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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Desde allá (Ti guardo), Leone d’oro a Venezia 2015

Desde allá è la storia di un incontro che nasce e termina all’insegna dell’ambiguità; Armando è un odontotecnico di mezz’età che conduce una vita monotona e “distaccata”, e vive la sua omosessualità adescando giovani e giovanissimi nei quartieri più degradati di Caracas, per poi godere soltanto nel guardarli seminudi, da lontano (come suggerisce il titolo del film, tradotto in Italia con un Ti guardo non molto centrato). Un giorno l’uomo convince Elder, adolescente che vive d’espedienti, ad accettare l’offerta di recarsi a casa sua; il ragazzo dapprima lo respinge brutalmente, ma poi scivola lentamente verso una condizione di dipendenza da Armando sia fisica che affettiva. Che il violento e disperato Elder scopra una latente omosessualità, o che Armando riesca a “comprare” il suo affetto con la prospettiva di uno stile di vita prima impossibile anche solo da immaginare, non fa differenza: l’uomo rimane trincerato nel suo mondo “da lontano”, asettico, chiuso a ogni contatto fisico, e media il suo rapporto col mondo attraverso i soldi, con i quali Armando sa di poter avere quasi tutto quello che vuole, attingendo dalla disperazione della gigantesca baraccopoli venezuelana, mentre Elder vive la passione e l’irruenza dell’adolescenza, e una condizione di miseria in cui si fa fatica a mettere assieme i pezzi della propria vita. Desde allá, opera prima di Lorenzo Vigas Quando Armando si concederà al suo giovane compagno, sarà solo per sancire la fine della storia, che lascerà i protagonisti in un luogo diverso da quello in cui li aveva trovati. È facile capire a chi toccherà la sorte peggiore, visto che il dominio dei corpi mostrato dal film obbedisce alle regole ferree della disparità di classe, ed è impossibile pensare ad una rimessa in moto dell’umanità ghiacciata di Armando, che ormai guarda il mondo, ancora una volta, troppo da lontano. Aleggia sul film uno psicologismo un po’ scontato attorno alla figura paterna (i sospetti cadono su Arriaga, ormai celebre sceneggiatore dei primi film di Iñárritu, qui in veste di soggettista), ma questo toglie poco ad una sceneggiatura intelligente. La regia presenta soluzioni originali e coinvolgenti, tra le quali spicca un uso del sonoro fuori campo molto interessante. Se si aggiunge che gli attori sono particolarmente ben scelti, si capisce perché questo piccolo gioiellino della cinematografia latinoamericana sia stato premiato con il Leone d’oro a Venezia nel 2015. L’opera prima di Lorenzo Vigas è intrisa dell’aria polverosa e sofferente di un continente che vive oggi un momento storico importante, diviso tra antichi sogni sociali di libertà e di indipendenza dall’Occidente e nuovi desideri di normalizzazione borghese. Desde allá, che è anche un film politico, tiene insieme dramma intimista e cinema sociale attraverso un ritratto prezioso e acuto dell’America Latina. Dopo il sublime Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, Leone d’oro dell’anno scorso in un’edizione molto frettolosamente criticata per aver ignorato la partecipazione del laccatissimo Birdman, Venezia torna coraggiosamente a premiare e diffondere il cinema d’autore: un’operazione meritoria e fuori moda che rende buon servizio all’industria culturale italiana ed europea.

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Attualità

Il ballo delle comunali 2016

Le elezioni per rinnovare il consiglio comunale ed eleggere il nuovo sindaco sono vicine: mancano poco più di quattro mesi; la data probabile ma non ancora ufficiale è quella del 12 giugno. Elezioni comunali: candidati e consensi Il panorama politico napoletano appare frastagliato e quello che emerge con chiarezza è l’assenza di partiti forti in grado di calamitare consensi. Alla luce della candidatura di Bassolino, in netta opposizione al volere di Palazzo Chigi, nemmeno il Partito Democratico, lanciato (ma non troppo) a livello nazionale, può dirsi punto di riferimento in quella che si annuncia come una competizione incerta e ricca di incognite. Bassolino (che dovrebbe vincere le ormai fantomatiche primarie del suo partito, salvo colpi di scena) può contare sul consenso e quasi su un antico amore di gran parte della sinistra napoletana, oltre che sul supporto di un gruppo di potere consolidato in vent’anni di governo delle amministrazioni comunali e regionali e mai del tutto disgregato, malgrado il “tradimento” di alcuni suoi delfini. È da vedere che tipo di apporto finirà con l’accordare il partito romano nel momento clou, visto che con De Luca da acerrimo nemico Renzi seppe diventare improvvisamente compagno fraterno nelle ultime battute della campagna elettorale. Il sindaco uscente può tradizionalmente contare su una posizione di forza che favorirebbe la rielezione. Tradizionalmente. Perché questo è il primo sindaco da molti anni a questa parte a presentarsi senza l’appoggio di partiti (ci sarebbe Sel, reduce tuttavia da risultati agghiaccianti nelle ultime tornate elettorali). De Magistris ha già dimostrato di poter gestire al meglio una campagna elettorale “personalizzata”, e può avvalersi del sostegno di un variegato arcipelago politico di una sinistra movimentista il cui peso specifico a Napoli è in crescita. In ogni caso non è detto che l’exploit possa ripetersi, pur considerato il grande risultato ottenuto dal Movimento Cinque Stelle nella città di Napoli alle regionali scorse, dove è risultato primo partito sfiorando il venticinque per cento. La corsa alle comunali è fortemente influenzata dalla personalità dei candidati, e se i pentastellati dovessero candidare ancora una volta un signor Rossi (o meglio un signor Esposito) potrebbero perdere un’occasione che difficilmente si ripeterà. A destra Lettieri lavora alacremente per la rivincita del 2011. La sua campagna elettorale è cominciata in anticipo ed ha ammaliato artisti napoletani di grande visibilità, quali Peppe Barra, Peppe Lanzetta e addirittura Enzo Avitabile (il suo beat rapsodico lo ha di recente sballottato incautamente dalla crociata arancione alla presentazione della biografia dell’imprenditore campano, che nel 2011 era candidato azzurro con liste sfumate al nero). Egli potrebbe scontare la crisi di unità generalizzata della destra berlusconiana e un sostegno tiepido dell’establishment di partito. Il ballo delle comunali 2016  Gli aspiranti al ballottaggio dovrebbero uscire da questo mazzo. È interessante notare che potenzialmente Bassolino, De Magistris e il Movimento Cinque Stelle attingeranno allo stesso bacino elettorale, e il risultato potrebbe anche rimettere in gioco Lettieri. Pure se De Magistris dovesse ripetere la campagna elettorale impetuosa della scorsa tornata non è detto che i cittadini siano ancora con […]

