Roberto Remigio Benigni (Manciano La Misericordia, 1952) è un attore, comico e regista toscano. Egli, nel corso degli anni è diventato uno dei personaggi pubblici più conosciuti e apprezzati non solo in Italia, ma in tutto il mondo. I film di Roberto Benigni, la maggior parte delle volte, mettono al centro una comicità irriverente, fisica, a tratti surreale, che affonda le radici nella tradizione toscana e nella lezione dei grandi maestri italiani, da Totò a Fellini, ma che si nutre anche di improvvisazione e ritmo teatrale. Solitamente la struttura è quella della commedia degli equivoci, che mostra l’innocenza del protagonista, figura che smaschera, con la sua stessa purezza, le contraddizioni della società italiana. La risata ha così un duplice scopo, quello di far divertire, ma anche di criticare.
Filmografia essenziale di Roberto Benigni a confronto
| Titolo e Anno | Ruolo Interpretato | Tema Principale |
|---|---|---|
| Non ci resta che piangere (1984) | Saverio (il maestro) | Viaggio nel tempo, confronto col passato |
| Johnny Stecchino (1991) | Dante Ceccarini / Johnny | Gioco del doppio, equivoci, mafia |
| La vita è bella (1997) | Guido Orefice | Olocausto, amore paterno, immaginazione |
| Pinocchio (2002) | Pinocchio | Fiaba, crescita, maturità |
Indice dei contenuti
1. Non ci resta che piangere (1984): il viaggio nel tempo con Troisi
Esso è diventato un cult della comicità italiana. Benigni recita al fianco dell’attore napoletano Massimo Troisi, il quale interpreta il bidello Mario, e Benigni il maestro Saverio. I due sono fermi a un passaggio a livello, confidandosi a vicenda, in attesa che il treno passi. Ma l’attesa si protrae e decidono di percorrere una stradina tra i campi, per poi restare in panne con l’auto in mezzo alla campagna. I due ad un certo punto trovano alloggio in una locanda per la notte, notando già dei dettagli strani come candele e calamai. La mattina dopo, appena svegli, Mario e Saverio vedono delle persone scappare in mantello nero a cavallo, si precipitano al piano terra e trovano altre persone, vestite sempre in modo strano. Increduli, si fanno dire da un uomo dove si trovano e scoprono di trovarsi a Frittole, un immaginario borgo toscano, nel “millequattrocento, quasi millecinquecento”: i due sono giunti nel passato. Spaesati e impreparati, tentano di adattarsi a un mondo che non conoscono, cercando di sopravvivere tra abitudini medievali, regole incomprensibili e incontri imprevedibili. Nel farlo, provano anche a cambiare il corso degli eventi storici, convinti di poter migliorare il futuro. Il film, oltre ad essere una riflessione amara sul rapporto fra passato e presente, possiamo dire che è una sorta di metafora dell’italiano medio di fronte alla Storia, convinto di sapere, ma spesso impreparato, e desideroso di cambiare il mondo, ma incapace di farlo davvero.
2. Johnny Stecchino (1991): la commedia degli equivoci
Roberto Benigni qui interpreta Dante Ceccarini: un uomo che lavora a Cesena come autista di scuolabus per ragazzi affetti da disabilità. Egli è sostanzialmente una brava persona, anche se froda la propria assicurazione inscenando un improbabile “tic” che lo costringerebbe ad agitare la mano destra incessantemente. Inoltre, ha il vizio di rubare qualche banana distraendo i fruttivendoli con scenette improvvisate. La sua vita cambia radicalmente quando conosce una donna chiamata Maria, della quale si innamora, la quale cerca di cambiarlo, facendogli indossare degli abiti più eleganti, disegnandogli un neo sulla faccia e iniziandolo a chiamare Johnny Stecchino. Il film ha una comicità che si basa su equivoci, doppi sensi, situazioni paradossali (tipico dei film di Roberto Benigni) che si susseguono con un crescendo che alterna leggerezza e tensione grottesca, inoltre mette al centro il gioco del doppio attraverso il ruolo del protagonista, elemento classico della letteratura e del cinema, qui declinato in chiave comica. Il protagonista, nella sua ingenuità, diventa specchio deformante di un altro mondo.
