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Eroica Fenice

Recensioni

“A-Medeo” (diMarina Cioppa e Michele Brasilio) e i figli teatrali di Eduardo De Filippo

Lo spettacolo teatrale A-Medeo di Marina Cioppa e Michele Brasilio, interpretato da Stefania Remino Antimo Navarra, è incentrato sui caratteri dei figli di Eduardo De Filippo nati dalla stesura delle sue indimenticabili commedie. A-Medeo: Eduardo De Filippo e la gelida paternità Lo spettacolo A-Medeo, ritornato per il secondo anno consecutivo (14-15 aprile 2018) sul cartellone del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, si prefigura di dare spazio ai figli “teatrali” di Eduardo De Filippo riprendendo e collegando scene e battute d’autore con alcuni monologhi originali, definendosi nel complesso come un “centone teatrale”. Lo spettacolo A-Medeo nel suo svolgersi rivela così la sua origine giacente su una domanda: se noi conosciamo il destino di personaggi eduardiani come Luca Cupiello, Pasquale Lojacono, Domenico Soriano, Gennaro Jovine, o, andando ancor più indietro nel tempo, Sik-Sik, cosa conosciamo del destino dei figli di Eduardo? Quale la loro vita dopo i drammi, e quale l’eredità da loro raccolta? Dei “figli teatrali” di Eduardo noi conosciamo il loro percorso sulla scena, la loro crescita sul palcoscenico, la loro catarsi all’interno del testo della commedia. Tutto quello che viene dopo è spesso lasciato all’immaginazione dello spettatore. Un esempio su tutti, Tommasino Cupiello: il suo essere distaccato, chiuso nel suo mondo, o nei suoi giochi (come si vede in chiusura del I atto di Natale in casa Cupiello) è specchio della chiusura del padre Luca, che (nella medesima scena) è dedito al suo presepe, entrambi ignari del dramma di Ninuccia e Concetta; solo con la malattia di Luca (III atto), Tommaso ritorna alla realtà, cresce e matura assumendo sulle sue spalle il destino della famiglia, anche dopo il calare della “tela”. Inoltre, rievocando le parole di Eduardo pronunciate a Taormina nel 1984, suggestivo brano che ha chiuso A-Medeo, possiamo dire come la paternità biologica e quella teatrale sia vissuta in un ambiente di «gelo», così come lo pronunciò Eduardo. Il gelo del teatro, in cui si può leggere una certa solitudine, nel quale crebbe il compianto Luca De Filippo, è il medesimo in cui vivono i figli teatrali di Eduardo le loro irripetibili vite. Eduardo De Filippo o il padre attore/autore Il problema posto da A-Medeo consente anche di riflettere su una questione che può ampliarsi come i cerchi in un lago, scagliata una pietra: i “figli” di Eduardo sono figli dell’attore o dell’autore? È indubbio che nella fictio scenica esiste un profondo rapporto fisiologico tra padre e figlio, ma i Tommaso e le Ninuccia Cupiello, gli Amedeo Jovine, i Vincenzo De Pretore, o i figli non nati, ma potenziali, come in Sik Sik l’artefice magico, sono figli di Eduardo De Filippo autore, prima che attore. E in quanto figli, anch’essi hanno conosciuto, vissuto e sofferto quel gelo che li raccoglie nel segno del teatro. E figli di Eduardo sono anche i tanti attori, e autori, che con lui si sono misurati. In ognuno dei figli teatrali di Eduardo batte il cuore di Eduardo; un cuore che continuerà a battere, come egli disse a Taormina, «anche quando si sarà […]

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Food

La pizza verace napoletana e i nuovi PerCorsi Veraci

All’insegna della pizza verace napoletana è presentata in data 4 aprile 2017 la nuova offerta formativa per pizzaioli professionisti. Il prossimo 17 aprile avrà inizio PerCorsi Veraci, masterclass ideata dall’Associazione Verace Pizza Napoletana. Tra i docenti, gli chef stellati Michelin Paolo Gramaglia, Lino Scarallo, Gianluca D’Agostino e Alfonso Crisci (chef docente del Gambero Rosso). La pizza verace napoletana nell’identità culturale della Campania Dal dicembre 2017 la pizza verace napoletana, e con essa l’arte pizzaiola è entrata a far parte del patrimonio immateriale dell’Unesco. Si tratta di un traguardo importante che ha fissato nel tempo non tanto il prodotto culinario, quanto la storia e tradizione, in una parola l’identità di uno degli elementi identificativi della cultura napoletana: la pizza verace. Questo è uno degli aspetti su cui si è soffermata la conferenza stampa volta a presentare i nuovi PerCorsi Veraci, dedicati ai pizzaioli di professione al fine di caratterizzarne la maggiore coscienza nei confronti di quell’opera d’arte culinaria che è la pizza. L’Associazione Verace Pizza Napoletana ha così promosso tale offerta formativa (che avrà inizio il prossimo 17 aprile a Napoli presso la sede dell’associazione in Via Capodimonte 19) tenendo ben presente il contesto turistico economico e culturale attuale: differenziandosi dalla concezione della pizza verace come semplice marchio pubblicitario, Antonio Pace (Presidente Associazione Verace Pizza Napoletana) ha espresso la volontà di trasmettere la coscienza della pizza da parte dei pizzaioli. Il comprendere come la pizza sia fatta, capirne i gesti di preparazione, i tempi e le esigenze del prodotto per insaporirsi, comporta il comprendere a fondo i prodotti utilizzati. Preparare una pizza non vuol dire saper svolgere meccanicamente i gesti, ma conoscerne i singoli ingredienti. Di qui si snoda il progetto Scegli Napoli, rivolto a ristoranti e pizzerie che, al fine di salvaguardare la tipizzazione dei prodotti regionali, si impegnano ad acquistare esclusivamente prodotti campani per la preparazione della pizza. La pizza napoletana non è tale semplicemente perché fatta a Napoli; ma perché, grazie i suoi ingredienti, è estensione della terra lieta della Campania Felix. In questo modo una semplice pizza diviene veramente pizza verace. Questo discorso che si inserisce nel solco di un ritorno cosciente e coscienzioso al settore primario, è funzionale inoltre allo sviluppo del settore turistico. Le festività pasquali hanno visto Napoli come terza città, dopo solo Roma e Venezia, come città più visitata d’Italia, e tra le bellezze artistiche e architettoniche anche il turismo gastronomico trova giustamente il suo spazio. Sviluppo territoriale e culturale, dunque, si identificano come obbiettivi dell’attività dell’Associazione Verace Pizza Napoletana. La Casa de Rinaldi e la pizza verace napoletana Alla conferenza stampa per la presentazione di PerCorsi Veraci è seguito l’attesissimo buffet che, grazie alla cucina del ristorante-pizzeria-hamburgeria Casa de Rinaldi (via Sementini, Rione Alto, Napoli), ha coronato il senso del progetto Scegli Napoli. Tra prodotti caseari e salumi, rustici e quiches, sia di salumi che ortaggi, i prodotti della Casa de Rinaldi hanno accompagnato gli astanti verso la protagonista dell’incontro, la pizza verace napoletana. La pizza, di alta qualità, presentava una fattura con […]

