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Telegram Messenger, il futuro dell’instant messaging

L’app russa Telegram Messenger LLP, brevettata nel 2013 dai giovani fratelli Durov, potrebbe essere l’alternativa a Whatsapp. Nikolai e Pavel Durov, sono già padri della versione russa di Facebook, VKontakte (VK), lanciata nel 2006, ma è con Telegram Messenger LLP che sono riusciti a ritagliarsi un posto all’interno del mercato mondiale della messaggistica istantanea. Sono molte le differenze che rendono unica Telegram Messenger LLP, ma ciò che la rende davvero preferibile all’applicazione WhatsApp è il mantenimento della privacy dei dati degli utenti. Telegram Messenger LLP infatti, arriva in un momento storico in cui la privacy dei nostri dati è in pericolo e forse avranno pensato proprio a questo i due milioni di utenti di WhatsApp che, in occasione dell’acquisizione di quest’ultima da parte del proprietario di Facebook, Mark Zuckerberg, decisero di scaricare Telegram Messenger LLP. L’acquisizione di WhatsApp, nonché di Instagram (applicazione conosciuta anche come “il facebook delle fotografie”), permetterebbe infatti a Zuckerberg di accedere ai dati ed ai messaggi degli utenti. A quel punto, non sarebbe assurdo immaginare che l’utilizzo di WhatsApp possa passare attraverso l’account di Facebook, come già succede per le applicazioni ludiche più comuni, o addirittura che Facebook possa decidere di farsi pubblicità attraverso banner. Tutto ciò con Telegram Messenger LLP non accadrebbe per diversi motivi. In primo luogo, l’applicazione offre un servizio messo a punto senza scopo di lucro da una società chiamata Telegram LLC, detenuta dai due fratelli russi; in secondo luogo, l’applicazione possiede sistemi di tutela della privacy tali da non permettere a terzi di intercettarne il contenuto. Altro punto a favore di Telegram Messenger è la sua capacità di supporto dati, che si aggira intorno a 1,5 gigabyte, rendendo semplice e rapido l’invio di materiale, poiché nel trasferimento dati c’è un consumo ridotto di byte. Tuttavia, non mancano le critiche al servizio offerto da Telegram Messenger LLP. Alcuni, infatti, sostengono che Telegram non protegga davvero i dati degli utenti, poiché non sembrano essere davvero chiare le informative sulla privacy. Altri invece, sostengono che il difetto di Telegram Messenger risieda nella sua diffusione limitata, di conseguenza gli utenti sarebbero ancora pochi. D’altronde potrebbe essere possibile far crescere il numero degli utenti partendo dai principali contatti con i quali “si chatta”, convincendoli a scaricare l’applicazione. Per contraddire le critiche sulla segretezza delle informative sulla privacy invece, basta considerare il numero delle volte in cui, senza alcun problema, si inseriscono i propri dati per accedere a servizi online di ogni genere, dalla firma di petizioni via email, alla registrazione su siti di cui non conosce neanche la provenienza. Per dimostrare che i due fratelli non hanno intenzione di “liberare in rete” i dati personali degli utenti, sarà sufficiente raccontare la vicenda che ha portato alle dimissioni da amministratore delegato di VKontakte, Pavel Durov, nel 2011. In occasione delle elezioni in Russia, Pavel decise di negare l’accesso del governo ai dati degli utenti ucraini di VK che scendevano in piazza e partecipavano a manifestazioni e cortei contro Putin. Il Cremlino quindi vide nel social network un nemico da eliminare, data […]