3. La vita è bella (1997): il capolavoro premio Oscar
Vincitore di tre Premi Oscar, come miglior film straniero, miglior attore protagonista (Roberto Benigni) e migliore colonna sonora (Nicola Piovani), è diventato anch’esso un film cult, che identifica il cinema italiano nel mondo. Il film racconta la storia dell’allegro e giocoso Guido Orefice, un giovane di religione ebraica, partendo dal 1939, anno in cui conosce sua moglie Dora, una giovane maestra, che chiama durante tutto il film ‘principessa’. I due, successivamente, si sposano ed hanno un figlio, Giosuè. Nel 1944 Guido ha aperto una libreria, mentre sua moglie Dora continua a svolgere la professione d’insegnante, quindi tutto sembrava andare per il meglio. Ma, sfortunatamente, ci troviamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e della persecuzione contro gli ebrei, per cui, la felicità viene bruscamente interrotta quando, il giorno del compleanno di Giosuè, Guido e suo figlio vengono catturati dalle truppe nazifasciste e caricati su un treno insieme ad altri ebrei per la deportazione in un lager. Dora, giunta a casa con la madre e trovati i segni del passaggio dei soldati del regime, corre alla stazione e chiede ai militari di guardia, invano, di salire anche lei sul treno, pur non essendo ebrea, per seguire il marito e il figlio. Il film mette al centro la ‘bugia’ che Guido racconta a suo figlio Giosuè: per proteggerlo dagli orrori della realtà, sin dall’inizio della tragica esperienza Guido racconta al figlio che stanno partecipando a un difficilissimo gioco, in cui si dovranno affrontare numerose prove per tentare di vincere, come premio finale, un vero carro armato. Infatti, quando il comandante militare tedesco si presenta nella baracca per spiegare il regolamento del lager, Guido si offre come interprete e traduce volutamente in modo sbagliato le sue parole, tra le perplessità degli altri prigionieri e il divertimento del piccolo. Benigni utilizza il linguaggio della fiaba per parlare di persecuzione, sacrificio e amore familiare, evitando una rappresentazione diretta e cruda della violenza, ma lasciandone percepire il peso. La vita è bella non nega il dolore della storia, ma suggerisce che la forza dell’amore e della dignità umana sono più forti di qualsiasi cosa, e possono resistere anche in questo contesto. Per questo, il film diventa una riflessione sulla capacità dell’immaginazione di salvare, almeno interiormente, ciò che la realtà minaccia di distruggere.
4. Pinocchio (2002): la fedele trasposizione di Collodi
Benigni qui interpreta proprio il burattino del racconto di Collodi, favorendone una fedele trasposizione cinematografica: un grosso tronco di legno, trasportato su un carro, si anima improvvisamente dopo che su di esso si è posata una farfalla protetta da una fata. Il pezzo di legno, mosso da una misteriosa forza, inizia a saltare per i vicoli del paese, e si ferma sull’uscio di casa di un vecchio falegname chiamato Geppetto, che se ne impossessa per costruirsi un burattino che gli tenga compagnia. Il burattino viene chiamato Pinocchio, e magicamente, prende vita, ma non solo, perché con l’incredulità del vecchietto, inizia anche a parlare. Da qui susseguono le peripezie che conosciamo, come l’incontro con Mangiafuoco, con il Gatto e la Volpe, con Lucifero, e l’avventura nel Paese dei Balocchi. Durante tutto il film è seguito da un Grillo parlante, il quale rappresenta la sua coscienza, che lo ‘rimprovera’ per le monellerie che commette e cerca di indirizzarlo sulla buona strada, inoltre, ogni qualvolta che Pinocchio dice una bugia, gli si allunga il naso, mentre, dopo aver detto la verità, gli si accorcia, per questo, egli rappresenta il bambino che deve imparare a diventare adulto, mostrando che ogni azione sbagliata ha delle conseguenze. Il film mostra che la maturità nasce dall’esperienza e dalla sofferenza.
Fonte immagine in evidenza: Wikipedia, Danyele
Articolo aggiornato il: 14/02/2026

