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L’amore secondo Dalva | Recensione

L’amore secondo Dalva recensione del film di Emmanuelle Nicot con Zelda Samson, Alexis Manenti, Jean-Louis Coulloc’h e Fanta Guirassy (Credits: Teodora Film)

L’amore secondo Dalva, la recensione del film di Emmanuelle Nicot con Zelda Samson, Alexis Manenti, Jean-Louis Coulloc’h e Fanta Guirassy

Dalva colora le labbra con il rossetto rosso. Si passa il mascara sulle ciglia. Acconcia i capelli tinti di un biondo-arancio in uno chignon alto. Ha lo smalto sulle unghie e indossa vestiti da adulta. È proprio questo che Dalva si sente: un’adulta. Ma Dalva adulta non lo è ancora, e nemmeno ci assomiglia nei suoi lineamenti da beata fanciullezza. Dalva è una ragazza adolescente che si atteggia come un’adulta. E non perché ha fretta di bruciare le tappe e affacciarsi ai trent’anni in un battibaleno. Dalva si sente adulta perché così le hanno insegnato. Difficile da credere. Difficile pensarlo.

La “piccola” Dalva Keller non ha mai conosciuto la sua infanzia. Non ha mai giocato con gli altri bambini, non ha mai abbracciato la migliore amica o condiviso tenerezze e gioie con qualche sua coetanea. Anzi, qualcosa in realtà l’ha condivisa per tanti anni con qualcuno. Quel qualcuno è stato suo padre. Un uomo grande d’età, troppo per una bambina che non sa ancora nulla di esperienze ma niente l’ha ostacolato. Rapita, abusata, innamorata. Si può credere che una ragazzina provi amorosa attrazione fisica verso il padre che consenziente non le impedisce di consumarla? Si può arrivare al punto di plagiare una giovane mente per soddisfare le proprie voglie amorali?

L’amore secondo Dalva di Emmanuelle Nicot riflette sul complesso di Elettra

Dalva ha dodici anni quando viene prelevata con forza da casa sua e portata dagli assistenti sociali, strappata alle grinfie del padre arrestato dopo anni e anni di abusi sessuali. Dodici. Eppure, si sente in colpa. Lei, che dovrebbe provare un bieco imbarazzo per aver condiviso il letto con il padre si autoflagella. Tenta la fuga, si dà alla corsa verso il carcere per (ri)cercarlo, plasma la sua indole sulla sensualità femminile acquisita troppo presto, e scappa. Ma ritorna, reagisce con insulti e gesti da donna che sa di valere tanto. E non si ferma. Fino a quando una sua amica (la prima) che pare avercela contro il mondo intero le tiene testa. E Dalva si salva. Si riappropria della sua infanzia lacerata e inizia a vivere davvero. Con i suoi sorrisi, i suoi pianti, i suoi rimorsi e le sue prime volte. Ma è realmente così? Come si fa a cambiare uno stile di vita represso, morboso, antieducativo a favore di un’ideale riconosciuto corretto dalla società, regolamentato in fasi che devono essere scandite e calpestate?

Si inciampa, è chiaro. Si cade in episodi recidivi, fa parte dell’affascinante scorrere del tempo chiamato vita. Ma ci si rialza, a testa alta e più consapevoli. Si cresce, e Dalva lo assapora in maniera diversa. Il suo coming of age è iniziato alla prima luce dell’alba. Dalva ha dovuto attraversare il suo trauma per capire il suo presente, con un occhio più conscio al futuro: il suo complesso di Elettra (filosoficamente parlando) posa una mano di conforto sulla madre pronta a stringerla di nuovo tra le sue braccia mentre guarda dritto negli occhi l’autorità che l’ha dominata a lungo. In attesa, forse della verità, forse di una condanna sancita dal rumore del martello che sbatte il suo brivido sonoro davanti la corte.

Salutato da ovazioni della critica internazionale e vincitore di due premi alla Semaine de la Critique della 75ª edizione del Festival di Cannes, L’amore secondo Dalva è l’esordio cinematografico (di un lungometraggio dopo À l’arraché, corto del 2016) della francese Emmanuelle Nicot con protagonista la giovane Zelda Samson (Dalva) che regala un’interpretazione a forte impatto emotivo. La libera messa in scena finale lascia la riflessione in sospeso, ma bisogna ancora rifletterci?

VOTO: 7/10

Martina Corvaia

Immagine: Teodora Film

 

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