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Eroica Fenice

Food

Ristorante Pizzeria Luise, una eccellenza sul lungomare partenopeo

Situato sul lungomare più famoso del mondo, il Ristorante Pizzeria Luise è un punto fermo della gastronomia napoletana, capace di realizzare un connubio fra innovazione e tradizione. Ristorante Pizzeria Luise, il brand che si trasforma Tutti a Napoli conoscono la storica gastronomia L.u.i.s.e, che dal 1966 delizia i napoletani e i turisti con le prelibatezze tipiche della cucina partenopea. Di recente apertura, il ristorante è sito in Via Partenope 7, sul lungomare Caracciolo. Oltre alla possibilità di degustare le proprie specialità all’interno della luminosa sala dal moderno e innovativo design, si può optare per un tavolo vista mare, senza timore del cattivo tempo, grazie al gazebo, permettendo così di apprezzare il paesaggio anche nei giorni di pioggia. Ciò che differenzia il ristorante di Via Partenope con gli altri locali dello stesso brand sono le pietanze che spaziano dai primi, come gli spaghettoni marca Monograno Felicetti con crudo di gambero di Mazzara del Vallo e friggitelli, ai secondi, come il baccalà in tempura di zafferano su vellutata di peperoni rossi , emblematico esempio di evoluzione della tradizione. Naturalmente il ristorante L.u.i.s.e. dimostra tutta la sua bravura anche nella preparazione di ottime pizze (rigorosamente cotte in forno a legna), a cominciare dalle tradizionali, per finire alle rivisitazioni come la pizza fatta con impasto di multicerali, pomodoro di Sorrento e provola d’Agerola oppure la pizza con peperoncini verdi e fiordilatte di Agerola. Alti standard di qualità e di gusto, sono i cavalli di battaglia del proprietario del locale Davide Di Meglio e dallo chef Giuseppe Di, il quale punta a distinguersi dagli altri locali che affollano il lungomare tramite i suoi prodotti genuini, come dimostra la scelta della farina Vigevano per le sue pizze e l’attenzione che pone nella scelta dei vini come il Fiano d’Avellino e nelle birre. Fra i dessert si segnalano il Babà Vesuvio con crema Chantilly e cioccolato e la rinomata Pastiera napoletana, tipici dolci della tradizione. Vi è inoltre la possibilità di gustare le loro pietanze non solo nel bellissimo locale, ma anche tramite il servizio catering. Il Ristorante Pizzeria Luise è un’esperienza di gusto a 360 gradi in un ambiente informale ma elegante. Contatti: 081 7642563, Via Partenope 7, Napoli Instagram: https://www.instagram.com/luisegroup/ sito web: http://www.gruppoluise.it

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Teatro

Trainspotting di Sandro Mabellini al Piccolo Bellini

Dal 7 al 12 maggio al Piccolo Bellini va in scena Trainspotting, con la regia di Sandro Mabellini. Tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, lo spettacolo mette in scena lo squallore e le vicissitudini di chi si ostina a rifiutare le convenzioni di una vita borghese attraverso i paradisi artificiali. Trainspotting di Sandro Mabellini, ieri ed oggi Trainspotting è un’opera che non ha di certo bisogno di presentazioni: arrivato al grande pubblico nel ’93 grazie al film di Danny Boyle, l’opera mostra le scapestrate vite di Mark Renton (interpretato nello spettacolo da Michele Di Giacomo) e dei suoi amici, sempre alla ricerca di un modo per procurarsi la tanto sospirata dose della giornata. Fin dalla prima scena è lampante ciò che il regista vuole comunicare: tutti i personaggi si presentano al pubblico mentre osservano con aria annoiata i treni sfrecciare davanti a loro, metafora del loro disinteresse verso altre potenziali esperienze al di fuori delle droghe pesanti. I motivi che spingono i personaggi a questa deriva sono molteplici e differenti fra loro, anche se quasi tutti hanno in comune il desiderio di rifuggire il dolore, che sia esso causato dalla rottura con la  propria fidanzata o da scelte di vita sbagliate che comportano altri inevitabili drammi. A fare eccezione a questa regola è proprio Mark, che fa della sua dipendenza una vera e propria opposizione alle regole di una società borghese, che impone ai suoi membri un lavoro alienante intervallato solo da brevi pause da dedicare all’industria dell’intrattenimento. Rifiutando questo modello, l’unico concretamente attuabile nell’Inghilterra degli anni ’90, Mark sceglie allora di perseguire la morte, nonostante quest’ultima preferisca restargli intorno piuttosto che portarlo con sé. Così in un susseguirsi di squallide vicende e fugaci prese di coscienza nel delirio collettivo che  spesso accompagna i protagonisti, assistiamo ad alcune delle scene più iconiche dell’opera di Welsh, che conservano intatta la loro potenza concettuale. Ciò è merito anche della didascalica regia di Mabellini, che utilizzando una scenografia minimale e tramite un sapiente uso della musica e delle luci, entrambi elementi portanti della scenografia, reinterpreta senza stravolgerlo un classico senza tempo. Ad accompagnare Mark nel suo viaggio verso il degrado ci sono gli amici di sempre: Tommy (Riccardo Festa), Allison e il rissoso Begbie (interpretati dai poliedrici Valentina Cardinali e Marco Bellocchio) che nonostante non sia un tossicodipendente fa dell’alcool e della violenza la sua eroina personale. Lo spettacolo, della durata di un’ora e mezza, dà allo spettatore la possibilità di comprendere una realtà che appare il più delle volte distante dalla nostra, mostrando come alla base della dipendenza ci sia sopratutto la frustrazione, sentimento comune ad ogni essere umano. Dopo aver assistito alla spasmodica ricerca della sostanza, ai suoi effetti e ai dolori provocati dall’astinenza, è impossibile guardare a questi personaggi con gli stessi occhi carichi di pregiudizi con cui li si condannava prima.

