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Eroica Fenice

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A United Kingdom, il sentimento oscura la politica

A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, attualmente al cinema, è un film di Amma Asante. Seretse Kahma (David Oyelowo) e Ruth Williams (Rosamund Pike) s’incontrano nel 1947 a Londra. Lui sta terminando gli studi di giurisprudenza lì, ma è africano. Conosce Ruth, un’impiegata, durante una festa alla società missionaria. I due s’innamorano a prima vista, ma Seretse deve tornare in Africa per ricoprire il ruolo di re di Botswana. Per questa ragione decidono di sposarsi subito. Tuttavia, in una capitale ancora segnata dalla guerra, un matrimonio tra un capo tribù africano ed una suddita dell’impero inglese sembra impensabile. I due sono vittime del razzismo dei genitori di lei, che non accettano queste nozze lampo. Persino il governo britannico e quello sudafricano pretendono la separazione dei due. Seretse viene esiliato dalla sua terra proprio mentre Ruth è incinta. È Churchill a volere che l’esilio di Seretse non si concluda nel giro di pochi mesi, ma diventi un esilio a vita. A United Kingdom tra la politica e il romanticismo Due sono gli aspetti sui quali si basa il film: quello romantico, che vede protagonista la storia d’amore tra Seretse e Ruth, e quello politico, che riguarda la battaglia tenutasi per anni tra Sud Africa e impero britannico che si contendevano i diamanti, l’oro e l’uranio sudafricani. La storia d’amore, salda e intoccabile, nonostante le avversità, dovrebbe essere il punto forte del film, che tuttavia a volte risulta troppo caricato in questo senso, perdendo quasi di credibilità. Persino Oyelowo e la Pike, che sono due attori di calibro importante, risultano essere troppo artificiosi. L’aspetto politico oscurato da quello sentimentale La relazione tra Seretse e Ruth diviene un pretesto per trattare un aspetto importante della storia dell’impero britannico, ovvero il momento del suo declino, ed il Colonialismo. In più, comincia ad emergere quello che era il fenomeno della segregazione razziale, dell’apartheid. L’aspetto sentimentale e quello politico, quindi, avrebbero dovuto viaggiare sullo stesso piano, dando alla pellicola un certo equilibrio. Tuttavia l’enfasi dedicata all’aspetto amoroso non permette di sviluppare con altrettanta rilevanza quello politico, che passa in secondo piano, perdendo quasi spessore. Inoltre il sentimentalismo, a tratti, risulta ai limiti del melenso, e questo non permette allo spettatore di identificarsi totalmente con i due personaggi, sebbene la Asante dia alla storia d’amore una rilevanza preponderante.

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Allied – Un’ombra nascosta: film romantico e spionistico

Allied – Un’ombra nascosta è il nuovo film di Zemeckis, attualmente nelle sale cinematografiche. Max Vatan (Brad Pitt) e Marianne Beausejour (Marion Cotillard) si conoscono durante una missione nel Marocco francese, nel 1942. Max è un ufficiale canadese, Marianne una partigiana. I due si incontrano a Casablanca e si fingono sposati per uccidere un ufficiale tedesco, ma finiranno per innamorarsi davvero tanto che, completato l’incarico che li vedeva coinvolti, decidono di sposarsi sul serio. La loro relazione sarà molto burrascosa: concepiranno una figlia che verrà alla luce sotto i bombardamenti e, proprio quando la loro vita sembrerà essersi regolarizzata, emergeranno nuovi elementi che rimetteranno completamente in discussione la vita di Max. Brad Pitt e Marion Cotillard in Allied – Un’ombra nascosta Max e Marianne sono interpretati da due dei più grandi nomi del cinema italiano, ed è per questo che da Allied ci si aspettava un capolavoro. La pellicola è sicuramente un lavoro riuscito, ma non può essere paragonata ai film cult di Zemeckis come Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit e Forrest Gump. Sicuramente la performance degli attori può dirsi riuscita, in particolare quella di Marion Cotillard. L’attrice risulta frizzante, eterea, sensuale, coinvolgente, e quasi non lascia spazio a Brad Pitt, il cui ruolo passa più in sordina anche per via della caratterizzazione del personaggio, silenzioso e tenebroso, che deve interpretare. La Cotillard, inoltre, riesce a creare un contatto col pubblico, ed è proprio per questo che il finale risulta d’impatto ed ha un valore maggiore nel bilancio del film. Allied, un film a metà tra romantico e spionistico A metà tra un film romantico ed uno di spionaggio, fortemente caratterizzato dai tratti del thriller, Allied – Un’ombra nascosta ricorda, in alcuni momenti, l’impronta hitchcockiana. Tuttavia il thriller lascia il posto, in più punti, all’aspetto sentimentale della storia, che occupa una buona parte del tempo di durata del film. Anche le scene d’azione non eccedono (a tal proposito, la Cotillard è molto credibile nel ruolo di spia), difatti il film funziona molto più per quel che riguarda l’aspetto sentimentale che per la componente spionistica. Allied offre un importante racconto dei sentimenti e delle emozioni dei protagonisti, ma non riesce a mantenere lungamente la tensione sul piano dello spionaggio.

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Miss Peregrine: le pecche del nuovo film di Tim Burton

“Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” (qui il trailer), attualmente al cinema, è il nuovo film di Tim Burton, tratto dal primo capitolo di una serie di tre libri di Riggs. Jake (Asa Butterfield) è un giovane ragazzo con problemi relazionali nei confronti dei suoi coetanei. A peggiorare la situazione è l’improvvisa morte del nonno, in circostanze misteriose: il ragazzo lo trova in fin di vita e con gli occhi cavati, nel bosco adiacente casa sua. In quel frangente, per qualche secondo, Jake riesce a distinguere una misteriosa figura che si aggira nel bosco e che, vedendolo, fugge via. Per molti mesi Jake si lascia convincere del fatto che ciò che ha visto è solo frutto della sua immaginazione, che suo nonno è stato aggredito ed ucciso da un animale, ma c’è qualcosa dentro di lui che lo lascia aggrappato alla convinzione che ci sia qualcosa che ancora non si è riuscito a spiegare, qualcosa di oscuro e misterioso dietro la morte di suo nonno. Solo quando approderà nella casa dei bambini speciali di Miss Peregrine (Eva Green), un orfanotrofio di cui suo nonno gli parlava sempre, riuscirà a dare una risposta alle domande che per tanti mesi lo hanno attanagliato. Le pecche del film Miss Peregrine  Certamente l’ultimo Tim Burton non è paragonabile a quello degli anni ’90, e non ci si aspettava da “La casa per ragazzi speciali di Miss Peregrine” un capolavoro al pari di Edward mani di forbice o Batman. Tuttavia, la storia prometteva molto bene, e sembrava molto vicina al genere burtoniano, tanto da lasciare parecchie speranze per un film ben riuscito. A dispetto delle aspettative “La casa per ragazzi speciali” non è pienamente convincente. Scenicamente il film è molto bello, e ci sono dei momenti particolarmente d’impatto (come la scena della nave sollevata dalle acque). Ci sono, però, alcuni aspetti che rendono il film non all’altezza delle aspettative. La storia risulta troppo lenta nella parte iniziale, ma improvvisamente, da un certo momento della vicenda, sembra scorrere, al contrario, troppo veloce, tanto che lo spettatore rischia di perdersi. Alcuni aspetti che riguardano le facoltà particolari dei ragazzi speciali avrebbero potuto essere meglio approfondite, così come il rapporto tra Jake e suo padre, che resta soltanto accennato, nonostante ci fossero tutti i presupposti per dargli uno spazio più ampio all’interno della storia. Gli attori in “La casa per ragazzi speciali di Miss Peregrine” Asa Butterfield, uno dei ragazzi più in gamba nel panorama cinematografico internazionale, così perfetto e calzante nel ruolo del Hugo Cabret di Scorsese, risulta qui poco incisivo. Il ruolo del classico protagonista burtoniano, seppur sembri persino nelle sue corde, risulta nei fatti monotono e a tratti noioso. Manca qualcosa al Jake di Butterfield, così come manca al film. Soltanto Eva Green, non nuova al sodalizio professionale con Burton, può dirsi perfettamente in parte. Il personaggio di Miss Peregrine, molto sopra le righe, le calza a pennello. La Green rende la donna circondata da un alone di mistero e misticità, severità e tenerezza. […]

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Jackie di Pablo Larraìn: il dolore e la finzione della Kennedy

Pablo Larraìn, con il suo delicato Jackie, attualmente nelle sale cinematografiche, racconta le ore immediatamente successive alla morte di Kennedy. La particolarità sta nel fatto che la storia è raccontata dal punto di vista di Jacqueline Kennedy, la first lady, e quindi lo spettatore guarderà attraverso i suoi occhi lo svolgimento dei fatti accaduti durante le ore appena dopo l’attentato, e nei giorni successivi. La stratificazione dei piani temporali in Jackie Il film è composto da una stratificazione di vari piani temporali. Oltre a quello principale in cui si racconta il momento dell’attentato e quelli successivi, vi è un piano temporale che riguarda il momento dell’intervista attraverso la quale Jackie racconterà i fatti accaduti. Un piano temporale di particolare interesse è, poi, quello costituito dalla trasmissione televisiva in cui Jackie presenta ai cittadini la Casa Bianca, raccontando la storia degli arredamenti e mostrando le modifiche che essa aveva subito. Si tratta sicuramente di un modo per rendere più familiare il palazzo del presidente, che ai cittadini appariva lontano ed inaccessibile. Jackie e la finzione Jackie, interpretata da una magistrale Natalie Portman, è il fulcro di tutto il film, che si basa sulla resa della sua forza interiore, del suo modo di affrontare il lutto e le responsabilità che le si riversano addosso insieme a tutta l’attenzione dovuta all’accaduto. La donna accosta spesso la figura del marito a quella di Lincoln, un altro presidente assassinato durante il proprio mandato. Trova rassicurante avvicinare le due immagini, in quanto nutre profonda stima per Lincoln e pensa in tal modo di accreditare anche l’immagine di Kennedy. Tuttavia è lei stessa consapevole che l’eccessiva insistenza in tal senso è solo frutto di finzione come, del resto, molto di ciò che fa parte del mondo di cui è circondata. Emblematica l’immagine in cui, proprio mentre sta fumando, dice al giornalista al quale sta concedendo un’intervista che lei non fuma. È tutto concordato come se si trattasse di una messa in scena. Jackie sa anche di dover sfruttare l’attenzione mediatica del momento per contribuire a mitizzare la figura del marito. Natalie Portman riesce perfettamente a calarsi nel ruolo di donna forte, a tratti spavalda, con le fragilità di un momento difficile. Una delle scene in cui emerge maggiormente il personaggio della donna è quella in cui è costretta a spiegare ai figli che il padre “è andato in cielo a fare compagnia al fratellino”, un figlio che era venuto a mancare tempo addietro. Anche in questo caso il tutto è costruito attorno ad una bugia, stavolta necessaria, che rende il personaggio di Jackie profondamente consapevole della necessità della funzione. È la necessità di aggrapparsi alla bugia che rende autentico il dolore della Kennedy. È nella menzogna che lei riesce a ritrovare una dimensione andata ormai perduta. Jackie: la parabola di una nazione secondo Pablo Larraìn La parabola nella storia non riguarda solo il personaggio di Jackie ma anche la nazione intera. L’ossessione di Jackie per la Casa Bianca rimessa a nuovo e il recupero dei mobili di proprietà […]

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Animali fantastici e dove trovarli: torna il mondo magico di Harry Potter

Per gli amanti di Harry Potter, ancora affezionati alle atmosfere della saga più famosa al mondo, sarà un piacere vedere Animali fantastici e dove trovarli, film di David Yates (ispirato all’omonimo libro di J.K. Rowling) attualmente nelle sale italiane. Newt Scamander (Eddie Redmayne) è un magizoologo inglese che compie un viaggio in America per questioni di lavoro ed ha con sé una valigia piena di creature magiche, il cui possesso in America è, però, illegale. Arrivato a New York accade un fatto che genererà una serie di eventi a catena: uno Snaso, una delle sue creature, fuggirà dalla valigia in cui era rintanato. Tina (Katherine Waterson), un’impiegata del MACUSA (Magico congresso degli Stati Uniti), si accorge di ciò che è accaduto ed inizia a dargli la caccia. Intanto, casualmente, Newt farà amicizia con un babbano (per gli americani no-mag), Jacob (Dan Folger). Nella comunità magica, inoltre, vige un clima di terrore a causa di Geller Grindelwald (Johnny Deep), il mago oscuro che sta terrorizzando il mondo magico e non. In questo clima già teso Newt incappa in un corteo del movimento estremista dei Secondi Salemiani, che mira a stanare e uccidere tutti i maghi e le streghe in circolazione. Le differenze tra Animali fantastici e come trovarli ed Harry Potter  Nonostante si tratti di un prequel che anticipa di molto le vicende di Harry – dato che è ambientato negli anni ’20 – c’è una linea guida che rende Animali fantastici e dove trovarli perfettamente combaciante con la storia successiva. Si tratta, però, di un film completamente diverso da quelli che hanno come protagonista il mago più famoso del mondo: non è una storia di formazione, non è ambientata tra i banchi di scuola né a Londra, ma ci si sposta negli Stati Uniti e nel mondo reale. I maghi sono adulti, Auror e ministri che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni, con la difficoltà di celare la loro esistenza ai babbani, e questo rende la storia più “adulta” e più vicina ad una ipotetica realtà magica. Il mondo magico americano L’atmosfera di “caccia alle streghe”, ancora vigente negli anni ’20, permette di approfondire un aspetto non ancora trattato in Harry Potter, e rende ancora più realistica la storia d’intrecci tra maghi e babbani. Nella comunità magica vige un clima di paura, tanto che i bambini maghi e streghe si sentono costretti a reprimere la loro indole magica per non essere tacciati di mostruosità. Inoltre il fatto che il film sia ambientato negli Stati Uniti permette di approfondire un ulteriore aspetto: il MACUSA è molto più integralista ed inflessibile rispetto al Ministero della magia di Londra. Non si autorizza la possibilità di allevare creature magiche né si ammette la presenza di un Obscurius nel loro continente. Per chi infrange la legge magica è prevista anche la pena di morte. In questi particolari potrebbe celarsi una velata critica alle reali inflessibilità americane. Animali fantastici e dove trovarli: pecche e punti di forza Nonostante ci siano molti […]