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Riflessioni culturali

Apologia di Mourinho, cavaleiro triste

In un paese della Penisola di Setúbal, di cui non voglio ricordarmi il nome (ma mi sa che il nome è proprio Setúbal), nacque uno dei più audaci condottieri di cui la storia degli uomini abbia memoria. Il suo nome era don Mincàvolo o don Mifateschifo o don Moritetutti ma decise di partire per le sue avventure con il nome di Mourinho anche se nessuno accettò mai di fargli da scudiero per più di cinque minuti. Dopo aver conquistato la sua Lusitania a suon di trofei, la lasciò, perché dei mediocri è la celebrazione, e portò i suoi talenti a servire la corona di Elisabetta II. Qui conquistò il cuore dell’aristocrazia di Pietroburgo e riuscì a farsi ricoprire di danari, aggiunse trofei a trofei, e cominciò a litigare con tutti. Perché? Mourinho, cavaleiro triste Perché mai è esistita personalità più ribelle e fiera di quella del cavaliere di Setúbal, sempre pronto a denunciare i complotti a suo danno orditi, le ingiustizie a suo discapito perpetrate. Celeberrima la sua battaglia contro gli arbitri a vento, un esercito indemoniato di fischietti nemici (che qualcuno ha malignamente e a posteriori identificato come vigili urbani). La battaglia durò mesi e mesi e il prode Mourinho dovette riparare alla corte degli Sforza in cerca di asilo. Quello che avvenne nel ducato è ammantato nella leggenda. Fu amore a prima vista tra cavaliere e corte, tra popolo e cavaliere. I più importanti traguardi cavallereschi furono raggiunti. Gli scudieri più affidabili si accapigliavano per servire sotto don Mourinho (salvo poi fuggire a gambe levate dopo poco). Lui fé presto a creare inimicizie acerrime e insanabili tra le corti vicine, ma fu per breve periodo il beniamino incontrastato dei giusti. Alla fine della sua permanenza presso il ducato, tutta la sua corte si scappellava al suo passaggio e l’universo mondo degli uomini al di fuori della corte lo ricopriva di ingiurie a più non posso. Fu allora, all’apice dell’onore e della fama, che don Mourinho ebbe chiara la visione del suo fato. Troppo amato e troppo odiato, in ragion del suo carattere fumantino, egli era, e sempre sarebbe rimasto: solo. Troppo destro, troppo arguto, troppo. Come tutti i grandi navigatori della sua terra natia, egli era condannato a vivere errabondo fino alla fine dei suoi giorni, come un cavaliere che non conosce riposo: O cavaleiro triste.   Nessun altra contrada lo venerò a tal punto da fargli dimenticare la sua solitudine. Egli fu in Castiglia, dove di ben diversa foggia sono gli hidalgos che vengono adorati, e finì a sganassoni con tutti, o quasi tutti. Egli fu dove un’importante lezione di vita gli fu impartita: di ritorno in Albione. Stanco e provato, egli credette di trovare così vecchi amori, antiche amicizie. Ma fu accolto dal gelo di una corte ormai orientata a diverso sentire. L’ultima lezione che don Mourinho imparò a sue spese, prima di andare a nascondersi nella bruma del Bairro Alto: non c’è redenzione e non c’è ritorno a casa per il cavaliere triste.

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Attualità

Dieci consigli di legge per le vacanze di fine anno

Alla vigilia di Natale del 2014 sul tavolo del consiglio dei ministri fece la sua apparizione la nuova grande innovazione del governo Renzi: la proposta di legge di fine anno. Allora, essendo uno strumento adottato in via sperimentale, la proposta si limitò a essere sbilanciata a favore dei grandi ladri ed evasori fiscali, escludendo dal novero degli impuniti la mafia, i corrotti, gli assassini. La proposta prevedeva infatti l’esclusione della punibilità della frode fiscale (non evasione: proprio frode) se la cifra oggetto di occultamento fosse stata inferiore al 3% dell’imponibile dichiarato. A seguito delle polemiche suscitate dai pochi che non stavano già addentando un panettone, la proposta fu ritirata alla chetichella. Eroica Fenice sposa in pieno il progetto, e propone al Ministero per la Legiferazione Fellona: Dieci consigli di legge che potrebbero passare sotto silenzio da qui alla befana Amnistia per i piromani che hanno bruciato una porzione inferiore al 33% dell’oggetto della piromania. Impunibilità per il datore di lavoro che molesta una sua dipendente se la dipendente oggetto di molestia supera la terza misura di reggiseno. Istituzione di un premio in denaro per i gioiellieri che dichiarano al fisco un reddito inferiore di un terzo al reddito medio degli ortofrutticoli italiani. Soglia di non imputabilità per l’omicidio della suocera. Se la signora al momento dell’uccisione aveva raggiunto i 63 anni di età, l’omicidio dovrebbe essere ignorato dall’ordinamento giuridico. Possibilità di estensione della legge ai cognati. Non punibilità per i corrotti che accettano mazzette al di sotto del 3% del reddito di Flavio Briatore, calcolato sul reddito dichiarato nel 2014. Non punibilità per i corruttori che offrono mazzette superiori al 3% del reddito di Flavio Briatore, calcolato sul reddito dichiarato nel 2014. Scudo legale per chi reinveste in titoli di stato risparmi frutto di corruttela, traffico di armi, farmaci illegali e droga. Sgravi fiscali per le joint venture tra imprese legali e finanziatori mafiosi, purché l’unione sia certificata dal ministero per le attività produttive e le rispettive aziende contraenti siano in regola con il fisco al momento della stipula. Diritto di prelazione per le logge massoniche più pervasive (da individuare con apposito studio di settore) in caso di vendita del patrimonio immobiliare dello Stato. Esenzione dal pagamento delle spese postali o finanziamento con la formula “a fondo perduto” per coloro che intendono inviare nelle feste natalizie lettere di licenziamento ai propri dipendenti. Questa proposta dovrebbe essere rivolta solo agli imprenditori che hanno un numero di dipendenti assunti con il jobs act che superi il 3%. Buon 2016 a tutti, e un ringraziamento speciale alla loggia Magna magnae per i suggerimenti indispensabili nella stesura di quest’articolo. L’autore inoltre si unisce personalmente al cordoglio della nazione per la scomparsa (prematura) di Licio Gelli, che tanto ancora avrebbe potuto dare alla causa del Ministero per la Legiferazione Fellona. Doveva pur venire una parola siffatta.  

