di concepimento. Una volta adempiuto al loro dovere, le ancelle vengono allontanate dal bambino che hanno messo al mondo, che diventa a pieno titolo figlio “legittimo” dei padroni. Difred è l’Ancella del Capitano Fred Waterford, sposato con Serena Joy, e come tutte le altre indossa un lungo abito rosso, il colore del sangue, e un cappellino bianco con le alette che servono a coprire il volto, mascherando la sua femminilità. Le ancelle passeggiano  due a due, con il capo chino, rompendo il silenzio per pronunciare espressioni come Benedetto il frutto, Possa il signore schiudere, Il signore ci ha mandato bel tempo, Sia lode. Un repertorio di frasi di circostanza che diventa l’unico modo per comunicare, dato che i libri sono stati mandati al rogo e scrivere è severamente vietato. L’unica lettura concessa è la Bibbia, testo ritenuto utile per l’educazione di donne devote e sottomesse all’autorità del pater familias. June lavora nel campo dell’editoria, è sposata con Luke ed è madre di una bambina. Immagina di comprare una casa grande col giardino e l’altalena, poco importa il fatto che non può permettersela: è una giovane donna libera, padrona del suo corpo e della sua mente, piena di entusiasmo, passione e curiosità, circondata dalle persone che ama. Dopo una guerra civile la vita di June viene completamente stravolta, perché il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti e le donne in età fertile vengono allontanate dalle loro famiglie per trasformarsi in incubatrici a servizio di ricchi senza scrupoli. È così che June diventa (proprietà) Di-Fred, costretta a subire la mortificazione del suo corpo di donna attraverso un atto sessuale che non può essere chiamato copulazione, dato che manca il consenso di entrambi i partner, né stupro, in quanto è stato sottoscritto un accordo. Il tutto sotto gli occhi di Serena, che a differenza delle altre mogli non prova malvagia soddisfazione ma solo inerme disgusto e repulsione. Chi di noi sta peggio, lei o io?  Viola Graziosi portavoce dei diritti delle donne La scena si apre con una serie di scarpe rosse disposte sul palco, richiamando l’immagine delle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Ed è proprio di violenza che si parla ne Il racconto dell’ancella, lettura scenica elaborata da Loredana Lipperini per […]

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Recensioni

Orgoglio e pregiudizio, attualità di un amore per la regia di Arturo Cirillo

Nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival è andato in scena il 4 luglio, al Teatro Mercadante, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen con l’adattamento teatrale di Antonio Piccolo e la regia di Arturo Cirillo. Perché riproporre ancora una volta un classico così noto? La risposta è insita nella domanda: come afferma Calvino, infatti, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E la storia di Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy ha ancora tanto da raccontare. Orgoglio e pregiudizio, lo spirito anticonformista di Elizabeth Per una ragazza, nascere nell’Inghilterra dell’Ottocento significa avere come unico obiettivo nella vita quello di trovare marito, meglio ancora se ricco e con un nome rispettabile. Lezioni di piano, canto, cucito, francese, tutto finalizzato a costruire l’immagine della moglie educata, devota e remissiva. Comprendere le dinamiche distorte di questa impalcatura sociale costa grande fatica ad Elizabeth, giovane donna intelligente ed ironica, che guarda alla società che la circonda con uno sguardo critico che smonta poco a poco la gabbia dorata dentro cui si trova intrappolata. A tessere le fila della tela è la signora Bennet, interpretata magistralmente da Alessandra de Santis, che spinta dall’avidità mira a sistemare le sue figlie con matrimoni vantaggiosi, per potersi così vantare della fortuna e del successo della sua famiglia. Cosa importa se Jane, la figlia maggiore, rischia di ammalarsi di polmonite per raggiungere la casa dei Bingley sotto la pioggia, o se Lizzy è costretta a sposare lo squallido Collins per salvaguardare la proprietà dei Bennet: tutto questo sarà servito a conquistare la tanto agognata posizione in società, che conta più del vero amore e della realizzazione personale. Elizabeth diventa la portavoce fuori dal coro del punto di vista della Austen, che con il suo sguardo acuto e distaccato si sottrae a questo mondo fatto di ipocrisia e di apparenza, prendendo in giro i suoi personaggi e ridacchiando tra sé stando nascosta dietro le quinte di questa veritiera messa in scena. Elizabeth e Darcy, un amore che rompe gli schemi Due persone che apparentemente non hanno nulla da dirsi, che si fraintendono continuamente, che vivono il ballo come l’ennesima pantomima finiscono per innamorarsi l’uno dell’altra. Quella di Elizabeth e Darcy è una delle coppie più male assortite e conflittuali che la letteratura abbia prodotto, eppure una delle più amate. I due, interpretati da Valentina Picello e Riccardo Buffonini, incarnano l’una l’orgoglio, l’altro il pregiudizio: come sposare colui che è artefice dell’infelicità della sorella? Come legare il proprio destino ad una donna noncurante delle opinioni altrui, testarda, priva di patrimonio e con una madre dalla condotta discutibile? Spogliandosi di tutte le sovrastrutture, andando contro le convenzioni sociali e le imposizioni familiari, superando i propri preconcetti per ritrovarsi nello spirito comune di ribelli anticonformisti.  Grande prova d’attore per Arturo Cirillo, interprete del signor Bennet e di Lady Catherine De Bourgh, che ha riscosso il plauso del pubblico con senso dell’umorismo e battute di spirito, il tutto coadiuvato dai costumi di Gianluca Falaschi, che ha […]