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TPA: bocciatura per Obama

Lo scorso 13 Maggio a Washington si è tenuta una discussione a proposito della clausola “Trade Promotion Authority”, ma Obama riceve un rifiuto dai suoi stessi compagni di partito. Il TPA è una clausola che, se avesse ottenuto l’appoggio dei senatori (60 voti), avrebbe impedito a chiunque non fosse il Presidente americano di modificare gli accordi di partneriato in corso sia con l’Unione Europea (TTIP) che con 11 paesi asiatici (TPP). A nulla sono valsi i tentativi di accattivarsi la maggioranza repubblicana al Senato: ormai le trattative per arrivare alla conclusione almeno del Transatlantic-Pacific Partnership (TPP) sembrano essere giunte ad una fase di stallo. Del resto, non era difficile immaginare che il Congresso non avrebbe accettato di buon grado una estromissione in tema di emendamento di accordi, nè che avrebbe mai permesso ad una semplice clausola come il TPA di limitare il proprio potere decisionale ad un semplicissimo “sì” o “no”. Insomma, Obama dovrà probabilmente attendere ancora un po’ prima di vedere i suoi sogni di espansione commerciale realizzarsi e la cosa più interessante è che proprio i democratici del suo partito hanno avuto il maggior peso nella bocciatura del TPA, con 52 voti a favore e 45 contrari, impedendo quindi al Presidente di ottenere una maggioranza tale da rendere inefficace qualsiasi proposta di emendamento degli  accordi partenariali. Come se non bastasse, a criticare ferocemente gli accordi tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, noti come Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), arriva Alfred de Zayas, esperto di diritto internazionale, nominato dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU come esperto indipendente per la promozione di un ordine equo e democratico. De Zayas si dice preoccupato del fatto che intorno all’accordo di partenariato USA-UE ci sia una tale segretezza, che ha portato quindi all’esclusione, in ambito di negoziazione, di sindacati e gruppi di protezione ambientale. In tal modo non si è fatto altro che insospettire cittadini che, forse a ragione, dubitano che la partnership possa preservare l’ambiente e quindi la salute dei cittadini. Zona d’ombra dell’accordo, su cui lo stesso de Zayas focalizza la sua critica, è la possibilità per le multinazionali di contrastare eventuali accuse da parte dei governi, grazie ad un pool di avvocati esperti in diritto commerciale, la cui imparzialità è sicuramente opinabile. Benchè il risultato di questa battaglia si possa esprimere con un: democrazia 1 – multinazionali 0, la guerra non è ancora terminata; in ballo ci sono degli interessi maggiori della creazione di un’area di libero scambio. Gli Stati Uniti si sentono non poco minacciati dallo strapotere economico che stanno acquistando la Cina e gli altri BRICS (Brasile, Russia, India e Sud Africa), tanto da arrivare a proporre la creazione di aree di libero scambio la cui ampiezza è tale da far pensare ad una volontà di controllo globale del commercio internazionale. E l’Italia? L’Italia di Renzi è perfettamente a conoscenza di ciò che accade, mentre l’Italia dei cittadini, che si affida ancora all’informazione mainstream, è impegnata a tenere in piedi gli stand dell’Expo e ad […]

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TTIP: una partnership da guerra

Che cos’è il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)? È un trattato sul commercio e sugli investimenti per la creazione della più grande area di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. La partnership è in via di negoziazione, in sordina, sin dal 2013 e se portata a termine, garantirebbe la riduzione delle barriere doganali facilitando l’entrata e l’uscita dei flussi di investimenti e la libera circolazione di merci all’interno dell’area. Vista così, non sembra nulla di eccezionale e soprattutto non è evidente il motivo per cui cittadini e governi debbano sentirsi minacciati da questa proposta di partenariato. Innanzitutto, va posto l’accento sul fatto che all’interno di molti trattati sugli investimenti, che preludono alla creazione di aree di libero scambio, è contenuta la clausola dell’Investor-state dispute settlement (risoluzione delle controversie fra investitore e Stato). Quest’ultima permette a un investitore straniero, qualora creda che lo Stato con cui fa affari abbia violato una norma di diritto pubblico internazionale, di avviare un procedimento di risoluzione delle controversie nei confronti dello Stato in questione. Poiché il TTIP è un trattato di partenariato per la creazione di un’area di libero scambio, contiene la succitata clausola, garantendo alle imprese straniere (multinazionali e transnazionali) la possibilità di citare in giudizio i governi di Stati che, nel tentativo di tutelare i propri cittadini dai prodotti o dalle attività di un’impresa, adottano misure restrittive per le attività di quest’ultima. In questo modo, si darà inizio a pratiche giudiziarie che saranno prese in esame da avvocati esperti in diritto commerciale internazionale, che potrebbero anche essere al soldo delle stesse imprese che hanno fatto causa ai governi. In diversi paesi europei e del mondo le critiche e le proteste nei confronti del trattato non si sono fatte attendere; oltre 500 mobilitazioni e flash mob hanno occupato le piazze mondiali. In Italia il 18 Aprile hanno sfilato cortei da Roma a Torino, da Milano a Napoli, per dire “STOP TTIP!”, un partenariato in cui non sono certo i cittadini a guadagnarci né in termini di qualità e igiene dei prodotti né sul piano della tutela ambientale. Chissà se il viceministro italiano per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, ha fatto queste considerazioni, o se le ha fatte invece il nostro premier Matteo Renzi, che lo scorso 17 Aprile è stato ospite alla Casa Bianca per discutere, tra gli altri temi, anche del TTIP. Sicuramente la ripresa economica dell’Italia è in cima alla sua agenda politica, ma ci sarebbe da chiedersi a quale prezzo. Se ci si sgancia da considerazioni di tipo nazionale e si cerca di inserire il TTIP in un contesto internazionale, i pezzi del puzzle che compongono la risposta alla domanda iniziale iniziano immediatamente ad unirsi. Fin dal 2005, infatti, si cerca di concludere un trattato di partenariato fra gli USA e alcuni paesi bagnati dalle acque del Pacifico, il cosiddetto TPP (Trans-Pacific Partnership), che garantirebbe agli Stati Uniti di regolare i rapporti commerciali con i paesi asiatici partecipanti. Insomma, se i due trattati entrassero in vigore, gli […]