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Teatro

Andrea Saleri e Sofia Gottardi al Kestè

Domenica 5 maggio si sono esibiti sul palco del Kestè due comedian che hanno portato in scena la loro vita privata, mettendo a nudo se stessi e le dinamiche che vigono tra di loro. Sofia Gottardi e Andrea Saleri, partner sia nella vita che sul palcoscenico, hanno esorcizzato i loro dilemmi interiori, tramutandoli in materiale per i loro spettacoli. Sofia Gottardi e Andrea Saleri al Kestè La serata ha avuto inizio con Stefano Viggiani, habituè del Kestè che ha portato il pubblico a ragionare sulla condizione degli uomini single (da troppo tempo) e sulla loro necessità di usare app come Tinder. Dopo aver fatto comprendere al pubblico maschile il perché della diffidenza femminile verso chi fa uso di questo social, Stefano Viggiani ha lasciato il palco alla prima guest star della serata: Sofia Gottardi, che si è accattivata le simpatie del pubblico dando voce ai preconcetti verso Napoli, per poi illustrare gli stereotipi legati alla sua regione. Partendo dalla sua laurea ha poi ripercorso il suo corso di studi, concentrandosi in particolare sul liceo e sulle pressioni sociali che una liceale è costretta ad affrontare (come aveva già anticipato nella sua intervista), sopratutto in merito all’iniziazione alla sessualità. Portando ad esempio la sua personale esperienza, Sofia Gottardi ha divertito il pubblico con le sue disavventure, mettendo così in luce le contraddizioni della nostra società. Infine la giovane comedian ha voluto ricordare il suo (fin troppo) giovane spasimante Nadir, a cui ha scritto una lettera che le ha fatto guadagnare l’approvazione del pubblico. Sofia Gottardi ha poi lasciato il posto ad Andrea Saleri, che ha iniziato parlando delle sue origini e del suo paese natio: Caino, che per citare Andrea, «è simile a Twin Peaks, solo che noi non nascondiamo la cattiveria». Dopo le dovute presentazioni, Andrea Saleri ha spostato il discorso sulle differenze caratteriali di chi viaggia con il regionale e chi invece con il Frecciarossa, ammettendo che chi fa parte della seconda categoria ha un ego spropositato. Prendendo spunto dalle esperienze raccontate e vissute con Sofia Gottardi, Andrea Saleri è partito da altre disavventure per arrivare alla conclusione che, come la maggior parte degli uomini, cerca la gratificazione di sé attraverso il sesso. Cambiando argomento, il discorso si è poi incentrato sulle minoranze discriminate, mostrando come l’omosessualità e i consumatori di erba subiscano la stessa triste realtà. Per concludere la serata, Andrea Saleri ha parlato dei suoi studi di cinema e della mancata istruzione che danno in questi istituti alla pornografia, costringendo così gli studenti a dover rimediare da soli. Salutiamo Sofia Gottardi e Andrea Saleri , e noi ci prepariamo per i prossimi imperdibili spettacoli di Valerio Lundini il 12 maggio e di Carmine del Grosso il 18 maggio, entrambi al Kestè!  

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Teatro

Stand Up Comedy: intervista a Sofia Gottardi

In vista della serata del 5 maggio che la vedrà protagonista sul palco del Kestè, abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare con Sofia Gottardi, giovane e divertente comedian. Classe ’96, Sofia Gottardi fa dei suoi difetti materiale per la sua comicità, realizzando in questo modo un contatto con l’altro. Sofia Gottardi, l’intervista Cominciamo con la domanda più banale di tutte: come ha iniziato Sofia Gottardi a fare stand up comedy?   Semplicemente a me è sempre piaciuto scrivere e stare sul palco, soprattutto fare la cretina è qualcosa che mi si addice. Nel 2014 ho fatto vedere un monologo al mio professore di improvvisazione, che ho scritto quando avevo 15, e lui mi ha consigliato di fare un laboratorio comico a Vicenza, e lì una mia amica mi ha fatto un video che ha fatto il giro di varie persone che facevano stand up comedy, ovvero poche. Ho fatto fatica a portare determinate tematiche in quanto nel 2014 eravamo ancora in pochi. Quando poi la stand up comedy ha iniziato a prendere piede ho avuto meno freni. Nel 2016 ho fatto il mio primo spettacolo di un’ora e in seguito ho partecipato ai programmi televisivi di Natural Born Comedians e Comedy Central News su Comedy Central. In questi giorni ho registrato un monologo per Audible e….ho paura di non aver imboccato la domanda (ride) Ti prendi in giro molto spesso, perché questa autoironia?   Ognuno ha il suo stile, tuttavia ritengo ci voglia più coraggio a prendere in giro sé stessi che gli altri, perché per farlo devi capirti al meglio, e ti assicuro che con tutta la propria volontà è molto difficile. Spesso abbiamo bisogno degli altri per farlo, è difficile essere consapevoli dei propri difetti. Quindi la tua comicità è anche un modo per cercare il contatto con l’altro?   Esattamente. Io personalmente ho sempre desiderato il contatto con gli altri, sono sempre stata una ragazza un po’ strana, un po’ bizzarra…e lo sono tutt’ora, solo che prima non avevo la stand up comedy con cui sfogare e quindi avevo qualche difficoltà nell’interagire con gli altri. Fare comicità è anche un modo per dire “io sono così, cercate di capirmi, se c’è qualcuno che è come me sappi che non sei solo ” o magari c’è qualcuno che è anche peggio. Un altro elemento ricorrente nelle tue battute è la condizione della donna.   Certo. Io penso innanzitutto che non deve esserci questa separazione della comicità per uomini e per donne. Io spesso tratto temi che riguardano la donna, ma non lo faccio perché prediligo un pubblico femminile. Semplicemente faccio comicità su cose che conosco, e spero che al pubblico interessi. Se un uomo parla di sesso le donne sono sempre state curiose di sentire cosa ha da dire. Solo che c’è bisogno di una certe elasticità per l’uomo che ascolta la donna perché io da uomo sarei spaventato da una persona che sanguina e non muore, oppure sarei curiosa. Com’è essere una donna nel mondo dello stand up […]