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Recensioni

Jenga, il gioco del disequilibrio come metafora della realtà

In occasione del Napoli Teatro Festival, Alberto Mele e Marco Montecatino hanno messo in scena sabato 22 giugno Jenga, l’ultima mossa del becchino, con la produzione del Teatro Serra. A fare da cornice una location d’eccezione, il cortile delle carrozze del Palazzo Reale, che ha conferito allo spettacolo un’atmosfera suggestiva e raccolta, astraendo gli spettatori dal tempo e dallo spazio, per calarli nelle vicende dei protagonisti, verso i quali si provano sentimenti contrastanti, che oscillano dalla simpatia al disgusto. Jenga: i tre mattoncini e l’inconciliabilità del triangolo Jenga è il gioco dei mattoncini di legno che vengono impilati tre alla volta: ogni giocatore, a turno, deve sfilarne uno fino a quando la costruzione non crolla. Tutti perdono, nessuno vince. Mai. È un gioco di sottrazione, in cui non si costruisce ma si demolisce, e lo si fa con la mano ferma e la mente calcolatrice, perché è il gioco di tutti contro tutti, come se fosse una lotta per la sopravvivenza. Ed è così che Jenga diventa la metafora della condizione umana, con le sue dinamiche conflittuali mirate a salvaguardare i propri interessi senza tener conto dell’altro, in una società della performance in cui tutti mentono, alimentando sconforto e solitudine. L’unico barlume di verità resiste ancora in Corrado, quarantenne con la sindrome di Asperger e la passione per il wrestling, che si oppone alla sorellastra Bianca che vuole convincerlo a vendere la vecchia casa di famiglia ad un’azienda di trasporti, con la mediazione del cinico Kapino, addetto alla compravendita. A contribuire allo sfacelo sarà Gianluca, il fidanzato di Bianca (interpretato da Montecatino), che sfoga le sue frustrazioni con tentativi, falliti, di sopraffazione. Conflitto, rabbia, aggressività: e così che le dinamiche interpersonali sfociano in lotta, in una spettacolarizzazione della violenza che trova la sua espressione nel wrestling. Il confine tra ring e vita reale è labile, per cui Corrado non riesce a discernere tra realtà e finzione. Chi mente? Chi dice la verità? Sei mio amico, vero? Tanti, troppi interrogativi insoluti e questa incomunicabilità si riconduce al dispari, al numero tre che non permette alle parti dei conciliarsi tra loro. Questa scelta numerica non è casuale, ma si ripropone con insistenza: tre mattoncini, tre round di wrestling, tre personaggi che cercano di dialogare tra loro senza riuscirci. Alla fine verrà proclamato il vincitore, in una partita in cui non esiste vittoria. Jenga è uno spettacolo che confonde, che inizia come commedia e si conclude in modo drammatico, portando lo spettatore a riflettere sulla vera natura dei rapporti umani e sulla falsità dilagante. Non si propone di dare soluzioni e risposte ma gioca proprio sull’ambiguità per affascinare il pubblico, che non può non dare il suo plauso. Gli attori si sono calati perfettamente nei personaggi da loro interpretati, dando prova di grande bravura. Di notevole impatto la scenografia di Florian Mayer, con la sua disposizione geometrica e quasi asettica dello spazio e il sound design di Gino Giovannelli, che ha dato armonia alle vicende dei protagonisti, smussando gli angoli e conferendo picchi […]

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Recensioni

Peppe Servillo in scena con Amore non Amore

In occasione del Napoli Teatro Festival Peppe Servillo e Franco Marcoaldi hanno portato in scena il 10 giugno al Teatro Sannazaro Amore non Amore, un canzoniere poetico recitato sulle note delle canzoni del repertorio classico napoletano, suonate dal chitarrista Cristiano Califano. Amore non Amore, frammenti di vita quotidiana Il teatro è un hic et nunc, un qui irripetibile, calato in un momento ben preciso che rende la rappresentazione un privilegio da gustare e da assorbire nella memoria dello spettatore. Il dubbio amletico dell’”Essere o non Essere” si trasforma in un “esserci o non esserci”, la versione contemporanea di un’assenza non fisica ma mentale. Come conciliare il teatro con una società in cui tutti vivono con lo sguardo incollato sullo schermo dello smartphone? Bisogna esserci, essere presenti a se stessi, concentrandosi sul significato delle parole, sulla poesia e sulla musicalità che esprimono. Con questo invito sui generis a spegnere i cellulari inizia lo spettacolo. Sipario aperto, tre sedie posizionate al buio. Un’atmosfera che richiama i locali da flamenco, con la chitarra classica spagnola che accompagna le danze vorticose dei ballerini. A sostituire la danza c’è la poesia, le cui parole “ballano”con altrettanta musicalità grazie alla maestria di Califano che fa “parlare” la sua chitarra con grande armonia e sensibilità. Le poesie di Marcoaldi, in cui si avverte l’eco di grandi autori quali Caproni e la Szymborska, esprimono la compresenza dei due opposti, Amore e non Amore, che convivono in un perfetto equilibrio tra il discorso emozionale/romantico e quello razionale/analitico. Dalla desacralizzazione della poesia nel mondo contemporaneo si giunge così a questo canzoniere che ricompone i frammenti del quotidiano, elevandolo e conferendogli una nuova sacralità, perché Amore non Amore è, più di tutto, al fondo, una forma di canto della vita. Peppe Servillo canta il repertorio napoletano Magistrale l’interpretazione di Servillo, che ha cantato ed interpretato con pathos le musiche più note del repertorio napoletano, da Era de maggio a Reginella, coinvolgendo gli spettatori in un canto collettivo. La guerra interiore tra Amore e non Amore, Eros e Thanatos, intimità ed estraneità si concilia così in un’unica realtà che acquista senso proprio grazie alla parola cantata. Amore non Amore: medesimo il motore che ti sospinge a largo e ti riporta a riva   Fonte immagine: www.assonapoli.it