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Libri

Emma, 1876 (Fazi Editore): gli USA secondo Gore Vidal

Con il romanzo Emma, 1876 prosegue l’attività editoriale da parte di Fazi Editore che la vede impegnata, tra l’altro, nella traduzione e pubblicazione dell’opere di Gore Vidal. Dopo la pubblicazione di Giuliano (2017), romanzo storico incentrato sulla vita, il pensiero e la politica dell’imperatore romano del IV secolo D.C. (il cui regno andò dal 360-363) e dopo L’età dell’oro (2017), ultimo dei sette romanzi della serie Narratives of Empire che, nell’intenzione dell’autore, ha lo scopo di narrare la nascita, lo sviluppo e in qualche modo il declino della potenza economica e politica degli Stati Uniti d’America; Fazi Editore pubblica la traduzione di 1876 (titolo originale), in cui si narrano delle elezioni politiche degli Stati Uniti d’America nel 1876, a cento anni dalla loro fondazione. Emma, 1876: il contesto storico  L’intento polemico di Gore Vidal si nota a partire dal contesto della prima edizione americana di 1876. Il romanzo è infatti pubblicato in America per la prima volta nel 1976, a duecento anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America e a cento anni dal contesto storico in cui è ambientato il romanzo stesso. Lo sfondo storico su cui si muovono i personaggi è la New York delle elezioni politiche presidenziali del 1876 che vedono fronteggiarsi l’esponente del partito democratico Samuel J. Tilden (1814-1886) e quello del partito repubblicano, Rutherford B. Hayes (1822-1893). Grazie ad alcuni intrighi politici quest’ultimo verrà eletto come nuovo presidente nonostante la minore affluenza di voti rispetto all’avversario democratico. Nella scelta di questo scottante tema sembra prendere forma l’idea di Vidal per cui, in una concezione fortemente pessimistica della politica statunitense passata e presente, l’orgogliosa e patriottica celebrazione del centenario della proclamazione della Repubblica Americana sia una vana nebbia che copre la corrotta realtà dei fatti avvenuti. Emma, 1876 nella traduzione di Silvia Castoldi: il titolo Come si è accennato, il titolo originale del libro in questione era 1876. L’affiancamento alla data del nome di Emma Schuyler, figlia del protagonista del romanzo, il giornalista Charles Schuyler, sotto il cui punto di vista si snoda la narrazione, può essere il risultato dell’idea di intitolare il romanzo a uno dei protagonisti principali; al fine di mostrare l’intera vicenda attraverso il suo punto di vista. In questo senso, si assiste in apertura del romanzo al ritorno di padre e figlia a New York. Charles, esponente filo democratico, ritrova dopo anni una città completamente cambiata rispetto ai suoi ricordi, e Emma, nata in Europa e vedova di un principe parigino, comincia a muoversi negli ambienti intellettuali e sofisticati dell’epoca. Ciò permette di svelare al lettore quelle che erano, e che secondo Vidal sono ancora, le fallaci idee su cui si fonda la cultura e la politica di un paese. Da questo si può evincere nell’idea di Vidal come si passi dal particolare all’universale, dalla storia dei singoli alla storia di tutti e che la Storia del passato è specchio di quella presente. Verità e finzione storica in Emma, 1876 In Emma, 1876, così come anche negli altri romanzi storici, Gore Vidal unisce personaggi reali, […]

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Libri

L’Anticristo secondo Solov’ev nei suoi tre dialoghi (Fazi Editore)

Recensione dei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev (Fazi editore, 2017): la verità “al di là del bene e del male” Dare alle stampe un libro quale I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev (1853-1900) da parte della casa editrice Fazi può essere vista come un’operazione provocatoria, oltre che divulgativa. Se, in generale, è nelle corde di Fazi editore la missione di diffondere in Italia la voce di intellettuali stranieri come Gore Vidal (et alia), la pubblicazione dei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo può essere considerato come un atto volto a suscitare una certa polemica. Considerando l’idea sottostante l’intero libro, che ruota intorno la concezione di verità e menzogna in materia religiosa riflessa nella vita quotidiana, l’intento di Fazi editore sembra quello di voler innescare nella mente il dubbio; un dubbio coerentemente costruito allo scopo di poter fornire un metro di giudizio sulla propria identità di individuo religioso e individuo laico. Verità e menzogna: i Dialoghi di Solov’ev Vladimir Solov’ev intende la verità religiosa come la genuina manifestazione del credere in qualcosa di trascendente scevra da costruite sovrastrutture che nel tempo ne vadano a modificare e quindi a tacere il messaggio primigenio. È possibile dedurre come per Solov’ev la menzogna discenda genealogicamente dalla verità arcaica, storpiata nel corso delle epoche, andando così al di là di una manicheistica concezione del bene e del male. Le azioni, le decisioni degli uomini ha ragione di fondarsi, dunque, non su una rappresentazione che l’uomo stesso ha del bene e del male, su quella unica e verace che risiede nell’intelligenza divina. Per Solov’ev, inoltre, la verità di Dio diviene correlativo oggettivo della giustizia universale che valica gli ostacoli di una morale artefatta e fatta di sillogismi. A titolo di esempio si legga nel Primo dialogo la narrazione del Generale (pp. 25-27), in cui oltre la sottigliezza del teologo si arricchisce del nitore dello scrittore. Nel narrare le vicende della Guerra Turca del 1877, il Generale rievoca l’orrendo spettacolo delle torture perpetrate dalle tribù ottomane ai danni dei villaggi inermi e il fervore per aver massacrato i sacrileghi ottomani adempiendo alla volontà divina che non manifestava pietà verso chi non l’aveva provata. A una tale visione delle cose si contrappone, poi, la figura del Principe, che fonda il suo «ottimismo morale» (p. 29) su una concezione alienata della parola di Dio, rimproverando al Generale la mancata sepoltura offerta ai morti ottomani. Emblematica è la risposta del Generale: «Ma insomma, decidetevi! Prima dite che una persona malvagia è come una bestia irresponsabile, mentre ora, secondo voi, un basci-buzuk che si mette ad arrostire un bambino può rivelarsi un buon ladrone evangelico! E tutto questo soltanto per non sfiorare il male in alcun modo, neanche con un dito. Secondo me, invece, non è importante che in ogni persona ci siano germi sia del male sia del bene, ma quale dei due domini sull’altro» (p. 28). Oltre queste affermazioni comunque tendenziose, si può leggere il pensiero di Vladimir Solov’ev per cui la […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Chiesa del Real Monte Manso e il velo di Cristo

