Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Sarchiapone: etimologie, acquaiuoli e altro

Con queste parole Sarchiapone si preannunciava sulla scena della Cantata dei pastori messa in scena da Roberto De Simone nel 1974: «Palummella, zompa e vola, | addò sta nennella mia…». Le scelte registiche del Maestro rimandano, attraverso la rievocazione della famosissima canzone anonima di fine Settecento, al solco della più viva e vera tradizione popolare napoletana. Non sempre, però, il personaggio di Sarchiapone ha designato uno dei caratteri innestati nell’immaginario partenopeo: si pensi che l’opera originale di Andrea Perrucci, edita con lo pseudonimo di Casimiro Ruggiero Ugone, Il vero lume tra le ombre, overo La spelonca arricchita per la nascita del Verbo umanato (1698), non recava il personaggio di Sarchiapone, ma fu ad essa aggiunto nel corso della rielaborazione e reinterpretazione effettuata proprio dall’immaginario popolare, il quale finì, tra l’altro, col nominare la sacra rappresentazione di Perrucci con l’oggi più noto titolo di Cantata dei pastori. Nella tradizione letteraria dialettale, esso assume a seconda dei contesti significati simili, ma con sfumature diverse: è ora il caso di Cola Sarchiapone, tra i protagonisti del poema eroicomico di Giulio Cesare Cortese (Lo Cerriglio ’ncantato, 1628), intento ad architettare stratagemmi per la conquista della già famosa osteria al fine di beneficare dei bottini culinari, per cui pare assumere significato di astuto e famelico, ora il caso di Giambattista Basile che nel suo Cunto de li cunti (1634-1636) usa tale appellativo per designare un proverbiale sempliciotto e fannullone (Peruonto, I,3). Cambiando registro e tempo, un altro noto “sarchiapone” della tradizione partenopea è il cavallo protagonista della poesia Ludovico e Sarchiapone, presente nella Livella (1964) di Totò, scritta in forma di dialogo tra animali, in cui in toni amari e malinconici si riflette sui vizi dell’uomo. Non solo: col termine “sarchiapone” si intendono una pluralità di concetti, dall’ambito proverbiale a quello culinario, attribuiti nel corso del tempo, che rendono ancora sfuggente il significato vero di questa parola. Non tanto a caso, dunque, forse, Walter Chiari nella sua famosa scena ironica si trovava in imbarazzo nello spiegare cosa fosse il “sarchiapone”. Riflessioni meta-etimologiche  Il termine “sarchiapone” risulta essere in uso, come testimoniano le fonti letterarie, fin dal XVII secolo e, a seconda del contesto, pare assumere significati molteplici. Etimologicamente, l’origine di “sarchiapone” risulta essere ancora imprecisata. C’è chi afferma che la parola abbia origini greche e nasca dalla fusione del termine σάρξ (sarx), ovvero “carne” in senso generico, e dal pronome personale ποιος (poiòs), ovvero “chi”, ipotizzando una traduzione con ellissi di verbo: “chi (è) di carne”. Tra i vari usi di “sarchiapone”, a tal proposito, figura anche quello di appellativo per indicare una persona corpulenta e, talvolta, deformata o esagerata nei suoi caratteri corporali. Una nota in margine all’etimologia presunta di “sarchiapone” potrebbe arricchirne il significato e l’uso che se n’è fatto e se ne fa in alcuni contesti. Il termine “sarx”, infatti, fu al centro di speculazioni teologiche che attribuivano ad esso un’accezione decadente e corruttibile, proprio della caduca natura fisica dell’uomo, a cui e contrapposto lo “spirito”, puro e incorruttibile; il motivo di […]

... continua la lettura
Libri

I bambini di Parigi di G. Goldreich: recensione

I bambini di Parigi (Newton Compton, 2020, traduzione di Cecilia Pirovano), romanzo di Gloria Goldreich, si inscrive nel solco della vicenda che accompagnò la Francia della Terza Repubblica fino alla Seconda Guerra Mondiale e che costituisce un importante e drammatico episodio di antisemitismo in un territorio esterno rispetto alla futura Germania hitleriana (propugnatrice delle leggi razziali), ma nei cui confini, già a cavallo tra XIX e XX secolo, andavano affermandosi le prime idee di superiorità di razza, incitate dalle politiche nazionaliste europee. I bambini di Parigi: l’eredità dell’Alfred Dreyfus Non è un caso che l’ombra dell’Affaire Dreyfus oscuri, anzi, presagisca le vicende che danno avvio al romanzo I bambini di Parigi. Antisemitismo e leggi razziali: un sentimento, il primo, radicato profondamente nella mentalità dei secoli passati; la canonizzazione, per quanto riguarda le seconde, di quel sentimento, inteso e manipolato dalla mente hitleriana. Vive, nelle pagine del libro, il bruciante sentimento di umiliazione, storica e personale, del nonno della protagonista Madeleine, il quale, negli anni a cavallo tra XIX e XX secolo, fu accusato dal suo paese di spionaggio a favore della Germania a causa del suo credo ebraico. Le prime pagine dei Bambini di Parigi, si aprono con la morte di Alfred Dreyfus, momento di importanza cardinale per la molteplicità di significati, intimi e sociali, che esso rappresenta per Madeleine, la quale farà, quale eredità l’esperienza del nonno: l’accusa e la riabilitazione, sono alla base del suo operato di salvatrice che, in pieno fervore della follia razziale, porgeva il suo aiuto ai tanti bambini ebrei, facendoli fuggire verso luoghi più sicuri e allontanandoli così da una follia incombente che non si è arrestata neanche di fronte alla fanciullezza. In tal senso va letto il messaggio universale di cui è intriso I bambini di Parigi e che si palesa ai nostri occhi contemporanei, memori della triste realtà storica: non esistono leggi, non esistono leggi che rendano diverso un essere umano da un altro, riportando alla memoria il motto “Libertà! Uguaglianza! Fratellanza!”. Di qui prendono avvio le vicende che porteranno la protagonista, e il lettore, attraverso gli occhi di lei, a vivere i momenti di terrore storico di un paese diviso tra sentimento patriottico e follia antisemita. In questo contesto si collocano le opere di Madeine Lévy Dreyfus, riconosciuta eroina del Movimento di Resistenza francese, la cui vita si spense ad Aushwitz, una vita breve, ma ricca di sentimento, come la racconta l’autrice, per cui, riprendendo le sue parole, è valsa la pena soffrire (p. 375). Una nota, infine, sulla caratteristica storica presente nell’intero volume: come affermato dall’autrice nella Nota preliminare ai Bambini di Parigi, ella “si è avvalsa della finzione letteraria per dar vita a scene e relazioni frutto di […] fantasia” (p. 9). In tal senso, dunque, sono da intendersi quegli scambi di battute e discorsi verosimili, sì, ma inventati, che fanno del libro un lungo racconto a sfondo storico, in cui il vero storico, appunto, è costituito dagli episodi di realtà oggettiva, lasciando, invece, all’immaginazione, il compito a volte […]