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Teatro

La classe operaia va in Paradiso al Piccolo Bellini

Dal 9 aprile fino al 14 aprile 2019 è in scena al Piccolo Bellini La classe operaia va in Paradiso di Paolo di Paolo. Lo spettacolo, interpretato da Lino Guanciale e diretto da Claudio Longhi, non si limita a riproporre la messa in scena dell’omonimo film, ma intreccia la narrativa con le vicende che hanno accompagnato la genesi di una delle pellicole più famose del maestro Elio Petri. L’attualità de La classe operaia va in Paradiso Fin dalle prime scene è chiaro l’intento del regista di trasmettere al pubblico l’attualità della pellicola del ’71: dando prova fin dalla prima scena della sua capacità attoriale, Lino Guanciale veste (e sveste) i panni della figura dell’operaio in diverse epoche, portando all’attenzione dello spettatore il filo che lega questi personaggi, distanti nei modi e nel tempo ma non nella sostanza. Accompagnati dalle riflessioni del regista Elio Petri e dello sceneggiatore Ugo Pirro (rispettivamente interpretati da Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri) il pubblico assiste alla costruzione del film e dei suoi protagonisti, che si formano e si modificano in corso d’opera. La trama è incentrata sul personaggio di Lulù Massa, esempio perfetto di operaio asservito alla fabbrica e per questo odiato dai suoi compagni, così assorbito dal suo lavoro da non avere neanche le forze per amare la sua compagna Patrizia (Franca Pennone). L’incidente in fabbrica di cui sarà vittima, sarà l’episodio che metterà in luce la crisi interiore di un uomo tramutato in macchina. Ad arricchire ulteriormente lo spettacolo è la terza linea temporale, che mette in scena i pareri e le opinioni del pubblico in merito alla pellicola, mostrando le critiche che gli spettatori dell’epoca e quelli di oggi gli hanno mosso contro. Difatti lo spettacolo è strutturato su 3 livelli narrativi, che risultano separati fra loro sopratutto grazie agli attori capaci di conferire una diversa personalità ad ogni personaggio interpretato (è il caso di Donatella Allegro, Eugenio Papalia e Simone Francia) e all’utilizzo di uno schermo e dei video come parte integrante della rappresentazione. Lo spettacolo si impreziosisce inoltre delle musiche dal vivo di Filippo Zattini e dell’elaborata scenografia di Guia Buzzi che riesce a ricreare con maestria l’asettico ambiente della fabbrica tramite l’utilizzo di un nastro trasportatore, elemento simbolo della produzione in serie. Lo spettacolo, della durata di 2 ore e 30, potrebbe risultare pesante per chi non conosce l’opera di riferimento, ed è in quest’ottica che è stato inserito il personaggio del menestrello interpretato da Simone Tangolo, che riportando alcuni canzoni di Fausto Amodei (con qualche piccola variazione) stempera la tensione senza però allontanarsi dal tema principale. Lo spettacolo diretto da Claudio Longhi dimostra di avere una propria identità, portando in scena non solo il film ma anche una rilettura metateatrale dell’opera stessa.   Fonte foto: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/222/la-classe-operaia-va-in-paradiso

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Teatro

Pietro Sparacino e il suo Open Mic al Kestè

Domenica 7 aprile sono andati in scena al Kestè in Largo san Giovanni Maggiore Pignatelli Pietro Sparacino e i partecipanti al suo workshop, regalando ai presenti una serata piena di risate e di satira, ingredienti principali della Stand Up Comedy. Open Mic con Pietro Sparacino La serata è stata condotta da Pietro Sparacino, volto noto della Stand Up Comedy italiana, che facendo le veci di presentatore ha scaldato il pubblico in sala con le sue nuove freddure e ha dato il via allo spettacolo, introducendo i comedians che hanno partecipato al suo workshop di due giorni: il primo della lista è stato Vincenzo Comunale, habitué del Kestè che ha portato in scena la sua ipocondria, rinnovando il concetto di art attack. Dopo è stato il turno di Simone Del Re, che per inaugurare la sua prima volta sul palco ha parlato del singolare disturbo che gli conferisce capacità fuori dal comune: l’anorgasmia. Il testimone è poi passato ad Adriano Sacchettini, che ha suscitato ilarità nel pubblico ammettendo di aver portato «un monologo mancato» basato sulla sfiga, elemento caratterizzante della sua vita. Dopo è toccato a Flavio Verdino, che ha fatto un tuffo nel passato portandoci nella sua infanzia dominata dalla presenza di Alberto Manzi con Non è mai troppo tardi, passando poi per la pubertà con il monologo di Bruno Chessa e l’iniziazione che ogni giovane uomo affronta con il preservativo. Unica donna della serata e reginetta del Kestè Abbash, Gina Luongo ha “difeso” la politica del ministro degli Interni spiegando le vere motivazioni alle base delle sue scelte, parlandoci anche del suo approccio al buddhismo. Gina ha poi lasciato il palco ad un nuovo e promettente volto della Stand Up Comedy: Davide Pariante, che facendo del suo cognome una garanzia ha spiegato al pubblico le regole ferree che vigono tra i militari. Restando sempre in tema di imposizioni, Davide DDL ha intrattenuto il pubblico parlandoci del flagello di chi costringe gli altri ad ascoltare messaggi vocali lunghissimi e, conscio di far parte di questa categoria, ha coinvolto il pubblico in uno scherzo che probabilmente minerà l’amicizia con il suo migliore amico. Altro volto noto agli avventori del Kestè è Stefano Viggiani, che ha parlato della disoccupazione come strumento di rivolta verso la società e di come ha coinvolto in questa ribellione anche i genitori, educandoli al nuovo credo. A concludere la serata è stato Dylan Selina con un monologo sull’omosessualità, mettendo in scena gli stereotipi legati alla sua sua sessualità ma anche i lati comici legati a questi concetti. Ancora una volta la Stand Up Comedy ha saputo far divertire senza però scadere nel banale o nella comicità fine a se stessa, dimostrando anche l’utilità che il workshop di Pietro Sparacino ha avuto sia sui nuovi comedians che sui veterani.   Fonte foto: https://www.facebook.com/events/1840872796019049/  

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Teatro

Stand Up Comedy: Workshop e Open Mic con Sparacino

Il noto comico e stand up comidian Pietro Sparacino torna a Napoli il 6 e il 7 aprile per un workshop aperto a chiunque abbia voglia di partecipare, che culminerà poi in uno spettacolo al Kestè nella serata di domenica. Pietro Sparacino a Napoli: Workshop e Open Mic Per chi non lo conoscesse, Pietro Sparacino è un stand up comedian, comico, autore, attore, e come si definisce egli stesso “incline a ogni forma di dipendenza”. Membro del gruppo SATIRIASI, primo progetto di Stand Up Comedy in Italia, è il primo comico a sperimentare la tecnica One Liner nella tv italiana. Noi lo abbiamo già visto al Kestè l’anno scorso con il suo monologo satirico Diodegradabile, incentrato sulla educazione cattolica e l’uso di stupefacenti leggeri. Questa volta invece l’appuntamento è rivolto a chiunque abbia intenzione di cimentarsi nell’arte della Stand Up Comedy: il corso, al prezzo di 80€ e della durata di 2 giorni, prevede nozioni teoriche finalizzate alla pratica. Ogni partecipante infatti si cimenterà con l’ideazione, la scrittura e la messa in scena di un monologo, grazie agli strumenti che verranno forniti durante le 12 ore di lavoro. Il workshop si terrà dalle 10 alle 17.30, e i partecipanti avranno la possibilità di prendere parte allo spettacolo che avrà luogo domenica sera al Kestè. Per info e prenotazioni rivolgersi a: m.me/standupcomedynapoli Intervista a Pietro Sparacino In occasione del suo prossimo workshop a Napoli, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Sparacino, che ci ha spiegato l’importanza di sapersi guardare dentro: Quanta importanza ha il workshop per Sparacino? Bhè per chi vuole iniziare ma anche per chi ha già calcato il palco è fondamentale, perché ci si confronta non solo con l’insegnante, in questo caso io, ma anche con i partecipanti al workshop. Questi momenti in ambito artistico sono fondamentali. Ogni comico nasce da momenti di confronto, in cui immagazzina delle emozioni e tenta di renderle proprie. Nella precedente intervista ci hai parlato anche del dramma come ispirazione per i tuoi monologhi. Devi però averci fatto pace, altrimenti difficilmente viene fuori la comicità. Nel mio caso io l’ho fatto con la psoriasi, che non è un dramma ma devi accettarlo. Ci ho costruito un monologo sopra, arrivando anche al “drammaterapia”  perché butti fuori tutto quello che c’è da buttare fuori. C’è un ingrandimento di tutto quello che si vive. Infatti nel workshop ci sarà un processo importante: prima di arrivare alla scrittura il comico deve pensare comico e vedere comico. Ci vuole un po’ di allenamento naturalmente. E gli strumenti giusti per esplorarsi, che è poi la cosa più bella della comicità. In cosa consiste il workshop? Innanzitutto dare ai ragazzi che parteciperanno un impronta generale della stand up comedy, come pensare un monologo, come scriverlo ma sopratutto riuscire a trovare l’ “io” comico, il tuo personaggio comico. Che non è il personaggio stile Zelig o Colorado con il costume e il suo tormentone. Io sul palco salgo con il personaggio di Pietro Sparacino, ovviamente nella vita non sono esattamente come sono sul palco, ho […]

