La vita va così, recensione | Festa del Cinema di Roma 2025

La vita va così, commedia drammatica di Riccardo Milani, ha inaugurato la ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma come film d’apertura nella sezione Grand Public. Il film ripercorre una storia vera: quella del pastore sardo Ovidio Marras, che nei primi anni Duemila si oppose strenuamente al progetto che prevedeva la costruzione di un mega resort a Capo Malfatano.

La trama: un pastore contro un resort di lusso

Il film si apre con la notte di Capodanno del 1999, mettendo subito in contrasto due mondi lontani. Da una parte, la calma domestica di Efisio Mulas – interpretato da Giuseppe Ignazio Loi – che trascorre la serata con la famiglia tra chiacchiere, vino e qualche fuoco d’artificio rudimentale; dall’altra, una scintillante festa in un palazzo milanese, gremito di ospiti eleganti e di brindisi al futuro. È lì che Giacomo – interpretato da Diego Abatantuono – potente costruttore del nord, celebra il suo nuovo, ambizioso progetto: la costruzione di un resort di lusso su una costa ancora incontaminata del Sulcis, nel sud della Sardegna. Lì, tutti gli abitanti del posto hanno già venduto le loro proprietà. Tutti tranne uno: Efisio Mulas, anziano pastore proprietario degli ultimi dodici ettari di terreno. I tentativi di trattativa sfociano in offerte sempre più esose, ma Efisio non ne vuole sapere di vendere. Al suo fianco c’è la figlia Francesca – interpretata da Virginia Raffaele – inizialmente divisa tra il sogno di una vita più agiata e l’attaccamento alle proprie radici. A cercare di convincere Efisio a vendere quel piccolo lembo di terra c’è Mariano, un capocantiere palermitano – interpretato da Aldo Baglio – che per anni si affaccia nel suo cortile con una nuova offerta. Poco dopo, anche la comunità prova a persuaderlo: la costruzione di quel resort porterebbe turisti e, di conseguenza, posti di lavoro stabili. Si crea così una processione surreale: cittadini, preti e persino agenti di polizia si alternano davanti alla casa di Efisio per convincerlo a vendere, mentre lui, imperturbabile, continua a sistemare i suoi pomodori secchi sott’olio.

Un ritratto tragicomico e corale

Il film adotta una struttura corale, in cui i personaggi principali non vengono isolati ma immersi in un disegno più ampio, dove le vite di tutti collidono, si intrecciano e si influenzano a vicenda. È una scelta che restituisce la dimensione sociale in cui viviamo, dove le decisioni del singolo hanno conseguenze collettive. Allo stesso tempo, questa impostazione permette a Milani di stratificare la visione che intende raccontare, in cui ogni prospettiva trova spazio e nessuna voce viene esclusa.
La vita va così utilizza un tono tragicomico, alternando leggerezza e malinconia. Da un lato fa sorridere la fiducia ingenua degli abitanti del paese, convinti che il futuro porterà prosperità: comprano televisori e tablet a rate, certi che il resort – ancora solo un progetto su carta – cambierà le loro vite. Dall’altro emerge la realtà più dura, quella di chi, come il fratello di Francesca, è stato costretto a emigrare per trovare un lavoro e sopravvivere. Milani costruisce così un ritratto lucido dell’Italia periferica, sospesa tra la speranza del progresso e la paura del cambiamento, tra la promessa di un domani migliore e l’immobilismo di un presente che sembra eterno.

Quando la coralità diventa un limite

Locandina del film La vita va così
Locandina del film La vita va così

Va detto, però, che questa coralità costa in termini di profondità. Troppe storie sono lasciate sospese. Questo discorso vale per il capocantiere palermitano costretto a vivere per anni in una terra che non sente sua; per la figlia dell’imprenditore Giacomo, che avrebbe potuto rappresentare una nuova generazione dell’imprenditoria, magari più consapevole; o ancora, per la giudice interpretata da Geppi Cucciari, le cui parole lasciano intendere una storia molto più complessa dietro alle sue decisioni. La sensazione è quella di troppe parentesi rimaste aperte senza essere approfondite. Anche il tono tragicomico, benché interessante, non sempre trova un equilibrio. Le risate e la malinconia si susseguono in maniera contorta, generando un’altalena emotiva che, a lungo andare, appesantisce la visione. Allo stesso modo, sul piano tecnico, pesa la scelta di non far invecchiare i personaggi, nonostante la storia attraversi circa un decennio.

Il cuore del film: la lotta tra progresso e identità

Tuttavia, Milani eccelle nello spingere lo spettatore ad oscillare continuamente tra due ideali contrapposti. In certi momenti si parteggia per il progresso, per la costruzione del resort, per i posti di lavoro che potrebbero salvare una comunità. In altri, ci si ritrova, invece, dalla parte di Efisio, dalla parte del silenzio, della terra, dell’identità che non vuole essere svenduta. Ed è proprio qui che il film trova la sua verità più profonda. Racconta un Paese diviso tra il desiderio di cambiare e la paura di perdersi, tra la promessa del domani e il peso della memoria.

La vita va così mette in scena una storia che merita di essere raccontata: quella di un uomo, di una terra e di un tempo che non si piegano al rumore del progresso. 

Fonte dell’immagine: ufficio stampa

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