... continua la lettura
Culturalmente

La poetica di Leopardi nella Ginestra

La poetica di Leopardi costituisce letterariamente il punto di incontro tra l’epoca che pone fine alla modernità e quella che si definisce come contemporanea, grazie all’attualità delle sue riflessioni sulla religione e sul progresso della società umana. La poetica di Leopardi e il materialismo ateo della Ginestra Poeta super partes, Leopardi notomizzò con lente critica e spesso aspra, e non senza una sferzante ironia, le “superbe fole”, le ottimistiche idee recate dal progresso, verso cui la società del tempo era indirizzata. A questa forma di romanticismo cattolico dominante Leopardi opponeva una strenua difesa del materialismo ateo, ben espresso con maggiore durezza e sprezzo soprattutto nelle poesie più tarde, quali la Ginestra, o il fiore del deserto, scritta nel 1836 presso Villa Ferrigni a Torre de Greco. Emblematica, per la Ginestra, già l’epigrafe giovannea, «E gli uomini vollero piuttosto | le tenebre che la luce» (Gv, III, 19), capovolgendo il significato cristiano che identifica la “luce” col divino lume e sottolineando lo stolido comportamento umano nel rifugiarsi in false credenze spiritualistiche e ottimistiche (le tenebre) piuttosto che accettare titanicamente l’aridità della vita e la sua entità più tragicamente materiale. Strettamente collegati a tale concezione, ad esempio, sono i versi della prima strofe del poemetto, in cui Leopardi descrive che il Vesuvio nel 79 d.C. seppellì varie città limitrofe, tra cui Pompei, Stabia, Ercolano e Oplonti, instaurando con la ginestra un vero e proprio dialogo (o solipsismo, come accade generalmente) e assurgendola a simbolo di sopravvivenza all’avanzamento della rovina: Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fûr liete ville e cólti, e biondeggiâr di spiche, e risonâro di muggito d’armenti; fûr giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fûr cittá famose, che coi torrenti suoi l’altèro monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, ove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. (La ginestra, vv. 17-37) Quasi un mesto genius loci, la ginestra si fa testimone della miseria dello stato umano. Di fronte a ciò, infatti, ricordando la fragilità dell’uomo di innanzi alle poderose e distruttrici forze della natura, la cecità delle ideologie ottimistiche dell’borghesia liberale vigenti all’epoca sono ironicamente chiamate in causa: «A queste piagge | venga colui che dʼesaltar con lode | il nostro stato ha in uso, e vegga quanto | è il gener nostro in cura | all’amante natura» (La ginestra, vv. 37-41). E si ricordi a tal proposito la concezione di Natura, «che deʼ mortali | madre è di parto e di voler matrigna» (La ginestra, vv. 124-125), la quale nel perpetuo processo di autoconservazione è indifferente all’esistenza, alla felicità e, soprattutto, alle miserie dell’uomo, com’è espresso nella prosa del Dialogo della Natura e di un’Islandese (Operette morali, XI), stesa nel 1824. Tale […]

... continua la lettura
Culturalmente

La Chanson de Roland: cronistoria di un modello letterario

La Chanson de Roland (dal francese, “La canzone di Orlando”) costituisce il più antico tentativo di codificazione scritta del genere dell’epos cavalleresco, che traeva spunto dai racconti relativi al cosiddetto Ciclo carolingio dapprima tramandati in forma orale. Le prime tradizioni scritte si collocano tra la fine del X e la prima metà del secolo XII, il cui autore è identificato per congettura con un certo Turoldo, monaco cristiano (probabilmente, più che autore, egli è da considerarsi tra i primi trascrittori della tradizione orale o, al meglio, un copista medievale), nominato nellʼultimo verso del testo: «Ci falt la geste que Turoldus declinet» (“La gesta trascritta qui da Turoldo ha fine”, v. 4002 dal manoscritto di Oxford). La lingua utilizzata è quella anglo-normanna, una tra le varianti regionali della lingua dʼoïl (usata nel settentrione della Francia), e i versi corrispondono ai décasyllabes raggruppati in 291 lasse assonanzate. La Chanson de Roland: tra storia e fictio letteraria La Chanson de Roland trae spunto, come molto spesso accade per narrazioni di carattere orale, da vicende storiche realmente accadute, salvo essere piegate da volontà letterarie a seconda del clima culturale in cui hanno origine tali storie. Lʼopera letteraria, infatti, rielabora e narra la vicenda dell’eroica resistenza della retroguardia dellʼesercito carolingio, impegnato nella campagna spagnola (seconda metà del secolo VIII), contro l’agguato di truppe saracene. In questa battaglia, volta a garantire la copertura del grosso dellʼesercito di Carlo Magno, trovò la morte Orlando (o Rolando) da Roncisvalle, valoroso nipote dell’imperatore, conscio fin dall’inizio della missione del pericolo mortale in cui sarebbe incorso accettando l’incarico di capitano, appunto, della retroguardia. In realtà, lʼaura cristiana di cui è permeata l’opera letteraria sembra avere poca attinenza con con l’evento storico da cui essa origina, ovvero la battaglia di Roncisvalle (15 agosto 778): in quel giorno, occorse infatti la disfatta della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno durante il ritorno dalla campagna spagnola, ma ad attaccare i paladini non furono saraceni propriamente detti, come volle la tradizione letteraria permeata di valori cristiani, bensì i baschi, popolazione stanziata a nord-ovest dei Pirenei nella regione definita Vasconia (territorio compreso tra i fiumi Ebro e Garonna). Il motivo della battaglia è dunque da identificarsi in episodi di resistenza — e quella di Roncisvalle appare la più emblematica — delle popolazioni basche allʼespansione nella penisola dei franchi, giustificata da intenti religiosi (circostanza che si estese per vari secoli, dal 718/722 al 1492, nota come Reconquista). La Chanson tra baschi e saraceni: un possibile motivo di fraintendimento In tal senso, si ricostruiscono tutti i tasselli del mosaico che rappresenta, dunque, la piega religiosa che prese tutta la vicenda, in cui, in particolare si sostituirono i baschi con i saraceni. A questo proposito è dovuta una precisazione di carattere terminologico al fine di comprendere le sfumature della causa della sostituzione. Si è detto che nellʼopera letteraria della Chanson de Roland si parla di saraceni, con cui oggi si intendono tutte quelle popolazioni islamiche provenienti dalla penisola araba e stanziate nella penisola iberica, la cui “cacciata” si prolungò […]

... continua la lettura
Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (III)

