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Eroica Fenice

Culturalmente

La Madonna dell’Arco: le bestemmie, i miracoli e il culto

Madonna dell’Arco, la storia di un culto Tra i diversi nomi con cui ci si riferisce alla Madonna dell’Arco, soprattutto tra cittadini locali, figura quello di Pupata (in napoletano, aggettivo che generalmente indica una “bella fanciulla” o meglio “figliola”). Il motivo di questo nome della Madonna dell’Arco, che in un certo senso sembra coniugare quel sentore di religiosità popolare misto di elemento sacro ed elemento profano, risiede nell’immagine stessa, il cui volto è raffigurato con fattezze vaghe e leggiadre. Si può notare, però, una macchia scura, quasi un livido sulla gota sinistra, che deturpa l’angelico viso della Santa Mamma; e quel livido è alla base dell’adorazione e della nascita del culto della Madonna dell’Arco. La Madonna dell’Arco: le bestemmie, i miracoli e il culto Il nome della Madonna dell’Arco può ascriversi al luogo in cui l’effige raffigurante la Madonna col Bambino era posta: essa si trovava presso un’area in cui sorgeva uno degli acquedotti di epoca romana, a quel tempo costruiti all’aria aperta e sorretti da ampi archi. Orbene, si narra che il Lunedì dell’Angelo dell’Annus Domini 1450, in uno scatto d’ira, un giovane, bestemmiando per aver perduto al gioco della pallamaglio, scagliò la sua pallina contro la Vergine. La sorpresa e lo sgomento furono tali nel constatare il sanguinamento dell’effige nel punto in cui era stata colpita. La notizia volò fino alle autorità religiose e amministrative, che condannarono il bestemmiatore a morte per impiccagione vicino l’edicola votiva. Il pendente scarnificò e decompose nell’arco di una sola giornata. Numerosi, ancora oggi, sono i miracoli di tal genere legati alla immagine della Madonna, che in disparati luoghi del mondo la si vede sanguinare per via dei peccati dell’uomo o per presagio di eventi infausti. È però più precisa la leggenda della Madonna dell’Arco legata ad Aurelia Del Prete.  Da Sant’Anastasìa (di cui Madonna dell’Arco è la frazione maggiore) ella si recò col marito presso l’edicola il Lunedì in Albis del 1589 per tributarle un ex voto per l’avvenuta guarigione degli occhi del consorte. Portava inoltre con sé un maialino, che, nel trambusto di fedeli, dovette sfuggirle di mano. Nel parapiglia che venne a crearsi ella bestemmiava e, sfuggitole il suino, in preda all’ira, calpestò l’ex voto che quelli recavano. A distanza di un anno, Aurelia Del Prete fu colpita da una malattia ai piedi, che nell’arco di poco tempo provocò la loro separazione, allontanandosi dalla legittima proprietaria. La donna morì, ma i suoi piedi possono ancora oggi vedersi nel santuario che fu di lì a poco innalzato, e che fungono da monito ai bestemmiatori contemporanei. La fama del prodigio si diffuse anche al di fuori del Regno di Napoli, e di certo in un primo momento la fede verso la Madonna dell’Arco dovette procedere incontaminata dai tentativi ecclesiastici di propagandare il culto, come testimoniano diversi resoconti dei miracoli, realizzati in anni di molto successivi, in cui non si fa alcun riferimento alle forme devozionali (Il Sacro Campidoglio del Rossella, 1653; L’Arco Celeste di Ayrola, 1688; Lo Zodiaco di Maria di Montorio, […]

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Culturalmente

Versi della metrica italiana: poesia e ritmo

La scelta particolare della forma poetica fra i versi della metrica italiana dipende sia dal contesto storico dello scrivente sia dalla sua sensibilità. Considerando il periodo del Tardo Medioevo, animato dalla poetica dei Dante, Petrarca e Boccaccio, risulta impossibile, ad esempio, ritrovare un componimento scritto in endecasillabi sciolti rispetto alle forme metriche (in ordine di importanza all’epoca) della canzone, della ballata o del sonetto. Questo perché, si pensa, la poesia italiana delle origini, subendo il notevole influsso della lirica provenzale, abbia almeno inizialmente mantenuto uno stretto rapporto con la musica di accompagnamento, perduto nel tempo, ma testimoniato da alcuni manoscritti recanti poesie che a piè di pagina riportavano una antica forma di scrittura musicale. Non a caso, inoltre, la nomenclatura tre forme della metrica italiana prima citate si riferiscono a un campo semantico prettamente musicale. Il suono, le pause, e quindi la versificazione rivestono un ruolo preponderante nella poesia di ogni tempo; difatti è facile riscontrare nei poeti una certa forma di sperimentalismo fino a definire personalissime forme di metrica e verso. I versi della metrica italiana: un rapido sguardo In particolare, è possibile definire il verso come un segmento di discorso organizzato secondo determinate regole, che, nella versificazione tradizionale, corrispondono alla misura delle sillabe e la consecutio degli accenti. Esso prende il nome dal numero di sillabe (rilevate attraverso il riconoscimento anche di figure retoriche del significante come sinalefe e dialefe). Il numero di sillabe non è, però l’unico discrimine: nelle varie tipologie di versi esistono, infatti, determinate regole di accentazione fissa che ne chiarificano l’identità. Fra i versi della metrica italiana, quello in assoluto più famoso è l’endecasillabo, discendente dal décasyllabe di area francese e provenzale: un verso che abbia sempre come sillaba tonica almeno la decima. Generalmente, un endecasillabo si dice canonico quando, oltre la decima, sono toniche anche la quarta  (endecasillabo in a minore) e/o sesta sillaba (endecasillabo in a maiore); in questo senso, il verso è diviso in due “porzioni”, dette emistichi, a seconda degli accenti fissi. Di là, però, da questi, l’endecasillabo reca in sé grande varietà accentuativa. Si veda, ad esempio, Dante: Nel mèzzo del cammìn di nòstra vìta (Inf., I, v. 1) Qui il verso, che appare grave e faticoso così come è il cammino del personaggio-poeta nel primo dei tre regni, presenta quattro sillabe toniche, con accentazione fissa su sesta e decima (endecasillabo in a maiore), e accento mobile caduto, in questo caso, sulla seconda e l’ottava sillaba. Oppure: riprési vìa per la piàggia disèrta (Inf., I, v. 29) In qui gli accenti fissi risultano cadere sulla quarta e la decima sillaba (endecasillabo in a minore); quelli mobili sulla seconda e la settima sillaba. Un altro verso di grande importanza fra i versi della metrica italiana è il settenario (con l’ultimo accento tonico sulla sesta sillaba). Il settenario non presenta un’accentazione fissa (fuorché per la sesta), e la disposizione degli accenti è piuttosto libera, e riflette il ritmo che si vuol dare al verso. Ad esempio Petrarca: Chiàre, frésche et dólci […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Palazzo Zevallos Stigliano: “La collezione di un principe”