Per la sua varietà di gioielli culturali Napoli può essere considerata un vero e proprio museo, e, come ogni museo, contiene tesori che sono celati a una prima occhiata, tesori come la Chiesa del Real Monte Manso di Scala. La Chiesa del Real Monte Manso, contenente la scultura del Cristo Svelato (commissionato nel 2010 e inaugurato nel 2011) di Giuseppe Corcione, è l’attuale sede della Istituzione del Real Monte Manso fondata nel 1608 da Giovan Battista Manso, illustre mecenate del XVII secolo che, tra l’altro, oltre a essere nominato esecutore testamentario di Giovan Battista Marino (nonché destinatario di sue numerose epistole), fu dedicatario dell’ultimo dei Dialoghi di Torquato Tasso, Il Manso overo de l’amicizia (1592) e autore della prima biografia del poeta sorrentino (Vita di Torquato Tasso, 1621) e di un volume di dialoghi di stampo tassiano (Erocallia, 1528). L’importanza della Chiesa del Real Monte Manso risiede nella costruzione al terzo piano del Palazzo d’Afflitto, proiettandosi al di sopra della Cappella San Severo, sede del mausoleo del principe massone Raimondo di Sangro e della scultura del Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino. Ciò è stato messo in luce durante la doppia visita guidata tenuta da Maria Girardo, storica dell’arte e presidentessa dell’associazione Megaride, che ha avuto come punti di interesse la Cappella San Severo e la Chiesa del Real Monte Manso. Il velo di Cristo alla Chiesa del Real Monte Manso Nella visita alla Cappella San Severo, Maria Girardo si è soffermata sull’importanza della doppia lettura dei simboli presenti nella Cappella espressi con un linguaggio contemporaneamente iconografico e iconologico di sculture, dipinti e affreschi. Circa la Cappella, che si fonda sulla base della chiesa secentesca dedicata a Santa Maria della Pietatella, Raimondo di Sangro ne trasformò nel 1740 la struttura decorativa per dar forma al suo progetto: realizzare un luogo di sepoltura dei suoi antenati e dei suoi successori e luogo di celebrazione della cultura massonica. Si tratta di una concezione illuminata della cultura, in quanto grazie alla simbologia da lui personalmente pianificata intendeva esprimere il messaggio di una forma di pensiero scevra da condizionamenti, in grado di adombrare la popolare ignoranza. Si potrebbe parlare di un senso , se non anagogico delle opere d’arte volute da Raimondo di Sangro. Testimoni di questa volontà sono per esempio il grande affresco della Gloria del Paradiso, o della famiglia di Sangro realizzato da Francesco Russo sul soffitto della Cappella, in cui si mette in evidenza la Sacra Colomba recante il simbolo triangolare, caro alla tradizione religiosa in quanto significante la trinità, ma contemporaneamente identificativo del Principe massone a cui gli affiliati devono tendere religiosamente. Circa le sculture, Maria Girardo ha posto la sua attenzione sulle sculture di Antonio Corradino (artista precedentemente impegnato presso la corte austriaca), tra le quali La Pudicizia e Il Disinganno di Francesco Queirolo, poste rispettivamente ai lati sinistro e destro dell’altare maggiore, oltre che sullo straordinario Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino. La Pudicizia (dedicata alla madre) rappresenta le delicate fattezze di una matrona ricoperta da un velo, un […]

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Libri

L’età dell’oro: la storia occulta secondo Gore Vidal

Si deve a Fazi editore la possibilità di vedere tradotto in Italia il romanzo L’età dell’oro dell’intellettuale americano Gore Vidal (1925-2012). Dopo Giuliano, con L’età dell’oro (trad. it. Luca Scarlini, Roma, Fazi, 2017) Fazi editore dà il via alla pubblicazione del romanzo storico di Vidal con l’ultimo dei sette romanzi della saga Narratives of Empire (in ordine: Burr, Lincoln, Il candidato, Impero, Hollywood, Washington D.C., L’età dell’oro). Narratives of empire racconta, attraverso contraddizioni e fenomeni sociali, la nascita e l’ascesa dell’America a prima potenza mondiale. L’età dell’oro di Gore Vidal, ovvero la storia come propaganda L’età dell’oro di Gore Vidal si apre con una nota profondamente ironica e polemica, tipica della personalità dell’intellettuale americano. Per comprendere ciò è necessario storicizzare questa sorta di incipit del romanzo: 4 novembre 1939. Poco meno di due anni prima dell’entrata in guerra dell’America in seguito all’attacco di Pearl Harbor da parte dei giapponesi (7 dicembre 1941). Nelle pagine di Vidal si percepisce il clima di tensione che divide un paese isolazionista ma con faville di interventismo. A farsi portavoce di tali idee sono esponenti della politica americana del tempo, ma la ironia, si diceva, la vena polemica, si esprime in una nota amara nel momento in cui, sulla base dell’opinione pubblica, della Democrazia, il potere politico afferma che “la gente fa sempre come gli si dice. Non hanno scelta” (p. 24). Emerge in questa frase la chiave di lettura dell’intero romanzo che si fonda sull’idea di una libertà, per così dire, assente del popolo americano, influenzato e quindi manovrato dal potere politico. In L’età dell’oro Vidal mette in mostra la sua idea dell’anti-democraticità del governo americano andando così a definire anche una pessimistica concezione della Storia. La Storia, difatti, si costituisce delle cause e degli effetti delle azioni degli uomini tutti; diversamente, per Vidal, la Storia risulta essere un concetto inafferrabile per il popolo in quanto manovrato dai poteri alti. Si può quindi giungere ad affermare che la storia, nel caso specifico dell’America (secondo il progetto di Narratives of empire), non è vera, ma è riflesso di una realtà sapientemente simulata e manipolata. Tutto questo si evince in particolar modo alle pagine dedicate da Vidal ai momenti relativi all’attacco a Pearl Harbor da parte dei giapponesi. L’America, secondo le disposizioni del presidente Franklin Delano Roosevelt (alla vigilia del suo quarto mandato), sarebbe entrata in guerra solo in seguito ad un attacco. Vidal esprime come attraverso l’ultimatum proposto dal segretario americano Cordell Hull, la così detta Hull note (26 novembre 1941, p. 30) l’America avesse praticamente fornito al Giappone la prospettiva di attaccarla. In altre parole, secondo Vidal, la Casa Bianca si aspettava un attacco da parte dei giapponesi, salvo poi presentarlo al pubblico come inaspettato, il quale necessariamente doveva avere come reazione degli statunitensi la guerra. Dalla resa incondizionata del Giappone in seguito alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), ebbe poi inizio la propaganda anticomunista della Guerra fredda. Tutto questo, per Vidal, pone le basi della potenza dell’impero americano: un impero […]

