Árpád ed Egri di Angelo Amato de Serpis (Recensione)

Angelo Amato de Serpis

Leggendo Árpád ed Egri (Napoli, Graus Editore, 2016) del giornalista Angelo Amato de Serpis si può ben comprendere come alla base del testo vi sia, da parte dell’autore, una concezione del gioco del calcio che mira a salvaguardare la forza passionale dell’atleta. Più precisamente, Árpád ed Egri racconta le vicende di vita vissuta dei due calciatori ungheresi Árpád Weisz (1896-1944) ed Egri Bernstein (1898-1949), divenuti rispettivamente allenatori del Bologna e del Torino. Purtroppo le loro carriere furono interrotte a causa della promulgazione in Italia delle leggi razziali che comportarono, in quanto ebrei, il loro allontanamento dalla scena calcistica, e la progressiva cancellazione dalla memoria collettiva.

Árpád ed Egri secondo Angelo Amato de Serpis

Il prodotto di Angelo Amato de Serpis si pone come una testimonianza della vita dei due calciatori; nel suo libro, che si può dire sia a metà tra il romanzo ed il saggio divulgativo, egli racconta le loro vicende negli anni anteriori le persecuzioni razziali e, almeno per quanto riguarda Egri (questi riuscì, diversamente da Árpád, a scampare alla Shoah, ma trovò la morte insieme all’intera squadra del Torino, che riprese ad allenare, nella tragedia aerea di Superga), anche negli anni immediatamente successivi la guerra. Nel fare ciò, de Serpis non manca di trovare la sua ispirazione nell’andamento romanzato del racconto, ma il tutto è sempre supportato e garantito dalle fonti storiche (come testimoniano le varie citazioni di documenti e proclami dell’epoca e la Postilla bibliografica) a cui egli fa diligente riferimento; quel che può, quindi, sembrare di primo acchito un episodio “romanzato”, risulta invece essere un episodio “verisimile” per la storia ed il contesto narrato.

Nel testo Árpád ed Egri, inoltre, l’autore, manifesta appassionanti descrizioni delle partite cruciali giocate dai rispettivi giocatori; ciò accade, ad esempio, nelle pagine dedicate alla gara giocata dalla Lucchese, altra squadra allenata da Bernstein, e il Bologna di Weisz, il quale ne uscì sconfitto (pp. 71-72), ed in quelle in cui si descrive la vittoria del Torino di Bernstein e dell’Inter di Lievesley (pp. 103-104).

L’animo dell’autore traspare anche nei motivi di riflessione dei personaggi circa la follia razziale; si veda questo passo in cui Weisz discorre con un triste consorte nel campo di concentramento sull’esistenza di Dio, a titolo di esemplificazione: «Io non so se Dio esiste e […] spero di non incontrarlo un giorno, perché allora sarei io a porgli alcune domande: “Come hai potuto consentire tutto questo? Com’è possibile che […] non hai fatto nulla per evitare che persone innocenti, bambini e vecchi, subissero simili privazioni e sofferenze così indicibili e ingiuste? Come posso perfino ringraziarti per tutto questo? Come posso pregarti e onorarti quando non so che fine hanno fatto mia moglie e i miei figli e che fine farò io? Come possono adorarti coloro che entrano in quel fabbricato sormontato da un camino e non ne escono più? Perché dovrei esserti grato quando le cose vanno bene e, poi, dire che non c’entri nulla quando le cose girano male?”. Preferisco ora pensare che lassù non ci sia nessuno ad attendermi e al quale rivolgere tutte queste domande. Per ora, forse, è meglio così!» (p. 18).

Árpád ed Egri si apre con la Prefazione scritta da Franco Campana, delegato ai rapporti internazionali per il gioco del calcio del Comitato Nazionale Fair Play, nella quale, oltre ad introdurre il libro, ne coglie lo spirito di universalizzazione dell’atto agonistico, che si conclude (o almeno dovrebbe) con una fraterna stretta di mano tra gli avversari (p. 7); ed in questo senso assume valore e significato il brano tratto dal De umbris idearum di Giordano Bruno che fa da epigrafe ad Árpád ed Egri: «Considera poi quanto sia grande la varietà presentata dalla eminente natura. […] Varie sono le figure degli individui nelle specie: […] un uomo non è del tutto simile a un altro. […] Sforzati dunque per renderti conforme alla diversità della natura […]» (p. 6). Con questa citazione, de Serpis offre la chiave di lettura del suo scritto in quanto, richiamandosi al panteismo di Bruno che vede nella varietà terrestre e celeste l’armonia che ha fine ed inizio in Dio, lo sport diviene mezzo di uguaglianza fra gli individui e pare espresso quasi il profondo rammarico causato dall’orrore delle leggi razziali che hanno invece fabbricato fili spinati che non avevano ragione di esistere.

Per concludere, Árpád ed Egri di Angelo Amato de Serpis vuole innanzi tutto essere un omaggio ad Árpád Weisz ed Egri Bernstein, ricordando, attraverso queste due figure, come lo sport sia, al di là di ogni interesse economico, e per ciò genuinamente fine a se stesso, spirito di sacrificio, passione e dedizione costante, e come esso possa, quindi, portare tanto gli individui quanto la comunità a vivere e ad assaporare a pieno il senso concreto della vita.

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A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-2016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica Fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

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