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Un piccolo ristorante vegano a Napoli: ‘O Grin

‘O Grin – etico &’ buono è un take away “un po’ folle” sito in Napoli, via Mezzocannone 83, che da quasi un anno offre specialità alimentari 100% biologiche e vegane. I fondatori sono tre semplici ragazzi, Luigi, Imma e Stefano, che hanno deciso di restare coerenti con i loro principi etici – sostenibilità ambientale e avversione verso l’inutile ed eccessivo consumismo promosso dalle aziende multinazionali – applicandoli ad un lavoro che permettesse loro di preservare uno stile di vita ecosostenibile. I tre si sono incontrati nell’ambito del volontariato sociale e ambientale e dopo qualche anno decidono di aprire il locale, mostrando che esiste un’alternativa al consumismo sfrenato a costi decisamente minori di quanto ci si possa aspettare. Nel tentativo di conoscere meglio il progetto inaugurato dal locale, ho rivolto alcune domande a Luigi, uno dei fondatori. Intervista a Luigi, fondatore del piccolo ristorante vegano a Napoli Tutte le persone dello staff sono vegane? No, di cinque persone che lavorano qui, soltanto due sono vegane, mentre io ho scelto di non mangiare carne. Non mi definisco però vegetariano, non mi piacciono le etichette; preferisco semplicemente mangiare come piace a me: sono Luigi e non mangio carne, tutto qui. Gli altri sono onnivori, anche se lavorando qui pian piano stanno modificando il loro regime alimentare e di conseguenze anche il loro stile di vita. Del resto uno degli intenti nell’aprire il locale era proprio quello di cercare di modificare gli stili di vita delle persone e, devo dire, qualcosa si sta già muovendo in questa direzione. Come mai aprire un punto di ristorazione solo vegano e non anche vegetariano? Beh, solo vegano perché volevamo lanciare un messaggio chiaro rispetto ad un determinato tipo di alimentazione, poiché crediamo l’alimentazione vegana segua dei regimi molto più etici: la natura viene sfruttata in modo diverso, mentre non c’è sfruttamento degli animali. Rispetto ai vegetariani l’approccio cambia molto; la produzione di latte, che i vegetariani consumano senza problemi, implica uno sfruttamento su scala industriale dell’animale, che in natura solo se gravido produce latte. Esistono invece allevamenti dove le femmine di bovini e ovini vengono inseminate al solo scopo di produrre latte e continuo a chiedermi quale sia il senso di tutto ciò. Come si inserisce in questo contesto il bookcrossing? Con il bookcrossing intendiamo ampliare il messaggio che vogliamo veicolare e che parte dall’apertura di questo locale, fino ad arrivare ad un contesto di condivisione del sapere. L’idea è quella di mettere a disposizione delle risorse, in modo che le persone possano accedervi attraverso uno scambio: prendo un libro, te ne porto un altro, permettendo ad idee e cultura di circolare. A noi piace molto questo tipo di approccio. Quali sono gli ingredienti maggiormente utilizzati? Verdure, che la fanno da padrone. Inoltre a caratterizzare l’alimentazione vegana sono il seitan, il tofu, tanta frutta secca e cereali. Piatti e posate invece sono fatti di fibra di cellulosa. Il latte che utilizzate è latte di soia, ma come fate a sapere che la soia utilizzata non proviene […]