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Teatro

“Semi” al Sancarluccio: le parole e l’incomunicabilità

Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico, in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dall’ 11 al 14 gennaio, è uno spettacolo di e con Marina Cioppa e Michele Brasilio, prodotto da Vulìe Teatro. In Semi si riflette sul senso dell’amore, per così dire, postmoderno, in cui l’individualismo dei due membri del rapporto di coppia, elemento su cui si concentra lo spettacolo, scardina dall’interno l’istituzione famiglia di tipo matriarcale risolvendosi in una forzata convivenza. Al Sancarluccio lo spettacolo Semi, o la coppia postmoderna Lo spettacolo Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico si concentra su quello che può essere un possibile spaccato di vita quotidiana. I due protagonisti del testo, Claudia (Marina Cioppa) e Ugo (Michele Brasilio) si ritrovano a “metter su” tutta una serie di azioni e comportamenti ricorrenti e, talvolta, “meccanici” nei confronti l’uno dell’altra. Si tratta di azioni e comportamenti che si generano da un rapporto di convivenza forzata che porta alla dimenticanza dell’antica freschezza del rapporto sostituendo, come è detto nello spettacolo, «l’abitudine all’intimità». La riflessione di Semi pone dinanzi lo spettatore la odierna fragilità del rapporto di coppia che non si nutre di sé stesso, ma di stimoli esterni che cozzano con l’individualità dell’uno o dell’altro partner. L’identità di una coppia si sgretola, di fronte alle singole identità dei sui componenti, evidenziando in limine del rapporto la manca coesione. Attraverso indugi e riprese, la drammaturgia fonda il suo centro sui dialoghi dei due protagonisti. Si tratta però di dialoghi che non sanno comunicarsi e ascoltarsi. Infatti, nello scambio di parole, a emergere è il grande silenzio emozionale che regna talora nella coppia postmoderna. Marina Cioppa e Michele Brasilio attraverso le battute del testo, le scelte di regia e le tecniche recitative adoperate mettono così in mostra quelli che sono i due grandi nemici dell’amore: l’incapacità di comunicazione la superficialità verso l’altro e anche l’incoscienza di sé, del sé profondo. E non si parla solo di amore platonico, evocato e suggerito dal sottotitolo dello spettacolo, o meglio, l’amore platonico non è solo punto di partenza di Semi: se manca amore vero, non c’è possibilità di amore platonico. Dal punto di vista scenico, l’ambiente quotidiano proposto rappresenta una scena quotidiana in senso minimalista, incorniciato da un disegno luci che riflette i momenti cruciali della drammaturgia. Importante nelle scelte registiche, tra l’altro, l’apertura dello spettacolo con la canzone Nessuno mi può giudicare di Caterina Casella che fornisce alle soglie il senso di seguito espresso.

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Interviste

“Semi”: intervista a Marina Cioppa e Michele Brasilio

Dal giorno 11 al 14 gennaio 2017 il palcoscenico del Nuovo Teatro Sancarluccio ospita lo spettacolo Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico di Marina Cioppa e Michele Brasilio e prodotto da Vulìe Teatro. Dal titolo si evince come esso affronti la tematica conflittuale tra uomo e donna. Si tratta di un conflitto che nasce, piuttosto che da una fisiologica differenza tra uomo e donna, da quella difficoltà comunicativa che si instaura in generale tra gli individui. La riflessione che in Semi si pone circa rimpianto per l’amore platonico, un tipo di affetto, cioè, che si nutre di se stesso senza chiedere nulla in cambio all’oggetto del desiderio, sembra mirare, inoltre, all’analisi di quel profondo individualismo che regna nella realtà contemporanea. Semi: tra amore e rapporto di coppia al giorno d’oggi. Due chiacchiere con Michele Brasilio e Marina Cioppa Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico è un titolo che porta alla mente la complessità del rapporto di coppia nell’epoca contemporanea. Parlateci dello spettacolo. Marina Cioppa: Complessità è un eufemismo in questo caso. Il rapporto di coppia dei protagonisti Ugo e Claudia è una gara da giocarsi sempre in zona Cesarini, un continuo andirivieni di battute, in perenne contrasto e il finale spiega in parte il motivo. Michele: Il ritmo col quale procedono i dialoghi è molto sostenuto e in qualche modo rimanda alla velocità con la quale oggi si instaurano rapporti e alla superficialità nell’ascoltarsi. Come siete giunti all’idea del rimpianto del cosiddetto amore platonico e cosa intendete con questa locuzione? Marina Cioppa: La conclusione alla quale siamo giunti in ultima fase di scrittura è stata proprio che se l’amore fosse platonico sarebbe più semplice e non ci sarebbe necessità di coabitazione e di condivisione di nessun tipo. Molte problematiche troverebbero esaurimento, oggi invece l’esaurimento è clinicamente diagnosticabile in molti casi. Mettere in scena una tematica così attuale come rapporto di coppia comporta una forte adesione alla realtà. Quanta vita quotidiana prende, appunto, vita in Semi? Michele Brasilio: Tutta. Praticamente tutta. In semi ci sono dialoghi e situazioni che abbiamo osservato, immagazzinato, appuntato e persino vissuto. In Semi è ovviamente esasperato il concetto di coppia, dato che al teatro serve esattamente questo. Quali sono, dal punto di vista registico, i linguaggi con cui vi esprimete in Semi? Michele Brasilio: Dal punto di vista registico ho preferito lasciare spazio alla drammaturgia, pur trattenendo uno stile cinematografico che credo fotografi al meglio la relazione di coppia per come la intendiamo. Per noi è stato molto più importante far nascere il “gioco” tra i due attori (e di conseguenza tra i due personaggi) senza inondare lo spettacolo di spunti concettuali anche visivi. Cos’è cambiato nel rapporto di coppia con il passaggio dal Secondo al Terzo Millennio? Michele Brasilio: Credo che a un certo punto si necessitasse di una modifica antropologica, nella stessa misura in cui ci si lasciava alle spalle l’idea del piccolo spazio, del paesino, del quartiere come unico spazio scibile. Così anche la coppia ha avuto bisogno di rinnovare la sua posizione storicamente convalidata. […]