Il Palazzo Zevallos Stigliano (via Toledo, Napoli) rivive della sua antica collezione artistica grazie alla mostra Rubens, Van Dyck, Ribera. La collezione di un principe (6 dicembre 2018 / 7 aprile 2019). Attraverso le parole cariche di suggestione di Maria Girardo, Presidente Megaride Art (Agenzia Servizi Culturali), le opere hanno ripreso vita, riallacciando la loro storia e le loro storie. La Collezione del Palazzo Zevallos Stigliano Come ha precisato Maria Girardo, nel periodo a ridosso del Seicento grande rilievo per la circolazione delle opere pittoriche ha gradualmente assunto la figura del mercante d’arte. Egli non contribuiva, attraverso compravendite, soltanto allo sviluppo delle scuole pittoriche, ma favoriva la circolazione di opere d’arte fra gli stessi artisti, i quali si arricchivano di esperienze creative lontane nello spazio. Nel caso di Napoli, e in particolare quello legato al Palazzo Zevallos Stigliano, va tenuto presente l’operato dei collezionisti di Anversa (ma di stanza a Napoli) Gaspar de Roomer (1595-1674) e Jan Vandeneynden (1590-1671), i quali raccolsero numerose opere che andarono a costituire una variegata collezione. Alla scomparsa di Roomer, le sue opere andarono ad arricchire, sotto forma di lascito testamentario, la collezione di Ferdinando Vandeneynden (1626-1674), serbata nel suo palazzo di via Toledo, ovvero il Palazzo Zevallos Stigliano. Alla successiva scomparsa di Vandeneynden, il patrimonio passò alle sue tre figlie, due delle quali, Giovanna ed Elisabetta, sposarono rispettivamente Giuliano Colonna (principe di Stigliano dal 1716) e Carlo Carafa di Belvedere. A tal proposito, Maria Girardo ha segnalato l’importanza del lavoro di Luca Giordano, incaricato nel 1688 di redigere un inventario delle opere della quadreria di Ferdinando Vandeneynden, e grazie a tale documento è stato possibile ricostruire, sul Piano Nobile del Palazzo Zevallos Stigliano, l’intero inestimabile patrimonio dell’antica Collezione. Da Rubens a Caravaggio: i Maestri del Palazzo Zevallos Numerosi sono i Mestri in esposizione, e Maria Girardo vi si è soffermata con grande completezza di particolari storico-artistici, al fine di far comprendere a pieno ogni singolo aspetto dell’opera. In particolare, Il banchetto di Erode di Rubens costituisce l’archetipo di una lunga tradizione artistica napoletana, che riprende diversi elementi dalla pittura del Maestro fiammingo. L’opera narra la storia di Erode ed Erodiade, concentrandosi sul momento dell’offerta del capo mozzato di Giovanni Battista. Colpiscono, come ha osservato Maria Girardo tra i vari elementi, la morbida pennellata che caratterizza l’abito rosso di Salomè, che rende perfettamente la delicatezza del velluto; il candore della pelle femminile e la sua sensualità “carnosa”; l’atterrirsi di Erode alla vista del capo mozzato, il cui disgusto va a cozzare, con grande effetto di viva dinamicità, con le espressioni sorridenti delle donne e la curiosità degli altri astanti. Sempre sul tema di Erode sono i dipinti Giovanni Battista ammonisce Erode e il Banchetto di Erode di Mattia Preti, che già risentono dell’influsso dell’arte di Rubens, nonché del chiaroscuro tipico di Caravaggio. Circa il Martirio di Sant’Orsola di Caravaggio, pur non facente parte della collezione, ma acquistato nel 1973 dall’allora Banca Commerciale Italiana, Maria Girardo ha sottolineato la contemporaneità delle azioni di ogni singolo personaggio. Tra i […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Mater Matuta di Mario Schifano: ricordando l’artista

Ricordando (1998-2018): Mario Schifano. Una mostra, questa presso la Baccaro Art Gallery (via Carmine 66, Pagani, Salerno), visitabile dal 15 dicembre 2018 al 31 gennaio 2019, a cura del presidente della Associazione Culturale “MM18” Davide Caramagna, che esibisce gran parte del ciclo sulla Mater Matuta di Schifano e che si inserisce nel solco delle celebrazioni del ventennale della scomparsa dell’artista Ci si può domandare, a questo punto, perché ricordare Schifano attraverso la Mater Matuta? Mario Schifano e Domenico Tulino: la storia di un ciclo pittorico Il ciclo di Madri di Schifano rappresenta, per così dire, un approdo e un ritorno biografico e artistico, in cui si concretizza la sua maturità pittorica e in cui si possono riconoscere le origini della sua ispirazione, scaturita dall’osservazione dei reperti archeologici di origine etrusca del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (Roma) per  il quale ha lavorato da giovane. Ma come giunge alla Mater Matuta? Alla metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’avvocato Domenico Tulino, con l’intento di raccogliere fondi ed appoggiare concretamente la missione umanitaria ad Asmara della sorella suor Pina Tulino, ha deciso di commissionare a Schifano un ciclo di opere da esibire a New York legate al concetto di maternità. Di qui lo studio e il confronto tra artista e imprenditore, che si indirizzò verso le Matres Matutae serbate presso il Museo Provinciale Campano (Capua) e che si concretizzò nella realizzazione di ventotto opere legate alla Mater (diciotto dipinti e dieci disegni). Si trattò, tuttavia, di un progetto che rimase in compiuto a causa della prematura scomparsa di Domenico Tulino, prima, e di Mario Schifano, poi, ma che la MM18 ha ripreso allo scopo di proseguirne il cammino. Ma cosa significa, per Schifano, la Mater Matuta? Mario Schifano e la Mater Matuta In occasione della recentissima presentazione dell’esposizione anch’essa celebrativa del ventennale della scomparsa dell’artista, Etruschifano. Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno (Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, 13 dicembre 2018 – 10 marzo 2019) coordinato dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento e promosso dallo stesso museo di Villa Giulia, cui la MM18 ha messo a disposizione cinque delle Madri di Schifano, suor Pina pronunciò delle parole che sembrano essere cruciali per comprendere il senso dell’ispirazione dell’artista: «mio fratello [Domenico Tulino] voleva che Schifano raffigurasse la maternità africana». Maternità africana: un concetto che l’artista, attraverso il suo percorso di studio, ricerca, suggestioni e ricordi è andato intrecciando con l’esperienza di un viaggio ad Asmara, dove la Congregazione del Buon Samaritano (fondata da suor Pina) dona, ad oggi, aiuto agli ultimi, in particolare ai bambini in difficoltà attraverso opere umanitarie; un concetto che si lega indissolubilmente alle tufacee sculture capuane, declinate secondo la personale sensibilità. I dipinti, se coerentemente affiancati l’un l’altro, restituiscono un percorso che parte dalla notte per arrivare al mattino, secondo il significato immediato della Madre del Mattino; un cammino della luce che si evince dal passaggio dello sfondo dal notturno profondo al dorato. Inoltre, i dipinti si legano profondamente alle Matutae di Capua, in […]

