Il vizio della Speranza di Edoardo De Angelis | Recensione

Il vizio della Speranza

Dal 22 novembre 2018 è proiettato nelle sale italiane l’ultima opera di Edoardo De Angelis: Il vizio della Speranza. Il film, vincitore al Festival del Cinema di Roma del Premio del Pubblico BNL, è una storia di coraggio, determinazione e solidarietà in una terra, Castelvolturno, in cui il lieto fine è difficile da raggiungere, ma non impossibile. Accompagnati dalle musiche di Enzo Avitabile, la pellicola trasporta lo spettatore in un mondo denso di simbolismo, senza alterare il difficile contesto che fa da sfondo alla vicenda.

Il vizio della Speranza – La trama

Lungo il corso del Volturno, fra immondizia e abusivismo, scorre la vita di Maria (Pina Turco), ragazza segnata dal dolore sia nel corpo che nell’anima da un terribile evento accaduto nella sua infanzia. Figlia dedita alle cure della madre Alba (Cristina Donadio) e braccio destro di Zì Marì (Marina Confalone) maîtresse astuta e dal fare materno, Maria trascorre la sua vita rispettando il ruolo che le è stato assegnato, e assicurandosi che le ragazze “alle sue dipendenze” eseguano gli ordini. Coinvolta in prima persona in un traffico di neonati, con il compito di traghettare le donne incinte fino al punto di incontro per il fatidico scambio, la sua esistenza riceve una piega inaspettata quando prende vita in lei il seme della speranza. Nonostante sia consapevole del calvario che l’attende, e affiancata dal suo fedele pitbull, Maria intraprende un cammino costellato non solo dalla miseria ma anche dalla solidarietà, poiché l’una non può esistere senza l’altra.

Il vizio della Speranza – La regia

Dopo il successo di Indivisibili con la vincita di sei David di Donatello, Edoardo De Angelis torna con una nuova e suggestiva storia. Anche stavolta lo scenario è la Campania, nello specifico Castelvolturno, e anche stavolta il regista napoletano decide di affidare la maestosità dei suoi paesaggi a Ferran Paredes Rubio con cui aveva già collaborato per la realizzazione di Perez. Con un cast prevalentemente al femminile, eccezion fatta per Massimiliano Rossi (Mozzarella Stories, Indivisibili) perfettamente calato nel ruolo del solitario Carlo Pengue, il film prende spessore innanzitutto dalla recitazione di Pina Turco(La Parrucchiera) e Marina Confalone(Così parlò Bellavista, Amiche da morire)che riescono a conferire ai rispettivi personaggi una propria identità a partire dalle movenze e dagli sguardi che gli imprimono. La pellicola si presenta come una rivisitazione tutt’al femminile della Sacra Natività, con continui riferimenti alla Madonna cristiana tramite le diverse donne che si succedono sullo schermo e al ruolo che ricoprono, tutti improntati al tema della maternità. A rendere il film più leggero, oltre all’ingenuità fanciullesca di Virgin interpretata da Nancy Colarusso, sono i simbolismi che aiutano lo spettatore a comprendere gli stati d’animo dei protagonisti ed i loro sentimenti, utilizzando a questo scopo non solo gli animali ma anche alcuni specifici oggetti, come l’emblematica felpa di Maria che presenta la stessa fantasia della trapunta con cui viene coperta dopo essere stata tratta in salvo, oppure tramite la vecchia giostra di Pengue (riferimento ai 400 colpi di Truffaut) che, come afferma il regista, “attraverso il movimento centrifugo si allontana dal mondo e dalle sue preoccupazioni.”

Ancora una volta Edoardo De Angelis regala al pubblico una pellicola potente, capace di emozionare e di far riflettere, specialmente in un momento sociale in cui abbiamo un forte bisogno di ricordare che possiamo essere padroni del nostro futuro, ma ad una condizione: non perdere il vizio della speranza.

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