Grazie Ragazzi, di Albanese: il teatro, l’assurdo e l’attesa

Grazie, ragazzi di Albanese: il teatro, l'assurdo e l'attesa

“Grazie Ragazzi” è un film di Riccardo Milani con Antonio Albanese, Sonia Bergamasco e Fabrizio Bentivoglio. Cinque detenuti scoprono che il teatro può essere un’occasione di riscatto, mentre il loro insegnante ritrova se stesso.

Antonio Cerami è un attore teatrale. Anzi, lo era. Ora vive in una stanza disordinata una vita altrettanto disordinata che scorre abitudinaria come il treno che passa davanti alla sua finestra e ogni mattina lo ridesta dal suo torpore.

Grazie Ragazzi: la trama

Il teatro, che è la sua passione, se lo è lasciato alle spalle da qualche anno e per vivere ha ripiegato sul doppiaggio. Di film porno. Il coraggio di raccontarlo alla figlia, che ormai ha trent’anni, non ce l’ha ancora. Si racconta che i sogni sono imperfetti, che la vita semplicemente accade, che è troppo tardi per affrontare il palcoscenico o che forse il palcoscenico è troppo grande per lui. Il bello dei film, però, è che c’è sempre una seconda occasione. Se così non fosse, non avremmo più bisogno di loro.

In Grazie Ragazzi la seconda occasione si chiama Michele (Fabrizio Bentivoglio), amico e collega di un tempo, che conosce i pensieri e i rimpianti di Antonio meglio di lui e gli offre un impiego: insegnare teatro in un istituto penitenziario, che nel film ha gli interni di Rebibbia e gli esterni della casa circondariale di Velletri.

Apparentemente un lavoretto come altri, poche ore per iniziare al teatro cinque detenuti – interpretati da Vinicio Marchioni, Andrea Lattanzi, Bogdan Iordachioiu, Giorgio Montanini e Giacomo Ferrara – che hanno scelto il corso di teatro soltanto perché curare le piantine “è da femminucce” o perché sono allergici alla segatura. Un ripiego, un po’ come lo è per Antonio, il loro insegnante.

La svolta è prevedibile e inevitabile per un film che si presenta come una “commedia che fa riflettere”: il laboratorio teatrale, infatti, si rivelerà un percorso sorprendente e arricchente tanto per lui quanto per i detenuti, umanamente e professionalmente. Loro scoprono uno spirito audace e creativo che non credevano di possedere e si riappropriano dell’essenza umana da anni nascosta con vergogna dietro alla casacca da detenuti; lui percepisce nella voce autentica e potente dei suoi allievi le vibrazioni di una passione che aveva perso di vista e l’emozione di una professione che, per l’ansia di realizzarla, aveva dimenticato. Ma questa veste di “commedia che fa riflettere” o di “commedia emozionante” è troppo stretta per un film che, intento sociale e messaggio a parte, realmente emoziona e arriva. Arriva perché Albanese interpreta un personaggio che è perfettamente nelle sue corde, che ha a che fare con la recitazione e con l’insegnamento, con l’esperienza e con l’esordio.

Aspettando Godot e l’assurdo della vita

In Grazie Ragazzi, il protagonista Antonio coglie lo spessore dei suoi allievi prima ancora che loro riescano a sentirsi all’altezza della situazione e comprende che le loro vite hanno dentro, naturalmente, molto più teatro e assurdo di quanto non ne abbia mai visto in Accademia e sul palcoscenico. L’opera che li rappresenta – e che decidono di portare in scena – è Aspettando Godot di Samuel Beckett, perché dietro alle sbarre delle loro celle o nel quadratino di cielo che vedono dal cortile hanno imparato a convivere, più di chiunque altro, con l’attesa e con la sua assurdità. Quindi la detenzione diventa metafora del teatro – o meglio, del teatro dell’assurdo –  che a sua volta è metafora della vita. Una metafora inscenata da cinque uomini che da troppo tempo credono di coincidere con gli errori commessi; una metafora che, da esperimento di reinserimento sociale, diventa tour e arriva al Teatro Argentina di Roma. E tutto è ugualmente assurdo, anche lo stesso passaggio di Godot sul fondo dello spettacolo, alla fine della storia, quando ormai nessuno di coloro che lo avevano così tanto atteso si accorge del suo arrivo. Se non è Becket questo, cosa?

Grazie Ragazzi: un remake originale

Un po’ Mare fuori, un po’ Metodo Kominsky, ma nella sostanza nessuno dei due, il film è l’ennesimo risultato del sodalizio artistico tra Antonio Albanese e Riccardo Milani, che ormai ci hanno abituato a pellicole che non sono mai soltanto quello che sembrano e che tra le righe parlano chiaro.

La storia, in realtà, è ispirata al francese Un triomphe (2020) del regista Emmanuel Courcol, il quale aveva a sua volta raccontato la storia dell’attore svedese anni ’80, Jan Jönson.

Il film di Riccardo Milani, però, è inedito nella descrizione che offre della vita in carcere, così come nella semplicità con cui racconta un fenomeno troppo spesso, e a torto, descritto con paroloni e effetti speciali. Si tratta della purificazione e della scoperta cui il teatro conduce sia attori sia spettatori e del potente impatto liberatorio e salvifico che può avere la cultura. Senza acrobazie di regia particolarmente sofisticate, Milani e Albanese affidano alla parola e agli sguardi tutto il senso del film, per dimostrare che l’arte non va cercata in posti lontani, ma è nelle scelte che facciamo e in quello che, pur non avendolo scelto, ci capita.

Una storia semplice per spiegare la più semplice delle verità:

«Siamo contenti. (Silenzio.) E che facciamo, ora che siamo contenti?», chiede Estragone;

«Aspettiamo Godot», risponde Vladimiro.

 

Fonte immagine: locandina del film

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