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Riflessioni culturali

La nave di Teseo nell’oceano dell’editoria

La nascita di una casa editrice è sempre una buona notizia. Elisabetta Sgarbi, ex direttrice editoriale di Bompiani, lascia il gruppo oggi assorbito dal gigante Mondadori-Rizzoli e fonda La nave di Teseo, un editore nuovo e completamente indipendente. Un’avventura che parte comunque da basi molto solide, visto che avrà il sostegno – in termini economici e di cessione dei diritti d’autore – di grandi firme della cultura italiana: spiccano i nomi di Umberto Eco (Il pendolo di Foucault e Il nome della rosa, quest’ultimo tra i libri più venduti nella storia dell’editoria moderna, potrebbero comparire nel nuovo catalogo già tra quattro-cinque anni), Nuccio Ordine, Furio Colombo, Sandro Veronesi, Edoardo Nesi e ancora Tahar Ben Jelloun, Pietrangelo Buttafuoco, Mauro Covacich, Michael Cunningham. Questa buona notizia fa seguito a quella inquietante dell’acquisizione di Rcs da parte di Mondadori: quasi metà dei titoli che troveremo in una libreria apparterranno a questo unico gruppo. La fuoriuscita di Sgarbi e compagnia è il secondo strappo venuto in conseguenza di questo piccolo terremoto che ha scosso il panorama editoriale italiano: già Roberto Calasso aveva rilevato personalmente la proprietà di Adelphi, che pure stava nel florilegio Rizzoli e sarebbe finita sotto l’egida di Segrate. Calasso commentò la sua scelta affermando: ”la proprietà è un elemento non trascurabile per lo sviluppo di una casa editrice”. Salpa La nave di Teseo: con quali prospettive? Elisabetta Sgarbi ha parlato di una scelta più pratica che ideologica. Mondadori non avrebbe assicurato una completa libertà nelle scelte editoriali. Inoltre, la concentrazione (legale?) di una parte del mercato così ampia in mano ad un solo proprietario è stata ritenuta una trasformazione nel segno dell’impoverimento, alla luce del fatto che si parla di libri, un mondo che la stessa Sgarbi ha definito “sacro” e che esige la massima libertà e pluralità delle idee. La nascita del nuovo editore si profila come un atto di risposta, nel tentativo di arricchire il discorso culturale e il mercato editoriale con nuove proposte e idee (grazie all’apporto decisivo anche dei “grandi vecchi”).   Il nome lo ha scelto Umberto Eco, e sembra proprio il risultato di uno dei suoi “giochi semiotici”, un po’ come Il nome della rosa. Non importa sapere chi è Teseo, il lettore sappia che la nave è in viaggio, a parlar chiaro saranno i libri del catalogo. Ma la nave di Teseo fu smontata e ricostruita con legni nuovi tanto da non essere più la stessa nave secondo alcuni, conservando la propria natura originaria secondo altri, e questa è una chiave di lettura, oppure, ancor più efficacemente, si possono riprendere le parole di un autore italiano che così ha descritto l’eroe greco: Teseo è colui che si alza e se ne va.

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Riflessioni culturali

Anita e Mimì o della scrittrice geniale

C’è un professore di scuola media. È giovane, brillante. Si chiama Mimì. Da giovane voleva fare lo scrittore. O meglio: da giovane aveva scoperto la sua malattia: grafomane. È contento di insegnare, nessuna frustrazione. Si trova lì per scelta. Naturale che, oltre a insegnare a scuola, scriva della scuola. È la malattia. Un giornale pubblica i suoi diari. Poi un editore gli propone di riunirli e farne un libro sulla scuola. Mimì sente di nuovo il formicolio, vuole fare lo scrittore un’altra volta. Si è sposato giovane. Sua moglie si chiama Anita. Lavora nell’editoria. Pure lei scrive. Un’affinità non da poco. Mimì e Anita si incoraggiano a vicenda. Ricomincia a scrivere, ricomincia pure tu. Poi, dopo il libro sulla scuola, lui si convince: scrive un romanzo autobiografico. Un editore importante glielo pubblica subito. Una sera, a cena, chiede ad Anita: scriviamo un libro insieme. È un libro che lui non può scrivere da solo. E c’è un ostacolo ancora più grande: Mimì non vuole pubblicarlo col suo nome perché deve scrivere delle cose di suo padre che suo padre non vorrebbe leggere. O Mimì non vorrebbe che suo padre le leggesse. E c’è una storia che Anita deve scrivere a tutti i costi. Una storia che si porta dentro da molti anni. Che fare? Marito e moglie scrivono un romanzo a quattro mani. Un esperimento, quasi un gioco. Ma il romanzo è buono. Mimì e Anita sono napoletani: per il nome dell’autore, anzi, dell’autrice, scelgono uno pseudonimo che richiama direttamente la cultura della loro città natale (una città che hanno abbandonato da anni). Nasce Elena, la scrittrice geniale fatta di due scrittori (Elena era il nome della figlia di un filosofo napoletano che si divertiva anche lui con gli pseudonimi. È morta poco prima che Mimì e Anita si decidessero a scrivere il romanzo). Il libro esce ed ha successo. Il padre di Mimì non lo legge, e dopo qualche anno, muore. Lui scrive altri libri, li firma con il suo nome, e torna anche sulle vicende della sua famiglia. Più passa il tempo più Anita si impossessa della scrittrice geniale. Pian piano, le fa prendere un’altra strada. Mimì torna alla storia di suo padre. Deve tornarci. E stavolta deve metterci il suo nome. Suo padre non c’è più. Scrive un grande romanzo. Bellissimo e terribile. A tratti pare il negativo del libro che ha scritto dieci anni prima insieme alla moglie. Ma più bello, più grande. Anita, Mimì e i fantasmi Frattanto, Anita e la scrittrice geniale sono salpate per altri lidi. Mimì si scrolla di dosso questo fantasma che si era tirato in casa. Lo aveva fatto apposta, che il fantasma fosse femmina. Femmina come sua madre. Doveva farsi abitare da questo fantasma di donna perché doveva parlarci, capire. Forse chiedere perdono. Ma adesso è finita. Mimì scrive i suoi libri, è famoso, non insegna più. Anita pure scrive i suoi libri. Non è famosa, no. È rimasta col fantasma della scrittrice geniale, un po’ in disparte. Qualcuno giura che […]