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Libri

“Napoli 1799”. Saggio sulla rivoluzione partenopea di Ciro Raia

Napoli 1799. Fin dal titolo del suo libro, Ciro Raia definisce le coordinate spaziali e temporali che ne costituiscono la materia. Napoli 1799. Un sogno di libertà (Napoli, Alessandro Polidoro Editore) definisce anche nel sottotitolo la caratterizzazione degli eventi a cui si riferisce. La Rivoluzione partenopea è un ‘sogno’, e come tale va intesa nel suo senso etimologico: di breve durata, effimera, che pone i protagonisti in un mondo “altro”, un mondo ancora ideale che si scontra con la caotica realtà dei fatti. Napoli 1799: il tempo e la storia della Rivoluzione partenopea del 1799 Le intenzioni di Ciro Raia in Napoli 1799 si evincono alle soglie del saggio, in particolare nella dedica e nell’epigrafe: «Ai giovani cittadini studiosi». A queste parole di Nicola Fiorentino, come ricorda Raia, avvocato e professore di matematica giustiziato nel dicembre del 1799, corrispondono le parole di Vincenzo Cuoco: «La memoria del passato deve essere per ogni uomo, che non odia la patria e se stesso, il più forte stimolo per amare il presente». Napoli 1799, oltre a essere un saggio storico, è un monito e un memento alle giovani generazioni al fine di preservare la memoria del passato e definire la propria identità politica e morale. Si tratta di un fine pedagogico che tenta di raggiungere il suo obbiettivo attraverso la narrazione di cause ed effetti che hanno generato gli eventi della breve vita della Rivoluzione partenopea del 1799. Attraverso una prima analisi sociale e storica della Napoli degli anni 1792-1799, si pongono le premesse per chiamare in causa i personaggi principali della storia della Rivoluzione Napoletana. Dalle pagine di Raia relative agli anni precedenti alla Repubblica Partenopea emerge il carattere di un evento storico prossimo e inevitabile a causa di continue azioni e reazioni suscitate dalle idee giacobine francesi tradotte a Napoli. Figure come il “Re Lazzaro” Ferdinando IV o la regina Maria Carolina d’Austria e il generale francese Championnet, campione delle idee rivoluzionarie francesi, diventano emblemi di pensiero che nella mente di intellettuali come Renato Serra o Eleonora De Fonseca Pimentel si scontrano, nella speranza di veder sfavillare il lume repubblicano. Il racconto e la storia in Napoli 1799 In merito alla scrittura, fatti e personaggi prendono forma in una narrazione che a mano a mano costruisce dapprima lo scenario entro il quale si collocano le vicende e il tempo in cui esse avvengono, e in seguito vengono delineati i profili dei personaggi che vi presero parte, come nel caso ad esempio dei capitoli dedicati ai monarchi partenopei o il liberatore Championnet, intrecciando storia e aneddotica al fine di definire delle personalità a tutto tondo. Si delineano tutti i passaggi che determinarono le circostanze politiche, militari e sociali della nascita della Repubblica partenopea. Intessuto nel racconto è inoltre presente un elemento cardinale per comprendere quelli che erano gli umori portati dal vento rivoluzionario: sono infatti di frequente riportati versi che al tempo circolavano tra il vulgus e che aiutano a comprenderne l’orientamento. Si tratta di una vox populi che si mostra sia clemente, sia […]

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Interviste

Il TRAM fra passato e presente: intervista a Mirko Di Martino

Entrare al TRAM (Teatro Recitazione Arte Musica) significa addentrarsi nel cuore di Napoli. Le sue scalinate, illuminate da luci soffuse, discendono nella terra fino a portare lo spettatore nell’anima del teatro. Ad accoglierci è il Direttore artistico e fondatore della compagnia del Teatro dell’Osso Mirko Di Martino, che ci ha spiegato quale sia l’idea portante del TRAM: una linea che riesca a coniugare insieme drammaturgia e memoria popolare con un certo sperimentalismo, che sappia farsi comprendere dal pubblico. In particolare, la drammaturgia di Di Martino affronta temi quali la memoria e l’identità dei suoi personaggi attraverso uno scavo profondo della loro coscienza, i quali diventano pretesti per analizzare tematiche universali. Accanto a questo tipo di approccio vi è anche una certa forma di sperimentazione, allo scopo di proporre nuovi linguaggi fruibili di comunicazione, di cui è felice esito la rassegna da lui stesso ideata Vissi d’Arte, che coniuga teatro e arti figurative, e il cui più recente risultato è stato lo spettacolo Explodin Plastic Wharol, che ha aperto magnificamente questa seconda stagione del TRAM. Il TRAM di Mirko Di Martino: le diverse scelte drammaturgiche Nella tua biografia artistica si articola in un passaggio biunivoco dalla drammaturgia alla direzione teatrale. Raccontaci se e come la direzione artistica del TRAM abbia influito sulla tua scrittura drammaturgica. È vero che l’apertura del TRAM ha influito sulla scrittura drammaturgica perché per la prima volta ho avuto l’occasione di pensare a uno spettacolo, in particolare Exploding Plastic Wharol, che è nato appositamente per questo posto. Fino a quel momento i miei spettacoli erano legati a quelli che erano i miei interessi generali, o alle possibilità produttive, o all’interesse del Teatro dell’Osso, ma non al luogo specifico. Nel momento in cui abbiamo per la prima volta pensato a uno spettacolo che doveva nascere qui e stare qui per un certo periodo di tempo, siccome il TRAM ha anche una struttura abbastanza particolare, proprio come edificio teatrale, allora c’è stata un’influenza non tanto nella scelta del tema, ma sull’idea dello spettacolo che sarebbe dovuto nascere. Non influisce ovviamente tanto sullo stile, né sui temi, ma certamente influisce invece sull’idea di un testo che viene pensato già per un certo tipo di allestimento. In particolare Wharol è stato pensato e scritto proprio per essere messo in scena in quel modo che ha suggerito il TRAM stesso. Difficilmente potrebbe essere messo in scena in un’altra maniera e anche, con certe difficoltà, in un altro posto, in quanto è nato esattamente qui. Più in generale, il fatto di avere la direzione artistica influisce sulla scrittura, dovrei dire in maniera negativa, nel senso che lascia meno tempo per la scrittura, ed è difficile conciliare le due cose perché scrivere è un’attività a tempo pieno; anche perché raramente capita di iniziare a scrivere un testo di cui si è convinti fin dall’inizio, se è già quello che si vuol fare. In genere, è più una ricerca. Si comincia da un’idea, se ne valutano tante, se ne abbandonano tante altre, ci si torna su, […]

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Teatro

Pane Nostro di Andrea Cappadona: la prigione della realtà

È andato in scena dal 14 al 17 dicembre al teatro TRAM di Napoli lo spettacolo Pane Nostro, scritto e diretto da Andrea Cappadona, e interpretato da Rosario Mastrota. Pane Nostro è il racconto amaro di un panettiere calabrese naturalizzato al nord Italia la cui vita viene stravolta dalla ‘ndrangheta. Un racconto di sopportazione e furia che portano il protagonista Giuseppe a rimanere imprigionato dalla giustizia, o quella che egli crede la propria giustizia. Pane Nostro: la follia della giustizia Pane Nostro mette in scena il dramma che si scatena a partire nella vita reale e che si introietta nella psiche umana. Per comprendere questa “visceralità” propria di questa drammaturgia, deve essere analizzato l’iter di Giuseppe: panettiere da due generazioni e da due generazioni naturalizzato a Milano, il calabrese vive in una sorta di mondo idillico costituito dalle cicliche azioni necessarie all’arte di fare del buon pane. Si tratta, dal punto di vista di Giuseppe, di una forma d’amore verso quelli che chiama i suoi “figli”, ovvero il suo pane. Questo tipo di amore si fonde, inoltre, a quello per una donna, Lisetta, a cui in questo senso egli dedica l’invenzione di una nuova ricetta di pane che porta il suo nome. Questo il mondo di Giuseppe. Il dramma inizia a sciogliersi quando egli, inconsapevolmente, entra a contatto con i criminali che cominciano a imporgli il pizzo, a cui egli si vede costretto a cedere. Nel monologo di Giuseppe si vede gradualmente sgretolarsi quel mondo fanciullesco in cui credeva di vivere, fino alla rivelazione da parte degli strozzini del fatto che, come lui ora, anche il padre e il nonno sottostavano a quella imposizione. Così tutto perde senso agli occhi del panettiere, in una serie di momenti scanditi da un disegno luci che, coerentemente col dramma, appesantisce la scena, in un certo senso anticipando la rivelazione dell’atto finale. La tragedia, l’atto ferino, si manifesta quando la crudezza del mondo reale interferisce e stravolge quello ideale. All’ennesima riscossione, i due strozzini giungono a straziare quei pani che Giuseppe aveva amorevolmente inventato per l’amata Lisetta. Cieco d’ira, Giuseppe uccide i due criminali e, per sbarazzarsi dei cadaveri, prima li cuoce nel forno in cui egli cuoceva il pane e poi impasta i resti con la farina per farne dei panettoni da rivendere. L’atto bestiale diventa così l’esito della distruzione di un mondo “altro”, e che si traduce nella formulazione di una giustizia personale e distorta. Ecco che si ha la conferma di ciò che lo spettatore sospettava da tempo: il monologo di Giuseppe proviene dal fondo di una cella, spiegando così le ragione di una scenografia (curata da Marco Foscari) giustamente spoglia e arida. Ma se la “giustizia” di Giuseppe è frutto di un atto bestiale, altrettanto distorta appare quella dello Stato che punisce soltanto il povero panettiere, in quanto, come egli amaramente sostiene, «il sistema non si ferma, riparte… Anzi, continua…». Pane Nostro, oltre a farsi racconto realista di un dramma personale e collettivo, analizza con occhio arido il sistema di una società […]