Le immagini poetiche che ne Il Carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) procedono  in una partitura che da intima si fa oggettiva, andando e riassumere il valore civile, non solo intimistico, di cui il volume è rivestito. L’immagine che dà il titolo alla raccolta esprime, infatti, il senso di un rinnovamento culturale, una speranza per le venture generazioni. Tra poesia intima e civile, dunque, si muovono le parole della curatrice, che si ringrazia per la pazienza e per aver condiviso pensieri e riflessioni sui significati poetici e civili espressi in questa antologia. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice È forte il senso di appartenenza al proprio paese nei poeti che compongono la silloge del Carro dorato del sole: tra i vari, penso ad alcuni versi Uladzimir Doboǔka, Maksim Tank e Rygor Baradulin; essi sembrano esprimere il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra (coltura/cultura, per riprendere il binomio di Durkaim), un tema, questo, che nella poesia contemporanea si esprime pare anche in certi casi in Ales’ Badak e Aksana Danilčyk attraverso una sorta di disincanto con ogni probabilità dovuto al contesto politico-culturale a cui si è fatto riferimento. Letterariamente, tenendo presente la sensibilità di ognuno, come cambiano, da una sensibilità all’altra, i simboli della poesia bielorussa?  È una domanda molto capiente, è difficile parlare di tutto l’universo della poesia bielorussa che è molto eclettica, perché è rappresentata da varie generazioni di poeti con le esperienze diverse: i più anziani si sono formati  nell’epoca del totalitarismo, degli altri – alla vigilia o subito dopo la Perestrojka –, molti sono stati segnati dal disastro di Cernobyl. I più giovani sono entrati nella letteratura nell’epoca post-sovietica, non hanno nessuna idea del Muro; conoscono bene, invece, la dittatura. Sono diversi, ma c’è un  simbolo che accomuna, anche se in varia misura, tutti i poeti bielorussi compresi quelli inclusi nell’Antologia. È proprio quel simbolo che Lei ha notato: “il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra”, aggiungerei “nella propria Terra” in senso la “Patria”,  la Patria sofferente, la Patria libera. Direi che questo concetto della Patria con la “P” maiuscola, non è molto comune per la poesia italiana contemporanea; un poeta italiano, a mio avviso, ha un po’ di timidezza a pronunciare “la mia amata Italia”. Questo amore forse potrebbe addirittura essere considerato come una manifestazione del “sovranismo”. In questo senso, la poesia bielorussa avrebbe potuto essere accolta con passione da un catalano o un irlandese piuttosto che da un italiano. O forse sbaglio? Comunque Davide Rondoni nella sua prefazione al libro ha colto, con la sua solita sensibilità, l’essenza di questa poesia: “ La voce della poesia Bielorussa… si chiama libertà”. È stato difficilissimo selezionare i poeti e i testi senza sovraccaricare il lettore con argomenti politici e sociali di cui la nostra poesia abbonda. Mi piaceva creare un “mosaico” multicolore e multigenere, dove si intrecciano sofferenza e gioia, tradimento e fedeltà, amore e delusione, proprio come nella vita. I […]

... continua la lettura
Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (II)

Nel volume di poesia Il carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) appare sotterraneo e al contempo di primaria necessità il ricercare una lingua letteraria che possa definirsi propria di un paese allo scopo di poter comunicare. Una lingua che non si limita a un frammentario discorso poetico, ma che riesce a essere mezzo di comunicazione di e con altri paesi e altre culture. In tal senso è da intendersi la Lettera aperta degli scrittori bielorussi firmata il 17 novembre dell’anno passato; tra i firmatari, oltre Svjatlana Aleksievič (Premio Nobel per la Letteratura 2018), numerosi autori che hanno preso parte a questa antologia, testimoni di un bisogno nazionale che continua a trovare ostacoli nelle istituzioni che dovrebbero tutelare il popolo, magma vivo e pulsante di una nazione etimologicamente intesa. Parole, quelle degli scrittori bielorussi, che esprimono con forza la volontà di rompere il silenzio che è stato costruito intorno a loro: «Negli ultimi quarant’anni non un solo Paese in Europa ha conosciuto una tale portata di fenomeni di repressione di massa. Durante questi cento giorni circa trentamila persone sono state arrestate, più di quattromila sono state ferite e otto sono morte. Nel nostro Paese vengono ignorati i diritti fondamentali dell’uomo. Nei confronti dei colpevoli di omicidio e lesioni non viene intrapresa alcuna azione legale. Gli arrestati vengono picchiati mentre hanno mani e piedi legati, una pratica abolita dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani, anche nei confronti dei criminali di guerra. Dalle bocche dei governanti è dato ordine diretto di espellere gli studenti dagli istituti di istruzione superiore e di licenziare coloro che non approvano la politica dello Stato. Si tratta di una chiara violazione dell’attuale Costituzione della Repubblica di Bielorussia. L’escalation di violenza, la diffusione dell’impunità, la privazione dei diritti costituzionali fondamentali dei bielorussi stanno portando ad una profonda e duratura crisi nazionale in tutti gli ambiti della vita pubblica: bancarotta economica, isolamento internazionale, caduta della Bielorussia in fondo alla classifica dei Paesi civili». A questa Lettera, di cui si è riportato solo un passo, è unicamente giunta la risposta degli scrittori polacchi, esprimendo messaggi di sostegno. La lingua poetica si fa, dunque, mezzo di diffusione politica; in questo senso è da intendersi il valore civile della lingua poetica bielorussa, di cui la Curatrice ci parla in questa fase mediana di questo dialogo (la prima parte di questa intervista è stata pubblicata qui). Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice Larisa Poutsileva Un tratto importante dell’affermazione della cultura letteraria bielorussa, come in quella di tutti i paesi, è l’affermazione della propria lingua. Anche in Italia, dopo l’Unità, letterati quali Alessandro Manzoni si preoccuparono di normalizzare una lingua che potesse essere nazionale; finanche nel Medioevo, quando per ovvii motivi era prematuro parlare di Italia come stato-nazione, Dante si pronunciò sull’argomento nel De vulgari eloquentia, senza, tra l’altro, annoverare il contributo di Pietro Bembo e degli altri intellettuali umanisti che originarono la Questione della lingua italiana. Questo per sostenere […]

... continua la lettura
Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (I)

