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Eroica Fenice

Teatro

Teatro TRAM: la nuova stagione 2018-2019

Riparte a ottobre il TRAM (Teatro Ricerca Arte e Musica) di Via Port’Alba con la stagione teatrale 2018-2019. Giunto alla sua terza stagione, il Tram prosegue la sua attività di promozione, sperimentazione e ricerca di spettacoli teatrali all’insegna dell’interdisciplinarietà, della tradizione e della modernità.   Teatro TRAM: la stagione 2018-2019. A inaugurare la terza stagione del TRAM è lo spettacolo Audizione di Chiara Arrigoni, vincitore della I Edizione del TrentaTram Festival, rivolto agli under 30, che ha animato le serate di Via Port’Alba nel mese di maggio 2018. Seguirà, poi, Buco nell’acqua, il nuovo spettacolo del direttore artistico del TRAM Mirko Di Martino, che a marzo proporrà anche un altro suo spettacolo inedito: Run Baby Run interpretato da Titti Nuzzolese. In cartellone ci saranno nomi importanti del teatro italiano, a partire dall’attore Roberto Latini, più volte Premio Ubu, che proporrà uno spettacolo ispirato alle poesie della poetessa Mariangela Gualtieri. Tornerà al TRAM anche l’autore e regista siciliano Rosario Palazzolo con Lo zompo. Il napoletano Giovanni Meola proporrà ad aprile il nuovo progetto Il bambino con la biciletta rossa, ispirato a un cupo e doloroso fatto di cronaca. La sperimentazione con i classici sarà al centro di This is not what it is di Marco Sanna e Francesca Ventriglia, che rielaboreranno Otello di Shakespeare. Giovanni Del Prete proporrà Start, spettacolo inedito ispirato a una storia di calcio e shoah, mentre il giovane attore e regista Daniele Marino rifletterà sulle dinamiche del contemporaneo con The influencer. Infine, in occasione dei 150 anni dalla morte di Gioacchino Rossini, a novembre Gianmarco Cesario proporrà una rilettura pop del Barbiere di Siviglia. L’opera del TRAM prevede, inoltre, dei focus dedicati a particolari temi di grande interesse, con spettacoli tutti rigorosamente inediti. Il primo di questi si intitola “Surround” e racconterà alcuni grandi protagonisti della musica: in scena, ci saranno Break on trough, incentrato sulla figura di Jim Morrison, di Bruno Barone, Lontano lontano, incentrato su Luigi Tenco, di Roberto Ingenito, Io francamente, su Franco Califano di Ivano Bruner. Il secondo focus racconterà invece Napoli in una chiave contemporanea che guarda al passato per reinventarlo nel presente: “Napoli Dos” vedrà sul palco del TRAM gli spettacoli Pulcinella morto e risorto di Alessandro Paschitto, Regine Sorelle di Mirko Di Martino, Le Follie di Don Fausto di Vittorio Passaro. Il terzo focus si intitola “Hashtram” e proporrà tre spettacoli che riflettono sul contemporaneo: Audizione della già citata Chiara Arrigoni, Un pallido puntino azzurro di Roberto Galano e La terroristica fase lunatica di Armando Kill di Massimo Maraviglia. L’ultimo focus si divertirà a reinventare i classici con Il Gioco dell’amore e del Caso di Marivaux e Yerma – Jetteca di Fabio Di Gesto da Federico Garcia Lorca. Le attività del TRAM. La nuova stagione comprende numerosi eventi e Festival: si comincerà a ottobre con la tredicesima edizione de I corti della Formica, Festival di Corti teatrali diretto da Gianmarco Cesario. Tornerà TrentaTram Festival, il concorso dedicato alle compagnie under 30 che l’anno scorso ha avuto un notevole successo alla sua […]

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Culturalmente

La Chiesa di San Potito: tra storia, culto e arte

La Chiesa di San Potito, situata nei dintorni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, presso l’omonima collina, è l’esempio di un culto che supera il corso del tempo. Grazie alle parole di Maria Girardo, Responsabile Titolare di Megaride Art , Agenzia di Servizi Culturali, e alla visita organizzata il 16 giugno 2018, la storia, le influenze culturali che emergono dalla struttura e le opere d’arte della Chiesa di San Potito dimostrano la grande attenzione che le è stata riservata nel corso del tempo. La Chiesa di San Potito, da San Pietro ai giorni nostri Il culto di San Potito è antico e si inserisce nel solco delle lotte del paganesimo romano al cristianesimo. Egli, pagano convertito al cristianesimo, infatti, è ricordato come martire sacrificato dall’imperatore romano Antonino Pio (160 d. C.); di questo evento è infatti testimone pittorico la pala d’altare de Storia del martirio di San Potito (1656) di Nicola De Simone. L’artista, come ha sottolineato Maria Girardo, mantiene nella sua esecuzione uno stile concitato lontano dal classicismo cinquecentesco, ed esprime rapporti di parentela con le composizioni tre-quattrocentesche. La Chiesa di San Potito, iniziata nel Seicento, i cui lavori decorativi e architettonici sono durati per tutti i secoli XVII e XVIII, conserva diversi altri dipinti nelle sue cappelle, che testimoniano l’attività intensa degli artisti che operavano nella Napoli del tempo. Tra le varie opere, si pensi alla Madonna del Rosario di Luca Giordano (1658), in cui si evince facilmente il modello caravaggesco, dato dalla delicatezza dei contorni e dal gusto rococò per la naturalezza della postura. Vi è, poi, una Madonna con i santi di Andrea Vaccaro; interessante è un Calvario anonimo, il cui artefice sembra sembra comunque avvicinarsi al nome dello stesso Vaccaro e al contempo subisce le influenze del luminismo fiammingo e dell’impostazione classica tipica del Domenichino, che lasciò la sua impronta nella pittura partenopea durante il suo pur breve itinerario napoletano.  Di epoca tardo-settecentesca poi la tela dell Immacolata concezione di Giacinto Diano, allievo di Francesco Solimena, in cui si equilibrano l’impostazione neoclassica con la torsione emotiva di stampo barocco. La zona absidale, in cui culmina la navata unica della Chiesa di San Potito, restituiscono tre dipinti, tra cui quello di Nicola De Simone, in cui sono raffigurate le storie del santo. Elemento interessante è in esse la componente architettonica di tipo vanvitelliano, a testimonio di una completezza e consapevolezza da parte degli artisti, che sanno fondere insieme pittura e architettura. Regna, dunque, nelle tele e nelle settecentesche un gusto tipicamente neoclassico, dato dalle riscoperte fatte all’epoca delle città sepolte di Pompei ed Ercolano; si tratta di un tipo di modello che trova la sua matrice in un classicismo di fondo dell’architetto grazie al quale si è potuta avere questa splendida chiesa, Pietro De Marino. Interessante, a questo proposito, come ha osservato ancora Maria Girardo, è la somiglianza architettonica con la Chiesa di San Gregorio Armeno, anch’essa per opera di De Marino, e di impostazione classica. In conclusione, è giusto osservare come la Chiesa di San Potito continui, ora, ad […]