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La ragazza del treno: un thriller raccontato dal punto di vista di tre donne

La ragazza del treno è il nuovo film diretto da Tate Taylor, dal 3 novembre nelle sale cinematografiche italiane, tratto dall’omonimo libro di Paula Hawkins. Rachel (Emily Blunt), è una giovane donna divorziata che non ha mai superato il distacco dal marito Tom (Justin Theroux). La donna soffre di problemi di alcolismo, a causa dei quali ha perso anche il lavoro. Tuttavia continua a recarsi a New York quotidianamente per mantenere un’apparenza di normalità con i suoi conoscenti. Durante il tragitto in treno Rachel passa davanti alla casa di una coppia attorno alla quale immagina tutta una vita, rifugiandosi nella loro storia che crede perfetta. Una mattina, invece, Rachel scopre che la donna tradisce il suo compagno, e da questo momento scatterà in lei un forte senso di smarrimento, poiché il mondo fittizio di quella realtà, che si era costruita intorno per rifugiarvisi, si frantuma improvvisamente. Proprio la sera dello stesso giorno la donna sconosciuta, che si scoprirà chiamarsi Megan (Haley Bennett), scompare improvvisamente. Rachel, a causa del troppo alcool assunto, non riesce a ricordare come ha trascorso quelle ore, ma è convinta di sapere qualcosa di quella sera che, però, non riesce a ricordare. La ragazza del treno è ambientato a New York, nonostante il libro da cui è tratto, di Paula Hawkins, sia ambientato a Londra. L’atmosfera, quindi, risulta diversa e molto più cosmopolita. Questo thriller, fin dalle prime scene trasmette allo spettatore un’atmosfera tesa e cupa, contrariamente a quanto avviene nel libro, i cui primi momenti sono molto più leggeri e non emerge da subito la sensazione che la storia prenderà una svolta “oscura”. Il punto di vista di Rachel, Megan e Anna La vicenda si sviluppa su diversi piani temporali che prevedono continui flash-back, ed è presentata dal punto di vista di tre donne, prima tra tutte Rachel, la protagonista. La donna soffre spesso di vuoti di memoria, ed i ricordi che il regista ci propone nei momenti in cui guardiamo dal suo punto di vista, sono confusi ed appannati. La seconda donna è Megan, una donna ribelle, uno spirito libero, che nasconde dentro una forte sofferenza. Non conosceremo mai, però, gli spostamenti della donna risalenti alla giornata della sua sparizione, se non alla fine del film. Infine c’è il terzo punto di vista, quello di Anna (Rebecca Ferguson), la nuova moglie di Tom, spaventata da Rachel, che crede ossessionata dall’ ex-marito a causa delle continue chiamate anonime ricevute. La vera natura dei tre personaggi femminili non si chiarirà mai se non al termine della pellicola. Anche di Rachel, spesso, non si capiscono e non sono perfettamente chiari, a chi assiste, le azioni, i comportamenti ed i pensieri. Emily Blunt in La ragazza del treno Il vero punto di forza di La ragazza del treno sembra essere la performance di Emily Blunt. Il film ha di per sé una forza di fondo che lo trascina, che porta lo spettatore ad incuriosirsi e a porsi delle domande martellanti per tutta la durata della pellicola, ma è la […]

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Indivisibili, l’indimenticabile film di De Angelis

Indivisibili, un film di Edoardo De Angelis, è attualmente nelle sale italiane. Dasy e Viola (Angela e Marianna Fontana) sono due gemelle siamesi attaccate al bacino e vivono nella provincia di Caserta, in una zona degradata e retrograda. Il padre approfitta della loro condizione per far soldi, facendole esibire in performance canore in occasione di feste e matrimoni. Le ragazze sono benvolute dalle loro parti, perché si pensa che portino fortuna per la particolare condizione che le caratterizza. La situazione cambia completamente quando le due vengono a sapere che, contrariamente a quanto era stato loro sempre raccontato dai genitori, sarebbe possibile dividersi tramite un’operazione priva di particolari rischi. L’autenticità in Indivisibili Tante sono state le polemiche che hanno visto protagonista proprio il film di De Angelis. Secondo diversi intenditori, tra cui anche Paolo Sorrentino, Indivisibili avrebbe meritato di rientrare nei cinque film italiani in corsa come “Miglior film straniero” agli Oscar. Certamente la storia è molto toccante e la patina di autenticità di cui è dotata l’aiuta ad impressionare lo spettatore e renderlo partecipe della vicenda in maniera totalizzante. I dialoghi in dialetto, le atmosfere antiprogressiste di provincia, la mentalità bigotta di alcuni paesani portano in un’altra dimensione, che potrebbe sembrare lontana, ma che purtroppo è ancora molto attuale. La performance delle gemelle Fontana in Indivisibili Le Fontana, anche nella realtà gemelle, ma non siamesi, sono al loro esordio cinematografico. Nonostante ciò la performance che ci hanno regalato in Indivisibili è davvero notevole. Non sono mai sottotono, si completano, rappresentano alla perfezione le diverse sfaccettature dei loro caratteri e rendono in maniera riuscita l’evoluzione dei due personaggi. Colpisce maggiormente il ribaltamento dei loro ruoli. Sin da subito sembra essere Dasy la sorella dal carattere più forte e impositivo, meno fragile e malleabile. È lei che si ribella alle imposizioni del padre, è lei che ha l’idea di fuggire da una realtà che sembra starle ormai stretta. Alla fine però, con un colpo di scena inaspettato, sarà Viola a dimostrare, nei fatti, di essere più forte. È proprio nel momento di difficoltà che la seconda sorella, sempre rimasta all’ombra dell’altra, sboccia e diventa artefice del proprio destino. La riuscita del film deve molto all’ottima interpretazione delle due giovani ragazze che, seppur agli esordi, dimostrano davvero molto talento. La crescita di Dasy e Viola Indivisibili è una storia di crescita e di formazione, di separazioni e ricongiungimenti. Due gemelle, sempre vissute una al fianco dell’altra (in tutti i sensi), devono prendere a soli diciotto anni la decisione più difficile della loro vita, la più giusta. È Dasy la prima a rendersene conto, ma anche Viola si convincerà di questa necessità. Combattute tra la paura di perdersi e la necessità di distaccarsi per riuscire ad avere una vita propria, una vita – come Dasy ripete più volte – “normale”, per poter fare ognuna le proprie scelte senza dover tenere conto dell’altra. Dasy e Viola capiranno che per crescere, per non restare eterne adolescenti dipendenti dai genitori – sbandati ed incoscienti – dovranno prendere una strada diversa […]