La pubblicazione in Italia del volume Il carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019), rappresenta l’espressione della cultura poetica della Repubblica Belarus’ soprattutto se si considera il momento storico in cui esso viene alla luce: la dittatura di Lukashenko, infatti, coi suoi metodi repressivi tende a vanificare ogni tentativo di affermazione culturale di Belarus’ dentro e fuori i suoi confini. Complice di tale politica anche l’indifferenza dell’Europa, che ha dato finora poco spazio alle denunce verso la dittatura che falcidia lo stato bielorusso. Tale antologia è, dunque, sintomo di quella rivendicazione da parte degli autori di una identità nazionale, che si costruisce verso su verso. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice Larisa Poutsileva La poesia come identità nazionale, dunque, parafrasando il messaggio sotteso alla Storia della letteratura italiana di De Sanctis: una intentio, quella dell’antologia poetica in questione, che traspare pagina dopo pagina, nonché dal saggio introduttivo della Curatrice (La giovane letteratura di un antico popolo, pp. 7-12), a cui si cede la parola, quale autentica testimonianza di un lavoro che definisce il progetto storico culturale sotteso a questa antologia. La pubblicazione del Carro dorato del sole costituisce per la diffusione della cultura letteraria bielorussa un momento importantissimo in quanto rende fruibile una letteratura poetica che per lungo tempo, nonostante i lavori di eminenti slavisti da Lei citati nel saggio storico-letterario preposto al volume, è rimasta isolata e sconosciuta ai più. In particolare, la poesia bielorussa cammina di pari passo con l’affermazione dell’identità nazionale e, in un periodo politicamente turbolento per la Repubblica Belarus’ a causa del totalitarismo di Lukashenko, la pubblicazione del volume assume un significato simbolico. Cos’ha significato per Lei, Professoressa Poutsileva, curare questa antologia? Da molti anni avevo questo sogno, presentare agli italiani la poesia bielorussa, quasi completamente sconosciuta per loro. Ho realizzato questo sogno con un gruppo di amici bielorussi e italiani, tutti entusiasti di poesia. Un incontro con l’editore Renzo Casadei, che mi  ha sostenuta, ha fatto nascere questo libro e il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna ha voluto darci il patrocinio. Come Lei giustamente ha notato, la letteratura e in particolar modo la poesia ha giocato un ruolo essenziale nell’affermazione dell’identità nazionale dei bielorussi. È stato un processo che, per alcune ragioni storiche, è durato diversi secoli. Tradurre dei poeti studiati a scuola, che fanno parte della storia del paese, è una grande responsabilità e un grande onore e, non meno, una responsabilità è presentare diverse nuove generazioni di poeti. Sono felice che questo libro rimanga nelle biblioteche universitarie per gli studenti slavisti e non solo. Con questo libro si apre, in qualche senso, una finestra nuova per gli amanti della poesia in Italia. Oltre questo, credo che l’Antologia possa contribuire a comprendere meglio lo spirito dei bielorussi e l’essenza della loro resistenza al regime. La poesia vive adesso nelle strade di Minsk e di altre città bielorusse, alcuni poeti sono stati arrestati, come E. Akulin e D. Strocev. […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Il chiostro delle clarisse, Spaccanapoli e Santa Chiara

Il Chiostro delle Clarisse a Napoli, e in generale l’intero complesso monumentale di Santa Chiara, prospiciente alla grande Chiesa del Gesù Nuovo, costituisce un elemento rappresentativo della cultura napoletana, nonché delle sue vicende incastonate fra le pieghe della Storia del Novecento. Il Chiostro delle Clarisse e il Monastero di Santa Chiara Camminare lungo Spaccanapoli è sempre un’esperienza suggestiva in quanto l’occhio che ritrae gli angoli del Decumano Inferiore nota sempre la presenza di qualcosa di nuovo che in precedenti passeggiate era sfuggita. Non ci si riferisce ai marchi di rinnovati e rinomati negozi che adescano fiumi di turisti con la promessa di sapori e profumi tradizionali, ma a quei silenziosi che attendono un curioso passante che si fermi a osservare la sua bancarella: ecco il vecchio che rivende antiche locandine delle passate edizioni della Festa di Piedigrotta, o volumi di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, ecco il giovane intento a disegnare quadretti di nature morte o animali, ed ecco lo spigliato venditore che offre, a quegli stessi turisti, in varie dimensioni un flaconcino sigillato trasparente, certificando che esso contiene realmente “aria di Napoli”; tendendo poi l’orecchio, oltre il chiacchiericcio e gli schiamazzi, si percepiscono voci femminili e fisarmoniche che così cantano: “Sta donni, comme de’ i’ fari p’amà sta donni? Di rose l’ei ’a fa nu bellu ciardini ’ndorni ’ndorni lei a annammurari…”. Ed ecco apparire, circondata di uditori, una donna che danza e suona, posseduta dal ritmo della sua taranta; e, più avanti ancora, superato il Palazzo Venezia e il Palazzo Filomarino, residenza di don Benedetto Croce, una voce tenorile così ricorda: “Dimane? Ma vurria partì stasera. Luntano no, nun ce resisto cchiù. Dice ch’ è rimasto sulo ’o mare, che è ’o stesso ’e primma, chillu mare blu…”. Lì, di fronte la Basilica di Santa Chiara, ben vestito ed alto c’è chi ancora pensa Napoli com’era e a Napoli com’è. Oggi ricostruita, Santa Chiara, il cui complesso ebbe origine nel Trecento con la costruzione di una vera cittadella ospitante allora due conventi (uno maschile, per i francescani, e uno femminile, per le clarisse), fu vittima dei bombardamenti del 4 agosto 1943, che lo ridussero quasi in cenere. Tale e tanta fu la disperazione che, tra la folla, sopraggiunse anche don Benedetto dalla vicina dimora a contemplare in lacrime la ferita inflitta al cuore di Napoli. Salvo fu, per fortuna, il chiostro delle clarisse maiolicato e le “riggiole” (le piastrelle) che lo compongono. Esso è testimone delle trasformazioni che nel corso del tempo attraversarono Napoli dal Medioevo ad oggi: originariamente in stile gotico, per la volontà angioina che commissionò la strutture nel XIV secolo, subì trasformazioni ad opera di Antonio Vaccaro nella prima metà del Settecento, per cui si fusero i riferimenti all’arte gotica con gli elementi della cultura architettonica e pittorica barocca. A testimonio di questo intreccio, ecco gli affreschi di Storie francescane, che si leggono camminando lungo il porticato, o il giardino verdeggiante con le Fontane dei leoni, vera e propria Arcadia, in cui si assiste […]

... continua la lettura
Libri

Aksana Danilčyk: un itinerario poetico

Nella poesia di Aksana Danilčyk è espressa la significanza di un viaggio, una partenza e un ritorno: un ponte, quasi, che attraverso l’esperienza poetica dell’autrice collega la Bielorussia all’Italia e viceversa. Nei suoi versi si fondono la lingua di Maksim Bogdanovič e Dante Alighieri, di Jakub Kolas e Ugo Foscolo, per mezzo della quale nei suoi componimenti si respira un afflato ora civile, ora esistenziale, ora immaginifico, ora figurativo. In tal senso, la suggestione che pervade i versi di Aksana risulta manifesta grazie a una plasticità che fa sì che l’immagine si dipinga innanzi agli occhi del lettore: chi legge i versi di Aksana Danilčyk partecipa alla sua poesia mediante l’atto visivo. Nel Canto del ghiaccio, recente silloge di Aksana pubblicata in Italia, è infatti possibile scorgere l’immanenza delle immagini e dei paesaggi che unificano il suo immaginario poetico costituito da una consapevolezza plurima e plurilinguistica. Cara Aksana, la prima domanda che può venir spontanea riguarda il tuo rapporto con la letteratura italiana: in cosa la cultura bielorussa e quella del nostro paese si sono incontrate? Per dare una risposta un po’ più approfondita bisognerebbe rifare tutto il percorso. In breve: nel Rinascimento, nel Romanticismo, ma anche nel XX secolo con gli studi dell’Istituto di Europa Orientale. Dante ad esempio è presente in opere di molti scrittori bielorussi. Ho provato a rispondere a questa domanda nei miei saggi i nei miei articoli, ma ho fatto anche la tesi del Dottorato sulla concezione dell’uomo nella narrativa bielorussa e italiana dedicata alla seconda guerra mondiale. Quando per la prima volta ho visitato l’Italia, ho visto a Napoli un monumento ai caduti. Non sapevo nulla di questo periodo in Italia e ho fatto la tesi proprio per capire come sono andate le cose. Alla fine grazie allo studio della cultura italiana ho scoperto molte cose della cultura bielorussa.  In che modo la cultura italiana interferisce con la tua poesia? Raccontaci la tua esperienza poetica nel comporre Il canto del ghiaccio. Per un autore è sempre difficile decifrare le proprie opere, pensare alle influenze è compito dei critici. Posso solo dire che sicuramente lo studio di una letteratura come quella italiana con una storia così ricca e lunga ha cambiato prima di tutto la mia visione del mondo oltre che della cultura in generale. Poi anche nelle mie poesie ci sono i riferimenti espliciti o impliciti alle opere degli scrittori italiani e naturalmente ai luoghi.  Il canto del ghiaccio è una raccolta di poesie scelte, adattate alla traduzione in un tempo relativamente breve. Praticamente sono passati tre-quattro mesi da quando mi è arrivata la proposta di Aldo Onorati e di Armando Guidoni di pubblicare il libro alla stesura insieme al traduttore Marco Ferrentino della prima bozza. Invece, le poesie sono state scritte in un periodo molto lungo. E ho cercato ovviamente di inserire anche quelle con riferimenti “italiani” per ringraziare una terra che mi ha insegnato molto, insieme alle persone che hanno contribuito alla mia formazione personale e professionale, prima di tutto la famiglia […]