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Eventi/Mostre/Convegni

Il Flower Power del Pacha di Ibiza in esclusiva al Nabilah

Il Flower Power è un evento ispirato al movimento hippie degli anni ’60 che da quasi 40 anni si svolge presso la discoteca più famosa di Ibiza. Il 2 giugno, a partire dalle 11 del mattino fino a sera, il party farà tappa al Nabilah, una delle location più cool della movida campana, per festeggiare il suo 39° compleanno in anteprima esclusiva. La direzione artistica è di “Made in Italy Ibiza”, l’agenzia di eventi musicali italiana più famosa dell’isola spagnola, nota a livello internazionale per le feste che organizza. Il Flower Power: potere ai fiori! L’espressione “potere ai fiori” fu coniata nel 1965 dal poeta Allen Ginsberg, diventando lo slogan del movimento hippie, nato come rivoluzione pacifica contro la guerra in Vietnam, promossa dal governo USA. I giovani attivisti erano soliti mettere fiori nei fucili, protestare contro l’uso delle armi e promuovere l’amore come forma di dialogo per evitare guerre e conflitti, nella prospettiva di un mondo migliore in cui vivere. Le vere e proprie “capitali” di questa corrente socio – culturale furono San Francisco, Goa e Ibiza, dove il primo Flower Power del Pacha ebbe luogo nell’estate del 1980, grazie ad un’idea del DJ Piti. Il suo obiettivo era quello di “contrabbandare” dischi, portando negli altoparlanti del club un ampio repertorio di musica d’avanguardia che in quel periodo era raro ascoltare. In questi 39 anni, il Flower Power ha portato in pista al Pacha di Ibiza diverse generazioni unite dall’amore per la musica e dallo spirito di pace e gioia degli anni ’60. Una festa unica che si rinnova ogni estate e che continua a trasmettere la sua energia positiva, per celebrare la pace e l’amore! Festa e dress code Il Flower Power, nato come appuntamento estivo, grazie al suo successo è diventato un appuntamento settimanale al Pacha dove, a partire dal mattino, si vedono gruppi di hippie sfilare lungo le spiagge con chitarre e tamburi, rendendo l’atmosfera allegra e suggestiva. Il dress code è quello tipico degli anni ’60 e ’70: stampe floreali, abiti bianchi, gonne ampie e lunghissime, pantaloni a zampa, maxi dress, sandali, occhialoni da sole, camicie in denim e ghirlande tra i capelli. Assolutamente vietato il nero! Per ulteriori info consultare il sito www.nabilah.it o la pagina Fb del Nabilah Beach Club

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Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Teatro

Massimo Popolizio mette in scena Ragazzi di vita

Massimo Popolizio, regista e attore che vanta collaborazioni con i fratelli Taviani, Paolo Sorrentino e Mario Martone, mette in scena al Teatro Bellini di Napoli il capolavoro pasoliniano Ragazzi di vita, in programma dal 26 al 31 marzo 2019.  Ragazzi di vita, una drammatica coralità Ragazzi di borgata, dialetto romano ai limiti del vernacolare, dinamiche interpersonali fondate su un’ostentata e cruda fisicità, rifiuti che colorano il Tevere di giallo: questo è lo scenario che emerge dalla pièce di Massimo Popolizio, con la drammaturgia di Emanuele Trevi e la voce narrante di Lino Guanciale. Un’impresa difficile quella di realizzare una trasposizione teatrale del romanzo di Pasolini, in cui si alternano racconti in prima e terza persona, generando una sensazione di straniamento che stride con il naturalismo di un testo corale brulicante di vita. La voce fuori dal coro di Guanciale, calatosi con successo in quest’ardua prova d’attore, fa da collante agli episodi tratti dall’opera, in cui emerge un romanesco duro, diretto, ricco di mortacci tua e di altre colorite espressioni. C’è un principio che ha meravigliosamente enunciato Ernest Hemingway in Festa mobile: un’opera è buona se le parti che decidi di buttare sono buone, non se sono cattive. È quello che ti dà rimpianto aver buttato che dà forza a quello che rimane. Come sostiene Trevi, molte scene sono state tagliate a causa del più grande limite del teatro: il tempo. Sta al montaggio l’arte di portarsi dietro ciò che non ha trovato spazio, dando al particolare la possibilità di emergere dalla visione generale. Massimo Popolizio e il confronto con i maestri: da Pasolini a Gadda Impossibile non fare il confronto con un altro pastiche linguistico, Quer Pasticciaccio brutto di via Merulana di Carlo Emilio Gadda, anch’esso fatto di un romanesco inventato e contaminato e di una folla di personaggi che però si muovono all’interno del percorso segnato dall’indagine del commissario Ingravallo, mentre nel testo di Pasolini manca una forma in grado di offrire appigli alla drammaturgia. Ed è qui che emerge la maestria del regista e dello sceneggiatore, con il valido supporto di Marco Rossi per la scenografia e Luigi Biondi per le luci. Anche in questo caso si può parlare di romanzo irrisolto: mentre in Gadda abbiamo un delitto senza un apparente colpevole, in Pasolini abbiamo l’apparente redenzione di Riccetto, che sceglie il lavoro, integrandosi nella nuova società consumistica ed evitando il tragico destino toccato ai suoi compagni di brigata. Sarà un lieto fine? O è solo un’amara riflessione su di un’inevitabile sconfitta? Nel dubbio, non resta altro da fare che prendersi in giro cantando, sulle note intonate da Claudio Villa, emblema di un modo di atteggiarsi nella vita che a Roma è stato e che è ancora. Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini drammaturgia Emanuele Trevi con Lino Guanciale e con Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Verdiana Costanzo, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti […]