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Café Society: Woody Allen non convince

Con Café Society (qui il trailer), attualmente nelle sale, Woody Allen si sposta in un’epoca passata (esperimento già in parte sviluppato con Midnight in Paris). Stavolta siamo nella Hollywood degli anni Trenta nella prima parte del film, A New York nella seconda. Al centro della storia c’è una famiglia ebraica composta da personaggi abbastanza particolari, fatta eccezione per Bobby (Jesse Eisenberg), che sembrerebbe, tra tutti, l’unico equilibrato. Il ragazzo decide di trasferirsi ad Hollywood per cercare fortuna, e chiede lavoro a suo zio, un potente agente di spettacolo. Bobby s’innamora di Vonnie (Kirsten Stewart), che però è già fidanzata con un uomo sposato, che Bobby, solo molto dopo, scoprirà essere proprio suo zio. Dopo la delusione d’amore Bobby tornerà a New York dove comincerà a gestire, insieme al fratello Ben, un nightclub chiamato Cafè Society. La sua vita sembra cambiare: Bobby cresce e sposa Veronica (Blake Lively), dalla quale avrà un bambino. Anni dopo Vonnie lo cercherà nuovamente, mandandolo in confusione: sembra che Bobby non abbia mai dimenticato il vecchio amore. Café Society: un film poco coinvolgente L’atmosfera della pellicola è tersa e delicata come, del resto, in tutti gli ultimi film di Allen. Molto in linea con la tematica affrontata e con il periodo storico che il regista mette in scena, mantiene uno sviluppo rettilineo per tutta la durata del film. La fotografia, che rende in maniera molto verosimile gli scenari d’epoca, è uno degli elementi più apprezzabili in Café Society. Tuttavia c’è qualcosa che non convince pienamente. L’eccessiva linearità, il mancato sviluppo dei colpi di scena, che potevano essere trattati in modo più approfondito, così da coinvolgere maggiormente lo spettatore, e l’utilizzo di scenari simili a quelli dei film di Allen immediatamente precedenti a questo, fanno in modo che Café Society coinvolga solo a metà. La seconda parte, in particolare, risulta lenta e poco avvincente. Le atmosfere suggestive dopo un po’ diventano tediose e il film percorre una parabola decisamente discendente. Sembrerebbe che Allen abbia ben poco da dire e, nonostante si abbia sempre la garanzia- quando ci si approccia ad un film di Allen- di una bella regia, negli ultimi tempi non abbiamo visto nulla di particolarmente rilevante. La performance degli attori in Café Society Jesse Eisenberg, un attore certamente capace, riesce in parte a tenere a galla le sorti del film che, altrimenti, risulterebbe totalmente insipido. Il ragazzo incarna perfettamente l’alter-ego alleniano che siamo abituati a vedere nei suoi film. Sembra che qualsiasi attore passi per le mani di Woody subisca la sua influenza al punto da somigliargli anche nel modo di recitare, ed Einsberg ne è il perfetto esempio. Meno rilevante la performance di Kirsten Stewart, una delle attrici al momento più in voga nel panorama del cinema americano. Non sembra all’altezza del personaggio di Vonnie, che avrebbe dovuto rappresentare un’affascinante ragazza in grado di far perdere la testa sia ad un uomo sposato che ad un ragazzo, nonostante la sua semplicità, ma risulta totalmente piatta e monotona. In conclusione, possiamo dire di aver visto di […]

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Culturalmente

Il caso “Elena Ferrante”: caccia all’identità dell’autrice

Da quando L’amore molesto e ancor più L’amica geniale hanno ottenuto un successo e una diffusione internazionali, molti filologi e giornalisti hanno avviato una vera e propria caccia all’identità della scrittrice che si nasconde dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante. Della donna, supponendo che sia tale e che è da sempre restia a rivelare la sua vera identità, non si conoscono dati biografici, se non qualcuno che si desume dalla saga de L’amica geniale. Risulta dunque impossibile farsene anche una vaga idea esclusivamente sulla base di questi dati. Dopo lo studio effettuato da Marco Santagata, è stata la volta di Claudio Gatti, che ha condotto un’inchiesta per Il sole 24 ore, in partnership con la tedesca Frankfurter Allgemeine Zeit e la francese Mediapart. Dall’inchiesta emergerebbe che è Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, a rispondere alla vera identità di Elena Ferrante. L’inchiesta di Gatti  A differenza di Santagata, Gatti ha condotto un tipo d’inchiesta molto diverso, che non si basa su aspetti letterari e studi filologici, ma che si appoggia su indagini finanziarie. Sembrerebbe che la Raja, traduttrice della e/o edizioni (che ha pubblicato i romanzi della Ferrante), sia la beneficiaria del successo di questi. Solo in questo modo, a parer di Gatti, si spiegherebbero i grossi introiti ottenuti dalla Raja negli ultimi anni. Introiti che nel 2015 hanno raggiunto un aumento del 150% rispetto agli anni precedenti e le hanno permesso di comprare diversi immobili. I diretti interessati non hanno smentito, ma Sandro Ferri, editore di e/o, si è dichiarato imbestialito dalla vicenda che ha visto protagonista Elena Ferrante: non solo perché non si è rispettata la volontà della scrittrice che preferisce rimanere nell’anonimato, ma anche perché, per scoprirne l’identità, è avvenuta un’intrusione nella vita economica e finanziaria della Raja. Gatti non aveva alcun diritto di violare la privacy della Raja e la volontà della Ferrante, anche se si fosse trattato della stessa persona. Fra i tanti, lo scrittore Erri De Luca si è pronunciato in merito, ironizzando sul fatto che sarebbe meglio che tutte queste energie fossero incanalate nella ricerca di eventuali evasori fiscali. La curiosità intorno ad Elena Ferrante Ciò che più colpisce è che, in base a quanto si legge sull’argomento, specie sui social, sembrerebbe che ai lettori non interessi per nulla conoscere la vera identità della Ferrante. Quale che sia il suo vero nome ed il suo volto, non cambia l’interesse suscitato dai suoi romanzi, così come non cambia il contenuto delle storie. Gli unici interessati a conoscerne l’identità sono, in effetti, i giornalisti ed i filologi, incuriositi da lei più per una questione professionale che per una curiosità personale. È diventata per loro una sorta di sfida, quella di “stanare” la scrittrice che si nasconde ormai da molti anni; anzi, è lo stesso Gatti che, nell’articolo in cui tratta l’argomento, dichiara che è stata la scrittrice ad aver lanciato agli addetti una sorta di “guanto di sfida”. C’importa davvero sapere chi è Elena Ferrante? È chiaro che la vicenda possa incuriosire e che l’alone di mistero creatosi intorno all’identità della Ferrante non abbia […]