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Comunicati stampa

Peppe Barra: la “Cantata dei pastori” al Politeama

Al Teatro Politeama di Napoli, in Via Monte di Dio 80, da giovedì 20 dicembre 2018 e fino a domenica 6 gennaio 2019, Peppe Barra sarà in scena con La Cantata dei Pastori, di Peppe Barra e Paolo Memoli, liberamente ispirata all’opera teatrale sacra di Andrea Perrucci. Da oltre tre secoli non c’è Natale senza Cantata dei Pastori. Da oltre quarant’anni non c’è Cantata dei Pastori senza Peppe Barra. Testo di teatro gesuitico, scritto espressamente per contrastare la ‘diabolica’ Commedia dell’Arte, La Cantata dei Pastori è, tra versi arcadici e lazzi scurrili, tra lingua colta e dialetto, tra sentimento cattolico e rito pagano, una storia che racconta le traversie di Giuseppe e Maria per giungere al censimento di Betlemme e gli ostacoli che la santa coppia dovrà superare prima di trovare rifugio nella grotta della Natività. Nel difficile viaggio vengono accompagnati da due figure popolari napoletane: Razzullo, scrivano assoldato per il censimento; e Sarchiapone, barbiere pazzo in fuga per omicidio.  Peppe Barra (Razzullo) è protagonista e regista dello spettacolo.  Con lui, in scena, Rosalia Porcaro (Sarchiapone), Maria Letizia Gorga (Zingara/Gabriello), Francesco Iaia (Demonio), Franco Castiglia (Cidonio), Enrico Vicinanza (Ruscellio), Francesco Viglietti (Armenzio), Biagio Musella (Diavolo Oste), Andrea Carotenuto (Giuseppe), Chiara Di Girolamo (Maria Vergine) e il piccolo Giuseppe De Rosa (Benino).  Le musiche sono di Lino Cannavacciuolo, la Canzone di Razzullo è di Roberto De Simone.  Le scene sono di Tonino Di Ronza, i costumi di Annalisa Giacci, le coreografie di Erminia Sticchi.  Assistente alla regia Francesco Esposito. *** Prezzi  Platea e palchi 1° livello € 35,00 Palchi 2° e 3° livello € 27,00 Informazioni sui biglietti sono disponibili al numero 0817645001 o telefonando al botteghino del Teatro Augusteo al 081414243.

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Culturalmente

Le locomotive del museo di Pietrarsa: brevissima storia di un litorale bianco

Come è nato il museo di Pietrarsa? Scoprilo con noi! Pietrarsa, altro tempo. Il ricordo del suo nome è soprattutto legato alla costruzione delle prime antiche locomotive e delle prime strade ferrate. E da essa altre vie hanno costituito le vene della comunicazione che ha avvicinato luoghi altrimenti lontani. Da Leucopetra al museo di Pietrarsa È storia che l’oggi silente “sterminator Vesevo” costituisse da secoli, col suo perenne fumacchio, lo sfondo suggestivo e privilegiato del panorama partenopeo; ed è storia che, dall’autunno del 79 d. C. alla primavera del più recente 1944, il vulcano napoletano abbia dato numerosissime prove della sua devastante potenza. Dopo l’eruzione documentata da Plinio il Giovane, una delle più potenti fu quella del 1631 che la tradizione vuole sia terminata solo per intercessione di San Gennaro, il cui simulacro sarebbe stato esposto di fronte la furia del Vesuvio; in questa ci sono le origini di Pietrarsa. La zona in questione aveva originariamente un altro nome, Leucopetra, ovvero “pietra bianca”, derivante dalla candida colorazione degli scogli e della sabbia del suo litorale; fu, infatti, con l’eruzione del 1631 che, a causa di detriti, gas e altre sostanze eruttate che investirono quei luoghi, che il litorale si tinse di scuro, “bruciando” l’antico albore e dando origine, così, al nome Pietrarsa. Un toponimo, forse, più appropriato alla “fucina” rovente da cui sarebbero nate le prime locomotive. Le Officine di Pietrarsa Fu per il volere del re Ferdinando II di Borbone, che nel 1842 furono ordinate le prime pietre per realizzare le Officine di Pietrarsa dove, poi, nel 1845, furono realizzate le prime locomotive – su progetto e preliminare progettazione inglesi – che percorsero la prima strada ferrata della storia, la Napoli-Portici, lunga circa sette chilometri; un tragitto che oggi si copre facilmente, ma che all’epoca pareva segnare l’inizio di un epoca, auspicando l’“avvicinamento” di luoghi privi di sicure vie di comunicazione. L’auspicio del re Ferdinando II era di rendere il Meridione centro propulsore di un’economia di tipo industriale. Paradossalmente, però, con l’Unità d’Italia (1861), la situazione sembrò peggiorare: quello che sarebbe potuto essere il “polo Sud” dello sviluppo industriale, siderurgico e metallurgico italiano, a causa di quel processo di “piemontesizzazione” di tutte le strutture e istituzioni della Penisola, fu costretto a cedere il passo a uno sviluppo economico maggiormente a favore di industrie settentrionali; da grande centro di produzione, le Officine di Pietarsa furono una semplice base per le riparazioni di locomotive, nonostante la tecnologia ferroviaria progredisse. La chiusura avvenne nel 1975. Sarebbe, però, stato ingiusto estinguere decenni di storia e di uomini e famiglie, e quasi come un luogo della memoria di una stagione del passato del Meridione, nel 1977 le Officine di Pietrarsa raccolsero la loro eredità nel museo di Pietrarsa che sorge presso quel litorale, un tempo fatto di pietra candida, e oggi riarso per opera del Vesuvio.

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Eventi/Mostre/Convegni

ECO – Sostenibilità Visionaria: dalla ruggine alla Mater Matuta

AXRT Contemporary Gallery inaugura il 22 settembre ad Avellino (via Mancini 19) la mostra ECO – Sostenibilità Visionaria, collettiva degli artisti irpini Davide Brioschi, Emiliano Stella, Gennaro Vallifuoco, Luigi Grassia  e Teresa Sarno, in cui si riflettere sul rapporto arte-uomo-natura, sul senso “ossidato” del presente e quello vivo di un passato primordiale, quasi nel segno di un “paradiso perduto”. L’arte sostenibile ad Avellino «L’obiettivo è quello di avvicinare il mondo dell’arte, in tutte le sue espressioni, a quanto può essere inteso “sostenibile”». Con queste parole Stefano Forgione, curatore della mostra, spiega l’intento dell’operazione, ovvero avvicinare il pubblico alle varie sensibilità artistiche e far sì che ciò possa generare una molteplicità di letture nell’animo di ognuno. Si intende quindi suscitare sensazioni intime al fine di sensibilizzare il pubblico verso il tema della sostenibilità, da intendersi nei più disparati aspetti, a partire dai messaggi espressi dai cinque artisti. Sostenibilità visionaria: le immagini arcaiche della natura La collettiva ECO – Sostenibilità Visionaria mostra come siano disparati i modi di attuare un ritorno all’essenzialità sia pittorica sia umana, intercalando pubblico e artisti in una dimensione lontana da quella ormai caotica del quotidiano. In particolare, Davide Brioschi, porta l’astante a intravedere nei meandri del suo subcosciente quell’antico rapporto che da sempre intercorre tra uomo e natura, e a far emergere quel connubio indissolubile tra individuo e ambiente. Attraverso il contrasto tra artificio e natura, Emiliano Stella realizza paesaggi sospesi e surreali in cui convivono elementi opposti: nelle sue opere si denota, infatti, l’accostamento del silenzio e del clangore, rappresentato dalla ruggine muta del metallo delle carcasse prodotte dalla massificazione e dal potere del consumismo; attraverso tale degrado è possibile constatare, nelle sue opere, i segni di un  passato antico e di un antico presente. Luigi Grassia, poi, declina la tematica della sostenibilità in una sorta di senso del “riciclo” in cui gli oggetti trapassati si trasformano in vie potenziali da percorrere per un inizio ulteriore. Nelle opere di Gennaro Vallifuoco si può poi intravedere un’architettura di stampo teatrale e più precisamente scenografica, che sorregge le sue opere, colorate e profumate di fiori; in particolare nella rappresentazione della Mater Matuta e della Mephite, Vallifuoco si richiama agli archetipi del pensiero collettivo, raffigurando, così, il mito immutabile della maternità, della fertilità e della rinascita: « […] con le mie forme verdeggianti e floreali desidero ripensare il mondo alla luce di antiche forme della “memoria”, del “mito” e del suo valore immutabile, e dell’“ecologia” in continuo mutamento nel tempo della storia». Teresa Sarno ha, poi, mostrato la sua arte in fieri, nel momento preciso della sua ispirazione: ella, infatti, proprio durante il vernissage ha realizzato, secondo le tecniche della street art, linee nere spesse e marcate – segno distintivo delle sue opere –, rievocando forme naturali o floreali. La mostra ECO – Sostenibilità Visionaria, coi suoi cinque artisti, si fa portavoce del valore e del rispetto della natura, della “mater” che tutti ha generato, consentendo a chi osserva le opere di fermarsi e riflettere su quello che è stato il […]