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Food

Pizzeria Porzio, la pizza verace da Soccavo a New York

“Pizza per passione, qualità per dedizione” è lo slogan della pizzeria Porzio, nata nel 1999 come pizzeria d’asporto e diventata poi uno dei punti di riferimento per tutti i cultori e gli amanti della pizza. Ingredienti di stagione, impasto a lunga lievitazione e farine selezionate sono solo alcuni dei punti forte che hanno resto il maestro pizzaiolo Errico Porzio famoso in Italia e all’estero. Pizzeria Porzio, da Soccavo a New York Partendo da un prodotto popolare in un quartiere popolare, Errico Porzio è diventato un vero e proprio imprenditore, inaugurando più di una sede a Napoli, tra Soccavo e Vomero. La ciliegina sulla torta è stata la “convocazione in Nazionale”, ovvero l’invito a rappresentare insieme a Gino Sorbillo, Ciro Oliva, i fratelli Salvo e Vesi la pizza napoletana a New York in occasione del Pizza Village. Ma quello di portavoce delle eccellenze campane in ambito food è solo una delle tante attività svolte da Porzio, che oltre ad essere docente presso la Multicenter School è anche impegnato in attività di volontariato e beneficenza per il soccorso dei senzatetto. Pizzeria Porzio, protagonista della sesta tappa Degustì Nell’ambito degli eventi targati Degustì, dedicato ai professionisti e agli appassionati del settore, è stato presentato alla stampa il menu di degustazione, i cui protagonisti sono stati il pomodoro dell’azienda Di Mè nelle varianti Corbarino e pomodorino giallo, ricco di antiossidanti e privo di acido citrico, e la birra Antoniana nelle sue declinazioni Keller, Double ed IPA. All’antipasto a base di frittura mista ha fatto seguito un tris di pizze dall’impasto soffice, in cui il genuino “pomodoro della nonna” si coniugava perfettamente con ingredienti di prima qualità come il cacioricotta, la nduja e la pancetta di maialino casertano,  in un connubio di sapori delicato e gustoso al tempo stesso. Per concludere in bellezza è stato servito il babà alla cassata con una bagna di rum, un must della pasticceria napoletana esaltato dall’intramontabile crema con ricotta e cioccolato. Antipasto Frittatina, Crocchè, Arancina, Zeppoline e patate In abbinamento: Birra Theresianer Lager Pizza Corbarì Pomodoro Corbarino Di Mè schiacciato a mano, grattugiato di cacioricotta Presidio SlowFood, mozzarella di bufala In abbinamento: Birra Antoniana Craft Keller Pizza Scarpariello Pomodoro giallo con il pizzo Di Mè, fior di latte di Agerola, Nduja di Spilinga, grattugiata di pecorino di Laticauda In abbinamento: Birra Antoniana Craft Double Pizza Sciantosa (fritta e ripassata al forno) Pomodoro giallo Di Mè, provola di Agerola, pancetta di maialino nero casertano In abbinamento: Birra Antoniana Craft IPA Dolce Babà alla cassata, con assaggio di spumante dolce Asti Fontanafredda