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Bridget Jones’s baby: commedia riuscita ma prevedibile

Dopo più di dieci anni, nelle sale cinematografiche è tornata Bridget Jones con il nuovo capitolo della saga: Bridget Jones’s baby, di Emma Thompson. Bridget (Renée Zellweger) è ormai una quarantatreenne e, come al solito, è single: la storia con Marc (Colin Firth), l’amore della sua vita, è terminata da cinque anni e l’uomo è sposato con un’altra. Ormai sfiduciata rispetto ai rapporti amorosi, Bridget incontra l’affascinante Jack (Patrick Dempsey), e vive con lui una notte di passione, per poi sparire la mattina seguente, convinta che l’uomo non vorrà rivederla. A distanza di pochi giorni Bridget rivede anche Marc, l’amore mai dimenticato, e dopo poco scoprirà di essere incinta senza avere idea di chi dei due possa essere il padre. Entrambi gli uomini dimostrano mille premure nei suoi confronti, tanto che Bridget si scopre confusa anche sui suoi sentimenti. Chi la spunterà tra il pacato ed equilibrato Marc e il travolgente ed intrigante Jack? I due amori di Bridget Per la prima volta Bridget non rappresenta la donna sfortunata nel lavoro e in amore, con la quale nessuno vuole impegnarsi. Anzi, al contrario, è realizzata nel lavoro e in amore il problema stavolta risulterà l’opposto di sempre: ci sono ben due uomini innamorati di lei, papabili compagni e padri di suo figlio. Intrappolata tra due fuochi, preferisce non fare alcuna scelta e dire ad entrambi come sono andate le cose, portando avanti un’improbabile relazione a tre. Da un lato c’è il solito Marc, che Bridget non è mai riuscita a dimenticare e del quale è sempre stata innamorata, nonostante le incompatibilità caratteriali che hanno reso la loro relazione impossibile; dall’altro c’è Jack che sembra essere l’uomo perfetto: bilionario, divertente, premuroso e molto più simile a Bridget di quanto non lo sia Marc. Ma, si sa, non sempre la persona che sulla carta è quella più adatta a noi sarà poi quella di cui ci innamoriamo. Il ruolo di Emma Thompson in Bridget Jones’s baby La rivelazione di questo film è senza dubbio Emma Thompson, che oltre ad essere la regista della pellicola svolge anche una parte secondaria, quella della cinica ginecologa di Bridget che, nonostante compaia poco, si rende protagonista di una serie di battute memorabili, senza dubbio le migliori di tutto il film. L’umorismo pungente e sottile della ginecologa, ben diverso da quello caotico e imprevedibile di Bridget, rende forse le scene dell’ecografia e del parto le più riuscite di tutta la pellicola. Il cambiamento di Bridget Bridget Jones’s baby è sicuramente un film riuscito, che ha successo nel suo intento: divertire il pubblico. L’ultimo capitolo della storia di Bridget risulta però abbastanza diverso rispetto ai primi due, sia perché è passato molto tempo, sia perché ormai Bridget è una donna diversa: pasticciona, come sempre, ma più consapevole di se stessa, più adulta, con un lavoro stabile ed un’età in cui quelli che a trent’anni sembravano problemi passano in secondo piano. L’unica pecca di Bridget Jones’s baby è che molti momenti risultano scontati, e non c’è alcun colpo di scena […]

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Mother’s day di Garry Marshall: il film corale dalla comicità non riuscita

Mother’s day (qui il trailer), il nuovo film di Garry Marshall attualmente nelle sale italiane, è una commedia corale concepita con l’intrecciarsi di più storie. Sandy (Jennifer Aniston) è una madre divorziata costretta a dividere le attenzioni dei suoi figli con Tina (Shay Mitchell), la nuova giovanissima moglie del suo ex marito (Timothy Olyphant). Intanto Miranda (Julia Roberts), un volto noto della televisione, la incontra per un colloquio che cambierà la vita di Sandy. Bradley (Jason Sudeikis), rimasto vedovo, non riesce più a rapportarsi alle donne, e vive la sua vita occupandosi delle sue due figlie. Gabi (Sarah Chalke) e Jesse (Kate Hudson) sono, invece, due sorelle allontanatesi dai genitori che non riescono ad accettare le loro scelte in amore. Troppe storie raccontate in Mother’s day Il cast è, evidentemente, molto numeroso, essendo il film una commedia corale. Proprio a causa del fatto che le storie siano diverse, nessuna delle quali sviluppata in maniera approfondita, lo spettatore rischia di perdersi. Le vicende sono troppe al punto che non si riesce ad entrare in empatia con i personaggi, né ci si appassiona alle loro storie. L’unico personaggio a cui si dà più spazio, e che potremmo considerare il più riuscito dell’intera pellicola, è quello di Sandy, interpretata da Jennifer Aniston. È solo con Sandy, infatti, che è il personaggio che riesce a trainare tutta la pellicola seppur a stento, che lo spettatore riesce ad identificarsi. Mother’s day di Garry Marshall e la sua comicità inefficace Nonostante questo film vanti grandi nomi, si può dire che la comicità sia davvero ridotta al minimo: la maggior parte delle battute non sono brillanti, non fanno ridere, e se il punto forte del lavoro di Marshall doveva essere l’insieme di tante storie che s’intrecciano, alla fine questo diventa un elemento a sfavore della riuscita del prodotto, che risulta in tal modo dispersivo e decentrato. Marshall, regista di film ben più riusciti, seppur sempre di genere comico di poche pretese, sembra aver “toppato” nella scelta del punto centrale che lega le storie l’una all’altra. Protagonista della pellicola è la festa della mamma. Sarà che in Italia non è una ricorrenza così importante come sembra essere considerata in Mother’s day, ma risulta assai improbabile che venga dato tanto rilievo a questa festa, che diventa il collante, in maniera un po’ forzata, di tutte le storie. Uno spaccato degli Stati Uniti Le storyline seguite dal film risultano essere, comunque, un interessante spaccato degli Stati Uniti: in nessuna di esse è sviluppata la storia di una famiglia tradizionale. In Mother’s day si parla di divorzi, di secondi matrimoni, di vedovanza, di omosessualità e di razzismo. Emblematica dell’odierno modo di comunicare è la chiamata Skype tra madre-figlia che abitano lontano, o quella con la suocera indiana. Mother’s day mette in scena una società multietnica e innovatrice, rispondente a quella reale. L’idea di partenza di Marshall era sicuramente positiva, e se realizzata diversamente avrebbe potuto dar vita ad un lavoro certamente più interessante.