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Food

G. B. Agricola di Montoro: il valore del territorio

Montoro all’insegna della valorizzazione del territorio e dei prodotti alimentari grazie a G. B. Agricola, nata dall’unione della Azienda Agricola Gaia e l’agri-ristorante e agri-pizzeria Casa Barbato. G. B. Agricola è promotrice d’eccezione della biodiversità agricola della caratteristica cipolla ramata di Montoro. Inoltre, Nicola Barbato, nell’incontro svoltosi il 14 giugno 2018 tra campi coltivati e l’aria fresca di pioggia, ha raccontato il progetto di G. B. Agricola che vede affiancarsi diversi imprenditori agricoli raccolti sotto il Marchio Collettivo Geografico (MCG) che valorizza i produttori e la produzione. La cipolla ramata di Montoro e altre eccellenze locali La cipolla ramata è il prodotto caratteristico di G. B. Agricola che, con i suoi 24 ettari, immette sul mercato nazionale circa 9000 quintali di cipolle. In particolare, Nicola Barbato, guidandoci attraverso i passaggi della coltivazione e raccolta della cipolla ramata, ha raccontato con passione e dedizione la storia di questo prodotto. La cipolla ramata di Montoro, che grazie alla forte presenza di vento nella Valle dell’Irno ha trovato un lido favorevole per crescere e conservarsi naturalmente, risulta essere un eco-tipo dei produttori locali con testimonianze risalenti al XIX secolo. Si tratta di un’agricoltura antica, che fonda le sue origini su un sapere che si tramanda di generazione in generazione. Ed è per questo che si favorisce unicamente una produzione priva di diserbanti e pesticidi chimici, offrendo un’eccellenza naturale scevra da contaminazioni artificiali. Il carattere biologico abbraccia tutta la tavola di prodotti. Vi sono, infatti, anche i prodotti del Caseificio Artigianale Principato che offre una grande varietà di eccellenze legate al mondo dei latticini. Ad essi si affiancano i prodotti di Salumi d’Irpinia Giovanniello che offre affettati temperati naturalmente dal microclima irpino. Vi sono anche birre e liquori che mantengono un fortissimo rapporto con la tradizione locale. È il caso dell’Agri-birreria Serrocroce di Vito Pagnotta, che coltiva e produce le spezie presenti nelle sue birre artigianali da filiera agricola, risultando, così, attentissima nell’offrire la massima qualità. Vi è poi la Distilleria De Falco di Francesco De Falco, che raccoglie la tradizione degli avi per offrire liquori dall’intenso aroma locale. G. B. Agricola: il menù a base di cipolle ed eccellenze locali La cena del 14 giugno ha improntato il menù sulla degustazione e la digeribilità, grazie al basso contenuti di solfuri della cipolla. Si è partiti con anelli di cipolla fritti in pastella, dal sapore leggero e croccante. A seguire, la varietà di prodotti delle imprese agricole, lavorati dalla cura dello chef Rinaldo Ippolito e dal pizzaiolo Vincenzo Alfano. Le portate di affettati di Giovanniello recavano un sapore nostrano, equilibrato nella salatura e nella stagionatura della carne, i formaggi e i latticini del Caseificio Principato hanno poi espresso la varietà dei loro sapori; di particolare effetto è stata anche una grande mozzarella di bufala, che, una volta tagliata, si è rivelata gravida a sua volta di bocconcini di mozzarella. Innovativa è stata, poi, la treccia di mozzarella di bufala con cipolla grigliata al suo interno, che legava in maniera equilibrata la dolcezza del latte all’arma della cipolla. Interessante dal punto di […]

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Concerti

Accademia Musicale Europea in concerto

Si è svolto il 5 giugno 2018 presso il Palazzo Venezia (via Benedetto Croce 19, Napoli) il concerto degli allievi dell’Accademia Musicale Europea. La performance, che abbracciava intrattenimento e formazione, ha visto esibirsi bambine e bambini, ragazze e ragazzi, uniti dal sogno e la passione per la musica. Accademia Musicale Europea: il concerto tra musica classica e ritmica Durante il concerto, riprendendo le parole del Maestro Luciano Ruotolo, inteso come «una festa per valorizzare i talenti e la passione musicale», gli allievi hanno dato dimostrazione di ottime doti musicali, concentrandosi su diversi strumenti, come pianoforte e chitarra, e mantenendo sempre un fermo contatto con la tradizione napoletana tramite il mandolino. Non mancano tratti di sperimentalismo grazie alla sezione di musica ritmica, in cui, tenendo presente la scansione, appunto, del ritmo, ogni oggetto può diventare strumento musicale. In particolare, gli allievi, le cui età andavano dai dieci ai vent’anni circa, che si sono esibiti sono stati Niccolò Molteni (chitarra), Simone Iavarone (piano), Melissa Volpe (piano), Federico e Mattia Raimo (mandolino e chitarra), Maria Cristina Serio (piano), Rino Candela (chitarra), Lucas Isak (piano), Gabriella Intignano (piano) e Lorenzo Unich (piano). Tra i musicisti interpretati Mozart, Müller, Beethoven, Schubert, Cimarosa, Debussy e Chopin mostrando come la formazione degli allievi si basi, oltre che sull’esecuzione tecnica, anche sulla conoscenza della storia della musica. A tutto questo si sono accompagnate interpretazioni di canzoni cult moderne, come Every breath you take di Sting e Sweet Dreams degli Eurythmics. Ciò che è, comunque, emerso è la grande dedizione che hanno gli allievi per la musica, dalle classiche tecniche di esecuzione allo sperimentalismo musicale. Accademia Musicale Europea: il progetto L’Accademia Musicale Europea nasce in seno all’associazione culturale Mousikè, fondata dal soprano Romina Casucci e dal pianista Luciano Ruotolo. L’Accademia, che vede come insegnati Carla Senese (mandolino), Chiara De Sio Cesari e Federica Chello (violino), Riccardo Del Prete (chitarra), Giovani Pacenza (ritmica) e lo stesso Luciano Ruotolo (piano), ha lo scopo di divulgare la musica soprattutto presso le giovani menti e avvicinarle a questa complessa sfaccettatura dell’arte. Il valore formativo non si ferma ai corsi musicali o laboratori per i più piccoli. L’Accademia Musicale Europea ha anche lo scopo di preparare i giovani ad esami di ammissioni presso Conservatori; inoltre, essa accompagna i suoi allievi anche attraverso un percorso professionale musicale fatto di progetti e rassegne, che li porta fino in sala di registrazione, mostrando anche una panoramica del mondo del lavoro musicale. Una divulgazione che non è solo mera tecnica, ma conoscenza della musica classica e di tradizione, portando, dunque, avanti, come ha testimoniato il concerto, una vera e propria missione culturale.