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Food

Mangiafoglia, verdure e pesce azzurro in versione gourmet

Mangiafoglia inaugura il nuovo menu della chef sarda Costanza Fara, che rivisita la cucina tradizionale napoletana grazie ad influenze extraregionali, provenienti in particolar modo dalla sua isola d’origine. Il ristorante, sito in via Giosuè Carducci 32, nell’elegante quartiere Chiaia, accoglie il cliente all’interno di un ambiente raffinato e moderno, con la possibilità di intravedere la chef intenta a preparare le sue “gustose delicatezze”. Mangiafoglia,  quando la cucina napoletana incontra quella sarda Il concept di Mangiafoglia nasce dalla volontà del patron Stefano Civita e del figlio Federico di rivisitare la cucina povera napoletana, esaltandone il gusto e le proprietà nutrizionali che rendono la dieta mediterranea sana e saporita. Non a caso il termine Mangiafoglia richiama un periodo storico ben preciso e identifica una vera e propria filosofia di vita più che lo stile alimentare adottato dal popolo napoletano fino al XVI sec. I napoletani erano grandi consumatori di ‘foglie’, dove per foglia s’intendeva quel complesso di alimenti afferenti alla famiglia del cavolfiore e delle sue sottospecie: cavolo cappuccio, cavoletti, cicoria, scarole, broccoli.   Tutti i piatti partono dalle verdure di stagione, vere e proprie protagoniste del menu, per poi essere completati ed esaltati grazie ad una commistione di sapori armonica e delicata: si avranno così involtini di verza con ripieno di crema di baccalà, mezze maniche con tonno accompagnato da una julienne di finocchi, olive di Gaeta e zeste di limone, tortino di baccalà mantecato con cipolla, parmigiano e spinaci saltati, polpo brasato al Nero D’Avola su crema di patate aromatizzate al timo, spaghetti al nero di seppia con carciofi, bottarga e muggine di Cabras, mille foglie di guttiau con carpaccio di tonno affumicato, ricotta e misticanza di verdure. Infine, per gli amanti della carne, la chef propone bocconcini di agnello in umido su cremina di ceci di Cicerale. Mangiafoglia, nuovo menu a cura di Costanza Fara Antipasto Alici del Cantabrico e burro dei Monti Lattari su crostino Coste di sedano con polpa di ricci Millefoglie di pane guttiau con tonno affumicato, stracciatella di bufala, bottarga e misticanza di verdure Insalatina di arancia, finocchio, filetto di tonno sott’olio e cipolla di Tropea In abbinamento Lila Irpinia Falanghina Doc 2017 Primi Spaghetti al nero di seppia con carciofi, bottarga e muggine affumicato di Cabras Ravioli con torzelle, pinoli, uvetta e caciocavallo In abbinamento Bianco di Bellona Irpinia Coda di Volpe Docg 2017 Secondo Involtini di verza con crema di baccalà ai profumi mediterranei In abbinamento Refiano Fiano di Avellino Docg 2017 Dessert Bonnet al cioccolato fondente In abbinamento Cerri Merry

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Recensioni

Gianni De Feo in Chapeau alla Sala Assoli

L’interprete e regista romano Gianni De Feo mette in scena Chapeau, ovvero i misfatti dell’istinto, uno spettacolo musicale che si ispira al kabarett berlinese, con riferimenti al mito di Orfeo ed Euridice, a Fabrizio De André e al gesto inconsulto di Zinédine Zidane durante la finale dei mondiali di calcio del 2006. La pièce scritta da Roberto Russo sarà in scena presso la Sala Assoli sita in Vico Lungo Teatro Nuovo 110, dal 15 al 17 gennaio. Gianni De Feo interpreta 2BARRA4, unico sognatore in uno scenario distopico Grande prova d’attore per Gianni De Feo nei panni del civis 2BARRA4, cittadino di una società/alveare collocata in un futuro distopico, in cui ogni azione e ogni forma di pensiero è controllata e repressa da un potere dittatoriale e castrante. La mise en scène è impregnata di riferimenti kafkiani e orwelliani, due mostri sacri della letteratura che continuano a fungere da modello per il teatro contemporaneo: le forme di istinto e i comportamenti sovversivi vengono giudicati in tribunale durante un processo, mentre le devianze mentali sono considerate pericolose dalle autorità e vengono corrette attraverso torture psico-fisiche (proprio come in 1984). Le musiche da cabaret accompagnano il fitto monologo, fatto di pensieri che scorrono come un flusso inarrestabile e di numeri e formule matematiche ripetute in modo ossessivo, dalle più semplici alle più complesse. 2BARRA4 soffre però di una forma di dislessia aritmetica causata dalla sindrome di Tourette, che lo porta a collegare la realtà al sogno, arrivando a rivendicare come atto liberatorio la sua “normalità”. Gli occhi del mondo si schiudono e invece io sogno ancora. Tourette continuava a sputarmi in faccia poesie e sogni. La narrazione frenetica e grottesca approda infine al mito di Orfeo che compie il gesto inconsulto di voltarsi verso Euridice, perdendola per sempre, proprio come la testata di Zidane, gesto privo di qualsiasi forma di razionalità e cautela, un vero e proprio “misfatto dell’istinto”. Le immagini proiettate di entrambi gli episodi possono essere quasi sovrapposte nella loro plasticità, dando origine ad una forma artistica che sublima gli impulsi mortali. Le atmosfere retro e decadenti tipiche di un ambiente mitteleuropeo che rimanda alla Repubblica di Weimar si accostano in modo stridente e quasi ossimorico al kabarett berlinese, sfociando in un poetico Fabrizio De André: Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte.  Foto di: Manuela Giusto