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Teatro

Teatro TRAM: la nuova stagione 2018-2019

Riparte a ottobre il TRAM (Teatro Ricerca Arte e Musica) di Via Port’Alba con la stagione teatrale 2018-2019. Giunto alla sua terza stagione, il Tram prosegue la sua attività di promozione, sperimentazione e ricerca di spettacoli teatrali all’insegna dell’interdisciplinarietà, della tradizione e della modernità.   Teatro TRAM: la stagione 2018-2019. A inaugurare la terza stagione del TRAM è lo spettacolo Audizione di Chiara Arrigoni, vincitore della I Edizione del TrentaTram Festival, rivolto agli under 30, che ha animato le serate di Via Port’Alba nel mese di maggio 2018. Seguirà, poi, Buco nell’acqua, il nuovo spettacolo del direttore artistico del TRAM Mirko Di Martino, che a marzo proporrà anche un altro suo spettacolo inedito: Run Baby Run interpretato da Titti Nuzzolese. In cartellone ci saranno nomi importanti del teatro italiano, a partire dall’attore Roberto Latini, più volte Premio Ubu, che proporrà uno spettacolo ispirato alle poesie della poetessa Mariangela Gualtieri. Tornerà al TRAM anche l’autore e regista siciliano Rosario Palazzolo con Lo zompo. Il napoletano Giovanni Meola proporrà ad aprile il nuovo progetto Il bambino con la biciletta rossa, ispirato a un cupo e doloroso fatto di cronaca. La sperimentazione con i classici sarà al centro di This is not what it is di Marco Sanna e Francesca Ventriglia, che rielaboreranno Otello di Shakespeare. Giovanni Del Prete proporrà Start, spettacolo inedito ispirato a una storia di calcio e shoah, mentre il giovane attore e regista Daniele Marino rifletterà sulle dinamiche del contemporaneo con The influencer. Infine, in occasione dei 150 anni dalla morte di Gioacchino Rossini, a novembre Gianmarco Cesario proporrà una rilettura pop del Barbiere di Siviglia. L’opera del TRAM prevede, inoltre, dei focus dedicati a particolari temi di grande interesse, con spettacoli tutti rigorosamente inediti. Il primo di questi si intitola “Surround” e racconterà alcuni grandi protagonisti della musica: in scena, ci saranno Break on trough, incentrato sulla figura di Jim Morrison, di Bruno Barone, Lontano lontano, incentrato su Luigi Tenco, di Roberto Ingenito, Io francamente, su Franco Califano di Ivano Bruner. Il secondo focus racconterà invece Napoli in una chiave contemporanea che guarda al passato per reinventarlo nel presente: “Napoli Dos” vedrà sul palco del TRAM gli spettacoli Pulcinella morto e risorto di Alessandro Paschitto, Regine Sorelle di Mirko Di Martino, Le Follie di Don Fausto di Vittorio Passaro. Il terzo focus si intitola “Hashtram” e proporrà tre spettacoli che riflettono sul contemporaneo: Audizione della già citata Chiara Arrigoni, Un pallido puntino azzurro di Roberto Galano e La terroristica fase lunatica di Armando Kill di Massimo Maraviglia. L’ultimo focus si divertirà a reinventare i classici con Il Gioco dell’amore e del Caso di Marivaux e Yerma – Jetteca di Fabio Di Gesto da Federico Garcia Lorca. Le attività del TRAM. La nuova stagione comprende numerosi eventi e Festival: si comincerà a ottobre con la tredicesima edizione de I corti della Formica, Festival di Corti teatrali diretto da Gianmarco Cesario. Tornerà TrentaTram Festival, il concorso dedicato alle compagnie under 30 che l’anno scorso ha avuto un notevole successo alla sua […]

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Culturalmente

La Chiesa di San Potito: tra storia, culto e arte

La Chiesa di San Potito, situata nei dintorni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, presso l’omonima collina, è l’esempio di un culto che supera il corso del tempo. Grazie alle parole di Maria Girardo, Responsabile Titolare di Megaride Art , Agenzia di Servizi Culturali, e alla visita organizzata il 16 giugno 2018, la storia, le influenze culturali che emergono dalla struttura e le opere d’arte della Chiesa di San Potito dimostrano la grande attenzione che le è stata riservata nel corso del tempo. La Chiesa di San Potito, da San Pietro ai giorni nostri Il culto di San Potito è antico e si inserisce nel solco delle lotte del paganesimo romano al cristianesimo. Egli, pagano convertito al cristianesimo, infatti, è ricordato come martire sacrificato dall’imperatore romano Antonino Pio (160 d. C.); di questo evento è infatti testimone pittorico la pala d’altare de Storia del martirio di San Potito (1656) di Nicola De Simone. L’artista, come ha sottolineato Maria Girardo, mantiene nella sua esecuzione uno stile concitato lontano dal classicismo cinquecentesco, ed esprime rapporti di parentela con le composizioni tre-quattrocentesche. La Chiesa di San Potito, iniziata nel Seicento, i cui lavori decorativi e architettonici sono durati per tutti i secoli XVII e XVIII, conserva diversi altri dipinti nelle sue cappelle, che testimoniano l’attività intensa degli artisti che operavano nella Napoli del tempo. Tra le varie opere, si pensi alla Madonna del Rosario di Luca Giordano (1658), in cui si evince facilmente il modello caravaggesco, dato dalla delicatezza dei contorni e dal gusto rococò per la naturalezza della postura. Vi è, poi, una Madonna con i santi di Andrea Vaccaro; interessante è un Calvario anonimo, il cui artefice sembra sembra comunque avvicinarsi al nome dello stesso Vaccaro e al contempo subisce le influenze del luminismo fiammingo e dell’impostazione classica tipica del Domenichino, che lasciò la sua impronta nella pittura partenopea durante il suo pur breve itinerario napoletano.  Di epoca tardo-settecentesca poi la tela dell Immacolata concezione di Giacinto Diano, allievo di Francesco Solimena, in cui si equilibrano l’impostazione neoclassica con la torsione emotiva di stampo barocco. La zona absidale, in cui culmina la navata unica della Chiesa di San Potito, restituiscono tre dipinti, tra cui quello di Nicola De Simone, in cui sono raffigurate le storie del santo. Elemento interessante è in esse la componente architettonica di tipo vanvitelliano, a testimonio di una completezza e consapevolezza da parte degli artisti, che sanno fondere insieme pittura e architettura. Regna, dunque, nelle tele e nelle settecentesche un gusto tipicamente neoclassico, dato dalle riscoperte fatte all’epoca delle città sepolte di Pompei ed Ercolano; si tratta di un tipo di modello che trova la sua matrice in un classicismo di fondo dell’architetto grazie al quale si è potuta avere questa splendida chiesa, Pietro De Marino. Interessante, a questo proposito, come ha osservato ancora Maria Girardo, è la somiglianza architettonica con la Chiesa di San Gregorio Armeno, anch’essa per opera di De Marino, e di impostazione classica. In conclusione, è giusto osservare come la Chiesa di San Potito continui, ora, ad […]