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Ma ma – tutto andrà bene: il drammatico a tutto tondo della Cruz

Ma ma – tutto andrà bene, attualmente nelle sale italiane, è un film drammatico di Julio Medem, prodotto da Penelope Cruz. Magda (Penelope Cruz) si scopre malata di cancro: ha un carcinoma al seno ed è costretta a farselo asportare. Il giorno stesso della visita che le chiarirà lo stadio della sua malattia, ancora sconvolta, va ad assistere alla partita di calcetto della squadra di suo figlio e conosce un informatore del Real Madrid, Arturo (Luis Tosar). Durante la partita, Arturo riceve una telefonata e scopre che sua figlia e sua moglie hanno avuto un incidente: la prima non ce l’ha fatta, la seconda è in coma. Magda accompagna Arturo all’ospedale per supportarlo. Nei giorni successivi torna a trovarlo, stravolta dalle chemioterapie, mentre suo figlio, che non è a conoscenza della malattia, è in vacanza con i cugini. Dopo la morte della moglie di Arturo tra i due nasce una storia d’amore basata su un sentimento di tenerezza e di affetto più che di passione: si prendono cura l’una dell’altro e cercano di dimenticare il proprio dolore. Tuttavia Magda scopre di non aver debellato la malattia in maniera definitiva e, stavolta, lo stadio è molto più avanzato. Cosa potrà mai renderla improvvisamente – e insperatamente – felice? Ma ma e il rapporto madre-figlio e paziente-medico Ma ma è un film drammatico a tutto tondo. Non ci sono scene in cui il dramma è mitigato da momenti di serenità, non ci sono dialoghi divertenti né momenti dilettevoli.  Con grande delicatezza sono trattati i temi del rapporto con il figlio e con il suo ginecologo, Julian (Asier Etxendia), che la cura dall’inizio della malattia e si occupa di lei durante il decorso della seconda fase del cancro. Nonostante Magda ami molto suo figlio, ma i rapporti non saranno una passeggiata. Il ragazzino, che non sa dello sviluppo del candro, non riesce a rapportarsi a lei come prima: pur credendo che la malattia sia ormai superata è intimidito dallo sguardo di sua madre, talvolta si mostra a lei persino offeso. In realtà Medem vuole mostrarci la difficoltà che ha un ragazzino nell’affrontare le debolezze dei genitori, invincibili agli occhi di qualsiasi bambino.  Ma ma e il drammatico che non lascia spazio alla serenità Il film, nonostante affronti con coraggio una tematica forte e difficile, non riesce a coinvolgere completamente lo spettatore. Il tenore della pellicola è troppo gravoso, non ci sono momenti di serenità, e quei rari attimi di tenerezza che emergono di sfuggita non riescono a coinvolgere completamente a causa dell’atmosfera angosciante che accompagna per intero il film. Inoltre ci sono scene che riguardano sogni o immaginazioni di Magda, momenti immersi in un clima onirico, che si sovrappongono in maniera scomposta alle scene di vita quotidiana: lo spettatore può trovarsi destabilizzato non riuscendo a distinguere subito e con certezza quali avvenimenti appartengano al piano della realtà e quali a quello dell’irrealtà. Una nota a favore, però, è la performance intensa di Penelope Cruz, che resta una fuoriclasse nonostante il film non sia […]

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La pazza gioia di Beatrice e Donatella dopo la solitudine

Dieci minuti di applausi al Festival di Cannes per La pazza gioia (qui il trailer), il nuovo film di Paolo Virzì. Siamo in una comunità terapeutica, Villa Biondi, che ospita, tra le tante donne che soffrono di disturbi mentali, anche Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi). Si tratta di una donna ricca – almeno a suo dire – e moglie di un famoso avvocato, sempre elegante e attenta alla cura del suo aspetto, molto diversa dalle altre ospiti del centro. Quando arriva Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), una ragazza-madre particolarmente trascurata nell’aspetto, deperita, con un tutore alla gamba, Beatrice s’interessa alla nuova ospite, incuriosita dalla sua personalità così misteriosa, dal suo essere taciturna e scostante. Inizialmente Donatella è molto diffidente nei confronti della donna che le riserva mille attenzioni, ma poi, proprio per via della loro diversità, le due cominceranno a legarsi in maniera inaspettata. A rendere ancor più indissolubile il loro legame sarà l’esperienza che condivideranno. Le due donne, durante una “gita” fuori da Villa Biondi, riescono a scappare e a rubare un’auto per darsi “alla pazza gioia”. La pazza gioia non è un film “drammatico” Nonostante il film sia ambientato in buona parte in una comunità terapeutica, e nonostante il tema centrale sia la malattia mentale, non siamo di fronte ad un film “drammatico”. Siamo a metà tra un film drammatico ed una commedia. L’ironia e la delicatezza di La pazza gioia rendono la pellicola molto più leggera di quanto possa sembrare. Il dramma è costantemente mitigato dalla comicità delle due. E poi è l’amore ad essere al centro di tutto, non la malattia, non la follia. Le due protagoniste si muovono in una dimensione in cui non c’è altra possibilità che seguire i propri sentimenti, le proprie emozioni. Non si sentono “folli”, vorrebbero una vita normale, e trovano rifugio nell’altra proprio perché ognuna di loro riesce ad essere se stessa soltanto in questa dimensione. Non importa se il resto del mondo le crede inappropriate, inadatte alla vita, loro due, in questa dimensione, si sentono in pace con se stesse, e non hanno bisogno di trovare il consenso degli altri. È Beatrice, in particolare, che prende a cuore la storia di Donatella e fa di tutto per aiutarla, forse proprio per la necessità di sentirsi utile, di fare qualcosa che la impegni. Donatella e Beatrice fragili e forti Per qualche momento sembra persino che le due donne non siano affette da alcuna patologia, per quanto riescano ad equilibrarsi. Donatella è quella che resta con i piedi per terra e che, nonostante a guardarla sembri la più problematica, è quella che mantiene il contatto con la realtà. Beatrice è una sognatrice, non riesce a vedere il mondo nel suo aspetto più crudele, o almeno finge di non riuscirci: crede che l’uomo da lei amato le ricambi in sentimento, e spinge Donatella alla ricerca di suo figlio perché convinta che tutto possa risolversi nel miglior modo possibile. Questo rintanarsi in un mondo d’irrealtà è compensato, però, dagli scossoni che riceve dal […]