... continua la lettura
Libri

La carica di Balaklava: recensione del libro di Cellamare

Con La carica di Balaklava edito da Les Flaneurs edizioni (Bari, 2020), Daniele Cellamare fonde conoscenza storica e invenzione nello scegliere come materia del suo libro le vicende belliche che coinvolsero le forze russe contro quelle britanniche, francesi e ottomane nei drammatici eventi dell’ottobre del 1854, in seno alla Guerra di Crimea. La carica di Balaklava, un racconto storico Quasi a sancire la follia degli eventi bellici, Cellamare apre La carica di Balaklava con una citazione che riassume il senso di profondo scoramento di chi vive e può raccontare ciò che ha dovuto provare sulla sua pelle: «Di ognuno di quei reggimenti non tornò che un piccolo distaccamento… Penso che ogni uomo che fu coinvolto in quel disastroso affare di Balaklava, e che fu tanto fortunato da tornare vivo, debba aver provato che fu solo per un decreto pietoso della Divina Provvidenza che era sfuggito da quella che appariva come la più grande certezza di morte che si potesse concepire». Le parole riprese appartengono a James Brudenel, conte di Cardican e comandante della brigata di cavalleria leggera inglese, ovvero di quel drappello di circa seicento uomini che, rimasto circondato per un errore strategico, caricò frontalmente l’innumerevole battaglione russo e a cui la Storia degli uomini ha dato il nome epitaffico di Carica dei Seicento. Nel solco di queste vicende, l’invenzione si fa Storia liquida (quella non scritta sui libri), raccontando esistenze verosimili che forse sono vissute anche nella realtà. In particolare, quindi, La carica di Balaklava racconta le vicende del giovane George Dillon (nome derivato dall’omonimo poeta e teologo dublinense), un contadino irlandese dai forti sentimenti patriottici ereditati dal padre, che viene arrestato per aver partecipato, sia pur indirettamente, alla rivolta che seguì alla Grande Carestia del 1845 e che riacquistò la libertà in cambio del suo arruolamento in divisa britannica contro la Russia nella guerra di Crimea. Le vicende del protagonista sembrano ruotare intorno alla data fatale del 25 ottobre, suo genetliaco e al contempo giorno della Carica di Balaklava: lo scandirsi del tempo in questo senso mette in piena relazione la vita immaginata con la vita reale fino a quel giorno fatidico, cruciale sia per l’individuo, sia per la collettività. Stilisticamente, La carica di Balaklava non sembra ricercare una scrittura riflessiva ma, alternando fasi descrittive a discorsi diretti, per mezzo dei quali si snoda la trama, il racconto della vita del protagonista si inserisce in un susseguirsi di azioni e reazioni nell’ambiente storico, che fa da sfondo alle vicende narrate. Tematicamente, poi, le riflessioni sulla follia della guerra, dell’incomprensione delle sue dinamiche e, soprattutto, sulla casualità della vita e della morte in guerra, non trovano esplicitamente spazio di discussione, ma si traducono nei pensieri e negli atti dei caratteri delineati. Con il suo libro, infine, Daniele Cellamare tenta di ripercorrere un interesse storico che si fa racconto di una vita immaginata.   Immagine in evidenza: Copertina libro

... continua la lettura
Libri

Dalia di mare, la raccolta di poesie di Carolina Montuori

Dalia di mare di Carolina Montuori è un volume di poesie molto complesso nella sua semplicità. Edito da Terebinto Edizioni (Avellino, 2020) presso l’Associazione Culturale Riscontri, Dalia di mare raccoglie, infatti, componimenti che tendono ad un essenzialismo esistenziale che conferisce alle figure evocate la plasticità di un’opera pittorica. Dalia di mare: una poesia di figura Carolina Montuori sembra intendere la sua raccolta come una sequenza di figurazioni in cui il pensiero poetico non è esplicitamente espresso, ma traspare, se si vuole, in senso pittorico, dai contorni che delineano le figure poetiche. L’ambiente in cui si muove il silenzioso Io poetico dell’autrice è costituito da un mondo intimo fatto di immagini, ora statiche, ora dinamiche, che diviene riflesso di quello reale in cui tornare a riconoscersi: Ora so chi sei. | Le nubi spariranno. | Le inquiete luci | tremano azzurre | e perdenti come | coriandoli | dopo un infelice | e delirante | Carnevale. | Ora miro al cielo | che s’impossessa | delle piaghe consunte | della mia mente, | rotola innocente | tra nuovi dolori, | colori più chiari: | rosa pesca | succosa, blu | nobile, bronzo | di amorevole | pane sfornato. | Pennellate | rubate per me | dal cielo | al tramonto. || (Aurora, pp. 21-22) Come si diceva, l’autrice dà maggiore importanza a delineare i contorni dell’immagine rispetto ai colori di cui essa è composta; in tal senso il lettore non immagina, ma vede, attraverso i contorni e gli occhi dell’autrice, la figura poetica da varie prospettive allo scopo di afferrare il concetto di cui la poesia è portavoce: un concetto intimo, chiuso in potenza nel cuore di Carolina Montuori. Non mancano, nei versi di Dalia di mare, presenze fisiche o immateriali, che traspaiono, quasi abitanti di un mondo poetico, e che si muovono fra i pilastri del pensiero; caratteri traslucidi e sfuggenti che rappresentano ora i riflessi definiti della vita dell’autrice (Padre mio, p. 11; Madre mia, p. 44) ora i pezzi di una personalità frantumata che l’autrice nel suo intimo percorso cerca di ricostruire: Tu sei qui, | onda | che s’infrange | e mi bagna il cuore. | Io sono qui, | roccia bagnata | muta e riconoscente. | Ad ogni tuo passo | Ricamerò un sorriso, | perché in amore, | più forte | della disumana | assenza, | è il tenero ricordo. || (Tu eri, io c’ero, p. 23) O ancora si veda il componimento Dalia di mare, che dà il titolo alla raccolta, in cui il carattere che si muove nell’ambiente marino (frequente per altro nelle poesie) finisce col coincidere con quello che per l’autrice è il senso stesso della poesia: un’idea semplice e pura che non si può esprimere se non negli occhi di che la vede: Dalia di mare, | dalle mille sfumature | lieve per natura | graziosa, nuda. | Abbracci la rugiada | sulla testa, mentre | ti solletica la poesia. | E inventi e scrivi | della felicità del mondo, | […]