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Food

G. B. Agricola di Montoro: il valore del territorio

Montoro all’insegna della valorizzazione del territorio e dei prodotti alimentari grazie a G. B. Agricola, nata dall’unione della Azienda Agricola Gaia e l’agri-ristorante e agri-pizzeria Casa Barbato. G. B. Agricola è promotrice d’eccezione della biodiversità agricola della caratteristica cipolla ramata di Montoro. Inoltre, Nicola Barbato, nell’incontro svoltosi il 14 giugno 2018 tra campi coltivati e l’aria fresca di pioggia, ha raccontato il progetto di G. B. Agricola che vede affiancarsi diversi imprenditori agricoli raccolti sotto il Marchio Collettivo Geografico (MCG) che valorizza i produttori e la produzione. La cipolla ramata di Montoro e altre eccellenze locali La cipolla ramata è il prodotto caratteristico di G. B. Agricola che, con i suoi 24 ettari, immette sul mercato nazionale circa 9000 quintali di cipolle. In particolare, Nicola Barbato, guidandoci attraverso i passaggi della coltivazione e raccolta della cipolla ramata, ha raccontato con passione e dedizione la storia di questo prodotto. La cipolla ramata di Montoro, che grazie alla forte presenza di vento nella Valle dell’Irno ha trovato un lido favorevole per crescere e conservarsi naturalmente, risulta essere un eco-tipo dei produttori locali con testimonianze risalenti al XIX secolo. Si tratta di un’agricoltura antica, che fonda le sue origini su un sapere che si tramanda di generazione in generazione. Ed è per questo che si favorisce unicamente una produzione priva di diserbanti e pesticidi chimici, offrendo un’eccellenza naturale scevra da contaminazioni artificiali. Il carattere biologico abbraccia tutta la tavola di prodotti. Vi sono, infatti, anche i prodotti del Caseificio Artigianale Principato che offre una grande varietà di eccellenze legate al mondo dei latticini. Ad essi si affiancano i prodotti di Salumi d’Irpinia Giovanniello che offre affettati temperati naturalmente dal microclima irpino. Vi sono anche birre e liquori che mantengono un fortissimo rapporto con la tradizione locale. È il caso dell’Agri-birreria Serrocroce di Vito Pagnotta, che coltiva e produce le spezie presenti nelle sue birre artigianali da filiera agricola, risultando, così, attentissima nell’offrire la massima qualità. Vi è poi la Distilleria De Falco di Francesco De Falco, che raccoglie la tradizione degli avi per offrire liquori dall’intenso aroma locale. G. B. Agricola: il menù a base di cipolle ed eccellenze locali La cena del 14 giugno ha improntato il menù sulla degustazione e la digeribilità, grazie al basso contenuti di solfuri della cipolla. Si è partiti con anelli di cipolla fritti in pastella, dal sapore leggero e croccante. A seguire, la varietà di prodotti delle imprese agricole, lavorati dalla cura dello chef Rinaldo Ippolito e dal pizzaiolo Vincenzo Alfano. Le portate di affettati di Giovanniello recavano un sapore nostrano, equilibrato nella salatura e nella stagionatura della carne, i formaggi e i latticini del Caseificio Principato hanno poi espresso la varietà dei loro sapori; di particolare effetto è stata anche una grande mozzarella di bufala, che, una volta tagliata, si è rivelata gravida a sua volta di bocconcini di mozzarella. Innovativa è stata, poi, la treccia di mozzarella di bufala con cipolla grigliata al suo interno, che legava in maniera equilibrata la dolcezza del latte all’arma della cipolla. Interessante dal punto di […]

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Musica

Accademia Musicale Europea in concerto

Si è svolto il 5 giugno 2018 presso il Palazzo Venezia (via Benedetto Croce 19, Napoli) il concerto degli allievi dell’Accademia Musicale Europea. La performance, che abbracciava intrattenimento e formazione, ha visto esibirsi bambine e bambini, ragazze e ragazzi, uniti dal sogno e la passione per la musica. Accademia Musicale Europea: il concerto tra musica classica e ritmica Durante il concerto, riprendendo le parole del Maestro Luciano Ruotolo, inteso come «una festa per valorizzare i talenti e la passione musicale», gli allievi hanno dato dimostrazione di ottime doti musicali, concentrandosi su diversi strumenti, come pianoforte e chitarra, e mantenendo sempre un fermo contatto con la tradizione napoletana tramite il mandolino. Non mancano tratti di sperimentalismo grazie alla sezione di musica ritmica, in cui, tenendo presente la scansione, appunto, del ritmo, ogni oggetto può diventare strumento musicale. In particolare, gli allievi, le cui età andavano dai dieci ai vent’anni circa, che si sono esibiti sono stati Niccolò Molteni (chitarra), Simone Iavarone (piano), Melissa Volpe (piano), Federico e Mattia Raimo (mandolino e chitarra), Maria Cristina Serio (piano), Rino Candela (chitarra), Lucas Isak (piano), Gabriella Intignano (piano) e Lorenzo Unich (piano). Tra i musicisti interpretati Mozart, Müller, Beethoven, Schubert, Cimarosa, Debussy e Chopin mostrando come la formazione degli allievi si basi, oltre che sull’esecuzione tecnica, anche sulla conoscenza della storia della musica. A tutto questo si sono accompagnate interpretazioni di canzoni cult moderne, come Every breath you take di Sting e Sweet Dreams degli Eurythmics. Ciò che è, comunque, emerso è la grande dedizione che hanno gli allievi per la musica, dalle classiche tecniche di esecuzione allo sperimentalismo musicale. Accademia Musicale Europea: il progetto L’Accademia Musicale Europea nasce in seno all’associazione culturale Mousikè, fondata dal soprano Romina Casucci e dal pianista Luciano Ruotolo. L’Accademia, che vede come insegnati Carla Senese (mandolino), Chiara De Sio Cesari e Federica Chello (violino), Riccardo Del Prete (chitarra), Giovani Pacenza (ritmica) e lo stesso Luciano Ruotolo (piano), ha lo scopo di divulgare la musica soprattutto presso le giovani menti e avvicinarle a questa complessa sfaccettatura dell’arte. Il valore formativo non si ferma ai corsi musicali o laboratori per i più piccoli. L’Accademia Musicale Europea ha anche lo scopo di preparare i giovani ad esami di ammissioni presso Conservatori; inoltre, essa accompagna i suoi allievi anche attraverso un percorso professionale musicale fatto di progetti e rassegne, che li porta fino in sala di registrazione, mostrando anche una panoramica del mondo del lavoro musicale. Una divulgazione che non è solo mera tecnica, ma conoscenza della musica classica e di tradizione, portando, dunque, avanti, come ha testimoniato il concerto, una vera e propria missione culturale.