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Eventi/Mostre/Convegni

“No Connecting People” di Alessandro Rillo e Vincenzo Colella, la parola delle immagini

Si inaugura, presso la Baccaro Art Gallery la mostra di arte contemporanea No Connecting People (dal 19 maggio al 19 giugno 2018) degli artisti beneventani Alessandro Rillo e Vincenzo Colella, in arte Vinzela, i quali, con i loro personalissimi stili, riflettono sulla solitudine della società di massa contemporanea data dai mezzi di comunicazione digitale. La Baccaro Art Gallery (via Carmine 66, Pagani, Salerno), fondata da Franco Baccaro nel 2001, diviene la centro culturale che si fa promotrice di un discorso che affianca aspetti artistici e al contempo sociali in senso stretto. La mostra, che si avvale della narrazione critica di Antonella Nigro, offre, quindi, all’osservatore lo spunto per riflettere su se stessi e sugli altri e sull’omologazione delle identità individuali. No Connecting People: l’alienazione dalla realtà No Connecting People è una mostra loquace che riflette sul silenzio. Alessandro Rillo e Vinzela, raccontano con le loro opere del senso della contemporaneità, intesa come alienazione da se stessi nei rapporti tra persone. Il graduale processo di allontanamento degli umani, per rifugiarsi in una “vetrina digitale” costruita per mezzo dei social networks, è il centro della denuncia di cui i due artisti si fanno promotori. Già dal titolo della mostra si evince il sottile punto di vista su cui intendono soffermarsi Rillo e Vinzela. La “disconnessione” che è insita in No Connecting People non è quella dai mezzi di comunicazione di massa, bensì quella che esiste tra le persone, quello spazio vuoto minimo e immenso che è frapposto tra i corpi e i sentimenti degli esseri umani. Per quanto riguarda l’itinerario espositivo, la mostra No Connecting People vede affiancarsi due stili diversi, ma che sanno dialogare con le loro rispettive personalità. La composizione materica di Alessandro Rillo e lo stile figurativo di Vinzela sembrano, rispettivamente, analizzare da un punto di vista interno e un punto di vista esterno il tema della disconnessione umana. In particolare, nell’opera di Rillo emerge con prepotenza forsennata la serializzazione del cuore, quasi a significare un battito continuo che è isolato pur nella vicinanza con altri cuori. Ciò che emerge dalle composizioni di Rillo è la dimensione fisica relativa ai rapporti umani, che si esplica nell’uso di materiali, per così dire, desueti. Brani di ombrelli, lamine di alluminio, tavole di legno, materiali utili alla quotidianità, nel micromondo di ognuno, si caricano di sensi affettivi di vita vissuta; essi diventano il cuore pulsante degli uomini, passando, quindi, da un piano fisico a uno metafisico. Nel suo lavoro di prelievo dalla realtà affettiva, Rillo intende, dunque, allineare le tante identità separate e armonizzare la discordia dei cuori in un unico grande battito. Per quanto riguarda, poi, l’opera di Vinzela osserva la solitudine degli uomini da una prospettiva esterna al tutto. Il suo sguardo, l’ampio respiro delle scene da lui rappresentate spazia da paesaggi urbani, spiagge o circhi; eppure i luoghi di aggregazione diventano luoghi deserti, in cui sono spesso solo accennate figure vagamente umane. Esse, con un tratto malinconico, rappresentano quella emarginazione dalla connessione ai mezzi di comunicazione di massa, la […]

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Food

Ferrillo Day: i 25 anni della Pizzeria Ferrillo di Napoli

La pizzeria Ferrillo, pizza ai piani alti (via Michelangelo da Caravaggio 33, Napoli) si è aperta a nuovi itinerari gastronomici in occasione del Ferrillo Day (16 maggio 2018), in cui, offrendo la degustazione delle sue pizze gourmet, il pizzaiolo Maurizio Ferrillo ha festeggiato i suoi 25 anni di attività gastronomica. Il Ferrillo Day: dalle origini alla pizza Il Ferrillo Day, evento organizzato dall’Associazione Spaghettitaliani rappresentata da Luigi Farina, ha visto protagonista l’arte pizzaiuola di cui Maurizio Ferrillo continua a diffondere e insegnare col suo mestiere. La pizza è soltanto l’esito finale di un’attenta scelta preliminare di ingredienti di primo ordine. L’uso di prodotti partenopei, dalla varietà di farina a quella di pomodori, dai prodotti caseari a verdura e ortaggi, fa sì che la pizza di Maurizio Ferrillo mantenga il contatto con la tradizione partenopea, dando spazio a uno sperimentalismo culinario tale da rendere unica e saporita la regina pizza napoletana. Come ha riferito lo stesso Maurizio Ferrillo, che ha accolto tutti gli ospiti con garbo, cortesia e sana napoletanità, la preparazione della pizza parte dalla lievitazione del panetto, lunga 30 ore, al fine di raggiungere la giusta consistenza durante la manipolazione e la preparazione. La cottura tiene, poi, conto anche degli effetti della cottura della pizza e dei suoi ingredienti, facendo sì che l’amalgama dei sapori si armonizzi senza confondersi. Si tratta questo di un passaggio molto importante, in quanto quel che si è detto risulta essere più vero e più complesso per quel che riguarda le pizze da asporto. La questione si lega indissolubilmente alla pizzeria Ferrillo poiché, come ha informato Luigi Farina dell’Associazione Spaghettitaliani, essa è stata tra le prima pizzerie a intraprendere la consegna delle pizze da asporto. Le pizze gourmet da asporto di Maurizio Ferrillo mantengono comunque tutte le caratteristiche culinarie, sapore aroma, fragranza, di quelle appena uscite dal forno, ma a questo punto era forse anche inutile specificarlo, rigorosamente a legna. Pizzeria Ferrillo: tra fritture e pizze Il punto di forza della pizzeria Ferrillo sta nell’uso di ingredienti genuini e soprattutto partenopei. A partire dalla frittura offerta da Maurizio Ferrillo, si assapora la freschezza dei prodotti fatti in casa: frittatine di pasta, panzarotti, mozzarelle impanate e arancini serbano un sapore unico e leggero che fungono da “apripista” per la pizza. Come si accennava, il panetto della pizza risulta ottimamente lavorato, come si è potuto saggiare dalla friabilità dell’impasto. Un impasto morbido al tatto e al gusto, delimitato da un cornicione altrettanto gustoso, nel rispetto dell’arte pizzaiola. Tra le varie pizze offerte da Maurizio Ferrilo, oltre le classiche ma intramontabili marinara e margherita, si ricordano alcuni esperimenti moderni quali l’accostamento di mozzarella di bufala campana, pomodorino giallo e pancetta, o ancora l’accostamento di provola e fiori di zucca, in un bilancio equilibrato tra dolcezza e acidità di ingredienti che rende pieno il sapore della pizza. Ma la vera specialità di Maurizio Ferrillo è la Panafritta: una pizza fritta che, prima di essere cotta nell’olio, viene impanata con uovo e  pangrattato, stratagemma che elimina la possibilità della presenza di olio […]

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Recensioni

“A-Medeo” (diMarina Cioppa e Michele Brasilio) e i figli teatrali di Eduardo De Filippo