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Attualità

Breve cartografia delle politiche renziane

La domanda ricorrente è questa: il governo attua politiche di destra o di sinistra? È un balletto piuttosto stucchevole che piace molto ai giornali e ai presentatori di trasmissioni televisive e che però ha il merito di suscitare reazioni scomposte e rivelatrici da parte di diversi esponenti politici della maggioranza. La legge di stabilità non ancora licenziata dal governo, prevedrebbe l’abolizione erga omnes della tassa sulla prima casa. Si tratta di un’imposta che viene abolita e reintrodotta ogni tre o quattro anni per ragioni propagandistiche o di occasione. L’ultima disastrosa abolizione risale al 2008, ed è opera dell’ultimo governo presieduto da Berlusconi. Si partiva allora dal presupposto che fosse normale per un governo di destra abolire l’unica vera tassa patrimoniale presente nel nostro sistema fiscale, a tutto vantaggio di chi quella tassa la pagava e in misura ingente. Pur sussistendo il problema della mancata ristrutturazione dei registri catastali, è sotto gli occhi di tutti che, salvo eccezioni, la tassa sulla prima casa costa ad una famiglia del ceto medio, con l’attuale situazione, un’inezia se non zero. E veniamo alla domanda vera, quella che genera una risposta certa e veridica: a chi si rivolge questa proposta di legge? Se la risposta valeva nel 2008, dovrebbe essere la stessa oggi: è un beneficio per chi ha di più. Dopo giorni di illazioni e polemiche, Renzi ha detto che intende far pagare comunque la tassa a chi possiede un castello. Può un governo di sinistra o che si definisce astrattamente progressista trovarsi nella condizione di dover rassicurare il paese su questo punto? Chi ha ventilato nel consiglio dei ministri la possibilità di esentare dal pagamento della tassa sugli immobili i proprietari di case di lusso e castelli? Che le politiche del governo Renzi siano di stampo neoliberista e orientate a favorire le classi imprenditoriali e i gruppi finanziari e bancari che già dominano incontrastati in Italia, o che per lo meno non si preoccupino in primis del tema della giustizia sociale, si può forse capire da un’altra “strana” voce della fantomatica finanziaria renziana: l’innalzamento del tetto di spesa in contanti (da 1000 a 3000 euro). Il tetto a 1000 euro era stato introdotto dal governo Monti come drastica misura antievasione. Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione ha stigmatizzato la proposta di innalzamento come “un cattivo segnale”, specificando però che non necessariamente debba finire per favorire l’evasione. Ora, prendendo per buona quest’ultima affermazione, poniamo la stessa domanda di cui sopra: a chi si rivolge questa proposta di legge? Quanti cittadini gioiranno della possibilità di spendere 3000 euro in contanti? La risposta, come la domanda, è la stessa di sopra. Dal governo ci si difende facendo paragoni con altri paesi che non hanno il tetto di spesa e hanno un’evasione fiscale più bassa della nostra. Pare questo un autentico ribaltamento del problema: la nostra emergenza peculiare è l’evasione fiscale, dunque dovremmo avere leggi speciali in materia. Sarebbe come dire che in Svezia e in Olanda non ci sono leggi antimafia eppure la mafia non c’è. Il ragionamento […]

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Cinema & Serie tv

Dheepan, paese che vai, guerra che trovi

Un uomo organizza la fuga dal suo paese. Trova lungo il cammino una bambina e una donna con i quali prende il posto di una famiglia sterminata dalla guerra (grazie a questa messinscena essi ottengono i passaporti dei defunti). Il paese è lo Sri Lanka, e l’uomo che prenderà il nuovo nome di Dheepan, è stato un combattente delle Tigri Tamil, un’organizzazione politica nata negli anni Settanta con lo scopo di ottenere l’indipendenza di una parte del paese e divenuto uno degli eserciti che si sono contrapposti nella sanguinosa guerra civile dello Sri Lanka durata decenni e non del tutto finita. Una banlieue a nord di Parigi lo accoglie con il suo carico di degrado e disperazione. Dheepan trova un posto da guardiano presso il suo caseggiato, un lavoro che lo fa ben presto entrare in contatto con le contraddizioni di un microcosmo-ghetto dove c’è poco spazio per l’integrazione. È lo scenario del film che ha vinto la palma d’oro a Cannes lo scorso maggio: Dheepan – Una nuova vita. La regia è felicemente comunicativa e riesce ad esprimere tanto il senso di isolamento dei personaggi quanto la loro confusione emotiva di fronte ad un mondo che non concede punti di riferimento né lascia intravedere vie di fuga. La sceneggiatura è asciutta, e gioca sull’incomunicabilità linguistica, attraverso dialoghi misti di francese e cingalese che trovano quasi sempre la giusta misura, anche grazie all’ottima prova degli attori.  Il regista è Jacques Audiard, premiato a Cannes ripetutamente ed autore apprezzato di Un prophète. Dheepan è un film abbastanza diverso rispetto ai suoi precedenti lavori. Allora Dheepan è un film sociale e il suo tema portante è l’immigrazione? No. Il film, soprattutto nella seconda parte, rivela l’ambizione di parlare di qualcosa di diverso e di più profondo. E il risultato dello sforzo non è un completo successo. Dheepan ritrova nella sua banlieue l’inferno che voleva lasciarsi alle spalle: la guerra. Una guerra nascosta, che la società non riconosce fino in fondo, quella dei signori della droga e della malavita. Quello che sembra a tutti uno stranito guardiano cingalese che non capisce il francese, sarà costretto a richiamare alla coscienza il suo passato, con un finale che prende una strada ambigua, tanto ambigua da prestarsi ad interpretazioni oniriche. La guerra la si porta dentro, e il proprio corpo, oltre che la propria anima, ne diviene schiavo. Dheepan ne prenderà atto, forse in tempo per liberarsi, forse troppo tardi (in ogni caso, un po’ in ritardo rispetto ad una storia del cinema che proprio sul tema del “reduce” ha già calato i propri assi secoli fa).  Dheepan è un film che offre alcuni spunti interessanti, ma che resta a metà del guado, privo della forza che, anche attraverso un certo modo di raccontare la violenza, aveva avuto Un prophète. Post scriptum Anche alla luce del premio della giuria a The lobster,  è facile pronosticare che il palmarès di Cannes 2015 cadrà nel dimenticatoio molto prima rispetto a quello di alcune edizioni recenti.