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Eventi/Mostre/Convegni

“No Connecting People” di Alessandro Rillo e Vincenzo Colella, la parola delle immagini

Si inaugura, presso la Baccaro Art Gallery la mostra di arte contemporanea No Connecting People (dal 19 maggio al 19 giugno 2018) degli artisti beneventani Alessandro Rillo e Vincenzo Colella, in arte Vinzela, i quali, con i loro personalissimi stili, riflettono sulla solitudine della società di massa contemporanea data dai mezzi di comunicazione digitale. La Baccaro Art Gallery (via Carmine 66, Pagani, Salerno), fondata da Franco Baccaro nel 2001, diviene la centro culturale che si fa promotrice di un discorso che affianca aspetti artistici e al contempo sociali in senso stretto. La mostra, che si avvale della narrazione critica di Antonella Nigro, offre, quindi, all’osservatore lo spunto per riflettere su se stessi e sugli altri e sull’omologazione delle identità individuali. No Connecting People: l’alienazione dalla realtà No Connecting People è una mostra loquace che riflette sul silenzio. Alessandro Rillo e Vinzela, raccontano con le loro opere del senso della contemporaneità, intesa come alienazione da se stessi nei rapporti tra persone. Il graduale processo di allontanamento degli umani, per rifugiarsi in una “vetrina digitale” costruita per mezzo dei social networks, è il centro della denuncia di cui i due artisti si fanno promotori. Già dal titolo della mostra si evince il sottile punto di vista su cui intendono soffermarsi Rillo e Vinzela. La “disconnessione” che è insita in No Connecting People non è quella dai mezzi di comunicazione di massa, bensì quella che esiste tra le persone, quello spazio vuoto minimo e immenso che è frapposto tra i corpi e i sentimenti degli esseri umani. Per quanto riguarda l’itinerario espositivo, la mostra No Connecting People vede affiancarsi due stili diversi, ma che sanno dialogare con le loro rispettive personalità. La composizione materica di Alessandro Rillo e lo stile figurativo di Vinzela sembrano, rispettivamente, analizzare da un punto di vista interno e un punto di vista esterno il tema della disconnessione umana. In particolare, nell’opera di Rillo emerge con prepotenza forsennata la serializzazione del cuore, quasi a significare un battito continuo che è isolato pur nella vicinanza con altri cuori. Ciò che emerge dalle composizioni di Rillo è la dimensione fisica relativa ai rapporti umani, che si esplica nell’uso di materiali, per così dire, desueti. Brani di ombrelli, lamine di alluminio, tavole di legno, materiali utili alla quotidianità, nel micromondo di ognuno, si caricano di sensi affettivi di vita vissuta; essi diventano il cuore pulsante degli uomini, passando, quindi, da un piano fisico a uno metafisico. Nel suo lavoro di prelievo dalla realtà affettiva, Rillo intende, dunque, allineare le tante identità separate e armonizzare la discordia dei cuori in un unico grande battito. Per quanto riguarda, poi, l’opera di Vinzela osserva la solitudine degli uomini da una prospettiva esterna al tutto. Il suo sguardo, l’ampio respiro delle scene da lui rappresentate spazia da paesaggi urbani, spiagge o circhi; eppure i luoghi di aggregazione diventano luoghi deserti, in cui sono spesso solo accennate figure vagamente umane. Esse, con un tratto malinconico, rappresentano quella emarginazione dalla connessione ai mezzi di comunicazione di massa, la […]

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Food

Ferrillo Day: i 25 anni della Pizzeria Ferrillo di Napoli

La pizzeria Ferrillo, pizza ai piani alti (via Michelangelo da Caravaggio 33, Napoli) si è aperta a nuovi itinerari gastronomici in occasione del Ferrillo Day (16 maggio 2018), in cui, offrendo la degustazione delle sue pizze gourmet, il pizzaiolo Maurizio Ferrillo ha festeggiato i suoi 25 anni di attività gastronomica. Il Ferrillo Day: dalle origini alla pizza Il Ferrillo Day, evento organizzato dall’Associazione Spaghettitaliani rappresentata da Luigi Farina, ha visto protagonista l’arte pizzaiuola di cui Maurizio Ferrillo continua a diffondere e insegnare col suo mestiere. La pizza è soltanto l’esito finale di un’attenta scelta preliminare di ingredienti di primo ordine. L’uso di prodotti partenopei, dalla varietà di farina a quella di pomodori, dai prodotti caseari a verdura e ortaggi, fa sì che la pizza di Maurizio Ferrillo mantenga il contatto con la tradizione partenopea, dando spazio a uno sperimentalismo culinario tale da rendere unica e saporita la regina pizza napoletana. Come ha riferito lo stesso Maurizio Ferrillo, che ha accolto tutti gli ospiti con garbo, cortesia e sana napoletanità, la preparazione della pizza parte dalla lievitazione del panetto, lunga 30 ore, al fine di raggiungere la giusta consistenza durante la manipolazione e la preparazione. La cottura tiene, poi, conto anche degli effetti della cottura della pizza e dei suoi ingredienti, facendo sì che l’amalgama dei sapori si armonizzi senza confondersi. Si tratta questo di un passaggio molto importante, in quanto quel che si è detto risulta essere più vero e più complesso per quel che riguarda le pizze da asporto. La questione si lega indissolubilmente alla pizzeria Ferrillo poiché, come ha informato Luigi Farina dell’Associazione Spaghettitaliani, essa è stata tra le prima pizzerie a intraprendere la consegna delle pizze da asporto. Le pizze gourmet da asporto di Maurizio Ferrillo mantengono comunque tutte le caratteristiche culinarie, sapore aroma, fragranza, di quelle appena uscite dal forno, ma a questo punto era forse anche inutile specificarlo, rigorosamente a legna. Pizzeria Ferrillo: tra fritture e pizze Il punto di forza della pizzeria Ferrillo sta nell’uso di ingredienti genuini e soprattutto partenopei. A partire dalla frittura offerta da Maurizio Ferrillo, si assapora la freschezza dei prodotti fatti in casa: frittatine di pasta, panzarotti, mozzarelle impanate e arancini serbano un sapore unico e leggero che fungono da “apripista” per la pizza. Come si accennava, il panetto della pizza risulta ottimamente lavorato, come si è potuto saggiare dalla friabilità dell’impasto. Un impasto morbido al tatto e al gusto, delimitato da un cornicione altrettanto gustoso, nel rispetto dell’arte pizzaiola. Tra le varie pizze offerte da Maurizio Ferrilo, oltre le classiche ma intramontabili marinara e margherita, si ricordano alcuni esperimenti moderni quali l’accostamento di mozzarella di bufala campana, pomodorino giallo e pancetta, o ancora l’accostamento di provola e fiori di zucca, in un bilancio equilibrato tra dolcezza e acidità di ingredienti che rende pieno il sapore della pizza. Ma la vera specialità di Maurizio Ferrillo è la Panafritta: una pizza fritta che, prima di essere cotta nell’olio, viene impanata con uovo e  pangrattato, stratagemma che elimina la possibilità della presenza di olio […]