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Recensioni

Robert Wilson e il suo Oedipus visionario e d’avant-garde

Il regista statunitense Robert Wilson porta in scena Oedipus, rivisitazione in chiave contemporanea della tragedia greca di Sofocle, basata sull’atavico conflitto padre/figlio e sull’amore incestuoso del figlio nei confronti della madre. Dopo il debutto in prima assoluta al Pompeii Theatrum Mundi è il turno del Teatro Mercadante in cui, dal 9 al 20 gennaio, Edipo, Laio e Giocasta rivivono il loro dramma predetto da Tiresia, l’indovino cieco che vede più degli altri, accecati dalla brama di potere e dalla passione. Robert Wilson rivisita l’Oedipus in chiave sperimentale Edipo viene abbandonato dal padre Laio, re di Tebe, in seguito alla predizione dell’oracolo di Delfi, il quale gli aveva preannunciato la nascita di un erede che ne avrebbe causato la morte, sposando la madre Giocasta e provocando la rovina della sua stirpe. Tuttavia niente sembra arrestare il corso del destino che, ineluttabile, piomberà come una maledizione su Edipo, che resosi conto di aver compiuto un parricidio e un matrimonio incestuoso, si accecherà per il dolore e per la vergogna. Il regista cattura in modo ipnotico l’attenzione dello spettatore, con effetti scenici e sonori magnetici, inconsueti e talvolta disturbanti, il cui scopo è quello di trasmettere una sensazione di straniamento e spaesamento, data l’assenza di una trama che segue una linea cronologica. Le cinque parti di cui si compone la tragedia sono infatti “a specchio”, per cui la prima riflette la quinta e la seconda la quarta, con al centro la terza parte in cui avviene il matrimonio, punto cruciale per la successiva escalation di drammaticità. Il ritmo incalzante della pièce è accentuato dalle voci in diverse lingue che accompagnano l’azione e che rendono universale il tema del complesso di Edipo. Di impatto le coreografie, realizzate utilizzando specifici materiali come rami secchi e rami verdi, lastre di metallo, sedie pieghevoli e assi di legno. Robert Wilson e la sua lettura allegorica della contrapposizione luce/ombra Oedipus inizia a sipario aperto, con al centro della scena una luce abbagliante, davanti alla quale si staglia la sagoma scura di Edipo che, sempre più vicino al disco solare, si acceca, poiché la vista dello scempio compiuto è diventata insopportabile. Robert Wilson gioca molto sul contrasto luce/ombra, vista/cecità, evidenziandone il senso allegorico: Edipo si propone di far luce sull’assassinio di Laio per liberare Tebe dalla pestilenza. Ma sarà capace di sopportare la luce quando questa infine farà luce su di lui? Sarà capace di confrontarsi con il suo passato, con le sue origini? Come il veggente cieco Tiresia sentenzia: fino a che Edipo avrà la vista, lui sarà cieco. Quando inizierà a vedere la verità, egli si accecherà. Siamo noi in grado oggi di guardare la verità?

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Culturalmente

Dei egizi, tra fascino e mistero, tutto quello che c’è da sapere

Da sempre avvolta nel mistero, la storia degli dei egizi ci riporta in un passato lontano, che risale a millenni prima di Cristo e che ancora oggi è oggetto di studio e di ricerche da parte di storici e archeologi di tutto il mondo. Ma cosa sappiamo sugli dei venerati da questo popolo? Dei egizi, dallo zoomorfismo all’antropomorfismo Impossibile non lasciarsi catturare dal fascino dell’antico Egitto, tra geroglifici, piramidi e faraoni ricordati tutt’ora come esempio di una grande civiltà che ha raggiunto il suo apogeo sotto la XVIII e la XIX dinastia, con Tutankhamon e Ramses II. La cultura egizia era fortemente influenzata dalla religione politeista, che si fondava su di un ampio numero di divinità preposte a vegliare sul mondo dei vivi e su quello dei morti. In origine le divinità egizie erano zoomorfe, ovvero rappresentate con sembianze animali, come lo sciacallo (Anubi), il gatto (Bastet) e il falco  (Horus). In seguito, esse assunsero parzialmente tratti umani, con teste di animale su un corpo umano. Le nuove forme di culto, che si andarono sviluppando nel corso dei secoli, non eliminavano le precedenti, ma vi si sovrapponevano, generando rituali sempre più ricchi e complessi. Gli Egizi, inoltre, credevano nella vita oltre la morte e per meglio conservare il corpo del defunto, ricorrevano alla mummificazione (dall’arabo mumia, che significa “bitume”), praticata inizialmente solo sui faraoni e poi anche sugli esponenti del ceto medio che volevano partecipare al destino ultraterreno. Vediamo quali sono i principali dei egizi. Divinità egizie: Anubi, dio dell’imbalsamazione Anubi, uomo dalla testa di sciacallo, era il protettore dei morti e dio egizio della mummificazione. Il suo compito era quello di accompagnare le anime dei defunti al cospetto di Osiride, che doveva giudicarne i peccati dalla purezza del cuore. Questo era, infatti, l’unico organo ad essere lasciato all’interno del corpo, mentre gli altri venivano riposti all’interno dei vasi canopi, raffiguranti la testa di un rapace (intestino), di una scimmia (polmoni), di uno sciacallo (stomaco) e di un uomo (fegato). L’organo veniva posto su una bilancia durante la cerimonia della pesatura, usando per controbilanciarne il peso una piuma, simbolo di Maat, dea della giustizia. Se il cuore risultava più pesante della piuma, allora il defunto veniva dato in pasto ad Ammit, il mostro ai piedi della bilancia, che rappresenta gli animali più pericolosi d’Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo. Se il suo peso era pari o inferiore a quello della piuma, allora il defunto poteva avere accesso all’oltretomba. Osiride, dio degli Inferi Secondo il mito, il giovane di Osiride era stato ucciso da Seth, divinità malvagia dio del caos, del deserto, delle tempeste, della violenza e degli stranieri. Iside, sua moglie e sorella, trasformatasi in un falco, ne aveva imbalsamato e seppellito il corpo, infondendogli nuova vita con il battito delle sue ali. Osiride, risorto, aveva generato con Iside un figlio, Horus, che avrebbe vendicato la morte del padre uccidendo Seth. Dei egizi e non solo: Iside, dea della fertilità Sposa di Osiride, madre di Horus, figlia di Geb […]