Lo spettacolo teatrale A-Medeo di Marina Cioppa e Michele Brasilio, interpretato da Stefania Remino Antimo Navarra, è incentrato sui caratteri dei figli di Eduardo De Filippo nati dalla stesura delle sue indimenticabili commedie. A-Medeo: Eduardo De Filippo e la gelida paternità Lo spettacolo A-Medeo, ritornato per il secondo anno consecutivo (14-15 aprile 2018) sul cartellone del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, si prefigura di dare spazio ai figli “teatrali” di Eduardo De Filippo riprendendo e collegando scene e battute d’autore con alcuni monologhi originali, definendosi nel complesso come un “centone teatrale”. Lo spettacolo A-Medeo nel suo svolgersi rivela così la sua origine giacente su una domanda: se noi conosciamo il destino di personaggi eduardiani come Luca Cupiello, Pasquale Lojacono, Domenico Soriano, Gennaro Jovine, o, andando ancor più indietro nel tempo, Sik-Sik, cosa conosciamo del destino dei figli di Eduardo? Quale la loro vita dopo i drammi, e quale l’eredità da loro raccolta? Dei “figli teatrali” di Eduardo noi conosciamo il loro percorso sulla scena, la loro crescita sul palcoscenico, la loro catarsi all’interno del testo della commedia. Tutto quello che viene dopo è spesso lasciato all’immaginazione dello spettatore. Un esempio su tutti, Tommasino Cupiello: il suo essere distaccato, chiuso nel suo mondo, o nei suoi giochi (come si vede in chiusura del I atto di Natale in casa Cupiello) è specchio della chiusura del padre Luca, che (nella medesima scena) è dedito al suo presepe, entrambi ignari del dramma di Ninuccia e Concetta; solo con la malattia di Luca (III atto), Tommaso ritorna alla realtà, cresce e matura assumendo sulle sue spalle il destino della famiglia, anche dopo il calare della “tela”. Inoltre, rievocando le parole di Eduardo pronunciate a Taormina nel 1984, suggestivo brano che ha chiuso A-Medeo, possiamo dire come la paternità biologica e quella teatrale sia vissuta in un ambiente di «gelo», così come lo pronunciò Eduardo. Il gelo del teatro, in cui si può leggere una certa solitudine, nel quale crebbe il compianto Luca De Filippo, è il medesimo in cui vivono i figli teatrali di Eduardo le loro irripetibili vite. Eduardo De Filippo o il padre attore/autore Il problema posto da A-Medeo consente anche di riflettere su una questione che può ampliarsi come i cerchi in un lago, scagliata una pietra: i “figli” di Eduardo sono figli dell’attore o dell’autore? È indubbio che nella fictio scenica esiste un profondo rapporto fisiologico tra padre e figlio, ma i Tommaso e le Ninuccia Cupiello, gli Amedeo Jovine, i Vincenzo De Pretore, o i figli non nati, ma potenziali, come in Sik Sik l’artefice magico, sono figli di Eduardo De Filippo autore, prima che attore. E in quanto figli, anch’essi hanno conosciuto, vissuto e sofferto quel gelo che li raccoglie nel segno del teatro. E figli di Eduardo sono anche i tanti attori, e autori, che con lui si sono misurati. In ognuno dei figli teatrali di Eduardo batte il cuore di Eduardo; un cuore che continuerà a battere, come egli disse a Taormina, «anche quando si sarà […]

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Food

La pizza verace napoletana e i nuovi PerCorsi Veraci

All’insegna della pizza verace napoletana è presentata in data 4 aprile 2017 la nuova offerta formativa per pizzaioli professionisti. Il prossimo 17 aprile avrà inizio PerCorsi Veraci, masterclass ideata dall’Associazione Verace Pizza Napoletana. Tra i docenti, gli chef stellati Michelin Paolo Gramaglia, Lino Scarallo, Gianluca D’Agostino e Alfonso Crisci (chef docente del Gambero Rosso). La pizza verace napoletana nell’identità culturale della Campania Dal dicembre 2017 la pizza verace napoletana, e con essa l’arte pizzaiola è entrata a far parte del patrimonio immateriale dell’Unesco. Si tratta di un traguardo importante che ha fissato nel tempo non tanto il prodotto culinario, quanto la storia e tradizione, in una parola l’identità di uno degli elementi identificativi della cultura napoletana: la pizza verace. Questo è uno degli aspetti su cui si è soffermata la conferenza stampa volta a presentare i nuovi PerCorsi Veraci, dedicati ai pizzaioli di professione al fine di caratterizzarne la maggiore coscienza nei confronti di quell’opera d’arte culinaria che è la pizza. L’Associazione Verace Pizza Napoletana ha così promosso tale offerta formativa (che avrà inizio il prossimo 17 aprile a Napoli presso la sede dell’associazione in Via Capodimonte 19) tenendo ben presente il contesto turistico economico e culturale attuale: differenziandosi dalla concezione della pizza verace come semplice marchio pubblicitario, Antonio Pace (Presidente Associazione Verace Pizza Napoletana) ha espresso la volontà di trasmettere la coscienza della pizza da parte dei pizzaioli. Il comprendere come la pizza sia fatta, capirne i gesti di preparazione, i tempi e le esigenze del prodotto per insaporirsi, comporta il comprendere a fondo i prodotti utilizzati. Preparare una pizza non vuol dire saper svolgere meccanicamente i gesti, ma conoscerne i singoli ingredienti. Di qui si snoda il progetto Scegli Napoli, rivolto a ristoranti e pizzerie che, al fine di salvaguardare la tipizzazione dei prodotti regionali, si impegnano ad acquistare esclusivamente prodotti campani per la preparazione della pizza. La pizza napoletana non è tale semplicemente perché fatta a Napoli; ma perché, grazie i suoi ingredienti, è estensione della terra lieta della Campania Felix. In questo modo una semplice pizza diviene veramente pizza verace. Questo discorso che si inserisce nel solco di un ritorno cosciente e coscienzioso al settore primario, è funzionale inoltre allo sviluppo del settore turistico. Le festività pasquali hanno visto Napoli come terza città, dopo solo Roma e Venezia, come città più visitata d’Italia, e tra le bellezze artistiche e architettoniche anche il turismo gastronomico trova giustamente il suo spazio. Sviluppo territoriale e culturale, dunque, si identificano come obbiettivi dell’attività dell’Associazione Verace Pizza Napoletana. La Casa de Rinaldi e la pizza verace napoletana Alla conferenza stampa per la presentazione di PerCorsi Veraci è seguito l’attesissimo buffet che, grazie alla cucina del ristorante-pizzeria-hamburgeria Casa de Rinaldi (via Sementini, Rione Alto, Napoli), ha coronato il senso del progetto Scegli Napoli. Tra prodotti caseari e salumi, rustici e quiches, sia di salumi che ortaggi, i prodotti della Casa de Rinaldi hanno accompagnato gli astanti verso la protagonista dell’incontro, la pizza verace napoletana. La pizza, di alta qualità, presentava una fattura con […]