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Recensioni

“A-Medeo” (diMarina Cioppa e Michele Brasilio) e i figli teatrali di Eduardo De Filippo

Lo spettacolo teatrale A-Medeo di Marina Cioppa e Michele Brasilio, interpretato da Stefania Remino Antimo Navarra, è incentrato sui caratteri dei figli di Eduardo De Filippo nati dalla stesura delle sue indimenticabili commedie. A-Medeo: Eduardo De Filippo e la gelida paternità Lo spettacolo A-Medeo, ritornato per il secondo anno consecutivo (14-15 aprile 2018) sul cartellone del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, si prefigura di dare spazio ai figli “teatrali” di Eduardo De Filippo riprendendo e collegando scene e battute d’autore con alcuni monologhi originali, definendosi nel complesso come un “centone teatrale”. Lo spettacolo A-Medeo nel suo svolgersi rivela così la sua origine giacente su una domanda: se noi conosciamo il destino di personaggi eduardiani come Luca Cupiello, Pasquale Lojacono, Domenico Soriano, Gennaro Jovine, o, andando ancor più indietro nel tempo, Sik-Sik, cosa conosciamo del destino dei figli di Eduardo? Quale la loro vita dopo i drammi, e quale l’eredità da loro raccolta? Dei “figli teatrali” di Eduardo noi conosciamo il loro percorso sulla scena, la loro crescita sul palcoscenico, la loro catarsi all’interno del testo della commedia. Tutto quello che viene dopo è spesso lasciato all’immaginazione dello spettatore. Un esempio su tutti, Tommasino Cupiello: il suo essere distaccato, chiuso nel suo mondo, o nei suoi giochi (come si vede in chiusura del I atto di Natale in casa Cupiello) è specchio della chiusura del padre Luca, che (nella medesima scena) è dedito al suo presepe, entrambi ignari del dramma di Ninuccia e Concetta; solo con la malattia di Luca (III atto), Tommaso ritorna alla realtà, cresce e matura assumendo sulle sue spalle il destino della famiglia, anche dopo il calare della “tela”. Inoltre, rievocando le parole di Eduardo pronunciate a Taormina nel 1984, suggestivo brano che ha chiuso A-Medeo, possiamo dire come la paternità biologica e quella teatrale sia vissuta in un ambiente di «gelo», così come lo pronunciò Eduardo. Il gelo del teatro, in cui si può leggere una certa solitudine, nel quale crebbe il compianto Luca De Filippo, è il medesimo in cui vivono i figli teatrali di Eduardo le loro irripetibili vite. Eduardo De Filippo o il padre attore/autore Il problema posto da A-Medeo consente anche di riflettere su una questione che può ampliarsi come i cerchi in un lago, scagliata una pietra: i “figli” di Eduardo sono figli dell’attore o dell’autore? È indubbio che nella fictio scenica esiste un profondo rapporto fisiologico tra padre e figlio, ma i Tommaso e le Ninuccia Cupiello, gli Amedeo Jovine, i Vincenzo De Pretore, o i figli non nati, ma potenziali, come in Sik Sik l’artefice magico, sono figli di Eduardo De Filippo autore, prima che attore. E in quanto figli, anch’essi hanno conosciuto, vissuto e sofferto quel gelo che li raccoglie nel segno del teatro. E figli di Eduardo sono anche i tanti attori, e autori, che con lui si sono misurati. In ognuno dei figli teatrali di Eduardo batte il cuore di Eduardo; un cuore che continuerà a battere, come egli disse a Taormina, «anche quando si sarà […]

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Food

La pizza verace napoletana e i nuovi PerCorsi Veraci

All’insegna della pizza verace napoletana è presentata in data 4 aprile 2017 la nuova offerta formativa per pizzaioli professionisti. Il prossimo 17 aprile avrà inizio PerCorsi Veraci, masterclass ideata dall’Associazione Verace Pizza Napoletana. Tra i docenti, gli chef stellati Michelin Paolo Gramaglia, Lino Scarallo, Gianluca D’Agostino e Alfonso Crisci (chef docente del Gambero Rosso). La pizza verace napoletana nell’identità culturale della Campania Dal dicembre 2017 la pizza verace napoletana, e con essa l’arte pizzaiola è entrata a far parte del patrimonio immateriale dell’Unesco. Si tratta di un traguardo importante che ha fissato nel tempo non tanto il prodotto culinario, quanto la storia e tradizione, in una parola l’identità di uno degli elementi identificativi della cultura napoletana: la pizza verace. Questo è uno degli aspetti su cui si è soffermata la conferenza stampa volta a presentare i nuovi PerCorsi Veraci, dedicati ai pizzaioli di professione al fine di caratterizzarne la maggiore coscienza nei confronti di quell’opera d’arte culinaria che è la pizza. L’Associazione Verace Pizza Napoletana ha così promosso tale offerta formativa (che avrà inizio il prossimo 17 aprile a Napoli presso la sede dell’associazione in Via Capodimonte 19) tenendo ben presente il contesto turistico economico e culturale attuale: differenziandosi dalla concezione della pizza verace come semplice marchio pubblicitario, Antonio Pace (Presidente Associazione Verace Pizza Napoletana) ha espresso la volontà di trasmettere la coscienza della pizza da parte dei pizzaioli. Il comprendere come la pizza sia fatta, capirne i gesti di preparazione, i tempi e le esigenze del prodotto per insaporirsi, comporta il comprendere a fondo i prodotti utilizzati. Preparare una pizza non vuol dire saper svolgere meccanicamente i gesti, ma conoscerne i singoli ingredienti. Di qui si snoda il progetto Scegli Napoli, rivolto a ristoranti e pizzerie che, al fine di salvaguardare la tipizzazione dei prodotti regionali, si impegnano ad acquistare esclusivamente prodotti campani per la preparazione della pizza. La pizza napoletana non è tale semplicemente perché fatta a Napoli; ma perché, grazie i suoi ingredienti, è estensione della terra lieta della Campania Felix. In questo modo una semplice pizza diviene veramente pizza verace. Questo discorso che si inserisce nel solco di un ritorno cosciente e coscienzioso al settore primario, è funzionale inoltre allo sviluppo del settore turistico. Le festività pasquali hanno visto Napoli come terza città, dopo solo Roma e Venezia, come città più visitata d’Italia, e tra le bellezze artistiche e architettoniche anche il turismo gastronomico trova giustamente il suo spazio. Sviluppo territoriale e culturale, dunque, si identificano come obbiettivi dell’attività dell’Associazione Verace Pizza Napoletana. La Casa de Rinaldi e la pizza verace napoletana Alla conferenza stampa per la presentazione di PerCorsi Veraci è seguito l’attesissimo buffet che, grazie alla cucina del ristorante-pizzeria-hamburgeria Casa de Rinaldi (via Sementini, Rione Alto, Napoli), ha coronato il senso del progetto Scegli Napoli. Tra prodotti caseari e salumi, rustici e quiches, sia di salumi che ortaggi, i prodotti della Casa de Rinaldi hanno accompagnato gli astanti verso la protagonista dell’incontro, la pizza verace napoletana. La pizza, di alta qualità, presentava una fattura con […]