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The Dressmaker: una tragedia che si veste da commedia

The Dressmaker – Il diavolo è tornato (qui il trailer) è un film di Jocelyn Moorhouse, tratto dall’omonimo romanzo di Rosalie Ham. Tilly Dunnage (Kate Winslet) è una talentuosa e bellissima stilista che dopo aver lavorato a Parigi decide di tornare nel suo piccolo paese, Dungtar, in Australia, dove ha lasciato già molti anni prima sua madre Molly (Judie Davis), conosciuta da tutti come “la pazza”. Tilly trova sua madre, che vive come un’eremita, in una condizione di abbandono e decide di prendersene cura, ma Molly, una donna ormai mentalmente instabile, sembra non riconoscerla. Il rapporto tra le due è inizialmente molto contrastato, e Tilly è costretta a scontrarsi anche con l’ostilità di tutti i cittadini di Dungtar, che sembrano scontenti del suo ritorno a casa. L’unico ad accoglierla cordialmente e a farla sentire a suo agio è Teddy (Liam Hemsworth), che s’innamora di lei. Ma Tilly ha un trascorso difficile e controverso che non le permette di lasciarsi andare ai sentimenti: proprio non riesce a ricordare cosa le è accaduto – tanti anni prima – che l’ha portata lontano da casa. Il suo ritorno a Dungtar la riporterà indietro nel tempo, e finalmente la donna potrà scoprire quel tassello del suo passato che le è mancato per tanti anni. Ha commesso davvero l’omicidio di cui tutti l’accusano? Il mondo fiabesco in The Dressmaker The Dressmaker è un film che difficilmente riusciamo a collocare in una definita categoria. A tratti comico, specie nella prima parte, a tratti tragico, è una tragedia che si veste da commedia, o viceversa. Dungtar è una cittadina ferma, immobile, congelata nella condizione che Tilly aveva lasciato tanti anni prima: i cittadini sono tutti bigotti e falsi perbenisti. Il piccolo paese colorato e dal sapore quasi ottocentesco s’innova soltanto con il ritorno di Tilly. La donna, infatti, comincia a confezionare per gli abitanti del posto vestiti eleganti e alla moda, sgargianti e nuovi, in totale contrasto – tra l’altro – con Dungtar, un paese di campagna abbandonato e in rovina. Inoltre li incita a nuovi comportamenti, li istiga a nuove dinamiche e riesce, spesso, a circuirli. Si muove per condurre una vendetta personale, e dopo tanti anni riuscirà a smuovere qualcosa nell’ormai superata Dungtar. Le situazioni cominciano a cambiare proprio grazie a lei, gli equilibri rimasti intatti per tantissimi anni si rompono e vengono a galla delle verità da sempre sepolte. Fatta eccezione per i tre personaggi principali (Tilly, Molly e Teddy), ci sono una serie di personaggi stereotipati e dagli aspetti quasi fiabeschi, personaggi che sembrano delle maschere teatrali, con degli atteggiamenti standardizzati, sempre più caratterizzanti andando avanti nel film. Infatti Tilly cambia anche la loro immagine, coinvolgendo sempre più gli abitanti di Dungtar nel suo mondo e portandoli dalla sua parte. Tutti la odiano ma cominciano a rispettarla per il suo lavoro. The Dressmaker come metafora della vita The Dressmaker è un film-metafora: riguarda le malelingue e il modo in cui queste ci possono condizionare la vita in negativo. Tilly riesce a combattere i suoi nemici proprio grazie […]

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Le confessioni: un thriller politico e psicologico

“Le confessioni” (qui il trailer), il nuovo film di Roberto Andò, è al cinema dal 21 aprile. Roberto Salus (Toni Servillo), un monaco certosino, viene invitato ad un summit fra i ministri dell’economia degli otto paesi più influenti al mondo. Lo scopo dell’incontro è quello di discutere di una segretissima e delicata manovra economica che determinerà le sorti dell’economia mondiale. Il monaco, abituato al silenzio della sua vita meditativa, ha ricevuto l’invito dal presidente dell’FMI (Fondo Monetario Internazionale), Daniel Roché (Daniel Auteuil), perché è un religioso fuori dal comune. Il vero motivo dell’invito da parte dell’economista è la ricerca dell’assoluzione dai suoi peccati: Roché esprime il desiderio di confessarsi, e di farlo proprio con Salus, che è anche uno scrittore, oltre che un monaco atipico. Nei suoi libri, infatti, fa dichiarazioni non molto ortodosse, e lui stesso ammette di non essere interessato all’ortodossia. La notte stessa della confessione Roché viene trovato privo di vita nella stanza del lussuoso albergo tedesco in cui si tiene il summit, e da lì comincerà la ricerca della verità. Si è trattato di un suicidio o di un omicidio? L’accusa ad un monaco e l’ostilità da parte sua nel non rivelare quanto dettogli durante una cruciale confessione ricordano l’hitchcockiano “Io confesso”, che viene infatti citato nel film. “Le confessioni”, un thriller politico e psicologico e il personaggio di Servillo Potremmo definire “Le confessioni” un thriller politico e psicologico, tutto giocato sulle motivazioni per le quali il suicidio/omicidio si sarebbe compiuto. Tuttavia il momento della rivelazione non ci sarà. Non è questo il punto su cui Andò ci vuole attenti. Il regista vira l’attenzione dello spettatore verso un più rilevante aspetto, secondo la linea che tratteggia: le dinamiche politiche ed economiche che si stabiliscono tra i ministri dei diversi paesi. Gli “amori”, gli odi, le attrazioni, le minacce. Il tutto crea i presupposti per una riflessione sul contesto in cui il film è ambientato. Andò, inoltre, si muove dietro le orme di Sorrentino, lasciando intravedere alcune delle atmosfere di “La grande bellezza” e di “Youth”. Persino il linguaggio ermetico di Sorrentino è riutilizzato a modo proprio da Andò, ma rimanda con evidenza ai modi stilistici del collega. Tuttavia, in questa circostanza, Servillo non potrebbe essere più diverso dal Jep Gambardella della pellicola che ha vinto l’Oscar nel 2014. Diverso nel modo di parlare, nelle espressioni, nei silenzi, in “Le confessioni” l’attore napoletano dimostra la sua versatilità. Ci fa credere di essere davvero un monaco certosino che ha vissuto soltanto nel silenzio e che non è abituato alla mondanità che, invece, faceva da sfondo a “La grande bellezza”. A tratti glaciale e a tratti oscuro, il suo è un personaggio che non si svelerà mai fino alla fine, di cui non riusciamo ad identificare in tutto e per tutto il ruolo. Ciò che appare chiaro sin da subito è che l’uomo è senza dubbio un religioso fuori dal comune: non solo è uno scrittore, ma nei suoi libri esprime dei concetti decisamente poco ortodossi, specie sulla tolleranza del […]