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Cinema e Serie tv

Claudio Insegno omaggia le vittime della camorra con Ed è subito sera

Dedicato alle memoria delle vittime innocenti della camorra e in particolare a Dario Scherillo, il film Ed è subito sera di Claudio Insegno mostra una Napoli che non è solo violenza e criminalità organizzata, ma anche la città di chi vuole un’alternativa alla malavita. Ed è subito sera – la trama Ambientato a Casavatore in provincia di Napoli, il film narra le storie parallele di tre nuclei familiari di diversa estrazione sociale: il magistrato De Martino (Franco Nero) e suo figlio (Gianclaudio Caretta), l’umile ma onesta famiglia  di Dario Scherillo, ed infine il boss O’ Muccus (Paco De Rosa). La pellicola risulta divisa fra la violenza della faida camorristica che coinvolge O’ Muccus e i suoi associati, in contrasto con la vita tranquilla di Dario e dei suoi amici, fatta di speranze, amore e unione. Il film Ed è subito sera pone più volte l’accento sul pensiero comune che solo chi è invischiato in loschi affari può diventare un bersaglio, ma con il proseguire della narrazione ci viene mostrato ripetutamente che basta anche un minimo contatto con le persone sbagliate per essere coinvolti in pericolose azioni criminali. Il cast si arricchisce con la partecipazione di Sandro Ruotolo, giornalista da sempre impegnato contro la criminalità organizzata, che nella pellicola interpreta il ruolo di sé stesso. Oltre alla tragica vicenda di Dario Scherillo coinvolto in un agguato ai danni di un boss, il film ci mostra i tristi episodi di persone la cui unica colpa è stata quella di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il titolo della pellicola è dato dalla celebre poesia di Salvatore Quasimodo, stravolgendo però il suo significato, che assume in questo caso un valore opposto: la condizione di Dario la cui vita viene troncata proprio quando realizza il suo sogno. Ed è subito sera di Claudio Insegno – le vittime innocenti della camorra Il film, che sarà proiettato nelle sale italiane a partire dal 21 marzo, è stato realizzato grazie al contributo della Fondazione Po.li.s, il cui obiettivo è quello di rinnovare la memoria delle vittime innocenti della camorra. Durante la proiezione stampa avvenuta al cinema Modernissimo il 15 marzo, il regista ed il resto del cast, alla presenza del fratello Marco, hanno nuovamente celebrato il ricordo di Dario Scherillo ringraziando il comune di Alabanella per aver dato disponibilità durante le riprese. Alla realizzazione della pellicola ha contribuito anche il Coordinamento Campano Vittime e Criminalità, il cui presidente Alfredo Avella che racconta la necessità di

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Teatro

La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano

Dal 14 al 17 marzo è in scena La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano al Teatro dei 63, in Via Carlo De Cesare. Partendo dalla scena iniziale dell’Amleto, lo spettacolo stravolge l’opera del famoso autore inglese per dare vita ad un intenso dialogo con le forze sovrannaturali, capaci di mettere in discussione le convinzioni dei personaggi e la realtà stessa. La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano In una notte stellata, Bernardo (Mariano Savarese) è intento a contar le stelle sulla terrazza dove dovrebbe invece far la guardia. Interrotto dal suo migliore amico Amleto, (Nicola Conforto) i due trascorrono la notte dialogando con i diversi spiriti che appaiono sulla scena: dal fantasma di una bambina golosa di torroncini ad Ofelia la sposa infelice, fino allo spettro del Re Padre (tutti abilmente interpretati da Ivan Iuliucci), i due protagonisti si interrogheranno sulle modalità che hanno portato alla morte del precedente re e le difficili implicazioni che la risposta a queste domande comporta. Mentre il confine fra realtà e irrealtà si fa sempre più sottile, Bernardo e Amleto faranno i conti con un’amara verità. Oltre alla profondità dei dialoghi, che oscillano fra i momenti di comicità dei due amici fino alla nostalgia per i cari defunti, lo spettacolo Le sentinelle di Elsinore si avvale della splendida location della Chiesa del Carminiello a Toledo, attuale sede del Teatro dei 63, che conferisce sacralità al dramma. L’ambiente assieme alle musiche di Alessandro Cuozzo risultano ben combinate in un riuscito binomio di mistero e malinconia.  Lo spettacolo è realizzato da Giuliana Pisano, regista che ha lavorato al cinema e in televisione come attrice e in qualità di aiuto regista. Oltre alla lunga collaborazione con l’attore Renato Carpentieri, tra gli innumerevoli spettacoli che portano la sua firma si ricordano: nel 2003 Rebecca-Il Mistero di Manderley; nel 2006 firma la regia di L’eccezione e la regola di B. Brecht. Nel 2013 fonda con Salvatore D’Onofrio l’associazione culturale AIROTS, associazione culturale in capo alla rassegna teatrale Allegati che si occupa della produzione, promozione e diffusione di spettacoli teatrali, laboratori ed eventi culturali, puntando al coinvolgimento del quartiere e alla creazione di sinergie con altre realtà culturali. La Sentinella di Elsinore è il quinto appuntamento del fitto calendario di eventi della rassegna teatrale “Allegati”, inaugurata a gennaio, a cura di Quartieri Airots, con la quale l’associazione napoletana ribadisce il proprio concetto di teatro ampliato e aperto verso una pluralità di linguaggi e realtà culturali a confronto. “La Sentinella di Elsinore” Aiuto regia: Lorenza Colace Orari: 14-15-16-17 marzo ore 21.00; domenica 17, ore 18.30 Costo: intero € 12 – ridotto € 10 Prevendite: [email protected] – 081 18498998 – 349 1735084 Ufficio stampa: Francesca Panico – [email protected] – 348 3452978 – Fonte foto: https://www.airots.it/spettacoli/la-sentinella-di-elsinore/