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Libri

Emma, 1876 (Fazi Editore): gli USA secondo Gore Vidal

Con il romanzo Emma, 1876 prosegue l’attività editoriale da parte di Fazi Editore che la vede impegnata, tra l’altro, nella traduzione e pubblicazione dell’opere di Gore Vidal. Dopo la pubblicazione di Giuliano (2017), romanzo storico incentrato sulla vita, il pensiero e la politica dell’imperatore romano del IV secolo D.C. (il cui regno andò dal 360-363) e dopo L’età dell’oro (2017), ultimo dei sette romanzi della serie Narratives of Empire che, nell’intenzione dell’autore, ha lo scopo di narrare la nascita, lo sviluppo e in qualche modo il declino della potenza economica e politica degli Stati Uniti d’America; Fazi Editore pubblica la traduzione di 1876 (titolo originale), in cui si narrano delle elezioni politiche degli Stati Uniti d’America nel 1876, a cento anni dalla loro fondazione. Emma, 1876: il contesto storico  L’intento polemico di Gore Vidal si nota a partire dal contesto della prima edizione americana di 1876. Il romanzo è infatti pubblicato in America per la prima volta nel 1976, a duecento anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America e a cento anni dal contesto storico in cui è ambientato il romanzo stesso. Lo sfondo storico su cui si muovono i personaggi è la New York delle elezioni politiche presidenziali del 1876 che vedono fronteggiarsi l’esponente del partito democratico Samuel J. Tilden (1814-1886) e quello del partito repubblicano, Rutherford B. Hayes (1822-1893). Grazie ad alcuni intrighi politici quest’ultimo verrà eletto come nuovo presidente nonostante la minore affluenza di voti rispetto all’avversario democratico. Nella scelta di questo scottante tema sembra prendere forma l’idea di Vidal per cui, in una concezione fortemente pessimistica della politica statunitense passata e presente, l’orgogliosa e patriottica celebrazione del centenario della proclamazione della Repubblica Americana sia una vana nebbia che copre la corrotta realtà dei fatti avvenuti. Emma, 1876 nella traduzione di Silvia Castoldi: il titolo Come si è accennato, il titolo originale del libro in questione era 1876. L’affiancamento alla data del nome di Emma Schuyler, figlia del protagonista del romanzo, il giornalista Charles Schuyler, sotto il cui punto di vista si snoda la narrazione, può essere il risultato dell’idea di intitolare il romanzo a uno dei protagonisti principali; al fine di mostrare l’intera vicenda attraverso il suo punto di vista. In questo senso, si assiste in apertura del romanzo al ritorno di padre e figlia a New York. Charles, esponente filo democratico, ritrova dopo anni una città completamente cambiata rispetto ai suoi ricordi, e Emma, nata in Europa e vedova di un principe parigino, comincia a muoversi negli ambienti intellettuali e sofisticati dell’epoca. Ciò permette di svelare al lettore quelle che erano, e che secondo Vidal sono ancora, le fallaci idee su cui si fonda la cultura e la politica di un paese. Da questo si può evincere nell’idea di Vidal come si passi dal particolare all’universale, dalla storia dei singoli alla storia di tutti e che la Storia del passato è specchio di quella presente. Verità e finzione storica in Emma, 1876 In Emma, 1876, così come anche negli altri romanzi storici, Gore Vidal unisce personaggi reali, […]

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Libri

L’Anticristo secondo Solov’ev nei suoi tre dialoghi (Fazi Editore)

Recensione dei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev (Fazi editore, 2017): la verità “al di là del bene e del male” Dare alle stampe un libro quale I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev (1853-1900) da parte della casa editrice Fazi può essere vista come un’operazione provocatoria, oltre che divulgativa. Se, in generale, è nelle corde di Fazi editore la missione di diffondere in Italia la voce di intellettuali stranieri come Gore Vidal (et alia), la pubblicazione dei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo può essere considerato come un atto volto a suscitare una certa polemica. Considerando l’idea sottostante l’intero libro, che ruota intorno la concezione di verità e menzogna in materia religiosa riflessa nella vita quotidiana, l’intento di Fazi editore sembra quello di voler innescare nella mente il dubbio; un dubbio coerentemente costruito allo scopo di poter fornire un metro di giudizio sulla propria identità di individuo religioso e individuo laico. Verità e menzogna: i Dialoghi di Solov’ev Vladimir Solov’ev intende la verità religiosa come la genuina manifestazione del credere in qualcosa di trascendente scevra da costruite sovrastrutture che nel tempo ne vadano a modificare e quindi a tacere il messaggio primigenio. È possibile dedurre come per Solov’ev la menzogna discenda genealogicamente dalla verità arcaica, storpiata nel corso delle epoche, andando così al di là di una manicheistica concezione del bene e del male. Le azioni, le decisioni degli uomini ha ragione di fondarsi, dunque, non su una rappresentazione che l’uomo stesso ha del bene e del male, su quella unica e verace che risiede nell’intelligenza divina. Per Solov’ev, inoltre, la verità di Dio diviene correlativo oggettivo della giustizia universale che valica gli ostacoli di una morale artefatta e fatta di sillogismi. A titolo di esempio si legga nel Primo dialogo la narrazione del Generale (pp. 25-27), in cui oltre la sottigliezza del teologo si arricchisce del nitore dello scrittore. Nel narrare le vicende della Guerra Turca del 1877, il Generale rievoca l’orrendo spettacolo delle torture perpetrate dalle tribù ottomane ai danni dei villaggi inermi e il fervore per aver massacrato i sacrileghi ottomani adempiendo alla volontà divina che non manifestava pietà verso chi non l’aveva provata. A una tale visione delle cose si contrappone, poi, la figura del Principe, che fonda il suo «ottimismo morale» (p. 29) su una concezione alienata della parola di Dio, rimproverando al Generale la mancata sepoltura offerta ai morti ottomani. Emblematica è la risposta del Generale: «Ma insomma, decidetevi! Prima dite che una persona malvagia è come una bestia irresponsabile, mentre ora, secondo voi, un basci-buzuk che si mette ad arrostire un bambino può rivelarsi un buon ladrone evangelico! E tutto questo soltanto per non sfiorare il male in alcun modo, neanche con un dito. Secondo me, invece, non è importante che in ogni persona ci siano germi sia del male sia del bene, ma quale dei due domini sull’altro» (p. 28). Oltre queste affermazioni comunque tendenziose, si può leggere il pensiero di Vladimir Solov’ev per cui la […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Chiesa del Real Monte Manso e il velo di Cristo