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Veloce come il vento, il coinvolgente ed emotivo film di Rovere

“Veloce come il vento”(qui il trailer), di Matteo Rovere, è al cinema dal 7 Aprile. Il film racconta la storia di Giulia De Martino (Matilda De Angelis), una giovane e promettente pilota, e di suo fratello Loris (Stefano Accorsi), vecchio campione caduto in rovina a causa della sua tossicodipendenza. I due fratelli sono costretti a riallacciare i rapporti dopo l’improvvisa morte del padre, e dopo un iniziale astio – specie da parte di Giulia, che lo disprezza a causa del suo stile di vita – riescono a creare un legame insperato. Loris prima per gioco, poi con intenzioni sempre più serie, comincia ad aiutare Giulia ad allenarsi per il campionato italiano GT, e insieme formano una squadra inaspettatamente forte. Sono altri, però, e sempre più gravi, i problemi che attanaglieranno i due fratelli, il cui rapporto sarà sempre – fino all’ultimo fotogramma – difficile e contrastato. Il rapporto tra Loris e Giulia  Sin dal principio “Veloce come il vento” si dimostra un film che può dare tanto. Parte con un avvenimento forte: la morte del padre di Giulia durante un’importante gara di lei. Subito Rovere sperimenta quella tensione emotiva che reggerà tutto il film. I momenti delle gare del campionato non sono gli unici in cui il film tiene con il fiato sospeso, perché ci sono altre gare – anche più importanti di quelle che riguardano il campionato GT – che i due fratelli dovranno affrontare nella vita quotidiana. Loris ha un modo tutto suo di insegnare alla sorella a rischiare, giocando al “tutto o niente”, perché se non si rischia, secondo il suo punto di vista, non si vince. E allora obbliga Giulia ad imprese disperate, arrivando fin quasi a rovinarsi e rovinarla, causandole molti guai, ma con la consapevolezza che il suo modo di vivere, l’unico che conosce e che riesce ad insegnare agli altri, è quello della spregiudicatezza ai limiti della follia. La svolta del personaggio di Loris in Veloce come il vento Il personaggio di Giulia e quello di Loris sono il cuore di tutto il film. Lei è una ragazza di 17 anni con una vita da adulta, piena di responsabilità ed incombenze. Loris, invece, è l’adulto, ma si comporta come un ragazzino: la sua dipendenza dalla droga e da Annarella (Roberta Mattei), la sua fidanzata, lo porta a vivere in un mondo d’irrealtà, in cui non esistono le vere responsabilità, ma si vive la follia del momento. Il personaggio di Loris, però, subisce un mutamento molto rilevante. È su quella svolta che si sviluppa, poi, la svolta dell’intero film. Il cambiamento di Loris è reso con assoluta maestria da uno Stefano Accorsi mai sottotono, mai banale, mai oltre misura. Questo personaggio che inizialmente risulta quasi un antagonista, ma per cui si arriva subito a simpatizzare, diventa il cuore del film, scalzando a Giulia il ruolo di eroina. È Loris il vero eroe, quello disposto a tutto pur di vincere per i suoi fratelli, l’unico della famiglia così scapestrato da essere capace di rischiare fino […]

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Un bacio: il film dalla parte degli emarginati

Blu (Valentina Romano), Lorenzo (Rimau Grillo Ritzberg) e Antonio (Leonardo Pazzagli) sono i tre protagonisti di Un bacio (qui il trailer), il nuovo film di Ivan Cotroneo tratto dal suo omonimo romanzo. È una storia di anticonformismo e di ribellione, una storia di amicizia e d’amore, di sensazioni vissute in una misura in cui solo gli adolescenti riescono a vivere. Lorenzo è un ragazzo omosessuale che si trasferisce a Udine, adottato da una coppia che si lega a lui da subito. Blu è una ragazza difficile, dal carattere duro e ribelle, in continuo conflitto con sua madre. Antonio vive il dramma di un lutto importante: suo fratello maggiore è morto in un incidente stradale, e da allora la sua famiglia non è stata più la stessa. Questi tre ragazzi, diversissimi tra loro, hanno qualcosa in comune che li lega indissolubilmente: si sentono dei “diversi”. Sono derisi e osteggiati dai loro coetanei, che non li capiscono e per questo non li accettano. Eppure, insieme, trovano una loro dimensione. Seppur nella difficoltà di vivere in una realtà in cui non sono accettati, trovano il loro angolo di paradiso. Imparano a non preoccuparsi di essere accettati a tutti i costi, perché l’amicizia che li lega diventa così forte e totalizzante che il resto, per loro, non è più importante. Sembra che le loro vite siano tornate a posto, finché non subentra il sentimento di Lorenzo per Antonio, che non lo contraccambia. Da allora cambia tutto, e cominciano a rompersi degli equilibri importanti nel rapporto dei tre amici. Il distacco dalla realtà vissuto dai tre adolescenti Si dice che gli anni dell’adolescenza sono quelli che ci porteremo dietro per tutta la vita, che quello che ci succede in quegli anni segnerà per sempre il nostro percorso, indirizzandoci verso le scelte future. Si dice che le amicizie che stringi nel periodo adolescenziale siano quelle che ti restano dentro di più. È proprio quello che affiora nel film di Cotroneo, che sottolinea con assoluta pertinenza quanto da ragazzi si viva in maniera molto più amplificata e decisiva qualsiasi avvenimento, e soprattutto qualsiasi sentimento. Lorenzo, un ragazzo che si sta appena affacciando alla vita in quell’età così difficile per chi è omosessuale, vive in modo viscerale e totalizzante il suo amore per Antonio. Sa, in fondo, di non essere contraccambiato, ma nella sua realtà in cui non esiste la negatività, quella realtà che sogna, in cui lui è acclamato e osannato invece che deriso, non c’è posto per la sconfitta, per il dolore. E riesce a trascinare in questa realtà fuori dal mondo, in cui succedono solo cose belle, anche i due amici che, prima di conoscerlo, erano così diversi da lui. Il pericolo che corrono questi ragazzi, e che provocherà loro tutti i problemi che si presenteranno, è proprio questo: c’è un totale distacco dalla realtà, un distacco imprudente, ai limiti della follia. I giovani attori di Un Bacio I tre giovani attori, tutti esordienti in Un bacio, sono credibilissimi nei propri ruoli. Il giovane Rimau Grillo […]

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