... continua la lettura
Libri

Imparare a cadere: un storia di inclusione | Mikael Ross | Recensione

Imparare a cadere è una narrazione grafica per i testi e i disegni di Mikael Ross, edita da BAO Publishing nel 2018, in cui si raccontano le vicende della vita di Noel, giovane sessantaquattrenne con disturbi mentali, che si ritrova improvvisamente a dover fare i conti con la perdita degli affetti e la difficoltà nel ritrovare se stesso. Imparare a cadere di Mikael Ross: il fondamento del judo, il fondamento della vita La pubblicazione di Imparare a cadere combacia con il centocinquantesimo anniversario della fondazione tedesca Neuerkerode, che ebbe origine dalla volontà di tre filantropi di aiutare le persone bisognose. Nel 1868, il pastore Gustav Stutzer, il dott. Oswald Berkhan e Luise Löbbecke (figlia di una nota banca dell’epoca) unirono i loro sforzi in una iniziativa privata che, nel corso del tempo fino ai giorni nostri, si è trasformata in una impresa di carattere sociale che, animata ancora da valori cristiani e, come si diceva, filantropici, opera nell’ambito dell’inclusione nella vita sociale di persone (tra cui anziane e disabili) altrimenti tagliate fuori. In particolare, Imparare a cadere di Mikael Ross riesce a dare voce, o meglio, a ricostruire le immagini di un mondo complesso e non facile attraverso gli occhi del giovane (apparentemente) Noel, affetto da disturbi mentali, che in seguito ad un tragico e fatale incidente domestico perde sua madre, sua tutrice e unica persona a cui egli possa fare riferimento. La vicenda, sviluppata per episodi e narrata graficamente attraverso le immagini percepite dallo stesso Noel, prende pieghe ora tragiche ora ironiche, ora comiche ora serie, grazie alla varietà di caratteri introdotti e che con lui interagiscono. Dopo il principale episodio legato alla madre, infatti, Noel viene catapultato in un luogo affine a quello della Neuerkerode, in cui con difficoltà egli riesce a integrarsi e a instaurare intensi rapporti con gli altri abitanti della comunità. In particolare emblematico è l’episodio legato al judo, per cui l’arte marziale, la “via della cedevolezza”, attraverso un sistema di prese a atterramenti, ha come obiettivo principale quello di insegnare a cadere senza accusare il colpo, allo scopo di riuscire a rialzarsi più saldi e forti di prima. Imparare a cadere di Mikael Ross si configura dunque come una narrazione per immagini, che, pure se nella sua veste grafica classica, ha come intento quello di sensibilizzare il lettore verso determinate tematiche che gli sono costantemente sotto gli occhi, ma a cui non si fa spesso caso. Emblematiche appaiono, infine, le parole della postfazione al libro, per cui «Imparare a cadere è una finestra sul nostro mondo, dove con un’impronta dal forte valore cristiano ci prendiamo cura di quelli che, a un primo sguardo, non sembrano essere stati baciati dalla fortuna e che, nonostante tutto, spesso e volentieri sanno perfettamente in cosa consista la propria felicità» (p. 128).

... continua la lettura
Libri

Aksana Danilcyk e la parola dipinta: Il Canto del ghiaccio

Arriva in Italia Il Canto del ghiaccio della poetessa bielorussa Aksana Danilcyk (Controluce edizioni, 2019), volume bilingue per la traduzione di Marco Ferrentino, in cui l’autrice esprime la profondità di un pensiero indiviso da scarti linguistici attraverso la partitura di immagini pregne di significati intimi confusi ad archetipi letterari classici. La poesia contemplativa Aksana Danilcyk: immagini e silenzi Nella lettura di un libro come Il canto del ghiaccio è opportuno tener presente che la duplice anima poetica di Aksana (italiana e bielorussa) non si riflette semplicemente nella traduzione dei versi da una lingua all’altra. Essa si costituisce a partire da un “noviziato” letterario in cui lo studio della lingua e la cultura italiana in ambito universitario coesistono con l’afflato poetico che caratterizza i suoi componimenti. Oltre che di articoli di letteratura (bielorussa e italiana), Aksana è autrice di traduzioni di alcuni tra nostri più grandi poeti e intellettuali: si ricordino tra le varie, infatti, ad esempio le sue versioni del De vulgari eloquentia di Dante e dei Sepolcri di Foscolo, che, in senso più ampio, hanno conferito al genio bielorusso un lessico che definisce, in una certa misura, un linguaggio icastico di matrice neoclassica. Si legga ad esempio la lirica Rocca Paolina (p. 12), il cui riferimento è da ritrovarsi nell’omonima fortezza perugina di epoca rinascimentale: Passi sempre queste catacombe per vedere che dai colli d’oliveti scende il giorno di serena amarezza nella valle dove il tempo s’è fermato, dove anche i sogni sono quieti, dove marzo scioglie la freschezza, mille nastri alzano il profumo delle primule ancor prudenti. Ogni tanto nella realtà terrena sulle pietre, che il sole accarezza, si abbinano le firme dei maestri con graffiti di pochissima durata. sorge sinfonia dei colombi con solenne musica legata ai misteri dell’immensità celeste. Passi sempre queste catacombe… Dopo un incipit contemplativo e lento, i versi della seconda stanza sembrano esprimere con pacato dinamismo la fugacità del tempo (non scevro da certe implicazioni religiose) e della vita attraverso i “graffiti di pochissima durata” e la “sinfonia di colombi”. Evidente anche il riferimento al magistero di actoritates non direttamente citate (le “firme dei maestri”), che comunque lascia intendere la grande importanza che Aksana attribuisce al exempla del passato e al messaggio che con le loro opere (letterarie, artistiche e architettoniche) essi hanno lasciato ai posteri, messaggio inteso sia in termini letterari che artistici; e in tal senso pare anche notarsi una forte attenzione alla “parola dipinta” dai versi, che trova esplicito riferimento nella lirica Il giorno di Ferdynand Ruščyc (p. 66), dedicata al pittore bielorusso e polacco, nella quale i contorni “tenebrolucenti” dell’immagine evocata si traducono in una riflessione intima sull’immobilità del tempo fisiologico (pur nella sua ciclicità) la mobilità, quasi durata bergsoniana, di quello biologico. Ritornando, poi, a Rocca Paolina e al legame instaurato con le auctoritates, va considerato forse l’incontro che questi versi istituiscono con quelli della lirica Il canto dell’amore di Carducci, riferiti alla medesima costruzione. Inoltre sembrerebbe possibile far risalire una prima intuizione poetica del componimento (o forse la […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Gutenberg Edizioni: presentazione del Calendario 2020