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Food

Sartù al Vomero, il gourmet alla riscoperta della tradizione

Sartù al Vomero, raffinato ristorante, offre ai suoi clienti piatti fortemente legati alla tradizione napoletana e alla stagionalità degli ingredienti, accompagnandoli attraverso un percorso di degustazione che coinvolge tutti i sensi, dal gusto alla vista. Sartù al Vomero, quando la tradizione diventa gourmet Location elegante, accurata selezione di vini e musica jazz, stampe con Billie Holiday e John Coltrane. Benvenuti da Sartù al Vomero, ristorante che coniuga la bontà della tradizione locale con l’estro e la creatività del gourmet, grazie alla maestria dello chef Mauro Buonanno che ha illustrato il menu insieme al patron Carlo Capuano, architetto amante della cucina e dell’arte. La scelta del nome affonda le radici in epoca borbonica, quando i monsù, i cuochi francesi di corte, crearono questo piatto arricchendo il riso con numerosi ingredienti e trasformando lo “sciacquapanza” (così veniva etichettato il riso al Meridione) in una portata che veniva posta a centro tavola su di un piedistallo, da cui deriva il termine surtout, sartù. Scelta non casuale se si dà un’occhiata al menu, che propone in cima alla lista dei primi il sartù di riso in bianco che, come vuole la tradizione, viene preparato senza salsa di pomodoro. Fonti di ispirazione per la scelta delle portate sono i ricettari di Vincenzo Corrado, Ippolito Cavalcanti e Jeanne Caròla Francesconi, vere e proprie bibbie della cucina campana. Sartù, un percorso sensoriale anche in versione vegetariana   Lo spumante Trentapioli Asprinio d’Aversa doc inaugura la cena, che si apre con un omaggio dello chef a base di alice alla puttanesca seguito dal Timpano di scamorza, uno scrigno di pane con pomodoro San Marzano, scamorza e salame. Un ottimo greco di tufo Vigna Cicogna di Benito Ferrara accompagna il pezzo forte: il Sartù di riso in bianco, a base di riso Arborio, piselli, carne di vitello e fegatini. Segue un piatto che, a detta dello chef, o si ama o si odia: le Linguine con fegato di polpo e caffè dell’Honduras, perfetto connubio tra sapore di mare e retrogusto amaro. Da provare. Il secondo atto prevede un saporitissimo Baccalà dalla Serenissima al Regno delle due Sicilie, mantecato veneziano, guazzetto napoletano e fritto siciliano. Non mancano le opzioni vegetariane: Risotto al Piennolo giallo e rosso, Vellutata di cavolo alla vaniglia con uova, Insalata composta su base di sedano e salsa alla scapece. Per concludere la cena è stato servito un Berolà distillato all’albicocca pellecchiella insieme a una rivisitazione della Zuppa inglese alla napoletana, con bagna al Maraschino e crema pasticcera classica e al cioccolato e a una Tarte Tatin alla mela annurca. Cura del dettaglio, prodotti di stagione provenienti dal proprio orto, recupero della tradizione, piatti gourmet, tutto questo offre Sartù ai suoi clienti, per un’esperienza che farà felici le papille gustative di ogni palato.