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Conflitti ambientali: primo atlante italiano

Il giorno 13 marzo alle ore 17:30, presso la Libreria Fandango, in Via dei Prefetti 22, Roma, si terrà la presentazione di un progetto realizzato dal Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (CDCA): un atlante dei conflitti ambientali, il primo a livello nazionale, che conterrà oltre cento schede di conflitti ambientali presenti sul nostro territorio e che grazie al suo formato digitale potrà essere continuamente aggiornato, permettendo a chiunque effettui l’accesso alla piattaforma interattiva di conoscere e documentarsi sui conflitti esistenti ed allo stesso tempo di segnalarne nuovi. All’incontro parteciperanno ed interverranno diverse voci, tra le quali quella dell’economista e professore all’Università Autonoma di Barcellona, Joan Martinez Alier, mentre introdurrà l’evento la presidente del CDCA, Marica Di Pierri, già nota al pubblico. Il CDCA nasce nel 2007 come costola dell’associazione onlus romana, “A Sud”, che si occupa prevalentemente di conservazione dei beni comuni (acqua, fauna, risorse esauribili), allo scopo di approfondire tematiche relative alle questioni ambientali. Grazie a progetti di ricerca sui temi della sostenibilità ambientale e sui conflitti ambientali, la principale missione del CDCA è quella di fornire informazioni sulle condizioni delle popolazioni direttamente ed indirettamente colpite dai conflitti ambientali che la ricerca e l’ottenimento delle risorse naturali, o più semplicemente il consumismo e lo sfruttamento che caratterizzano le economie capitaliste, possono portare al nostro pianeta. Ma che cos’è esattamente un conflitto ambientale? È un conflitto caratterizzato dall’incapacità delle parti in causa di arrivare ad un accordo in tema di gestione ambientale in un dato territorio. Il progetto di un atlante sui conflitti ambientali presenti in Italia – dalla Val di Susa alle discariche abusive campane, dal Vajont alle ex aree industriali – si presenta come completamento dell’Atlante Globale dei conflitti (EjAtlas), realizzato dalla EJOLT (Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade) grazie ai finanziamenti di un piano quinquennale (2011-1015) della commissione europea, con l’aiuto di Organizzazioni di Giustizia Ambientale (EJO) da tutto il mondo. Le mappature (o schede) dei conflitti ambientali italiani presenti sono realizzate grazie all’aiuto di associazioni ambientaliste, centri sociali, comitati territoriali, ricercatori universitari, giornalisti e soprattutto giovani volontari, che hanno posto il problema dei conflitti ambientali al centro delle loro attività di studio e ricerca. Grazie al lavoro del CDCA, da questo momento in poi chiunque fosse interessato potrà conoscere e documentarsi gratuitamente sui diversi conflitti ambientali presenti in zone, tra l’altro, poco distanti da noi, così da sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dell’ambiente, bene che, malgrado si dimentichi facilmente, appartiene all’intera comunità umana. -Conflitti ambientali: primo atlante italiano-

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Maometto e zio Sam: cosa non dicono sull’ISIS