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Riflessioni culturali

Magritte, questo non è un pittore

Una certa inclinazione alla suggestione propria del gusto contemporaneo tende a sottovalutare la profondità dell’opera di Magritte. Il vallone è stato un sovversivo, in ogni senso (sì, l’uomo con la bombetta). Una sovversione mai gridata, un lento scivolare nella banalità quotidiana (nella vita reale e in quella pittorica) con la durezza e il gelo, anche violento, di chi ha divorziato senza remore dalla società, in nome di una filosofia implacabilmente distruttiva. Critico anche nei confronti della psicoanalisi, in anni in cui poteva apparire questa una bestemmia in ambito culturale e specificamente surrealista (del quale non condivideva la tendenza all’oscurità e al pessimismo, frutto secondo lui di “duemila anni di Cristianesimo, secondo cui questa terra è una valle di lacrime”: oscurità alla quale Magritte oppose un massiccio utilizzo dell’ironia e dello sberleffo, anche per prendersi gioco dei critici che si ostinavano a dare interpretazioni razionali dei suoi quadri), Magritte ha vissuto la sua vita di artista rivoluzionario soltanto nei suoi dipinti: un corpus di opere che esplora il rapporto tra l’umano e il mistero insondabile delle cose attraverso un rovesciamento del linguaggio, attuato con l’utilizzo di oggetti de-contestualizzati e pensieri “personificati”, e che si fa, come la letteratura secondo Barthes, contro-comunicazione, alla ricerca di una grammatica oggettiva e afasica del pensiero. La pittura di Magritte è imbevuta di ambiguità, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale, un’ambiguità del pensiero che lascia trasparire un atteggiamento religioso (questo sì razionale, mai metafisico) di ossequio per il Mistero; essendo la pittura magrittiana “pensiero visivo”, essa ignora tanto le questioni formali (dal punto di vista estetico) quanto l’importanza data dai surrealisti al sogno (dal punto di vista poetico). Non c’è spazio per la vaghezza nei quadri di Magritte, ma solo per la lucida ricerca di un effetto “sconvolgente” che apra la porta sulle prospettive linguistiche, filosofiche, sensoriali che le cose ci nascondono (o ci rivelano). Una porta sul vuoto socchiusa gentilmente, alla maniera di Magritte “Chi cerca significati simbolici nei miei dipinti vuole qualcosa di sicuro a cui aggrapparsi, per salvarsi dal vuoto. La gente che cerca significati simbolici è incapace di cogliere la poesia e il mistero intrinseci all’immagine. Certo lo sente, questo mistero, ma vuole liberarsene. Ha paura. Chiedendo ‘che cosa significa?’ esprime il desiderio che tutto sia comprensibile. Ma se non si rifiuta il mistero si ha una reazione differente. Si chiedono altre cose. Chi considera di aver capito i miei quadri, è più fortunato di me”.

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Riflessioni culturali

Khaled Asaad, il sacerdote di Palmira

Chissà cosa ha pensato Khaled Asaad durante gli ultimi lunghissimi giorni della sua vita. Giorni di prigionia e di tortura, finiti con la morte violenta e l’esposizione del suo cadavere al sole siriano, appeso per i piedi ad un palo della luce. Ha pensato forse ai molti rifiuti che ha opposto nei mesi passati; quando ha detto “no” agli amici e collaboratori che gli consigliavano di fuggire e abbandonare alle bestie il patrimonio artistico e storico di cui si è preso cura per tutta la vita. Lo avranno implorato: “Khaled, hai ottant’anni, ti preghiamo, mettiti in salvo”. Ma lui, con altri, aveva già organizzato la sua personale resistenza: una catena clandestina per sottrarre alla distruzione centinaia di reperti, statue e testimonianze della sua (della nostra) millenaria civiltà, quella cultura a cui ha dedicato i suoi sforzi. Non voleva lasciare il campo al buio. Non poteva. Ha dovuto dire “no” e restare a combattere. Ha dovuto dire “no” anche ai suoi torturatori che per soldi, e non per i motivi religiosi tanto sbandierati, hanno tentato per mesi di estorcergli la collocazione segreta del tesoro che lui ha messo in salvo. “Dimmi dove l’hai nascosto”, ha forse intimato un ragazzino inguainato in una tuta nera. “No”, ha ripetuto Khaled. E ancora “no”, fino alla fine. Ma forse il pensiero è andato più indietro. A quaranta, cinquant’anni fa. Quando con le sue stesse mani partecipò agli scavi per far emergere dal deserto le meraviglie della regina Zenobia. Quando fondò il museo e il sito archeologico che ha contribuito a dirigere a partire dagli anni Settanta, e davanti al quale è stato decapitato. Quando scriveva libri e libri per trasmettere al mondo il suo sapere a proposito dei tesori di Palmira. Palmira: la sua vita. Pensavano di fargli paura con la tortura. Forse qualcuno dei suoi aguzzini, addirittura il suo boia, vedendo morire quest’uomo con tale dignità avrà avuto qualche notte insonne. O forse no. Forse, un attimo prima di andarsene, Khaled Asaad ha pensato all’ultima bellissima statua che ha avvolto nella carta a lume di una candela, attento ai rumori che potessero annunciare l’arrivo degli assassini. È riuscito a nasconderla proprio per un soffio, poi è stato trovato e fatto prigioniero. In certi contesti cinici e un po’ distratti, in cui si sente a volte dire che non si vive con la cultura, oltre l’immane tragedia umana e civile, può essere importante ricordarsi che per la cultura c’è ancora qualcuno disposto a morire. Come Khaled, sacerdote laico, nato e morto a Palmira nel silenzio del deserto. -Khaled Asaad, il sacerdote di Palmira-

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Riflessioni culturali

Intervista con Tex

In un momento storico così convulso e difficile da interpretare, abbiamo deciso di affidarci alla saggezza di un uomo che ha attraversato tempi ben più difficili, e ne è uscito sempre indenne. Stiamo parlando di un uomo che ha passato la vita a raddrizzare torti e a far rigar dritto criminali di ogni risma. È un Ranger, vive in Arizona e lo abbiamo raggiunto via scaip: stiamo parlando di un’autentica leggenda vivente. (Intervista non autorizzata dagli autori del fumetto di cui l’intervistato porta il nome) Tex, innanzitutto grazie per aver accettato di concedere una breve intervista, so che in genere lei è piuttosto restio a questo genere di incontri. L’hai detto, fratello. Ma mio figlio Kit mi dice che laggiù in Europa avete un mucchio di guai da risolvere e allora, anche se non posso portare lì le mie Colt, almeno provo a dare qualche imbeccata giusta. Cominciamo dall’attuale situazione politica ed economica. I nostri politici sembrano non accorgersi del declino incontro al quale stanno mandando il nostro paese, a furia di chiedere tagli della spesa e politiche recessive. Monta così lo scontento dei cittadini e sono in molti purtroppo a invocare “uomini forti” e iniziative reazionarie. Cosa ha da dire in merito un uomo come lei? I politici, che io uso chiamare politicanti, sono fatti della stessa pasta dei loro concittadini: vale a dire che hanno paura. E se c’è qualcosa che ho imparato alla frontiera, e che se hai paura davanti ad un ostacolo, difficilmente te la caverai. Quanto ai cosiddetti uomini forti, dico questo: guai ad affidarsi ad improvvisati arruffapopolo, quelli in testa non hanno altro che di fare i propri porci comodi e sfruttare la paura della gente. Ha mai sentito parlare della Troika? No. Ma se è una di quelle sette di gaglioffi che usano imbastire riti voodoo o roba simile, per quelli come loro conosco una cura infallibile, calibro 45. Ma scusi, Tex, è proprio lei che ha parlato di giustizia e di importanza della politica poco fa. Se ho passato tutta la vita al servizio della giustizia, è perché credo che tra i politici ci sia anche qualche galantuomo che voglia migliorare le cose, ed è per lui che io mi batto. Detto questo, però, i poveracci non sanno che farsene di un mucchio di inchiostro che viene chiamato ”codice” se questo suddetto “codice” non incontra lo spirito di giustizia che lo rende applicabile. In quel caso, sapete dove potete trovare me e il vecchio Carson. Noi oggi viviamo in un mondo dove tutto è negoziabile, anche i diritti più preziosi, come l’istruzione, la salute pubblica. Peste. Amico, ci sono delle cose che non hanno prezzo, dovreste dirlo a qualcuno dei vostri pinguini laggiù. Io di tanto in tanto, una salutare scampagnata a Washington ce la faccio. -Intervista con Tex-