Per la sua varietà di gioielli culturali Napoli può essere considerata un vero e proprio museo, e, come ogni museo, contiene tesori che sono celati a una prima occhiata, tesori come la Chiesa del Real Monte Manso di Scala. La Chiesa del Real Monte Manso, contenente la scultura del Cristo Svelato (commissionato nel 2010 e inaugurato nel 2011) di Giuseppe Corcione, è l’attuale sede della Istituzione del Real Monte Manso fondata nel 1608 da Giovan Battista Manso, illustre mecenate del XVII secolo che, tra l’altro, oltre a essere nominato esecutore testamentario di Giovan Battista Marino (nonché destinatario di sue numerose epistole), fu dedicatario dell’ultimo dei Dialoghi di Torquato Tasso, Il Manso overo de l’amicizia (1592) e autore della prima biografia del poeta sorrentino (Vita di Torquato Tasso, 1621) e di un volume di dialoghi di stampo tassiano (Erocallia, 1528). L’importanza della Chiesa del Real Monte Manso risiede nella costruzione al terzo piano del Palazzo d’Afflitto, proiettandosi al di sopra della Cappella San Severo, sede del mausoleo del principe massone Raimondo di Sangro e della scultura del Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino. Ciò è stato messo in luce durante la doppia visita guidata tenuta da Maria Girardo, storica dell’arte e presidentessa dell’associazione Megaride, che ha avuto come punti di interesse la Cappella San Severo e la Chiesa del Real Monte Manso. Il velo di Cristo alla Chiesa del Real Monte Manso Nella visita alla Cappella San Severo, Maria Girardo si è soffermata sull’importanza della doppia lettura dei simboli presenti nella Cappella espressi con un linguaggio contemporaneamente iconografico e iconologico di sculture, dipinti e affreschi. Circa la Cappella, che si fonda sulla base della chiesa secentesca dedicata a Santa Maria della Pietatella, Raimondo di Sangro ne trasformò nel 1740 la struttura decorativa per dar forma al suo progetto: realizzare un luogo di sepoltura dei suoi antenati e dei suoi successori e luogo di celebrazione della cultura massonica. Si tratta di una concezione illuminata della cultura, in quanto grazie alla simbologia da lui personalmente pianificata intendeva esprimere il messaggio di una forma di pensiero scevra da condizionamenti, in grado di adombrare la popolare ignoranza. Si potrebbe parlare di un senso , se non anagogico delle opere d’arte volute da Raimondo di Sangro. Testimoni di questa volontà sono per esempio il grande affresco della Gloria del Paradiso, o della famiglia di Sangro realizzato da Francesco Russo sul soffitto della Cappella, in cui si mette in evidenza la Sacra Colomba recante il simbolo triangolare, caro alla tradizione religiosa in quanto significante la trinità, ma contemporaneamente identificativo del Principe massone a cui gli affiliati devono tendere religiosamente. Circa le sculture, Maria Girardo ha posto la sua attenzione sulle sculture di Antonio Corradino (artista precedentemente impegnato presso la corte austriaca), tra le quali La Pudicizia e Il Disinganno di Francesco Queirolo, poste rispettivamente ai lati sinistro e destro dell’altare maggiore, oltre che sullo straordinario Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino. La Pudicizia (dedicata alla madre) rappresenta le delicate fattezze di una matrona ricoperta da un velo, un […]

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Libri

L’età dell’oro: la storia occulta secondo Gore Vidal

Si deve a Fazi editore la possibilità di vedere tradotto in Italia il romanzo L’età dell’oro dell’intellettuale americano Gore Vidal (1925-2012). Dopo Giuliano, con L’età dell’oro (trad. it. Luca Scarlini, Roma, Fazi, 2017) Fazi editore dà il via alla pubblicazione del romanzo storico di Vidal con l’ultimo dei sette romanzi della saga Narratives of Empire (in ordine: Burr, Lincoln, Il candidato, Impero, Hollywood, Washington D.C., L’età dell’oro). Narratives of empire racconta, attraverso contraddizioni e fenomeni sociali, la nascita e l’ascesa dell’America a prima potenza mondiale. L’età dell’oro di Gore Vidal, ovvero la storia come propaganda L’età dell’oro di Gore Vidal si apre con una nota profondamente ironica e polemica, tipica della personalità dell’intellettuale americano. Per comprendere ciò è necessario storicizzare questa sorta di incipit del romanzo: 4 novembre 1939. Poco meno di due anni prima dell’entrata in guerra dell’America in seguito all’attacco di Pearl Harbor da parte dei giapponesi (7 dicembre 1941). Nelle pagine di Vidal si percepisce il clima di tensione che divide un paese isolazionista ma con faville di interventismo. A farsi portavoce di tali idee sono esponenti della politica americana del tempo, ma la ironia, si diceva, la vena polemica, si esprime in una nota amara nel momento in cui, sulla base dell’opinione pubblica, della Democrazia, il potere politico afferma che “la gente fa sempre come gli si dice. Non hanno scelta” (p. 24). Emerge in questa frase la chiave di lettura dell’intero romanzo che si fonda sull’idea di una libertà, per così dire, assente del popolo americano, influenzato e quindi manovrato dal potere politico. In L’età dell’oro Vidal mette in mostra la sua idea dell’anti-democraticità del governo americano andando così a definire anche una pessimistica concezione della Storia. La Storia, difatti, si costituisce delle cause e degli effetti delle azioni degli uomini tutti; diversamente, per Vidal, la Storia risulta essere un concetto inafferrabile per il popolo in quanto manovrato dai poteri alti. Si può quindi giungere ad affermare che la storia, nel caso specifico dell’America (secondo il progetto di Narratives of empire), non è vera, ma è riflesso di una realtà sapientemente simulata e manipolata. Tutto questo si evince in particolar modo alle pagine dedicate da Vidal ai momenti relativi all’attacco a Pearl Harbor da parte dei giapponesi. L’America, secondo le disposizioni del presidente Franklin Delano Roosevelt (alla vigilia del suo quarto mandato), sarebbe entrata in guerra solo in seguito ad un attacco. Vidal esprime come attraverso l’ultimatum proposto dal segretario americano Cordell Hull, la così detta Hull note (26 novembre 1941, p. 30) l’America avesse praticamente fornito al Giappone la prospettiva di attaccarla. In altre parole, secondo Vidal, la Casa Bianca si aspettava un attacco da parte dei giapponesi, salvo poi presentarlo al pubblico come inaspettato, il quale necessariamente doveva avere come reazione degli statunitensi la guerra. Dalla resa incondizionata del Giappone in seguito alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), ebbe poi inizio la propaganda anticomunista della Guerra fredda. Tutto questo, per Vidal, pone le basi della potenza dell’impero americano: un impero […]

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Teatro

“Semi” al Sancarluccio: le parole e l’incomunicabilità

Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico, in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dall’ 11 al 14 gennaio, è uno spettacolo di e con Marina Cioppa e Michele Brasilio, prodotto da Vulìe Teatro. In Semi si riflette sul senso dell’amore, per così dire, postmoderno, in cui l’individualismo dei due membri del rapporto di coppia, elemento su cui si concentra lo spettacolo, scardina dall’interno l’istituzione famiglia di tipo matriarcale risolvendosi in una forzata convivenza. Al Sancarluccio lo spettacolo Semi, o la coppia postmoderna Lo spettacolo Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico si concentra su quello che può essere un possibile spaccato di vita quotidiana. I due protagonisti del testo, Claudia (Marina Cioppa) e Ugo (Michele Brasilio) si ritrovano a “metter su” tutta una serie di azioni e comportamenti ricorrenti e, talvolta, “meccanici” nei confronti l’uno dell’altra. Si tratta di azioni e comportamenti che si generano da un rapporto di convivenza forzata che porta alla dimenticanza dell’antica freschezza del rapporto sostituendo, come è detto nello spettacolo, «l’abitudine all’intimità». La riflessione di Semi pone dinanzi lo spettatore la odierna fragilità del rapporto di coppia che non si nutre di sé stesso, ma di stimoli esterni che cozzano con l’individualità dell’uno o dell’altro partner. L’identità di una coppia si sgretola, di fronte alle singole identità dei sui componenti, evidenziando in limine del rapporto la manca coesione. Attraverso indugi e riprese, la drammaturgia fonda il suo centro sui dialoghi dei due protagonisti. Si tratta però di dialoghi che non sanno comunicarsi e ascoltarsi. Infatti, nello scambio di parole, a emergere è il grande silenzio emozionale che regna talora nella coppia postmoderna. Marina Cioppa e Michele Brasilio attraverso le battute del testo, le scelte di regia e le tecniche recitative adoperate mettono così in mostra quelli che sono i due grandi nemici dell’amore: l’incapacità di comunicazione la superficialità verso l’altro e anche l’incoscienza di sé, del sé profondo. E non si parla solo di amore platonico, evocato e suggerito dal sottotitolo dello spettacolo, o meglio, l’amore platonico non è solo punto di partenza di Semi: se manca amore vero, non c’è possibilità di amore platonico. Dal punto di vista scenico, l’ambiente quotidiano proposto rappresenta una scena quotidiana in senso minimalista, incorniciato da un disegno luci che riflette i momenti cruciali della drammaturgia. Importante nelle scelte registiche, tra l’altro, l’apertura dello spettacolo con la canzone Nessuno mi può giudicare di Caterina Casella che fornisce alle soglie il senso di seguito espresso.

