Il saggio di Lisa Ginzburg “Buongiorno mezzanotte, torno a casa” ritorna in libreria con una nuova edizione, accompagnando una riflessione sullo spaesamento, sul desiderio del ritorno e sulla creatività che nasce dall’esperienza della distanza da casa.
“Buongiorno mezzanotte, torno a casa” di Lisa Ginzburg torna in libreria nella collana Biblioteca di Letteratura Inutile di Italo Svevo, accompagnato da una prefazione di Andrea Bajani. Una riedizione che sa di rinascita per la nostra letteratura contemporanea. Viviamo in un tempo storico costantemente attraversato da partenze, mobilità, identità sradicate, fragili e provvisorie, perciò anche oggi — a distanza di circa dieci anni dalla prima edizione — la domanda cruciale su cosa significhi davvero sentirsi a casa, “fare casa”, appare estremamente necessaria.
Bajani, nella sua prefazione, coglie perfettamente il cuore pulsante del libro: quella fuga che coincide con una fame di mondo, con la spinta vitale verso possibilità geografiche inesplorate, senza riuscire però mai a spegnere del tutto quell’insaziabile nostalgia di casa. È proprio da questa feconda tensione irrisolta che prende avvio la riflessione intima e la saggistica di Lisa Ginzburg, trasformando una vicenda personale legata all’espatrio in una meditazione universale capace di parlare a chiunque abbia sperimentato, ognuno a proprio modo, lo spaesamento.
| Saggio | Autrice | Editore | Collana editoriale | Autore prefazione |
|---|---|---|---|---|
| Buongiorno mezzanotte, torno a casa | Lisa Ginzburg | Italo Svevo edizioni | Biblioteca di Letteratura Inutile | Andrea Bajani |
Indice dei contenuti
Il “fare casa” in “Buongiorno mezzanotte, torno a casa”
Quella di Lisa Ginzburg è una meditazione autobiografica profonda sulla complessa vita da straniera. La scrittrice, nata a Firenze e vissuta per molti anni all’estero, in “Buongiorno mezzanotte, torno a casa” racconta con estrema sensibilità il desiderio incompiuto di fare casa: una ricerca personale che apre una domanda filosofica più ampia, quella su dove e come ci sentiamo davvero a casa.
Il paese in cui ha scelto di vivere resta un luogo abitato in punta di piedi, una terra d’adozione attraversata con la cautela e la discrezione di un ospite; quello lasciato alle spalle, l’Italia, continua a esercitare un richiamo potente e ancestrale, senza tuttavia permettere mai il ritorno definitivo.
Quella di cui scrive l’autrice è una condizione di perenne transito interiore; un transito dell’anima che non è banalmente geografico, ma intimamente temporale ed esistenziale. Si parte, a un certo punto della propria vita, perché non si poteva fare altrimenti; spinti dalla sensazione che restare non sia più possibile, dall’urgenza di “accumulare passato”, di allontanarsi per cercare qualcosa che ancora non ha un nome preciso.
Ma è proprio quel passato che torna prepotentemente a reclamare spazio, almeno nel fecondo mondo della fantasticheria, alimentando un dialogo pesante tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. È una condizione di disappartenenza: camminare in punta di piedi nel paese straniero significa vivere dentro una distanza che non si colma con la pura vicinanza fisica. Questa stessa distanza geografica, allo stesso tempo però, produce uno sguardo del tutto nuovo sul mondo e su se stessi.
Nel transito dell’esule, raccontato in “Buongiorno mezzanotte, torno a casa”, c’è anche una necessaria forma di oblio: lontani dai luoghi originari, ci si dimentica per un istante di chi si è, e proprio quell’intervallo sospeso rende possibile osservare la propria vita con maggiore e oggettiva nitidezza.
Per questo il libro non si arrende alla nostalgia intesa come sterile rimpianto. Al contrario, la mette continuamente in discussione, la fa nascere a sé stessa più volte, mostrando come sia un sentimento vitale destinato a trasformarsi. Perché tornare non significa soltanto rientrare fisicamente in un luogo, ma accettare, tornando, un mutato rapporto col tempo.
Non si tratta allora tanto di colmare una distanza sulla mappa, quanto di scoprire che il luogo desiderato non esiste più nella forma in cui lo conserviamo nella memoria. La casa che custodiamo gelosamente nel ricordo (o nell’immaginazione) continua a vivere soltanto dentro di noi, mentre la realtà, inevitabilmente, è andata avanti. Insieme a noi.
La scrittura come ritorno
Se il ritorno fisico a casa resta incompiuto, la creatività e il processo creativo diventano allora l’unico spazio possibile in cui ricomporre questa frattura. La nostalgia, anziché paralizzare, diventa il fuoco vivo che alimenta la scrittura, perché lontano da casa tutto acquista una diversa intensità: i ricordi si fanno duttile materia narrativa, la distanza diventa prospettiva critica, lo spaesamento si trasforma in una straordinaria possibilità creativa.
Lisa Ginzburg convoca lungo il suo intimo percorso intitolato “Buongiorno mezzanotte, torno a casa” proprio figure come Anna Maria Ortese, James Joyce, Nikolaj Gogol’ o Jean Rhys, tutti straordinari autori che hanno intimamente conosciuto il sentimento del sentirsi irrimediabilmente lontani. In ciascuno di loro ritrova la stessa identica tensione tra l’andare via e il desiderio di ritornare, tra il bisogno di sradicarsi e quello di ritrovare una radice. Una radice, tuttavia, che costantemente sfugge a qualsiasi tentativo di approdo definitivo.
Arriviamo così alla fine del saggio capendo che nessuna geografia può davvero offrirci un approdo definitivo; che l’unica dimora duratura possibile è quella costruita dentro di sé, nel proprio universo creativo. Fare casa nella scrittura perciò significa dare forma a ciò che il tempo ha disperso, trasformando la perdita — e la distanza — in racconto.
Procedendo con cura per riflessioni, ricordi, incontri letterari, e illuminando le contraddizioni dell’esperienza umana, la riedizione di “Buongiorno mezzanotte, torno a casa” parla non soltanto a chi ha vissuto lontano dal proprio paese (per scelta o per necessità), ma a chiunque abbia sperimentato nell’anima la sensazione di inseguire un luogo che nel frattempo è cambiato, o di cercare una casa che non esiste più. Quella sottile sensazione di non appartenere mai del tutto a nessun luogo fisico.
La risposta letteraria di Lisa Ginzburg non è affatto un invito a tornare indietro, né a restare dove si è; è una tesi più sottile, limpida, sofisticata. Se ogni geografia vacilla sotto i colpi del tempo, il vero ritorno non coincide con un luogo preciso sulla mappa, ma con la possibilità di riconoscersi dentro ciò che si cerca fuori, e quindi dentro ciò che si crea. Resta così lo spazio interiore ed è lì, forse, che una casa dell’anima continua a essere possibile.
Foto: copertina “Buongiorno mezzanotte, torno a casa” di Lisa Ginzburg (Italo Svevo edizioni); Dadee Aissa Unsplash