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Libri

Emma, 1876 (Fazi Editore): gli USA secondo Gore Vidal

Con il romanzo Emma, 1876 prosegue l’attività editoriale da parte di Fazi Editore che la vede impegnata, tra l’altro, nella traduzione e pubblicazione dell’opere di Gore Vidal. Dopo la pubblicazione di Giuliano (2017), romanzo storico incentrato sulla vita, il pensiero e la politica dell’imperatore romano del IV secolo D.C. (il cui regno andò dal 360-363) e dopo L’età dell’oro (2017), ultimo dei sette romanzi della serie Narratives of Empire che, nell’intenzione dell’autore, ha lo scopo di narrare la nascita, lo sviluppo e in qualche modo il declino della potenza economica e politica degli Stati Uniti d’America; Fazi Editore pubblica la traduzione di 1876 (titolo originale), in cui si narrano delle elezioni politiche degli Stati Uniti d’America nel 1876, a cento anni dalla loro fondazione. Emma, 1876: il contesto storico  L’intento polemico di Gore Vidal si nota a partire dal contesto della prima edizione americana di 1876. Il romanzo è infatti pubblicato in America per la prima volta nel 1976, a duecento anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America e a cento anni dal contesto storico in cui è ambientato il romanzo stesso. Lo sfondo storico su cui si muovono i personaggi è la New York delle elezioni politiche presidenziali del 1876 che vedono fronteggiarsi l’esponente del partito democratico Samuel J. Tilden (1814-1886) e quello del partito repubblicano, Rutherford B. Hayes (1822-1893). Grazie ad alcuni intrighi politici quest’ultimo verrà eletto come nuovo presidente nonostante la minore affluenza di voti rispetto all’avversario democratico. Nella scelta di questo scottante tema sembra prendere forma l’idea di Vidal per cui, in una concezione fortemente pessimistica della politica statunitense passata e presente, l’orgogliosa e patriottica celebrazione del centenario della proclamazione della Repubblica Americana sia una vana nebbia che copre la corrotta realtà dei fatti avvenuti. Emma, 1876 nella traduzione di Silvia Castoldi: il titolo Come si è accennato, il titolo originale del libro in questione era 1876. L’affiancamento alla data del nome di Emma Schuyler, figlia del protagonista del romanzo, il giornalista Charles Schuyler, sotto il cui punto di vista si snoda la narrazione, può essere il risultato dell’idea di intitolare il romanzo a uno dei protagonisti principali; al fine di mostrare l’intera vicenda attraverso il suo punto di vista. In questo senso, si assiste in apertura del romanzo al ritorno di padre e figlia a New York. Charles, esponente filo democratico, ritrova dopo anni una città completamente cambiata rispetto ai suoi ricordi, e Emma, nata in Europa e vedova di un principe parigino, comincia a muoversi negli ambienti intellettuali e sofisticati dell’epoca. Ciò permette di svelare al lettore quelle che erano, e che secondo Vidal sono ancora, le fallaci idee su cui si fonda la cultura e la politica di un paese. Da questo si può evincere nell’idea di Vidal come si passi dal particolare all’universale, dalla storia dei singoli alla storia di tutti e che la Storia del passato è specchio di quella presente. Verità e finzione storica in Emma, 1876 In Emma, 1876, così come anche negli altri romanzi storici, Gore Vidal unisce personaggi reali, […]

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Libri

L’Anticristo secondo Solov’ev nei suoi tre dialoghi (Fazi Editore)

Recensione dei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev (Fazi editore, 2017): la verità “al di là del bene e del male” Dare alle stampe un libro quale I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev (1853-1900) da parte della casa editrice Fazi può essere vista come un’operazione provocatoria, oltre che divulgativa. Se, in generale, è nelle corde di Fazi editore la missione di diffondere in Italia la voce di intellettuali stranieri come Gore Vidal (et alia), la pubblicazione dei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo può essere considerato come un atto volto a suscitare una certa polemica. Considerando l’idea sottostante l’intero libro, che ruota intorno la concezione di verità e menzogna in materia religiosa riflessa nella vita quotidiana, l’intento di Fazi editore sembra quello di voler innescare nella mente il dubbio; un dubbio coerentemente costruito allo scopo di poter fornire un metro di giudizio sulla propria identità di individuo religioso e individuo laico. Verità e menzogna: i Dialoghi di Solov’ev Vladimir Solov’ev intende la verità religiosa come la genuina manifestazione del credere in qualcosa di trascendente scevra da costruite sovrastrutture che nel tempo ne vadano a modificare e quindi a tacere il messaggio primigenio. È possibile dedurre come per Solov’ev la menzogna discenda genealogicamente dalla verità arcaica, storpiata nel corso delle epoche, andando così al di là di una manicheistica concezione del bene e del male. Le azioni, le decisioni degli uomini ha ragione di fondarsi, dunque, non su una rappresentazione che l’uomo stesso ha del bene e del male, su quella unica e verace che risiede nell’intelligenza divina. Per Solov’ev, inoltre, la verità di Dio diviene correlativo oggettivo della giustizia universale che valica gli ostacoli di una morale artefatta e fatta di sillogismi. A titolo di esempio si legga nel Primo dialogo la narrazione del Generale (pp. 25-27), in cui oltre la sottigliezza del teologo si arricchisce del nitore dello scrittore. Nel narrare le vicende della Guerra Turca del 1877, il Generale rievoca l’orrendo spettacolo delle torture perpetrate dalle tribù ottomane ai danni dei villaggi inermi e il fervore per aver massacrato i sacrileghi ottomani adempiendo alla volontà divina che non manifestava pietà verso chi non l’aveva provata. A una tale visione delle cose si contrappone, poi, la figura del Principe, che fonda il suo «ottimismo morale» (p. 29) su una concezione alienata della parola di Dio, rimproverando al Generale la mancata sepoltura offerta ai morti ottomani. Emblematica è la risposta del Generale: «Ma insomma, decidetevi! Prima dite che una persona malvagia è come una bestia irresponsabile, mentre ora, secondo voi, un basci-buzuk che si mette ad arrostire un bambino può rivelarsi un buon ladrone evangelico! E tutto questo soltanto per non sfiorare il male in alcun modo, neanche con un dito. Secondo me, invece, non è importante che in ogni persona ci siano germi sia del male sia del bene, ma quale dei due domini sull’altro» (p. 28). Oltre queste affermazioni comunque tendenziose, si può leggere il pensiero di Vladimir Solov’ev per cui la […]

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