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Attualità

Perché l’Europa vuole morire in Grecia

La Troika (forse è meglio chiamarla con il suo vecchio nome) è inflessibile: o la Grecia accetta il nuovo piano di riforme oppure se ne va per la sua strada. Si assiste in questi giorni ad uno spettacolo inquietante: un governo eletto democraticamente presenta alcune iniziative in materia di finanza pubblica. Un gruppo di persone non elette da nessuno corregge con la penna rossa i punti che non gli piacciono. Viene fatto credere ai cittadini greci di essere personalmente indebitati con il fondo salva-Stati o con altri creditori. Ma la quasi totalità dei prestiti recentemente elargiti alla Grecia sono stati utilizzati proprio per assicurare i pagamenti alle banche in credito con Atene (soprattutto banche tedesche e francesi). Per quale ragione i “burocrati” di Bruxelles sono così determinati? Fingono di non sapere che in Grecia il tasso di suicidi e quello di emigrazione giovanile toccano percentuali raggelanti? Fingono di non vedere che la sanità pubblica non è più un diritto assicurato in quel paese? Come possono esigere altri tagli? La prima risposta è questa: s’ha da smettere di utilizzare (come molti politici italiani fanno) la retorica dei “burocrati”. Un equivoco che deve cessare immediatamente. Le scelte di questi anni della Commissione, della Banca centrale e dell’Unione tutta, non sono scelte inevitabili: sono scelte politiche. Tutte le istituzioni sono orientate politicamente. Sempre. Ed esserlo significa scegliersi degli interlocutori sociali privilegiati. Quelli delle istituzioni europee, oggi e nel recente passato, sono stati i grandi gruppi finanziari, bancari e industriali che riescono a tutelare i propri interessi con efficacia di gran lunga maggiore rispetto a quanto sappiano fare i famosi “popoli sovrani” (a proposito, sarebbe il caso che in Italia e in Europa venissero introdotte leggi più chiare sulla disciplina dell’attività delle Lobby, una parola che da noi si fa ancora fatica a pronunciare). Quest’Europa non è “burocrate” né “distante” né “incompiuta”. Quest’Europa è di destra. Tutti i più grandi economisti del mondo, premi Nobel francesi, americani e perfino tedeschi, accusano la Troika di gestione dissennata della crisi greca. Eppure questo non serve a far cambiare verso alla politica dell’austerity. Nessun partito socialdemocratico (men che meno il Partito democratico) discute seriamente le scelte politiche di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. Ed è l’ora che Tsipras, il Cavaliere dalla Triste Figura lasciato da solo a combattere contro i mulini a vento, riceva il supporto non solo dei greci, che sotto ricatto si recheranno alle urne tra pochi giorni, ma di ogni cittadino europeo. Sarebbe bene che qualcuno ricordasse al governo tedesco che la Germania ha potuto rialzarsi dalla condizione post-bellica anche grazie ad un cospicuo taglio del proprio debito pubblico; e d’altro canto in quell’occasione l’Occidente dimostrò d’aver imparato dai propri errori, visto che le assurde imposizioni dei vincitori della Prima guerra mondiale alla Germania furono alla base del consenso che in pochi anni si coagulò attorno al Partito nazionalsocialista, eletto poi democraticamente. Purtroppo la Storia spesso trova vie beffarde per ritornare su se stessa. Nella speranza che questo non accada, nessun cittadino europeo può ritenersi estraneo […]

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Riflessioni culturali

Enciclopedia e enciclopedie

Funes el memorioso, il protagonista del racconto omonimo di Borges, ricorda tutto. Tutto. Per questo motivo è condannato ad una vita di prigionia, legata in ogni istante alla ricapitolazione, ed è incapace di idee che vadano oltre quello che vede (che è e quello che ricorda). La biblioteca de Babel è un racconto contenuto nella stessa celebre raccolta del poeta argentino, Ficciones (1944). È la descrizione di una fantasmagorica e spaventosa biblioteca che contiene tutti i libri scritti, quelli non ancora scritti, le falsificazioni e le alterazioni dei primi e la descrizione degli ultimi. Una biblioteca “illimitata periodica”, nel quale un viaggiatore eterno scoprirebbe che i libri si ripetono infinitamente. Sicché la biblioteca risulta inutile, perché è inesplorabile per qualunque essere umano e contiene ogni sapere: tutto e il contrario di tutto, in tutte le lingue esistenti, inventate, vive e morte. Un’allegoria che ha segnato un secolo di letteratura. Ma forse Borges (e chi, come Leibniz o Lasswitz, ha immaginato la Grande Biblioteca prima di lui) ha lasciato ai posteri una di quelle inutili profezie o di quei “miserabili miracoli” che scaturiscono spesso dalla grande letteratura. Un’utopia del secondo Novecento è stata la creazione di mezzi duraturi di conservazione della memoria. Di quantità infinite di memoria: la creazione della Grande Biblioteca. Poi sono arrivati i byte, e il problema dell’archiviazione totale sembrava essere stata risolta. È così?  La memoria non è soltanto ritenzione. È anche e soprattutto lasciar andare, dimenticare. Funes insegna. Un essere umano non troppo attivo cancella selettivamente miliardi di informazioni ogni giorno. Stando a questo modo di funzionare del nostro cervello, il web non è un modello di intelligenza umana (“[…] al massimo è il modello per un’intelligenza divina. Un’intelligenza che sa tutto. Ma verrebbe fuori l’idea di un Dio completamente stupido perché sa troppe cose”, ha detto Umberto Eco). In una marea infinita di informazioni, non ha più alcuna importanza quale informazione sia veritiera, quale importante e quale completamente falsa. Se una tale quantità di informazioni non è filtrata attraverso un’intelligenza critica (o quantomeno umana) essa è inutile. Il senso dell’enciclopedia, intesa non necessariamente come libro scritto ma come patrimonio di conoscenze comuni e comunemente accettate, è quello di selezionare secondo un criterio di importanza le notizie di rango enciclopedico. Facile cedere al fascino della ‘‘democratizzazione’’ dell’enciclopedia, ma pericoloso. Solo partendo da un patrimonio ‘‘ufficiale’’ si può discutere delle storture e delle mistificazioni che questo ha prodotto. Se alla fonte il filtro è inesistente, è possibile che, visto che nel 2050 i terrestri saranno all’incirca nove miliardi, si potrà contare per allora su un patrimonio di 9 miliardi di enciclopedie diverse, prodotte dall’esperienza individuale di ciascuno di noi nella costruzione virtuale di esse. Risultato: una pantagruelica Biblioteca di Babele, affascinante ad un primo sguardo, ma impossibile, segreta ed inutile. Forse un simile paradosso sarebbe piaciuto a Borges, che vedeva la Biblioteca come una metafora dell’universo inconoscibile. Ma i bibliotecari, anche quelli leggendari come lui, non sono eterni. E ad avventurarsi senza guida nella penombra delle sale esagonali, c’è il rischio di finire pazzi. -Enciclopedia […]