È stata una mostra breve ma pregna di sostanza quella con cui Gutenberg Edizioni ha presentato il suo Calendario 2020 presso lo storico Palazzo Venezia di Napoli. L’esposizione, durata dal 19 al 22 gennaio, è stata il momento culminante della III edizione del Concorso nazionale bandito dalla casa editrice, già da tempo attiva anche nel settore dell’arte contemporanea, tramite cui è stato possibile selezionare opere di artisti provenienti da tutta Italia. Fra gli oltre settecento interpreti, stimolati dal tema guida “Natura e Territorio”, dodici di essi hanno visto le loro opere pubblicate fra le pagine del calendario del nuovo anno. Inoltre, la commissione (composta da personalità attive sul territorio, come Franco Baccaro della Baccaro Art Gallery, l’artista Giuseppe Rescigno, Davide Caramagna della MM18, il disegnatore luci Ciro Ruggiero, Ciro Pirone dell’Associazione Arte MADI e il consulente artistico Luigi Caiffa) ha dedicato un ulteriore Catalogo d’Arte comprendente ben sessanta opere, tra quelle partecipanti al concorso, curato dalla storica dell’arte Cinzia Tesio. Il Calendario Gutenberg Edizioni 2020: le opere e gli artisti L’operazione di Gutenberg Edizioni ha due obbiettivi: offrire spunti per lo sviluppo di filoni artistici e canalizzarli entro idee che possano ampiamente avvicinarsi alla sensibilità degli artisti, non legati a un territorio specifico. Gli artisti selezionati (Barbara Bonfilio, Roberta Ceudek, Sebastian De Gobbis, Simona Gloriani, Monica Gorini, Giuseppe Greca, Maurizio Mafucci, Cesare Pinotti, Giuseppe Sticchi, Serena Tani, Cesare Vignato, Alberto Volpin, oltre alla menzione speciale della Casa Editrice per il giovane artista Angelo Franco) rientrano pienamente nei canoni artistici contemporanei, attraverso personali interpretazioni e rielaborazioni del tema indicato dalla Gutenberg.  Ogni artista ha declinato in maniera diversa il proprio senso di appartenenza al territorio e alla natura.  Cesare Pinotti nella sua Canestra di frutta  ha avuto un approccio contemplativo,  Giuseppe Sticchi e Cesare Vignato, rispettivamente con L’isola e Obbiettivo, partendo da elementi realistici, hanno creato spazi immaginari. Nell’opera Cattedrali nel deserto, Bonfilio raffigura una donna nel cui corpo si delinea un cantiere, in un’ottica, sembrerebbe, pessimistica del progresso  tendente alla disumanizzazione e a cui si contrappone la figura del lupo, simbolo dell’istinto naturale e animale. Questi sono solo alcuni esempi delle eterogenee declinazioni artistiche delle opere in mostra, così diverse tra loro, uniche e personali, ma che esprimono un senso comune e attivo dell’arte. A proposito del senso intimo dell’arte contemporanea, doveroso menzionare le parole di Cinzia Tesio che esprimono a pieno un concetto di arte che si modifica e si rinnova: «È arte con una forma ben precisa, non più legata a valori assoluti e universali, ma misurata e stabilita ogni volta dall’artista che la rapporta alla sua taglia: una taglia impeccabile per un abito che non faccia una grinza». Si tratta dunque di un’idea di arte “mobile”, che non si fossilizza sul voler ritrovare a tutti i costi un canone entro cui categorizzare le opere; un’idea di arte che, se pure attua un ritorno ai canoni cosiddetti “classici”, va sempre intesa attraverso una prospettiva coeva al nostro tempo. In tal senso l’incontro artistico avutosi in seno alla Gutenberg […]

... continua la lettura
Culturalmente

Indovinelli con soluzione: gli occhi della Sfinge

Parlando di indovinelli non si può non pensare alle vicende di Edipo e dell’entità mitologica della Sfinge che, con il suo sguardo enigmatico, è in grado di vedere al di là del solo piano concreto delle cose. Formulare indovinelli è tutt’altro che semplice, c’è bisogno di un linguaggio forbito dalla grande componente immaginifica. La caratteristica principale degli indovinelli è infatti data dal linguaggio con cui sono formulati, che ne definisce l’identità. Per formularli, si parte da un oggetto o  da una situazione quotidiana che viene poi traslata in un immaginario metaforico e in seguito restituita all’uditore tramite una formula che possa aiutarlo ad immaginare la soluzione dell’enigma. Dal canto suo, l’ascoltatore deve essere in grado di riportare l’oggetto dell’indovinello su un piano concreto. Un’altra caratteristica fondamentale per gli indovinelli è che la loro soluzione deve essere univoca. Gli indovinelli con soluzione complessa, infatti, possono generare confusione e, per evitare di incorrere in tale contraddizione, è necessario che essi ruotino intorno un unico nodo. Se non formulato correttamente, la soluzione potrebbe risultare chiara esclusivamente a chi ha pensato l’indovinello.  Indovinelli con soluzione: dieci indovinelli scelti per voi I Chi ha una voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede? [L’uomo che nell’alba della sua vita gattona, a mezzodì cammina eretto e al tramonto si trascina col bastone] II Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati, aveva un bianco aratro e un nero seme seminava; di cosa si parla? [Delle dita della mano, delle pagine bianche di un libro della penna d’oca, con cui si era soliti scrivere, e l’inchiostro, con cui si scrivono le parole] III Sparisco al minimo rumore, chi sono? [Il silenzio] IV Vengo per primo e vado per ultimo, non mi senti arrivare, e ci sono anche se non puoi vedermi; chi sono? [Il buio] V Non ha coperchio, chiave o lucchetto, eppure è uno scrigno che cela una sfera dorata. [L’uovo e il tuorlo] VI Nella mia bocca c’e un solo dentino che non è mai fermo, ma quando poi canto non c’è nessuno che non mi sente, cosa sono? [La campana col batacchio] VII Ha le radici invisibili e sta più in alto degli alberi, ha la testa nascosta fra i nembi e mai tuttavia crescerà. [La montagna] VIII Non ha voce e grida, non ha ali e vola, non ha denti e morde, non ha bocca e fa versi; cos’è? [Il vento] IX Trenta cavalli bianchi su di una rossa collina, ora battono e mordono, ora son fermi. [I denti] X Vive senza respiro ed è freddo come la morte, beve e non ha sete, veste di maglia che non tintinna; cos’è? [Il pesce]   Fonte immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Sphinxes?uselang=it#/media/File:White_Sphinx.png  