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Cinema e Serie tv

Il CULT #3: Arancia Meccanica di Stanley Kubrick

“Il CULT” è la rubrica di cinema che a cadenza mensile propone ai suoi lettori un classico della cinematografia, spiegando in quattro punti cosa l’ha reso famoso e perché è diventato un pilastro del cinema. Se nello scorso numero ci siamo dedicati alla commedia romantica in occasione di San Valentino, questo mese ricordiamo invece uno dei registi più famosi e talentuosi di tutti i tempi: Stanley Kubrick. A vent’anni dalla morte del regista, avvenuta il 7 marzo del 1999, è impossibile non conoscere Kubrick, regista di opere immortali che hanno fatto la storia del cinema sia per l’aspetto tecnico, preciso e calcolato, che per il contenuto dei suoi film, capaci di scandalizzare l’opinione pubblica. Fra grandi opere come 2001: Odissea nello spazio e Eyes Wide Shut, il classico che proponiamo oggi è un film che continua tutt’oggi a far discutere: stiamo parlando di Arancia Meccanica (Clockwork Orange). Arancia Meccanica di Stanley Kubrick Tratto dall’omonimo libro di Anthony Burgess, Arancia Meccanica è un film del 1971 dal carattere distopico e grottesco, ambientato in una società dove le pulsioni dell’uomo sono represse fino a renderle distorte e violente. Seguendo le (dis)avventure di Alexander DeLarge (Malcom McDowell) lo spettatore viene coinvolto in un viaggio all’interno di una società solo all’apparenza mite e controllata, facendolo riflettere sull’importanza del libero arbitrio. 1) La narrativa di Arancia Meccanica Conosciamo già la trama del film, uno dei più famosi di sempre: Alexander DeLarge è un ragazzo spietato dedito ad ogni tipo di violenza che, in seguito ad una cura sperimentale denominata “Cura Ludovico” perde ogni forma di aggressività, tramutandosi da carnefice a vittima. A rendere ancor più originale una trama che già di per sé si dimostra interessante è la modalità in cui viene narrata: l’opera assume il carattere di una confidenza del protagonista fatta allo spettatore, coinvolgendolo maggiormente nelle scene mostrate tramite il narratore fuori campo che da voce al flusso di pensieri di Alex, approfondendo così la psiche del personaggio. 2) La violenza protagonista Fin dalla sequenza d’apertura è possibile capire che è la violenza la principale protagonista del film, espressa non solo con le numerose scene di pestaggi o soprusi che vedono protagonisti tutti i personaggi, ma anche dalla macchina da presa e dalla scenografia, che richiama concettualmente in ogni scena il tema della soppressione e della brutalità. Anche la sessualità, slancio vitale per eccellenza, in questo caso viene corrotta fino a rendere anch’essa un elemento negativo. Alla sua uscita Arancia Meccanica ricevette numerose critiche e fu costretto ad una pesante censura: il film non fu più proiettato nelle sale inglesi fino al 1999, anche a causa delle minacce di morte ricevute dal regista. 3)  Alexander DeLarge – odio et amo Arancia Meccanica è un classico senza tempo non solo per i temi tratti e i virtuosismi tecnici, ma anche per la capacità che ha di coinvolgere lo spettatore in un turbinio di emozioni contrastanti. Seguendo le vicende di Alex e dei suoi “drughi” prevale un senso di orrore e disgusto per le azioni di […]

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Cinema e Serie tv

I più bei documentari di Netflix, i migliori scelti da noi

In molti conoscono la comodità di possedere un account Netflix, con la possibilità di poter scegliere fra i suoi numerosi contenuti. Dal genere horror al comedy, fino ai film acclamati dalla critica e ai documentari, il colosso dello streaming americano offre una scelta vastissima, senza tralasciare alcun genere. Ma proprio a causa di questa ampia scelta, capita spesso di trovarsi a scorrere file interminabili di proposte, senza riuscire a decidere quale titoli disponibili siano più interessanti. Per questo, noi di Eroica Fenice abbiamo realizzato una lista dei documentari più belli disponibili su Netflix. I migliori documentari di Netflix, le nostre scelte Africa Quando pensiamo ai documentari la prima cosa che ci viene in mente sono paesaggi esotici, animali bizzarri e tramonti mozzafiato. Per questo nella classifica dei documentari pi belli di Netflix il primo posto va di diritto al documentario Africa, targato BBC. La docu-serie, di 5 puntate da circa 50 minuti l’una, porta lo spettatore a scoprire le meraviglie di un continente considerato l’ultimo baluardo del regno animale. Soffermandosi sulle storie di sopravvivenza di singoli animali, la telecamera ci accompagna dalle vette più alte fino alle giungle più fitte, esaltando le meravigliose inquadrature con la musica classica. Dentro l’inferno di W. Herzog Werner Herzog, affermato cineasta tedesco, realizza questo documentario sui vulcani più pericolosi del mondo e del loro legame con i riti delle popolazioni indigene, soffermandosi sull’Isola di Ambrym, nell’Oceano Pacifico, e il Monte Paektu, in Nord Corea. Se da un lato ci viene mostrato come gli abitanti del villaggio di Endu abbiano reso il vulcano dell’isola di Ambryn parte delle loro superstizioni come un oltretomba popolato da fantasmi e spiriti, il Monte Paektu viene invece strumentalizzato a favore della propaganda del regime socialista di Kim Yong-un. L’opera di Herzog si divide così in due tempi: una prima parte scandita dalla sacralità con cui il regista e il resto dello staff approcciano con la maestosa potenza della natura, mentre la seconda mostra allo spettatore la massificazione e il pensiero unico che vigono in Nord Corea. Questi elementi rendono il documentario uno dei più interessanti di Netflix. Wild Wild Country Wild Wild Country è una docu-serie di 6 puntate che racconta le vicende di uno dei personaggi più interessanti del nostro secolo, Osho, il mistico indiano su cui sono stati scritti innumerevoli libri e che continua a far parlare di sé anche da morto. La narrazione ha inizio dalla fondazione della comunità di Rajneeshpuram in Oregon, dove Osho (all’epoca conosciuto come Bhagwan) si stabilisce con l’obiettivo di creare un’oasi di pace spirituale, diventando invece il protagonista di una delle pagine più oscure e complesse della storia americana. Mentre l’ideale di amore della comunità va man mano trasformandosi, gli avvenimenti ci vengono narrati da chi è stato protagonista di questi tristi episodi. La docu-serie (che è stata premiata al Sundance Film Festival) non prende posizione e lascia la possibilità allo spettatore di crearsi una propria opinione. In poche parole Nato da una collaborazione fra la casa produttrice Vox e Netflix, In […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Fabrizio Corneli in mostra allo Studio Trisorio