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Riflessioni culturali

Per Antonio Tabucchi

Sostiene Antonio Tabucchi che era d’estate. Era un pomeriggio di settembre senza nuvole e sul Quai des Grands-Augustins la folla scorreva tranquilla. Non era ancora venuto il tempo delle canon e delle frotte di cinesi in estasi. Il bouquiniste all’angolo con il Pont Saint-Michel si stiracchiava senza pudore. Antonio sostiene di aver comprato per pochi franchi un libretto di poesie con una copertina rossa, o gialla, questo Antonio non lo ricorda. Ricorda invece perfettamente il nome del libro: Tabacaria. Il nome dell’autore che campeggiava sulla copertina era Alvaro, ma Antonio sostiene che il vero nome dell’autore sia un altro: Fernando. Antonio sostiene di aver letto e letto, prima camminando lentamente lungo la Senna, poi seduto su una panchina a due passi da Notre-Dame, a Rue de la Bûcherie. Una traduzione francese molto rispettosa del testo originale, avrebbe scoperto in seguito Antonio (o almeno così sostiene lui). Sostiene di essersi innamorato perdutamente e di aver fatto quel giorno stesso delle ricerche sul poeta Fernando: portoghese di Lisbona, morto prima dei cinquant’anni senza aver raggiunto quella fama che gli arriderà da morto. Ha usato molti nomi per pubblicare i suoi scritti, ma Antonio sostiene che non si è trattato di un espediente letterario, ma di qualcosa di molto più profondo. Sembra che Antonio cominci a sostenere una tesi che mette in campo dei fantasmi. Antonio sostiene di aver sentito la necessità bruciante di andare a Lisbona. Innanzitutto per imparare la lingua di Fernando. È rimasto lì molto tempo. Quasi una vita. Ha sposato una donna lusitana, Maria Josè. Ha letto tutto quello che Fernando ha scritto, e ha fatto molto di più: lo ha fatto conoscere a milioni di altri lettori. Sostiene Antonio di aver ricevuto molte visite dal fantasma di Fernando. Sostiene che gli abbia parlato in inglese, in portoghese; sostiene che non gli abbia mai dato troppa confidenza. Antonio Tabucchi è diventato famoso in tutto il mondo, come Fernando, per i libri che ha scritto: libri che parlano di viaggi, di sogni, e ovviamente di Fernando. Antonio è reticente su questo punto, ma sembra che alcuni di questi sogni glieli abbia raccontati proprio il fantasma del poeta che cambia nome nei suoi libri. Antonio sostiene che il tempo della relatività sia una scoperta antichissima della letteratura, e che la scienza sia arrivata dopo. Pare questa un’ovvietà a chi può raccogliere la testimonianza di Antonio anche se lui non è più qui a poterla confermare. Le passeggiate con Fernando sono estenuanti, il caldo di Lisbona è asfissiante anche in certi giorni di primavera, se non spira la brezza atlantica; le campane della Sé de Lisboa festeggiano sempre il loro passaggio anche se nessuno di noi può sentirle. La maggior parte del tempo la trascorrono in silenzio e Fernando a volte dice cose che Antonio Tabucchi non comprende, in lingue sconosciute. C’è una frase che Antonio rivolge sempre al poeta, al compagno di viaggio, e la ripete a volte con il tono sommesso di chi vorrebbe scusarsi per non aver capito prima […]

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Cinema & Serie tv

Leviathan di Andrej Zvjagincev

La nuova opera di Andrej Zvjagincev è Leviathan, il quarto lungometraggio di un autore già celebre (Leone d’oro a Venezia con il Il ritorno), esponente di un cinema nazionale, quello russo, tra i più interessanti nel panorama contemporaneo. Leviathan è un film politico nel senso più ampio del termine. La Russia degli oligarchi è il gigante spietato che tiranneggia nelle lande desolate del nord della Russia, sulle coste del Mare di Barents, dove il sole sembra non sorgere mai e la luce sembra quella di un’eterna aurora (o di un lentissimo crepuscolo). Il protagonista occulto del film è questa terra nebbiosa e atemporale, che racconta la propria storia con pazienza e furia allo stesso tempo: il mare si scatena con tutta la sua violenza contro le scogliere, come a reagire alle nefandezze cui è costretto ad assistere, il vento soffia a spazzar via le vicende minuscole e tragiche degli uomini: Nikolaj è in lotta contro il sindaco della sua città che vuole appropriarsi del suo  terreno; la sua casa di legno sembra un avamposto nel quale l’uomo cerca riparo assieme al figlio e alla compagna. Un avvocato di Mosca amico di Nikolaj arriva in suo soccorso, ma la sua presenza distruggerà l’equilibrio illusorio di questa famiglia che si rifiuta di accettare la fine del proprio mondo: il Leviatano incombe sull’uscio di casa, ma gli effetti della sua presenza lo precedono imprevedibilmente perché sono spirituali ancor prima che civili. E così il dramma storico di un paese (che sembra lo scheletro enorme di una balena che il figlio di Nikolaj contempla sulla spiaggia) diventa il dramma umano di un uomo solo contro il mondo ingiusto e terribile. La cinematografia potente e poetica di Zvjagincev mette in luce questa unione e cattura lo spettatore tanto sul piano delle emozioni quanto su quello del dialogo filosofico, lasciando che lo spettrale paesino di Nikolaj diventi l’intero universo attraverso un’inversione (sottilmente ironica) della parabola biblica di Giobbe. E se alla fine Nikolaj e tutti quelli come lui devono tragicamente soccombere, se non esiste nessuna consolazione biblica o divina, se ancora è il tempo dei tiranni del potere politico e di quello clericale che fagocitano tutto quello che incontrano sul proprio cammino, lo scheletro della balena assurge comunque a memento mori: il gigante silenzioso sembra invincibile, eppure il tempo consumerà anche lui, come ha già consumato altri invincibili prima.  Leviathan è un film cupo che contiene elementi di tragedia classica e di denuncia morale ma riesce nel miracolo di lasciare un senso indefinibile di speranza attraverso un racconto denso di metafore improntate ad una spiritualità tipica dei grandi narratori russi. Ed è un film bellissimo: le musiche sono coinvolgenti, la fotografia poetica, gli attori bravissimi, la sceneggiatura (premiata con il Prix du scénario a Cannes) sublime. -Leviathan di Andrej Zvjagincev-