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Napoli & Dintorni

La Chiesa dell’arte della seta dei SS. Filippo e Giacomo

Attraversando le affollate vie di Spaccanapoli, frastornato da mille colori e mille voci, lo sguardo si posa di luogo in luogo fino a toccare, attirato dal suo sommesso luccichio, uno dei tanti gioielli che ornano questi vicoli, ovvero la Chiesa dell’arte della seta dei Santi Filippo e Giacomo. Insieme con altri complessi religiosi come ad esempio la Basilica della pietà dei Turchini in via Medina la Chiesa dell’arte della seta dei Santi Filippo e Giacomo costituisce parte di quel patrimonio nascosto e a lungo dimenticato che risiede a Napoli alla luce del sole. Per questo, l’opera dell’associazione Respiriamo Arte è di pregevole interesse in quanto, dal 2015, si occupa di mantenere vivo l’interesse verso questo splendido complesso, di cui alcune aree erano in pieno abbandono e chiuse al pubblico da trent’anni. Respiriamo Arte nella Chiesa dell’arte della seta L’azione dell’associazione è fondata sul concetto di recupero e di valorizzazione di quella parte del patrimonio storico e artistico napoletano che versa in condizioni di abbandono. In questo modo Respiriamo Arte si è impegnata a proporre al pubblico, in tutto il suo splendore, la Chiesa dell’arte della seta, reintegrandola nel circuito culturale volto alla diffusione del patrimonio architettonico e artistico napoletano. Il lavoro dei ragazzi di Respiriamo Arte ha reso accessibili nuovi ambienti del Complesso quali la sagrestia settecentesca, prima adibita a mero deposito; il cortile; e la parte sotterranea, da cui sono stati riportati alla luce alcuni reperti archeologici. Il tutto è valorizzato tramite l’organizzazione di visite guidate, tenute dagli stessi membri dell’associazione Respiriamo Arte, fondate su precisa basi documentarie e bibliografiche, a testimoniare proprio l’impegno dell’associazione e il valore storico della Chiesa dell’arte della seta dei Santi Filippo e Giacomo. La Chiesa dell’arte della seta: un po’ di storia La Chiesa dell’arte della seta nasce in seguito all’istituzione a Napoli della Corporazione dell’ Arte della seta nel 1477, dando così inizio alla ufficiale diffusione  dell’arte serica nel pieno Rinascimento napoletano. Questa Corporazione, a cui si deve la costruzione della chiesa dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, riunì in questo modo, sotto la sua egida, le numerose bellezze dell’arte serica meridionale. Arricchita di suggestioni barocche nel corso di tutto il secolo del Seicento, l’arte della seta è stata poi messa in secondo piano. Grazie all’attività di Respiriamo Arte, non solo la chiesa ha ripreso ad essere aperta al pubblico; ma  lo studio e lo scavo archeologico della giovane associazione ha permesso di riportare alla luce anche numerose testimonianze dell’alto livello dell’arte serica napoletana, un’arte che, seppur in precedenza dimenticata, resta sempre intrecciata nelle trame della cultura della città.

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Eventi/Mostre/Convegni

Immaginario: la mostra di Gennaro Vallifuoco al PAN

Il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) apre le porte alla mostra Immaginario di Gennaro Vallifuoco (dal giorno 11 novembre al 3 dicembre 2017), evento volto a celebrare la fertile collaborazione tra Roberto De Simone e l’artista avellinese Gennaro Vallifuoco, illustratore di numerosi lavori del grande fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Un sodalizio che vede prodotto un proficuo dialogo tra musica e pittura, in cui la tradizione letteraria e musicale viene sviscerata dalle assidue ricerche di De Simone e ritrova attraverso una rinnovata forma di espressione attraverso i brillanti colori e le chine di Vallifuoco. Gennaro Vallifuoco per De Simone: un “immaginario” popolare tra il sacro e il profano Già dal titolo proposto per la mostra, Immaginario, è possibile comprendere il taglio personale che caratterizza i dipinti e le illustrazioni esposte. Si tratta di un ventaglio di ispirazioni che non si ferma al singolo soggetto rappresentato. Ogni dipinto si inanella con altri limitrofi inscrivendosi in un mondo pittorico, un “immaginario”, per cui Gennaro Vallifuoco tende a superare ed ampliare l’esperienza artistica individuale. Si definisce in questo modo una pittura, per sua stessa natura, priva di artefatti intellettualismi in favore di una spontanea ispirazione fanciullesca. A questo punto sorge spontanea una domanda: in quale terreno affondano le radici del mondo pittorico di Gennaro Vallifuoco? Una domanda lecita, alla quale va necessariamente anteposto un breve premessa di stampo biografico. Nel 1990 Vallifuoco si diploma in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi su Roberto De Simone, il quale affida al giovane avellinese la ricerca, in territorio campano, di favole popolari. Da questa esperienza nascono le illustrazioni per libro curato da Roberto De Simone Fiabe campane (Einaudi, 1994) in cui Vallifuoco coniuga il folclore contadino della campagna campana con l’iconografia tradizionale relativa alle carte da gioco napoletane. Oltre la vibrante colorazione tipica dell’artista,  si vede come Vallifuoco inoltre sembri  unire un immaginario classico e addirittura mitico con un’immaginazione sacra, il tutto inscritto in un contesto popolare, folcloristico e, se si vuole, anche tendenziosamente realistico. Ecco allora, nell’ambito delle Fiabe campane, una Donna di Denari sorgere dalle acque come una Venere botticelliana, o ancora un drago giacere sconfitto ai piedi di Re di Spade o di un Fante di Spade che in fattezze angeliche cavalca sul demonio languente. Fatte queste premesse è possibile rispondere alla domanda prima postulata: una fitta rete di significati si legge nei dipinti, come le disseminate presenze angeliche (simboli di una cristianità popolare) o gli animali domestici e da pascolo (simboli di un mondo pastorale e contadino), a cui fanno sfondo le campagne campane filtrate da un immaginario che sa intrecciare tradizione popolare, sacra e profana. L’intreccio di questi mondi trova dunque terreno fertile nell’ispirazione spontanea di Vallifuoco nel cui immaginario sembrano prendere vita valori e ideale che è possibile arricchire dall’esperienza di chi è in grado di ammirare ed apprezzare le sue opere. Altro capolavoro nato dal sodalizio di Vallifuoco e De Simone è un lavoro su Il Pentamerone di Giovan Battista Basile, riscritto […]