Venerdì 15 febbraio si è inaugurata presso lo Studio Trisorio in via Riviera di Chiaia 215 una personale di Fabrizio Corneli, artista contemporaneo noto per le sue opere realizzate tramite l’ausilio di luci ed ombre, capaci di incantare il pubblico con la loro elaborata leggerezza. L’artista Fabrizio Corneli Nato nel 1958 a Firenze, Fabrizio Corneli studia all’Accademia di Belle Arti ed entra nel mondo dell’arte contemporanea a soli 21 anni partecipando alla mostra itinerante Le alternative del nuovo. Inizialmente si dedica alla fotografia, per poi tralasciare questa disciplina e dedicarsi all’utilizzo della luce come mezzo espressivo, partecipando a mostre in Italia e all’estero, in particolare in Francia, Spagna, Germania e in Giappone, dove realizza installazioni permanenti. In Campania l’artista ha realizzato l’opera Respiro presso la Reggia di Caserta, che anticipa la mostra che si terrà negli appartamenti storici della Reggia nel 2019. La mostra di Fabrizio Corneli allo Studio Trisorio Nella dimensione artistica l’elemento della luce e dell’ombra, principi imprescindibili fra di loro, hanno subito nel corso del tempo una graduale rivalutazione, fino a divenire forma e contenuto nei lavori di Fabrizio Corneli. Difatti le sue opere sono figure plasmate come sculture che, proiettate sulla parete assumono i connotati di immagini bidimensionali. I suoi lavori sono ispirati sia all’arte classica-come il Doriforo di Policleto–, sia al quotidiano -come i ritratti o i paesaggi. La dimensione spirituale, intangibile come la luce stessa, trova espressione nelle sfere di luce colorata che gravitano nello spazio come l’Halo, opera che presenta per la prima volta allo Studio Trisorio sperimentando una dimensione inedita. L’installazione prevede inoltre un intervento sul pavimento dello spazio espositivo ispirato a motivi islamici, ma ripreso da una tarsia del Duomo di Piazza dei Miracoli a Pisa, divenendo un esempio di congiunzione fra diverse culture. Osservando le opere di Fabrizio Corneli si ritorna ad osservare con gli occhi stupiti dell’infanzia elementi ripresi dal quotidiano, che vengono stravolti nella propria essenza tramite la loro stessa composizione. Lo spazio espositivo della mostra di Fabrizio Corneli La mostra sarà visitabile fino al 22 marzo 2019 presso lo Studio Trisorio, nota galleria napoletana che ha già ospitato in passato interessanti rassegne artistiche. La galleria venne inaugurata negli anni ’70 e da allora è divenuta un punto di riferimento per chiunque operi nel settore artistico campano, ospitando mostre di celebri fotografi italiani e non, quali Bill Brandt, Mimmo Jodice, Jan Saudek, Luciano D’Alessandro. Non solo con la fotografia, ma anche con la video arte e il cinema, lo Studio Trisorio ha percorso l’evoluzione dell’arte contemporanea, dando la possibilità con artecinema di godere di un festival che riscuote ogni anno un grande successo di critica e di pubblico, grazie anche alla possibilità di incontri e dibattiti con i registi, artisti e produttori. Fonte foto: https://www.artsy.net/artist/fabrizio-corneli

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Notizie curiose

Animali stravaganti: i 5 più strani

Da piccoli tutti abbiamo sognato di possedere un animale domestico: dal cane al gatto, dal canarino al pesce rosso, non desideravamo altro che un animale con cui condividere i nostri pomeriggi di gioco o semplicemente da osservare con curiosità. I nostri desideri erano sicuramente condizionate da cartoni animati come i Digimon o i più famosi Pokemon, dove i bambini protagonisti vivevano emozionanti avventure accompagnati da creature con strane abilità. Ciò che più stupisce è che gran parte di queste creature immaginarie sono state costruite sulla base di animali realmente esistenti, ed hanno capacità così particolari da poter essere considerati al pari dei personaggi tanto popolari nella nostra infanzia. Eroica Fenice ha quindi stilato per voi una raccolta dei 5 animali più stravaganti: 1) Clamidoforo troncato Al primo posto della nostra classifica degli animali stravaganti c’è il clamidoforo troncato. Questa singolare creatura ha il suo habitat naturale in ambienti aridi e rocciosi, ed è originario dell’Argentina. Nonostante sembri un incrocio fra un criceto e un gambero rosso, fa parte della famiglia degli armadilli, ed è il più piccolo della famiglia. A causa della grandissima diffidenza che prova verso gli esseri umani, si sa pochissimo di questo mammifero, se non che usa i suoi lunghi e potenti artigli per creare dei passaggi sotterranei, dove si nasconde durante il giorno. (foto in galleria) 2) Il calamaro di vetro Negli abissi degli oceani si nascondono numerose specie di molluschi e crostacei che devono essere ancora scoperti dall’uomo, e la loro struttura fisica sorprenderebbe anche i più acculturati zoologi. Ma non dobbiamo farci influenzare dalla fantasia: oltre a creature dotate di mostruose zanne e spaventosi tentacoli  ve ne sono anche di innocue, ma non per questo facili da catturare. Stiamo parlando del calamaro di vetro, un mollusco dal corpo trasparente che vive in molti oceani e nello specifico, nelle acque di media profondità. La sua singolare struttura fisica è frutto della necessità di nascondersi dai predatori, ma la sua invisibilità non è l’unica caratteristica a rendere questo mollusco così particolare: tramite una cavità del suo corpo che riempie e svuota d’acqua a seconda della necessità, riesce a regolare la sua profondità di galleggiamento. (foto in galleria) 3) Axolotl Come si può evincere dal nome, quest’anfibio dal muso simpatico è originario del Messico. Fa parte della famiglia delle salamandre e trascorre la maggior parte della sua vita in acqua. Oltre al suo aspetto esotico, ciò che rende sorprendente questa specie animale è la loro capacità di rigenerare le parti del corpo che perdono, rendendoli oggetti di studio da parte degli scienziati. Purtroppo gli axolotl sono stati dichiarati una specie a rischio, minacciati sia dagli interventi di drenaggio dell’acqua effettuati nel loro habitat, sia per le loro prelibate carni, considerate una vera leccornia nella cultura messicana. (foto in galleria) 4) Insetto stecco Nella classifica degli animali più stravaganti non potevano mancare gli insetti, che con la loro enorme varietà si dividono in circa 900.000 specie diverse. Anche questi animali hanno sviluppato nel corso del tempo abilità di mimetizzazione per sopravvivere ai predatori, […]