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Cinema & Serie tv

Mia madre di Nanni Moretti

È al cinema il dodicesimo lungometraggio di Nanni Moretti, Mia madre, che a maggio sarà in concorso al festival di Cannes e che segna un nuovo capitolo di una filmografia inimitabile. Già a partire da La stanza del figlio (2001) i film di Moretti presentano rispetto al passato una sceneggiatura più ‘forte’ e strutturata, non a caso scritta a più mani: per Mia madre, oltre allo stesso regista, Valia Santella e la conferma di Francesco Piccolo. Una scelta che predilige il racconto della storia e dei personaggi, lasciando da parte quei ‘morettismi’ che pure trovavano ampio spazio in quell’Habemus papam che da questo punto di vista presentava un amalgama mirabile. E questo è un film che nasce attorno all’aspetto drammaturgico e autobiografico, anche se non nel senso che questa definizione ha abitualmente assunto nella poetica di Moretti. Il protagonista del film è una regista (Margherita Buy in un alter ego di Moretti molto convincente) alle prese con il suo nuovo film: John Turturro figura nella parte dell’attore americano capriccioso e borioso, protagonista di un film engagé di cui non capisce il senso (ma forse non lo capisce nessuno, e qui sta il centro dello smarrimento che Margherita avverte tanto nella sua vita quanto nel rapporto con la realtà che le si chiede di interpretare: sente di dover fare questo film che parla di fabbrica e di operai, ma il suo più che altro è un movimento inerziale, e infatti il film si direbbe piuttosto brutto). Moretti ritaglia per se stesso il ruolo del fratello della Buy, un personaggio che assomiglia più ad una coscienza incarnata, o ad un angelo da Il cielo sopra Berlino, a cui si fa riferimento nel film. È perfetto e granitico nell’assistenza alla madre, è consapevole dell’incombenza e riporta la stessa Margherita alla realtà che lei fatica ad accettare: Ada (Giulia Lazzarini, bravissima nel dare un volto tenero e credibile alla vecchia madre della regista) è in ospedale in condizioni molto gravi, e non può sperare di vivere ancora a lungo. Il suo lento viaggio verso la morte mette sua figlia davanti ai propri sensi di colpa e alla propria angoscia. E qui l’autobiografia di Moretti spiazza e diventa qualcosa di inedito per il suo cinema: un’autobiografia non più autoironica anche se dolorosa, ma un’introspezione sincera e illuminante, dunque universale, intrisa soprattutto di intelligenza e sensibilità, che sono le vere costanti del cinema di questo autore, ma anche di autoanalisi, fondamentale per raccontare se stessi attraverso la propria mente junghianamente “poetica”: la vera novità del linguaggio filmico sta nell’utilizzo delle scene non realistiche, di cui il cinema di Moretti è stracolmo. La grande abilità di fermarsi sempre ad un passo da un vero e proprio surrealismo per poi attraversarlo con la leggerezza e l’ironia tipicamente morettiana, in Mia madre  diventa la delicatezza di farci ascoltare sottovoce i sussulti di una coscienza davanti al proprio dolore attraverso incubi, visioni, paure. Se lo stesso regista ha detto che “per raccontare un’autobiografia in modo serio è necessario un grande autore per evitare […]

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Riflessioni culturali

Michel Foucault e il Panopticon, la società del controllo

Michel Foucault scrisse la prefazione ad un libro di Jeremy Bentham, l’illuminista inglese che ha rivolto lo sguardo alla società della sorveglianza giungendo, grazie alla collaborazione del fratello architetto, a progettare una forma di prigione nella quale tutti i detenuti rinchiusi in un edificio circolare sono sempre visti da qualcuno ma non vedono il loro osservatore: il Panopticon, che dà il titolo anche al libro in questione. Questa è forse l’immagine più vicina alla società del controllo così come si è venuta a strutturare nel mondo che viviamo: infinite telecamere ci seguono, lasciamo tracce in ogni momento usando una carta di credito o mandando un messaggio di posta elettronica, e non sappiamo chi può usare queste informazioni, utilissime per chi intenda controllarci o produrre pubblicità su misura per i nostri gusti. Bentham non si limitò a ipotizzare una sorveglianza delle persone devianti, che vengono rinchiuse in un carcere e devono essere osservate in ogni istante: estese questo modo di considerare la società a quasi tutte le attività svolte dalle persone. Questo è un punto chiave del panopticon e della riflessione di Foucault: la vita diventa oggetto del potere, un potere incontrollabile e incontrollato, che si serve di dispositivi molteplici per realizzare l’obiettivo di piegare non solo la persona, ma la sua intera vita ai bisogni del potere medesimo. Cos’è il Panopticon secondo Michel Foucault A partire della struttura del panopticon e date queste premesse, il filosofo francese ha osservato l’evoluzione del trattamento punitivo degli ultimi secoli da una dimensione pubblica ad una individualistica: l’esecuzione o la tortura non sono più ostentate in piazza; il trattamento detentivo è teso ad agire sulla mente del deviante, più che sul suo corpo. Come la maggior parte delle attività sociali, lo spazio della collettività si riduce sempre più verso un’atomizzazione della società, e questo vale anche per il ruolo edificante della pena detentiva, oggi sottratta alla pubblica attenzione. Questa “disumanizzazione” della società contemporanea che rifugge l’aggregazione ed esalta il momento individuale come un valore, ha comportato paradossalmente un’umanizzazione del trattamento punitivo dello Stato, e solo parzialmente ha influito su questo il progredire della cultura civile e giuridica. Le motivazioni del nuovo approccio secondo Foucault sono molteplici e difficilmente hanno a che fare con la tutela della dignità umana. Il filosofo parla di “arcipelago carcerario” per affermare come il nuovo modello della pena si sia installato in altri luoghi nevralgici di controllo: le scuole, le fabbriche, gli ospedali, sono diventati centri di controllo e dunque emanazioni di quella “biopolitica” che mira alla supremazia non già dei corpi dei consociati, ma delle loro anime. Eppure sull’esercizio del biopotere Foucault fa una precisazione importante; egli diffida da quelli che oggi si declinerebbero come “complottismi”: se oggi esiste un Grande Fratello e una società fondata sul panoptismo (più di quanto Foucault stesso potesse immaginare) non lo si deve ad una eminenza grigia che trama nell’ombra. Foucault parla di una “società fondata su una moltitudine di altri sottomessi” senza un centro di potere privilegiato che manovra i fili della Storia. Il potere […]

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