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Eventi/Mostre/Convegni

L’Esercito di Terracotta in mostra a Napoli

Approda a Napoli dal lontano Oriente la mostra L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina. La mostra, prodotta dalla giovane società di comunicazione LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, è stata inaugurata il 24 ottobre 2017, e sarà possibile ammirarla fino al 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo, in via Toledo 402 a Napoli. L’esposizione comprende gli oggetti, i marmi e le statue scoperti nella necropoli dedicata al primo imperatore della Cina Qin Shi Huangdi, la cui storia risale a più di due millenni fa. Egli fu colui che pose le basi per la struttura governativa cinese che a tratti sopravvive ancora ai giorno nostri. L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina comprende esposizioni che fanno sì che gli astanti possano instaurare un intimo rapporto con l’idea del mondo ultraterreno così com’era percepito all’epoca quasi mitica a cui appartengono i rarissimi reperti. LA GENESI DELL’ESERCITO DI TERRACOTTA E L’IDEA DI IMMORTALITÀ Tutti i reperti, il vasellame, le decorazioni e gli utensili esposti in occasione della presente esposizione, che rappresenta una Prima italiana, si configurano come una sorta di “bagaglio” che l’imperatore Qin Shi Huangdi portò con sé nel misterioso viatico che lega il mondo dei vivi a quello dei morti. Quasi alla maniera delle usanze egiziane, per cui si accompagnavano al sarcofago dei grandi faraoni oggetti che potessero agevolare il trapasso e glorificarne l’assunzione tra gli dèi, i numerosi manufatti rispecchiano l’idea per cui nel mondo delle ombre l’Imperatore avrebbe continuato una sorta di manifestazione del suo potere regale; di qui gli oggetti di uso quotidiano come il vasellame, o i carri, o le armi, o le armature, tutto riprodotto con precisione. Il viaggio nel mondo degli spiriti diviene così un grande viaggio in cui si manifesta la consapevolezza, o il desiderio, dell’immortalità dell’uomo. Questa particolarità si esprime, inoltre, nella sapiente scelta del luogo prescelto per ospitare la mostra, ovvero la Basilica dello Santo Santo. Costruita nel XVI secolo, e trasformata nel corso delle epoche e degli stili architettonici fino al Settecento, per cui ad oggi si presenta secondo una architettura e decorazione neoclassica, pur conservando reminiscenze del suo passato manierista e barocco, la Basilica, come ha infatti osservato Susy Stracchino dell’Associazione Medea Art, impegnata nella costituzione dell’esposizione, instaura con la mostra L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina un rapporto di silenziosa sacralità. L’ESERCITO DI TERRACOTTA E IL TURISMO CULTURALE Il lavoro di allestimento della mostra si inserisce perfettamente nel contesto napoletano, andando a confluire in quella messe di eventi culturali che soprattutto nell’ultimo periodo stanno dando lustro culturale alla capitale partenopea. Una Napoli come crocevia di culture che è in grado di attirare una forma di turismo diversa da quella tradizionale. Come ha osservato nella detta conferenza Virginia Gangemi, Professore Emerito dell’Università Federico II, la mostra dà la possibilità alla città di Napoli di favorire quello che è il turismo colto, che sa andare oltre le attrazioni convenzionali, complice anche il periodo invernale che vedrà attiva l’esposizione, e […]

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Recensioni

“Uscita di emergenza”, in scena al Teatro San Ferdinando

Nell’interpretazione registica di Claudio Di Palma, Uscita di Emergenza di Manlio Santanelli (in scena al Teatro San Ferdinando dal 18 ottobre al 5 novembre 2017) risulta essere una commedia che riflette principalmente sulla frantumazione degli equilibri, sulla devastazione di un antico ordine armonico precipitato nel caos. Uscita di emergenza e il rumore delle parole Il senso di devastazione è percepibile fin da prima dell’apertura del sipario. Difatti nel canto di una solenne e antica Ave Maria prorompe il fragore di un boato che pare annientare l’ordine preesistente e lasciare aglio occhi del pubblico, una volta aperto il sipario, solo devastazione e desolazione. Ciò che si mostra è lo scenario che si può immaginare successivamente  alla venuta di un terremoto: un immenso lastrone che a schiacciato e frantumato l’antica Statua del Corpo di Napoli. La rete simbolica che cela dietro la complessità della suggestiva scenografia (realizzata da Luigi Ferrigno) si può spiegare alla luce delle leggi testuali e delle leggi interne della commedia. L’opera è frutto dello scontro fra l’ordine tradizione e il disordine del presente, il che si traduce nella battaglia tra un principio ideale e un principio di realtà. La commedia si apre con la frantumazione di un mondo idealizzato su cui sovrasta quello reale, più arido e muto. In questo mondo che sembra post-apocalittico (che, in senso traslato, nei riferimenti di Santanelli al teatro internazionale, pare rimandare al testo beckettiano di Finale di partita) si muovono due figure solitarie: l’ex sagrestano Pacebbene e l’ex suggeritore Cirillo, interpretati magistralmente (ma sarebbe inutile dirlo) da Claudio Di Palma e da Mariano Rigillo. Essi, quasi come due sopravvissuti alla Fine del mondo, passano i loro giorni inasprendosi a vicenda, gettandosi addosso parole vuote, ma taglienti, prive di significato e concretezza, talora bugie che sembrano confondersi con la realtà. Il dialogo non riesce ad instaurarsi tra i mancati interlocutori proprio a causa del linguaggio fittizio pronunciato dai due. Sono molti i passaggi in cui i due “non riescono a spiegarsi” o “non riescono a comunicare” a causa, sembra, di un collasso della parola avvenuto a monte. Il motivo della loro incomunicabilità è da ritrovarsi nella dissoluzione dei rispettivi mondi ideali in cui il punto di vista interno soccombe di fronte a quello esterno. Nel caso di Pacebbene il punto di rottura si scopre essere il riaffiorare di un suo carattere morboso che lo porta all’allontanamento dalla società, mentre per Cirillo il punto critico è costituito dalla morte della Grande Signora, diva della famosa compagnia per cui egli lavorava. In entrambi i casi cade in frammenti il loro particolare mondo ideale, cosa che, in senso universale, si riflette nella distruzione del Corpo di Napoli, figurazione di un mondo quasi arcadico. Un’altra particolarità della regia di Di Palma è anche il valore profetico del quale egli investe l’opera di Santanelli: Uscita di emergenza fu scritta nel 1978, e in essa si fa riferimento a un bradisismo che sconquassa le coscienze dei personaggi proiettandoli nella devastazione di un mondo esteriore, che corrisponde a una devastazione […]