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Cinema e Serie tv

Il CULT #2: When Harry met Sally di R. Reiner

Come abbiamo annunciato nel numero precedente, la rubrica “Il CULT” è la rubrica di cinema che a cadenza mensile propone un classico della cinematografia, analizzandolo in quattro punti e spiegando gli elementi che lo hanno reso tanto famoso. In occasione della festa di San Valentino, non potevamo non parlare della commedia romantica per eccellenza, colei che ha segnato il punto di svolta del genere e a cui tutte le pellicole “rosa” vengono paragonate: naturalmente stiamo parlando di When Harry Met Sally (Harry ti presento Sally) When Harry met Sally di Robert Reiner Uscito nel 1989 e diretto da Robert Reiner (Stand By Me, Misery non deve morire), il film è stato realizzato con la sceneggiatura di Nora Ephron (C’è posta per te, Julie & Julia), madrina della commedia romantica americana. Ambientato per la maggior parte nella nevrotica città di New York (come l’ha definita il regista stesso), l’opera riesce a divertire e ad emozionare lo spettatore, anche grazie all’atmosfera che richiama alla mente lo stile “alleniano”. 1) La trama originale Nonostante Harry ti presento Sally sia fra i grandi esponenti del genere, il lungometraggio presenta uno sviluppo di trama diverso dalla solita storia d’amore cinematografica: quando Harry (Billy Crystal) e Sally (Meg Ryan) si incontrano per la prima volta non provano un’attrazione istantanea l’uno per l’altro, e si salutano entrambi sperando di non incontrarsi mai più. Nel corso della narrazione assisteremo a numerosi balzi temporali, che ci mostreranno come i due conducano la propria vita guidati dalle proprie esperienze, ricoprendo un ruolo di comparsa nella storia del rispettivo coprotagonista. Anche quando si rincontreranno ad anni di distanza, ognuno con il proprio carico di successi e delusioni, si instaurerà tra di loro un rapporto dettato dal bisogno di compagnia e di distrazione dalla routine, eliminando così il cliché del colpo di fulmine e rimandando per gran parte del film il “gran momento”. Quest’elemento viene sottolineato dalla sequenza di apertura, che mostra diverse coppie di anziani che ricordano il loro primo incontro. 2) Autenticità del racconto All’interno di When Harry met Sally non sono pochi gli elementi narrativi che hanno origine dalla realtà: non solo le storie raccontate all’inizio della pellicola riprendono quelle di persone comuni, ma anche i caratteri dei due protagonisti sono stati modellati sulla base del regista Robert Reiner e della sceneggiatrice Nora Ephron. Le due personalità agli antipodi con diverse concezioni di vita hanno portato sullo schermo due personaggi che hanno convinto il pubblico grazie alla loro sincerità. Inoltre alcune scene sono state improvvisate o ideate dagli attori, costringendo gli altri personaggi ad adeguarsi alla situazione: è il caso della celebre scena del finto orgasmo al ristorante, oppure della sequenza di Sally ed Harry durante la visita al Tempio di Dendur nel Metropolitan Museum of Art. 3) La regia A rendere Harry e Sally una delle coppie più famose del cinema non è stata solo la bravura degli interpreti ma anche la regia di Robert Reiner, capace di far apparire gli attori come due metà dello stesso insieme. Ci riferiamo in […]

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Teatro

Open – mic con Valerio Lundini / Intervista

Open – mic con Valerio Lundini al Kestè Venerdì 8 febbraio si è svolta al Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli una serata all’insegna del divertimento,  dell’impegno sociale e del black humor. Lo spettacolo ha avuto inizio con l’immancabile Gina Luongo, che ha inaugurato la serata proponendo al pubblico una “moneta alternativa”, utile non solo per il commercio ma anche come ricompensa per la galanteria maschile. Dopo aver scaldato il pubblico Gina ha lasciato il palco ad un altro volto noto degli Open – mic, Stefano Viggiani, che ha parlato di razzismo e intolleranza utilizzando come pretesto l’argomento della masturbazione e della pornografia, giungendo alla conclusione che troppo spesso vengono colpevolizzati ingiustamente. Il testimone è passato poi ad Adriano Sacchettini, un altro habituè del Kestè che resta in tema portando sul palco le difficoltà legate alla proprietà del membro maschile. Lo spettacolo è continuato prima con Dylan Selina e poi con Vincenzo Comunale che, presentati da Gina Luongo in veste di Pippo Baudo, hanno portato sul palco la discriminazione razziale fatta nei confronti dei meridionali e dei migranti. Dopo aver abbattuto tutti i tabù razziali e sessuali, è stata la volta del politcally correct demolito dalle battute one-liner di Davide DDL e da Flavio Verdino capace di fare comicità sulla somiglianza fra Dio ed Hitler e sul difficile tema dell’aborto.”  Ciliegina sulla torta è stato Valerio Lundini, con uno stile unico ed elaborato, ma allo stesso tempo immediato ed esilarante. Abbiamo chiacchierato un po’ con lui per tentare di scoprire il suo segreto: Valerio Lundini – L’intervista Come hai iniziato a fare stand up comedy? Io nasco come autore in radio e in TV per altri comici come Lillo & Greg e Nino Frassica talvolta. Inoltre ho una band dove suoniamo brani molto comici e surreali, ed in questo modo mi sono avvicinato alla comicità e al palcoscenico. Avendo molto materiale scritto da me anche per riviste come Linus o per diversi magazine online, ho scritto molti sketch, ho iniziato ad usarli…inizialmente leggevo dei racconti in pubblico in piccoli posti, poi ho messo su degli spettacoli. Più che stand up comedy io faccio degli sketch, delle piccole situazioni dove ci sono io con altri elementi che disturbano la performance con dei rumori fuori campo, tipo dei tuoni o delle distrazioni che creo precedentemente… una sorta di piccolo spettacolo teatrale. Ed ho iniziato perché sentivo l’esigenza di fare cose che mi divertivano che non potevo far fare ad altri. Come sei entrato nel mondo della radio e dello spettacolo? Io facevo degli sketch che caricavo su internet, e questi sketch li aveva visti Nino Frassica che mi ha chiesto di andare da lui in trasmissione a fare l’autore o un personaggio in radio…già conoscevo Lillo & Greg perché suonavamo negli stessi locali, e mi hanno chiamato in seguito a fare l’autore per la loro trasmissione. Ho avuto la fortuna di essere chiamato ecco. Hai collaborato con nomi affermati dello spettacolo. Com’è lavorare con loro? Mi sono sempre trovato bene, non ho mai avvertito disagio. Sono persone con […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Innamorati di Napoli con gli Innamorati di Napoli