Si sente ormai parlare soltanto dell’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), ma non di perché esiste e di cosa potrebbe esserci dietro tutta l’organizzazione. I media internazionali sostengono che l’intento della milizia musulmana sia di creare un’identità statuale, il cosiddetto Stato Islamico (IS), nell’area geografica compresa tra la Siria e l’Iraq, territorio coinvolto nei maggiori scontri degli ultimi venti anni (Seconda Guerra del golfo, primavera Araba, guerra civile siriana) e di grande importanza geostrategica sia per posizione che per risorse energetiche. Numerose fonti ci riferiscono infatti che i miliziani che combattono tra le fila dell’ISIS furono in realtà addestrati dalla CIA nei campi in Giordania e vennero inizialmente ascritti alla storia come le “forze moderate” sunnite che sfidarono la sanguinosa dittatura dell’alawita al-Assad in Siria, nel bel mezzo della rinomata primavera araba, dando vita ad una sanguinosa guerra civile che tutt’ora dilania il paese. La nascita della milizia islamica sunnita che oggigiorno terrorizza l’occidente è dunque in realtà una costruzione dello zio Sam allo scopo di soddisfare una motivazione geostrategica ben precisa: una nuova guerra imperialistica rivolta ai territori mediorientali che permetterebbe agli americani di gestire le più importanti riserve di materie prime mondiali. A tale scopo gli Stati Uniti avrebbero strumentalizzato un conflitto religioso che vede contrapporsi le forze sunnite a quelle shiite iraniane e a quelle alawiti siriane, entrambe gravitanti nell’orbita russa. Infatti, destabilizzare gli equilibri politici in Medio Oriente permetterebbe agli americani non solo di controllare le riserve petrolifere presenti, ma di ostacolare un recente accordo stipulato da Iran, Iraq e Siria con il beneplacito della Russia per costruire un condotto per trasportare gas e petrolio nel Mediterraneo. Tutto ciò consentirebbe anche di tenere sotto scacco Russia e Cina, che preoccupano non poco gli Stati Uniti. Gli USA avrebbero infatti acceso la miccia di questo conflitto per permettere alla NATO di penetrare nei territori mediorientali e occupare Stati vicino l’Iran, come Siria e Libia, circondandolo. Inoltre, avvicinarsi all’Iran significherebbe avvicinarsi anche a Russia e Cina, attraverso l’area del Caucaso e in quella dello Xinjiang, dove gli stessi americani starebbero fomentando reazioni di estremisti musulmani. Tuttavia, la pericolosa avanzata del Califfato islamico lungo il flesso libico-egiziano sembra sempre meno funzionale agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e sempre più una variabile pericolosa ed imprevedibile per i futuri scenari politici del mondo islamico e, secondo alcuni, di tutta la regione mediterranea. Tutto ciò aiuta anche a spiegare il clamoroso voltafaccia degli Stati Uniti che dopo aver creato la milizia islamica più celebre al mondo stanno invece fornendo armi ai Curdi per combattere l’avanzata dell’ISIS nel territorio tra Iraq, Siria e Turchia, convenzionalmente chiamato Kurdistan. Lo scopo non è la lotta ai guerrieri dello stato Islamico, né proteggere il popolo curdo, ma proteggere la riserva petrolifera di Erbil dove si sono insediati i Curdi e tutelare gli interessi delle multinazionali del petrolio presenti nell’area. In questo senso, inquadrare la nascita dell’ISIS nell’ottica dell’attuale GREAT GAME per la conquista delle principali risorse della terra, può aiutare a comprendere la vera ragione […]

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Diritti civili Vs. Conservatorismo: 1-0

Entrata a far parte dell’UE nel 2004, la Slovacchia sembra porre una grossa sfida all’Unione Europea nell’ambito delle riforme in materia di diritti civili, nella fattispecie di diritti  delle coppie omosessuali. L’Alleanza per la Famiglia (AZR), associazione cattolica e conservatrice attiva in Slovacchia, ha proposto tre questioni agli slovacchi, che sono poi confluite in un referendum tenutosi l’8 febbraio. Ciò che si chiedeva ai votanti era di rispondere in maniera alle seguenti questioni, riguardanti i diritti delle coppie omosessuali e l’educazione dei bambini del paese: 1. Considerare come matrimonio solo e soltanto un’unione costituita da un uomo e una donna; 2. Impedire a due persone dello stesso sesso di adottare, quindi crescere, bambini; 3. Impedire alle scuole di far partecipare i bambini a lezioni su educazione sessuale ed eutanasia, se i loro genitori fossero contrari. Se una maggiore percentuale degli aventi diritto al voto avesse risposto sì alle tre proposte, il referendum avrebbe raggiunto il quorum e tali proposte avrebbero rafforzato leggi omofobe già esistenti e volute dal premier socialdemocratico tuttora al governo, Robert Fico. Sfortunatamente per l’Alleanza, i risultati sono stati al di sotto delle aspettative; sebbene le proposte della AZR fossero appoggiate dal 90% dei votanti, soltanto il 21,4% degli aventi diritto di voto si è espresso in maniera favorevole, ragion per cui niente quorum, niente rafforzamento delle leggi omofobe. La proposta di Alleanza per la Famiglia non è il vero motivo di preoccupazione. Ciò che desta maggior timore è che la coalizione conservatrice stia gettando le basi per trasformarsi in un vero e proprio partito politico. Se così fosse si verrebbe a creare un’opposizione in grado di contendere la leadership al premier Fico e ai socialdemocratici, quindi il destino delle comunità LGBT esistenti in Slovacchia sarebbe gravemente minacciato. Inoltre, la terza questione riguardante l’eutanasia e l’educazione sessuale nelle scuole sembra rappresentare un vero e proprio passo indietro, non solo sul piano scientifico, ma anche su quello culturale. Innanzitutto, “buttare lì” l’eutanasia significa spogliarla delle sue implicazioni etiche prima che civili. Ma del resto qualunque coalizione cattolico-conservatrice avrebbe assunto le medesime posizioni e sindacarvi sarebbe una perdita di tempo. In secondo luogo, impedire ai bambini di seguire lezioni di educazione sessuale nelle scuole significa impedir loro di conoscere una parte di se stessi, dell’istintività umana, che se tenuta troppo sotto controllo può provocare non pochi danni a ciascun individuo e alla comunità. Forse è stato il buon senso a permettere ad un’alta percentuale della popolazione di astenersi dal voto, quindi bisogna sperare che tale buon senso guidi anche le scelte future del paese. La Repubblica Slovacca potrebbe avanzare non poche ragioni per avallare il dissenso nel caso in cui l’Unione decida di adottare una linea favorevole riguardo ad unioni omosessuali e all’adozione di bambini da parte di queste coppie. Gli stati membri dell’Unione Europea si configurano come una comunità che per il momento condivide soltanto la valuta e un’area di libero scambio commerciale. Sarebbe invece arrivato il momento di instaurare un’unione anche sul piano dei diritti civili, così […]