... continua la lettura
Notizie curiose

Il ragno tigre: particolarità dell’Argiope Bruennichi

Evocare il nome del ragno tigre può generare nella mente di chi ascolta, soprattutto se timorato degli artropodi, un senso di forte ribrezzo e terrore. Questo nome, tuttavia, non deriverebbe dall’aggressività, tipica dei mammiferi ad esempio malesiani o ircani, bensì dalla semplice ma caratteristica colorazione striata del ventre, tanto da essere definito, più di frequente, ragno vespa o ragno zebra. Tale ragno presenta alcune caratteristiche curiose che, agli occhi degli appassionati, possono renderlo interessante. Il ragno tigre: particolarità e curiosità L’Argiope Bruennichi, (dal greco, traslitterando, “argòs“, bianco brillante, e “òps“, aspetto) diffusa in gran parte di Europa, Africa del Nord ed Asia, vive in numerosi habitat, pur prediligendo cespugli e arbusti dove poter tessere tranquillamente le grandi dimensioni della sua tela. Questo tipo di artropode, comunemente chiamato ragno tigre, deve questo nome alla pigmentazione della sua livrea striata. Come si è detto, non si tratta di un aracnide aggressivo. Il ragno tigre, infatti, non attacca se non è costretto a farlo; per difendersi da pericoli avvertiti, il ragno tigre tenta un metodo di dissuasione attraverso lievi movimenti della tela da lui prodotti, fino a una ritmica oscillazione della sua ampia ragnatela, della durata variabile dai quindici ai trenta secondi circa, volta a spaventare un possibile predatore. Qualora questo metodo debba risultare inefficace, il ragno tigre abbandona la sua dimora per poi farvi ritorno solo dopo aver avvertito che il pericolo sia passato. Nel caso in cui questo ragno sia costretto a difendersi, la sua arma è costituita dal suo morso, che, però, sembra non sortire effetti particolarmente gravi; negli esseri umani, infatti, il suo morso provoca solo lievi conseguenze a livello epidermico, causando piccole irritazioni e arrossamenti cutanei relativi alla parte interessata e che svaniscono autonomamente nell’arco di alcune ore senza provocare complicazioni o conseguenze. Una caratteristica molto particolare riguarda l’accoppiamento di questo tipo di artropodi dal colore chiaro e luminoso; una caratteristica che per certi versi avvicina gli esemplari femminili del ragno tigre alla vedova nera. Durante l’atto copulatorio, infatti, esse hanno la tendenza a privare della vita il compagno; tuttavia non di rado il maschio di ragno tigre è in grado di fuggire dalla morsa fatale a costo di un diverso tipo di “privazione”: nel tentativo di fuggire, il maschio perde, durante la riproduzione, il pedipalpo, l’organo predisposto all’accoppiamento, il quale si spezza restando nel corpo della femmina e andando a costituire una ostruzione, una sorta di “tappo”, che le impedisce successivi accoppiamenti. Il ragno tigre, dunque, più che per i suoi comportamenti, del resto conformi a quelli di alcuni altri artropodi, può essere considerato famoso per la sua caratteristica livrea, appunto, “tigrata”. Tale caratteristica, per così dire, estetica lo assimila a un contesto che, come si diceva, suscita in chi ne pronuncia il nome l’immagine di aggressività tipica della sua “controparte mammifera”; in realtà, il ragno tigre si rivela essere del tutto innocuo per gli esseri umani, ma molto pericoloso per la sua controparte maschile a causa delle componenti femminili di questa stessa specie. Fonte dell’immagine di copertina: […]

... continua la lettura
Teatro

I Cavalli di Monsignor Perrelli al Teatro Sannazaro

I cavalli di Monsignor Perrelli, ideato da Peppe Barra e Lamberto Lambertini all’inizio degli anni Novanta, torna a far ridere il pubblico del Teatro Sannazaro di Napoli (in scena dal 25 al 27 ottobre) per mezzo di una serie continua e ininterrotta luoghi comici che vedono protagonisti il Monsignor Perrelli (Patrizio Trampetti) e la sua perpetua, Menica (Peppe Barra). L’opera, inoltre, si configura come uno scherzo in musica in due tempi, che mette insieme lo stile comico della commedia italiana all’antica e intermezzi canori (per le voci di Luigi Bignone ed Enrico Vicinanza) riproponendo canzoni come Mmiez’ ’o grano e la digiacomiana Luna nova; anche in questi termini, I cavalli di Monsignor Perrelli mette insieme il binomio inscindibile tra musica e recitazione che è insito nel verbo teatrale. I cavalli di Monsignor Perrelli: l’attore prima di tutto Al centro della casa settecentesca in cui si apre la scena (realizzata da Carlo De Marino) si muovono le figure del bizzarro Monsignor Perrelli, personaggio a metà fra la realtà e la fantasia popolare, e della perpetua Menica volti a discutere sulle strambe teorie scientifiche portate avanti dall’uomo di chiesa e sperimentate, suo malgrado, da chi gli è attorno. Una testimonianza del carattere di un personaggio tanto comico quanto complesso quale il Monsignor Perrelli (al secolo, Filippo Maria Perrelli) è dato dalle pagine del Corricolo di Alexandre Dumas, il quale ricorda come Ferdinando IV, ogni mattina, attendesse di udire qualche stramberia del prelato per cominciare la giornata di buon umore. Si tratta dunque di un personaggio che è diventato proverbiale nella memoria popolare napoletana, soprattutto per i poveri cavalli, cui si riferisce il titolo, costretti ad abituarsi a nutrirsi di sola acqua al fine di attestare la possibilità di liberarsi dalla piaga della fame. Tornando all’opera, non è tanto la trama che colpisce il pubblico, quanto la verve e la vis comica che permea i dialoghi dei due protagonisti. Difatti, all’eccentricità del personaggio del Monsignore, preso dalle sue strambe idee e scoperte apparentemente lapalissiane, ma fondate sul senso del capovolgimento e dell’insensatezza (il mare è salato a causa di milioni di alici salate che vi nuotano in esso…), fa da contrappunto il personaggio di Menica, attenta e pragmatica, che strizza l’occhio al pubblico. In tal senso, la perpetua è vittima rassegnata delle stramberie del prelato, tanto da portarla a sfoghi col pubblico irresistibilmente divertenti. Tutto questo, però, non sarebbe potuto essere portato a compimento se non fosse stato per l’acclarata tecnica espressiva di Peppe Barra e Patrizio Trampetti, i quali, con registri differenti, portano in scena l’antica arte dell’improvvisazione, che Andrea Perrucci definì nel suo Dell’arte rappresentativa, premeditata e all’improvviso (1699).  I cavalli di Monsignor Perrelli costituisce, per la tecnica con cui è portata in scena, un elemento di continuum con la tradizione del teatro popolare napoletano, in cui la spettatore, dando ragione alla bravura degli attori, si domanda se certe risate, certi gesti e certe battute possano essere regolarmente scritte sul copione o recitate all’improvviso dei due interpreti. Ne I Cavalli di […]

... continua la lettura