Arrivato alla quarta edizione, Innamorati di Napoli è un’iniziativa che permette di visitare luoghi storici della città accompagnati da guide turistiche e personaggi famosi, arricchendo con i propri racconti personali le visite ai monumenti e luoghi d’interesse storico ed artistico. Innamorati di Napoli – l’iniziativa Promosso dall’Assessorato di Napoli, l’iniziativa Innamorati di Napoli è un ottima occasione per andare alla scoperta di luoghi famosi e meno famosi, che assumono grazie ai racconti degli “illustri ciceroni” una nuova veste, più intima e personale. L’iniziativa, che si terrà domenica 17 febbraio, è nata da un’idea dello scrittore Maurizio De Giovanni, e avrà quest’anno come madrina l’attrice Luisa Amatucci, protagonista di Caina (2016), pellicola pregna di attualità e dramma. L’attrice presenzierà alla visita a Palazzo San Giacomo, evento quest’anno arricchito dalla presenza della compagnia La fabbrica di Wojtyla che inscenerà un’imperdibile visita teatralizzata in costumi d’epoca. In linea con la politica d’inclusione adottata dal sindaco Luigi De Magistris, l’evento è stato realizzato in collaborazione con l’Ente Nazionale Sordi, permettendo anche ai non udenti di seguire la visita che sarà tradotta nella lingua dei segni. Anche il Museo di Capodimonte dimostra attenzione verso ogni tipologia di visitatore, con l’evento “Capodimonte tra le mani” un itinerario di tipo tattile – narrativo alla scoperta della Galleria delle Arti e degli Appartamenti Reali; l’iniziativa è parte della rete “Napoli tra le mani”, realizzata in collaborazione con il SAAD (Servizio di Ateneo per Attività di Studenti con Disabilità) dell’Università Suor Orsola Benincasa. I percorsi tattili del Museo e Real Bosco di Capodimonte si inseriscono nelle attività di promozione dell’accessibilità alla cultura e al patrimonio storico e artistico del territorio napoletano, mirando così a migliorare la fruizione e la conoscenza dei luoghi d’arte. I percorsi sono una realtà concreta già da 6 anni. Tra i numerosi personaggi famosi che aderiranno all’iniziativa, fiore all’occhiello è costituito dagli attori “eduardiani” Marisa Laurito, Marina Confalone e Nello Mascia che si occuperanno di visite speciali alla mostra “I De Filippo – il mestiere in scena” , raccontando le esperienze che li legano al Maestro Edoardo De Filippo. A garantire l’ottimo livello della visita è l’Associazione di categoria Guide Turistiche Campania, che affiancherà i ciceroni illustri secondo il calendario pubblicato sul sito del comune di Napoli e sul sito dell’associazione Guide turistiche in Campania dove sarà possibile trovare tutte le info (non solo gli orari ma anche sconti ed entrate gratuite) ed effettuare la prenotazione online ai vari eventi, necessari per la partecipazione. Innamorati di Napoli – il programma Sono più di 40 i diversi eventi legati all’iniziativa che avranno luogo il 17 febbraio 2019 in diverse zone della città. Fra le numerose proposte ve ne sono però alcuni speciali: Mostra “I De Filippo – Il mestiere in scena”  Nella mattina di sabato 16 febbraio, Marisa Laurito farà da guida alla mostra raccontando la sua esperienza personale e di lavoro con Edoardo De Filippo. In seguito saranno Marina Confalone e Nello Mascia a parlare dei loro personali ricordi legati al Maestro. Per l’occasione il prezzo della mostra è di […]

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Teatro

Clara Campi e la nuova femminilità al Kestè

Una serata tutta al femminile quella di sabato 19 gennaio al Kestè, che ha avuto il piacere di ospitare sul palco 3 donne che hanno fatto della loro “femminilità 2.0” la base del proprio spettacolo.  “Non sono femminista, ma…” di Clara Campi Preceduta dalle simpaticissime comedians Gina Luongo e Connie Dentice, Clara Campi si è esibita lo scorso sabato 19 gennaio al Kestè con il suo ultimo spettacolo “Non sono femminista, ma…” portando sul palcoscenico la difficoltà di essere donna in una società in cui sono ancora presenti preconcetti razziali e misogini. Come ci aveva già anticipato nella sua intervista, Clara trasforma i pregiudizi e le ipocrisie in materiale per il suo monologo comico, riscuotendo successo fra il pubblico sopratutto grazie alla sua spontaneità e alla capacità di interagire con esso. Consapevole dello stereotipo delle attiviste frigide e scostanti, “Non sono femminista ma…” mira a distruggere questo cliché mettendo in scena la vita sentimentale e sessuale della comedians lombarda, che narra le proprie (dis)avventure amorose e le conseguenze che una donna deve affrontare in cambio di una sessualità libera dai preconcetti. Clara esprime un tipo di femminilità nuovo ed opposto alla tradizione: una femminilità forte e consapevole, che non ha timore di apparire aggressiva o volgare. Anche se alcune battute potrebbero sembrare misantrope,  il suo obiettivo è chiaramente provocare il pubblico, dimostrando che tutti noi abbiamo dei tabù. “Tutti in famiglia abbiamo un parente anziano che spara cazzate sugli immigrati, vero? Dobbiamo esserne felici, così almeno movimenta la serata!” Il titolo dello spettacolo è proprio l’espressione di questo concetto, una frase che ultimamente sentiamo spesso pronunciare per mascherare (fallendo in partenza) i pregiudizi verso il diverso. Eppure il primo passo per combattere questo pensiero consiste nella sua accettazione, che comporta un cambiamento del nostro essere. Clara riesce quindi a rendere divertente un discorso dalla grande importanza sociale, facendo riflettere mentre ci si diverte. Il suo monologo si struttura quindi su più punti: dal cartone animato degli anni ’80 He – Man  diventato un’ icona del movimento omosessuale, fino alla friendzone e alla pornografia, senza mai smettere di ridere e continuando a demolire i luoghi comuni.  La comicità di Clara Campi si rivela essere una lente d’ingrandimento con cui analizzare i comportamenti della nostra società, scovando le contraddizioni e guardandole da un altro punto di vista, ma mettendole così anche in ridicolo. “E se invece provassimo a cambiare lo slogan in “Io SONO RAZZISTA, ma…” senti come suona meglio?” Terminato lo spettacolo non si può fare a meno di pensare che se riuscissimo ad avere lo stesso atteggiamento di Clara, capace di fare ironia prima su se stessa e poi su gli altri, riusciremmo a comprendere meglio il punto di vista altrui e a smontare i pregiudizi che sono alla base della nostra cultura.  Non perdete i prossimi appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè, in cui, con ironia e leggerezza vengono affrontati temi di grande attualità!   Fonte immagine: https://www.facebook.com/events/2396690470360143/

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