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Interviste

“Semi”: intervista a Marina Cioppa e Michele Brasilio

Dal giorno 11 al 14 gennaio 2017 il palcoscenico del Nuovo Teatro Sancarluccio ospita lo spettacolo Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico di Marina Cioppa e Michele Brasilio e prodotto da Vulìe Teatro. Dal titolo si evince come esso affronti la tematica conflittuale tra uomo e donna. Si tratta di un conflitto che nasce, piuttosto che da una fisiologica differenza tra uomo e donna, da quella difficoltà comunicativa che si instaura in generale tra gli individui. La riflessione che in Semi si pone circa rimpianto per l’amore platonico, un tipo di affetto, cioè, che si nutre di se stesso senza chiedere nulla in cambio all’oggetto del desiderio, sembra mirare, inoltre, all’analisi di quel profondo individualismo che regna nella realtà contemporanea. Semi: tra amore e rapporto di coppia al giorno d’oggi. Due chiacchiere con Michele Brasilio e Marina Cioppa Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico è un titolo che porta alla mente la complessità del rapporto di coppia nell’epoca contemporanea. Parlateci dello spettacolo. Marina Cioppa: Complessità è un eufemismo in questo caso. Il rapporto di coppia dei protagonisti Ugo e Claudia è una gara da giocarsi sempre in zona Cesarini, un continuo andirivieni di battute, in perenne contrasto e il finale spiega in parte il motivo. Michele: Il ritmo col quale procedono i dialoghi è molto sostenuto e in qualche modo rimanda alla velocità con la quale oggi si instaurano rapporti e alla superficialità nell’ascoltarsi. Come siete giunti all’idea del rimpianto del cosiddetto amore platonico e cosa intendete con questa locuzione? Marina Cioppa: La conclusione alla quale siamo giunti in ultima fase di scrittura è stata proprio che se l’amore fosse platonico sarebbe più semplice e non ci sarebbe necessità di coabitazione e di condivisione di nessun tipo. Molte problematiche troverebbero esaurimento, oggi invece l’esaurimento è clinicamente diagnosticabile in molti casi. Mettere in scena una tematica così attuale come rapporto di coppia comporta una forte adesione alla realtà. Quanta vita quotidiana prende, appunto, vita in Semi? Michele Brasilio: Tutta. Praticamente tutta. In semi ci sono dialoghi e situazioni che abbiamo osservato, immagazzinato, appuntato e persino vissuto. In Semi è ovviamente esasperato il concetto di coppia, dato che al teatro serve esattamente questo. Quali sono, dal punto di vista registico, i linguaggi con cui vi esprimete in Semi? Michele Brasilio: Dal punto di vista registico ho preferito lasciare spazio alla drammaturgia, pur trattenendo uno stile cinematografico che credo fotografi al meglio la relazione di coppia per come la intendiamo. Per noi è stato molto più importante far nascere il “gioco” tra i due attori (e di conseguenza tra i due personaggi) senza inondare lo spettacolo di spunti concettuali anche visivi. Cos’è cambiato nel rapporto di coppia con il passaggio dal Secondo al Terzo Millennio? Michele Brasilio: Credo che a un certo punto si necessitasse di una modifica antropologica, nella stessa misura in cui ci si lasciava alle spalle l’idea del piccolo spazio, del paesino, del quartiere come unico spazio scibile. Così anche la coppia ha avuto bisogno di rinnovare la sua posizione storicamente convalidata. […]

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Libri

“Napoli 1799”. Saggio sulla rivoluzione partenopea di Ciro Raia

La rivoluzione napoletana e Napoli 1799 Napoli 1799. Fin dal titolo del suo libro, Ciro Raia definisce le coordinate spaziali e temporali che ne costituiscono la materia. Napoli 1799. Un sogno di libertà (Napoli, Alessandro Polidoro Editore) definisce anche nel sottotitolo la caratterizzazione degli eventi a cui si riferisce. La Rivoluzione partenopea è un ‘sogno’, e come tale va intesa nel suo senso etimologico: di breve durata, effimera, che pone i protagonisti in un mondo “altro”, un mondo ancora ideale che si scontra con la caotica realtà dei fatti. Napoli 1799: il tempo e la storia della Rivoluzione partenopea del 1799 Le intenzioni di Ciro Raia in Napoli 1799 si evincono alle soglie del saggio, in particolare nella dedica e nell’epigrafe: «Ai giovani cittadini studiosi». A queste parole di Nicola Fiorentino, come ricorda Raia, avvocato e professore di matematica giustiziato nel dicembre del 1799, corrispondono le parole di Vincenzo Cuoco: «La memoria del passato deve essere per ogni uomo, che non odia la patria e se stesso, il più forte stimolo per amare il presente». Napoli 1799, oltre a essere un saggio storico, è un monito e un memento alle giovani generazioni al fine di preservare la memoria del passato e definire la propria identità politica e morale. Si tratta di un fine pedagogico che tenta di raggiungere il suo obbiettivo attraverso la narrazione di cause ed effetti che hanno generato gli eventi della breve vita della Rivoluzione partenopea del 1799. Attraverso una prima analisi sociale e storica della Napoli degli anni 1792-1799, si pongono le premesse per chiamare in causa i personaggi principali della storia della Rivoluzione Napoletana. Dalle pagine di Raia relative agli anni precedenti alla Repubblica Partenopea emerge il carattere di un evento storico prossimo e inevitabile a causa di continue azioni e reazioni suscitate dalle idee giacobine francesi tradotte a Napoli. Figure come il “Re Lazzaro” Ferdinando IV o la regina Maria Carolina d’Austria e il generale francese Championnet, campione delle idee rivoluzionarie francesi, diventano emblemi di pensiero che nella mente di intellettuali come Renato Serra o Eleonora De Fonseca Pimentel si scontrano, nella speranza di veder sfavillare il lume repubblicano. Il racconto e la storia in Napoli 1799 In merito alla scrittura, fatti e personaggi prendono forma in una narrazione che a mano a mano costruisce dapprima lo scenario entro il quale si collocano le vicende e il tempo in cui esse avvengono, e in seguito vengono delineati i profili dei personaggi che vi presero parte, come nel caso ad esempio dei capitoli dedicati ai monarchi partenopei o il liberatore Championnet, intrecciando storia e aneddotica al fine di definire delle personalità a tutto tondo. Si delineano tutti i passaggi che determinarono le circostanze politiche, militari e sociali della nascita della Repubblica partenopea. Intessuto nel racconto è inoltre presente un elemento cardinale per comprendere quelli che erano gli umori portati dal vento rivoluzionario: sono infatti di frequente riportati versi che al tempo circolavano tra il vulgus e che aiutano a comprenderne l’orientamento. Si tratta di una vox populi che […]