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Teatro

Uscita di emergenza, Santanelli al San Ferdinando

Uscita di emergenza di Manlio Santanelli ritorna al Teatro San Ferdinando a più di trent’anni di distanza dalla sua prima rappresentazione nel 1980, interpretata da Bruno Cirno e Nello Mascia. Dal 18 ottobre al 5 novembre la commedia santanelliana calcherà ancora le assi del San Ferdinando, e sarà interpretata da Claudio Di Palma, che ne cura anche la regia, e Mariano Rigillo. L’allestimento si avvale delle scene di Luigi Ferrigno, dei costumi di Marta Crisolini Malatesta, delle luci di Gigi Saccomandi e delle musiche di Paolo Coletta. Uscita di emergenza, o la fuga delle parole Come Di Palma ha sottolineato durante la presentazione dello spettacolo tenutasi nel foyer del Teatro Mercadante, la sua interpretazione si basa su di un critico «svuotamento delle parole», il quale diviene riflesso del caos comunicativo in cui annega la società contemporanea. Oggi si dicono parole “ovvie” e parole “bastarde” (nel senso etimologico dei termini) che sono state svuotate dei loro significati primordiali profondi; esse da sentimenti divengono rumore, un rumore che testimonia una inevitabile e tragica dissoluzione di valori. Questo, anticipa Di Palma, si esplica nel momento in cui «un grande lastrone marmoreo, forse staccatosi dalla parete di un’antica chiesa, o teatro, schiaccia la statua del Corpo di Napoli». In questo senso si rappresenta simbolicamente la devastazione, quasi un’apocalisse, degli antichi equilibri che reggevano tradizioni, parole ed affetti. Si tratta di una rottura di equilibri che sembra essere ripresa dalla celeberrima scena eduardiana di Natale in casa Cupiello in cui Ninuccia distrugge il presepe di Lucariello sancendo l’annientamento dell’armonia familiare e per estensione della città ideale che esso rappresentava nella concezione di Luca Cupiello. Quello della rottura degli equilibri è un discorso che, come sottolinea Santanelli, è «vicino al binomio tra eros e tanathos». Amore e morte sono, nell’humus napoletano, due fratelli che camminano lungo un labile confine. Ecco, ancora, il senso drammatico e tragico della distruzione dei valori che si esprime nella potente battuta «non c’è più religione, non c’è più teatro, non c’è più città». La dissoluzione dei valori passa, dunque, per la dissoluzione del linguaggio in quanto lo sfogo dei due protagonisti, Cirillo (Claudio di Palma) e Pacebbene (Mariano Rigillo), come specifica Rigillo, si fonda soltanto sul rumore, che diviene sonno emotivo. I personaggi in questo modo tentano “un’uscita di emergenza” dalla dissoluzione attraverso le parole; tuttavia la distruzione del passato e dei suoi testimoni decreta in questo modo la sconfitta del dialogos e il trionfo del vuoto. Metafisiche al teatro Va inoltre segnalato che nell’ambito della nuova stagione si terranno incontri di preparazione al teatro che offriranno spunti di riflessione su determinati spettacoli presenti nel cartellone. Tali incontri (tutti a ingesso libero) saranno tenuti da Gianni Garrera, studioso fine, curatore, tra le varie cose, delle opere estetiche di Kierkegaard  per i Classici del pensiero BUR e dei suoi Diari per Marcellina. Garrera, peraltro drammaturgo e traduttore del Direttore del Teatro Stabile Napoli (Teatro Nazionale della Campania) propone così le sue intelligenti divagazioni con con lo scopo di preparare o arricchire il bagaglio culturale dello spettatore […]

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Eventi/Mostre/Convegni

San Giovanni a Carbonara: una “galleria” artistica

Accedere nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, sita presso l’omonima via di Napoli, è come entrare in una “galleria temporale”. Essa, infatti, è stata costruita, ampliata ed arricchita in un ampio ventaglio di anni che va dal XIV al XVIII secolo, grazie all’opera di architetti e artisti, ed al contributo di committenza di famiglie facoltose che desideravano prestigiose sepolture, al fine di imprimere i loro nomi nel marmo secolare e assicurarsi un posto fra gli annali della Storia. Le numerose ed inestimabili opere, soprattutto architettoniche e pittoriche, i loro legami con il contesto culturale napoletano e italiano in generale, nonché quelli instauratisi tra i vari filoni artistici, sono stati portati in superficie dalle parole di Maria Girardo, presidentessa di Megaride Art, associazione nata per far conoscere al grande pubblico i tesori artistici napoletani e sensibilizzare gli animi verso il proprio patrimonio culturale. Maria Girardo, con perizia e passione, ha così illustrato le numerose particolarità che marmi e affreschi celano dietro il filtro del senso visivo. La Chiesa di San Giovanni a Carbonara: un crogiolo artistico napoletano La Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nella sua struttura architettonica, si presenta come un crogiuolo di stili che vanno dal gotico al barocco, con le sue tensioni scultoree, nonché all’artificiosità formale (in particolare nelle sculture) tipiche del barocco. I lavori di costruzione incominciarono nella prima metà del XIV secolo, e la chiesa fu costruita in maniera adiacente a un convento di frati agostiniani, ai quali sono peraltro tributati tra i più begli affreschi ivi presenti. Per comprendere, inoltre, quanto la struttura sia stata modificata del corso del tempo, si pensi a come ad oggi sia possibile accedere attraverso un’ entrata diversa, laterale rispetto a quella originale, dovuta alla costruzione della Cappella Somma, edificata da Annibale Caccavello intorno la metà del Cinquecento. La potenza evocativa e sacrale della struttura si basa sulla presenza del grande monumento di Ladislao di Durazzo (1376-1414) che si imponeva alla vista degli antichi fedeli come un’opera volta a testimoniare la grandezza del suo potere in vita. Il sepolcro, costruito tra il 1414 e il 1428 su più livelli nella zona absidale, contiene numerosi elementi, come il pinnacoli tendenti dalla sfera terrena a quella celeste, gli archi trilobati e gli angeli scolpiti sulla scia di Tino da Camaino durante il soggiorno napoletano, al quale si devono anche i sotterranei della Certosa di San Martino; ad essi si affianca inoltre un’impostazione classica della scultura delle statue, tra le quali spiccano le virtù teologali poste alla base della “macchina architettonica”, così come l’ha definita Maria Girardo, e le raffigurazioni di Ladislao di Durazzo e Ludovico da Tolosa che ne benedice il sarcofago. Attraversando poi la zona absidale è possibile giungere alla Cappella Caracciolo del Sole in cui si erge il sepolcro del discusso Ser Gianni Caracciolo (1350-1432), amante della regina Giovanna II di Napoli, la quale forse fu la mandante del suo omicidio a causa di intrighi di palazzo. La Cappella oltre ad accogliere il monumento, attribuito ad Andrea Guardi, è anche riccamente e superbamente affrescata […]

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