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Recensioni

Matthew Lenton mette in scena 1984 al Bellini

Matthew Lenton mette in scena al Teatro Bellini di Napoli 1984 di George Orwell, le cui tematiche legate ad un futuro distopico risultano più che mai attuali nell’era “social”, che di “sociale” ha solo il nome. Matthew Lenton e il suo 1984: una fedele rivisitazione LA GUERRA È PACE LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ L’IGNORANZA È FORZA Questo è lo slogan del Partito che governa nello stato-continente dell’Oceania per conto del Grande Fratello, il leader che tutto vede e tutto controlla, nascondendo la sua identità dietro ad un occhio che penetra all’interno di ogni casa. Scritto nel 1948, 1984 si presta a forme di rivisitazione in rapporto all’epoca dei social-media e dei social-network, strumenti che hanno contribuito ad appiattire e ad omologare il pensiero delle persone, sottraendo loro la libertà di esprimere un’opinione contraria a quella comune. Lo spettacolo si apre con una conversazione a tavolino sulle tematiche più scottanti dei giorni nostri, da Donald Trump al caso Weinstein, dal falso femminismo alla politica del compromesso, per giungere alla conclusione che oggi si è incapaci di ascoltare punti di vista e motivazioni altrui. Quella che stiamo vivendo è dunque un’età della solitudine, in cui i dialoghi si sono trasformati in monologhi e i rapporti sociali sono riflessi negli schermi di tablet e smartphone. Nell’Oceania di Orwell è il Ministero della Verità a controllare l’informazione, condannando alla damnatio memoriae tutti gli psicocriminali catturati e vaporizzati dalla Psicopolizia. Le non-persone si smaterializzano senza lasciar traccia nella memoria, così come la guerra contro l’Eurasia si trasforma in guerra contro l’Estasia con effetto retroattivo. Per preservare l’integrità mentale in un simile contesto non bisogna né fare domande né lasciare spazio al dubbio, guardando la realtà attraverso gli occhi del Partito. Winston e Julia tentano la disperata impresa di unirsi ai dissidenti di Goldstein, nemico del Partito, per sovvertire l’ordine gerarchico e totalitario messo in atto dal Grande Fratello, credendo in un futuro capace di preservare la memoria passata. Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine…a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto: dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bispensiero… Salve!  Matthew Lenton dirige un cast di attori italiani Il pluripremiato regista scozzese dirige gli attori del CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, mettendo in scena una pièce fedele al testo originale. «Non ho modernizzato niente – ci dice il regista – piuttosto ho enfatizzato alcuni aspetti specifici che nello spettacolo mi sembravano necessari, in modo che il pubblico ci facesse maggiore attenzione. C’era bisogno di mostrare direttamente agli occhi di chi guarda alcuni passaggi. Per il resto non ho intenzione di influenzare gli spettatori, penso piuttosto che sia necessario permettere loro di fare le proprie connessioni di fronte a quello a cui stanno assistendo». Alla buona riuscita dello spettacolo hanno contribuito i talentuosi attori della compagnia e la voce narrante di Nicole […]

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Culturalmente

5 musei di New York da non perdere

Difficile fare una selezione tra i tanti musei che si trovano nella Grande Mela, città nota a tutti per la grande varietà di stimoli artistici e culturali che ogni anno attira frotte di turisti curiosi di scoprire questa affascinante metropoli. Quali sono i 5 musei di New York da non perdere? Ecco qualche consiglio. Musei di New York: Metropolitan Museum of Art (MET) Il MET è uno dei più grandi ed importanti musei di New York. La sede principale si trova sul lato orientale del Central Park, lungo il cosiddetto Museum Mile (“Miglio dei musei”) ed ospita oltre 5000 anni di arte che abbraccia tutte le culture e tutti i periodi  storici. Il maestoso edificio, aperto al pubblico nel 1880, accoglie più di due milioni di opere d’arte in esposizione permanente, suddivise in diciannove sezioni tra cui l’egizia, la greco romana, l’asiatica, la medievale, l’islamica e la moderna. Tra gli artisti maggiori si annoverano Botticelli, Caravaggio, Rembrandt, Degas, Monet e Picasso. 1000 Fifth Avenue Domenica–Giovedì: 10.00–17.30 Venerdì e Sabato: 10.00–21.00 Adulti $25 Studenti $12 Under 12 Gratuito Museum of Modern Art (MoMA) Tra i principali musei di New York si trova il MoMA, che vanta una delle collezioni di arte moderna e contemporanea più ricca del mondo, aperta al pubblico a partire dal 1929. Come si legge nella descrizione «About us, we celebrate creativity, openness, tolerance, and generosity», secondo una filosofia di inclusione e condivisione di idee artistiche, culturali e politiche che stimola il confronto e talvolta anche la risposta a provocazioni mirate a risvegliare lo spirito critico dei visitatori. Tra gli artisti esposti si trovano Cézanne, Chagall, Dali, Pollock e Van Gogh, con la sua celebre Notte stellata. 11 West 53 Street 10:30–17:30 aperto 7 giorni su 7 Venerdì aperto fino alle 20:00 Adulti $25 Studenti $14 Under 16 Gratuito The Guggenheim Il Solomon R. Guggenheim Museum fu fondato nel 1937 ed è una delle icone architettoniche più significative del Ventesimo secolo. La sede attuale è un’opera di Frank Lloyd Wright del 1943, costruita per ospitare the Museum of Non-Objective Painting, ovvero le avanguardie artistiche che si andavano sempre più imponendo, come l’astrattismo i cui artisti principali erano Vasilij Kandinskij e Piet Mondrian. La struttura a spirale capovolta somiglia molto ad uno Ziggurat rovesciato, tant’è che lo stesso Wright la denominò Taruggiz. Tale architettura può essere paragonata ad una Torre di Babele rovesciata (che era appunto uno ziggurat) col valore simbolico di voler riunire i popoli attraverso la cultura. Artisti maggiori: Gauguin, Manet, Miró, Picasso, Renoir, e Toulouse-Lautrec. 1071 5th Avenue Lunedì-domenica 10.00-17.45 Giovedì chiuso Sabato 10.00-19.45 Adulti $25 Studenti $18 Bambini Gratuito American Museum of Natural History Il Museo Americano di Storia Naturale è situato nell’Upper West Side di Manhattan ed è famoso per aver ospitato le riprese del film “Una notte al museo”. Notevoli sono le ricostruzioni di habitat di mammiferi africani, asiatici e nordamericani, per il modello in grandezza naturale di una balenottera azzurra che pende dal soffitto della sala degli oceani, per la canoa da guerra Haida […]

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