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Tappa italiana di Tsipras per il tour anti-austerity

Il neoeletto Primo Ministro greco, Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra Syriza, cerca di trovare alleati che possano appoggiarlo nella ricerca di un’alternativa all’austerity, intraprendendo di fatto un braccio di ferro con la Merkel. Dopo aver vinto le elezioni lo scorso 25 gennaio e lanciato il guanto di sfida alla politica rigorista tedesca, Tsipras sembra trovarsi in una posizione non poco agevole. Per questo motivo il premier e il ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, hanno deciso di intraprendere un tour europeo alla ricerca di alleati che condividano la loro visione anti-austerity. I due hanno fino ad ora ottenuto l’appoggio francese, arrivato dopo l’incontro fra lo stesso Varoufakis e il collega Michel Sapin, il sostegno del ministro delle finanze britannico, George Osbourne, ed addirittura quello del presidente statunitense Barack Obama, il quale ha affermato che è giusto ammorbidire le imposizioni fiscali europee e dare spazio di manovra ai paesi in difficoltà, affinchè possano raggiungere gli standard di crescita economica auspicati. La Germania, dopo aver espresso alcune riserve sul programma elettorale del premier greco, si prepara anch’essa ad accoglierlo. Cosciente ormai del suo isolamento politico, Angela Merkel si trova di fronte alla necessità di fare una scelta che possa mettere d’accordo tutti, ma ciò sembra tutt’altro che facile. In ballo c’è la Troika, da cui il leader greco si aspetta che possa ridare più respiro ai paesi dell’eurozona. Dopo l’incontro tra Matteo Renzi ed Alexis Tsipras a Palazzo Chigi, Renzi si dice convinto di appoggiare le istanze del collega greco e cavalcare l’onda del cambiamento che sta investendo l’UE, a patto che anche gli impegni vengano mantenuti e che le riforme strutturali vengano implementate. Non stupisce in effetti un tale atteggiamento, simultaneamente contenzioso ed accomodante verso l’UE. Se da un lato infatti le pretese degli organismi europei sono insostenibili per i paesi in difficoltà, dall’altro è pur vero che non rispettare le direttive dell’Europa può, almeno per ora, rivelarsi un passo troppo azzardato. La strategia, quindi, è quella di mantenere ancora due piedi in una scarpa, evitando di chiudere tutte le porte del dialogo ed escludere future possibilità di manovra. Intanto i ministri delle finanze dei due paesi, Padoan e Varoufakis, discutono della possibilità di dare più tempo alla Grecia per fa sì che rispetti i suoi impegni; lo stesso Varoufakis si dice ottimista, poiché anche solo un paio di settimane in più potranno permettere alla Grecia di creare i presupposti giusti per procurarsi il capitale necessario a ripartire economicamente. Il tour anti-austerity non finisce qui, ma l’Italia è con Tsipras. -Tappa italiana di Tsipras per il tour anti-austerity-  -Tappa italiana per il tour anti-austerity-

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