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Interviste

Il TRAM fra passato e presente: intervista a Mirko Di Martino

Entrare al TRAM (Teatro Recitazione Arte Musica) significa addentrarsi nel cuore di Napoli. Le sue scalinate, illuminate da luci soffuse, discendono nella terra fino a portare lo spettatore nell’anima del teatro. Ad accoglierci è il Direttore artistico e fondatore della compagnia del Teatro dell’Osso Mirko Di Martino, che ci ha spiegato quale sia l’idea portante del TRAM: una linea che riesca a coniugare insieme drammaturgia e memoria popolare con un certo sperimentalismo, che sappia farsi comprendere dal pubblico. In particolare, la drammaturgia di Di Martino affronta temi quali la memoria e l’identità dei suoi personaggi attraverso uno scavo profondo della loro coscienza, i quali diventano pretesti per analizzare tematiche universali. Accanto a questo tipo di approccio vi è anche una certa forma di sperimentazione, allo scopo di proporre nuovi linguaggi fruibili di comunicazione, di cui è felice esito la rassegna da lui stesso ideata Vissi d’Arte, che coniuga teatro e arti figurative, e il cui più recente risultato è stato lo spettacolo Explodin Plastic Wharol, che ha aperto magnificamente questa seconda stagione del TRAM. Il TRAM di Mirko Di Martino: le diverse scelte drammaturgiche Nella tua biografia artistica si articola in un passaggio biunivoco dalla drammaturgia alla direzione teatrale. Raccontaci se e come la direzione artistica del TRAM abbia influito sulla tua scrittura drammaturgica. È vero che l’apertura del TRAM ha influito sulla scrittura drammaturgica perché per la prima volta ho avuto l’occasione di pensare a uno spettacolo, in particolare Exploding Plastic Wharol, che è nato appositamente per questo posto. Fino a quel momento i miei spettacoli erano legati a quelli che erano i miei interessi generali, o alle possibilità produttive, o all’interesse del Teatro dell’Osso, ma non al luogo specifico. Nel momento in cui abbiamo per la prima volta pensato a uno spettacolo che doveva nascere qui e stare qui per un certo periodo di tempo, siccome il TRAM ha anche una struttura abbastanza particolare, proprio come edificio teatrale, allora c’è stata un’influenza non tanto nella scelta del tema, ma sull’idea dello spettacolo che sarebbe dovuto nascere. Non influisce ovviamente tanto sullo stile, né sui temi, ma certamente influisce invece sull’idea di un testo che viene pensato già per un certo tipo di allestimento. In particolare Wharol è stato pensato e scritto proprio per essere messo in scena in quel modo che ha suggerito il TRAM stesso. Difficilmente potrebbe essere messo in scena in un’altra maniera e anche, con certe difficoltà, in un altro posto, in quanto è nato esattamente qui. Più in generale, il fatto di avere la direzione artistica influisce sulla scrittura, dovrei dire in maniera negativa, nel senso che lascia meno tempo per la scrittura, ed è difficile conciliare le due cose perché scrivere è un’attività a tempo pieno; anche perché raramente capita di iniziare a scrivere un testo di cui si è convinti fin dall’inizio, se è già quello che si vuol fare. In genere, è più una ricerca. Si comincia da un’idea, se ne valutano tante, se ne abbandonano tante altre, ci si torna su, […]

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Teatro

Pane Nostro di Andrea Cappadona: la prigione della realtà

È andato in scena dal 14 al 17 dicembre al teatro TRAM di Napoli lo spettacolo Pane Nostro, scritto e diretto da Andrea Cappadona, e interpretato da Rosario Mastrota. Pane Nostro è il racconto amaro di un panettiere calabrese naturalizzato al nord Italia la cui vita viene stravolta dalla ‘ndrangheta. Un racconto di sopportazione e furia che portano il protagonista Giuseppe a rimanere imprigionato dalla giustizia, o quella che egli crede la propria giustizia. Pane Nostro: la follia della giustizia Pane Nostro mette in scena il dramma che si scatena a partire nella vita reale e che si introietta nella psiche umana. Per comprendere questa “visceralità” propria di questa drammaturgia, deve essere analizzato l’iter di Giuseppe: panettiere da due generazioni e da due generazioni naturalizzato a Milano, il calabrese vive in una sorta di mondo idillico costituito dalle cicliche azioni necessarie all’arte di fare del buon pane. Si tratta, dal punto di vista di Giuseppe, di una forma d’amore verso quelli che chiama i suoi “figli”, ovvero il suo pane. Questo tipo di amore si fonde, inoltre, a quello per una donna, Lisetta, a cui in questo senso egli dedica l’invenzione di una nuova ricetta di pane che porta il suo nome. Questo il mondo di Giuseppe. Il dramma inizia a sciogliersi quando egli, inconsapevolmente, entra a contatto con i criminali che cominciano a imporgli il pizzo, a cui egli si vede costretto a cedere. Nel monologo di Giuseppe si vede gradualmente sgretolarsi quel mondo fanciullesco in cui credeva di vivere, fino alla rivelazione da parte degli strozzini del fatto che, come lui ora, anche il padre e il nonno sottostavano a quella imposizione. Così tutto perde senso agli occhi del panettiere, in una serie di momenti scanditi da un disegno luci che, coerentemente col dramma, appesantisce la scena, in un certo senso anticipando la rivelazione dell’atto finale. La tragedia, l’atto ferino, si manifesta quando la crudezza del mondo reale interferisce e stravolge quello ideale. All’ennesima riscossione, i due strozzini giungono a straziare quei pani che Giuseppe aveva amorevolmente inventato per l’amata Lisetta. Cieco d’ira, Giuseppe uccide i due criminali e, per sbarazzarsi dei cadaveri, prima li cuoce nel forno in cui egli cuoceva il pane e poi impasta i resti con la farina per farne dei panettoni da rivendere. L’atto bestiale diventa così l’esito della distruzione di un mondo “altro”, e che si traduce nella formulazione di una giustizia personale e distorta. Ecco che si ha la conferma di ciò che lo spettatore sospettava da tempo: il monologo di Giuseppe proviene dal fondo di una cella, spiegando così le ragione di una scenografia (curata da Marco Foscari) giustamente spoglia e arida. Ma se la “giustizia” di Giuseppe è frutto di un atto bestiale, altrettanto distorta appare quella dello Stato che punisce soltanto il povero panettiere, in quanto, come egli amaramente sostiene, «il sistema non si ferma, riparte… Anzi, continua…». Pane Nostro, oltre a farsi racconto realista di un dramma personale e collettivo, analizza con occhio arido il sistema di una società […]

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