Libri di Nikolaj Gogol’: 3 opere per scoprire il maestro russo

Libri di Nikolaj Gogol': 3 da leggere

La letteratura russa assume la forma che ha oggi, forse, proprio con l’arrivo in scena di Gogol’, maestro del grottesco e narratore della mediocrità umana. Scopriamo quali libri di Nikolaj Gogol’ sono fondamentali per comprendere l’opera di un autore che è colonna portante nel genere.

Guida ai libri di Nikolaj Gogol’: i titoli essenziali

Titolo dell’opera Anno di pubblicazione Tematica principale
Veglie alla fattoria presso Dikan’ka 1831-1832 Folklore ucraino, fantastico e grottesco rurale
Racconti di Pietroburgo 1842 Alienazione, critica alla burocrazia e follia cittadina
Le anime morte 1842 Corruzione sociale, satira del sistema dei servi della gleba

Chi era Nikolaj Vasil’evič Gogol’?

Nikolaj Vasil’evič Gogol’ nasce il 1 aprile 1809 a Velyki Soročynci, un villaggio nell’attuale Ucraina, in una famiglia di modesti proprietari terrieri. Ai tempi, l’Ucraina era detta Malorossija, “Piccola Russia”, solo una delle tante province di un vastissimo impero. La repressione dell’identità locale da parte di quest’ultimo non impedì il mantenimento di un vivacissimo folklore: Gogol’ trascorre l’infanzia in un ambiente pregno di leggende e credenze magiche, ma anche di memorie storiche legate ai cosacchi, i guerrieri delle steppe. La prima produzione gogoliana verte esplicitamente intorno a questi elementi, ma anche le opere mature dell’autore rivelano, in maniera più sottile, l’influenza di questo sostrato culturale.

In principio poco considerato dai suoi contemporanei proprio in virtù del suo essere “di provincia”, Gogol’ saprà farsi strada nella spietata scena pietroburghese attirando anche le attenzioni del padre della lingua letteraria russa, Aleksandr Sergeevič Puškin.

Piazza di Velyki Soročynci Ucraina
Veduta di Velyki Soročynci (Wikimedia Commons, Loportek)

Ecco, dunque, tre libri di Nikolaj Gogol’ per comprendere come egli, da autore di bozzetti folkloristico-fantastici ambientati nella sua Ucraina, quasi visto dai suoi colleghi come un “sempliciotto”, si sia affermato tra i nomi di primo piano della storia della letteratura russa, lasciando una traccia indelebile negli scrittori delle generazioni successive.

Veglie alla fattoria presso Dikan’ka (1831-32)

Dopo varie prove letterarie e altrettante stroncature, lo scrittore ottiene un discreto successo con Veglie alla fattoria presso Dikan’ka. Tra i libri di Nikolaj Gogol’ è quello che attinge più direttamente dal folklore ucraino, che l’autore conosceva: ogni segmento è basato, seppur in maniera diversa, su di esso. Al tempo stesso, emergono anche le caratteristiche salienti dell’opera gogoliana nel suo complesso.

Le Veglie presentano uno schema narrativo interessante. Il punto di vista dell’autore e quello dei personaggi sono mediati da Pan’ko, un apicoltore un po’ credulone. Pan’ko è un narratore che parla al lettore francamente, come se questi fosse un suo amico, raccontando una serie di storie fantastiche che gli sono state, così afferma, a sua volta raccontate.

Pan’ko, in realtà, è l’inconsapevole tramite di una critica alla modernità, di cui Gogol’ sarà sempre sostenitore. L’ambiente narrato è, infatti, un mondo provinciale e fiabesco, chiuso in una dimensione sua e atemporale: un idillio. L’idillio della comunità contadina è spezzato da ciò che si stacca dal “collettivo” per diventare “individuo”: rinunciando alla semplicità della comunità primitiva e accogliendo le istanze distruttive della modernità, l’individuo diviene un’entità demoniaca. L’elemento fantastico nelle Veglie assume, così, un’accezione malefica, o quantomeno grottesca.

Gogol’ è il più autentico narratore del grottesco, quella fusione di tragico e comico volta a evidenziare le contraddizioni della natura umana. Nelle Veglie se ne trovano vari esempi, il più lampante ravvisabile nella novella Ivan Fedorovič Spon’ka e sua zia: Ivan è un protagonista un po’ meschino, un uomo non particolarmente brillante, che eredita una piccola proprietà terriera; tormentato dalla zia, che lo esorta a trovar moglie il prima possibile, Ivan ha un incubo in cui immagina la sua futura sposa con la faccia di una papera, e ancora, un “venditore di mogli” che gliene propone come se fossero tessuti, in una spirale di assurdità che in Gogol’ torna anche nelle opere successive, Racconti di Pietroburgo e Le anime morte.

Veglie alla fattoria presso Dikanka libro
Copertina di Veglie alla fattoria presso Dikan’ka (Bur – Rizzoli)

Racconti di Pietroburgo (1842)

Racconti di Pietroburgo è, in realtà, una raccolta di racconti realizzata solo dopo la morte dell’autore, unendo la precedente raccolta Arabeschi (1835) e altre due novelle:

  • La Prospettiva Nevskij (1835)
  • Le memorie di un pazzo (1835)
  • Il ritratto (1835)
  • Il naso (1836)
  • Il cappotto (1842)

Tra i libri di Nikolaj Gogol’ Racconti di Pietroburgo è quello in cui il disprezzo per la modernità è più marcato. Il carattere oppressivo del mondo moderno è rappresentato dalla burocrazia di Pietroburgo, centro politico dell’Impero zarista, che Gogol’ ha vissuto personalmente quando, prima di sfondare come scrittore, ha lavorato come funzionario. Quello della burocrazia pietroburghese è uno spaccato della società russa diverso dalla comunità rurale di Dikan’ka descritta nelle Veglie, ma anch’essa si delinea come un collettivo che risente del potere distruttivo della modernità: l’individuo che tenta di distaccarsene è destinato alla follia o alla morte, diviene una minaccia per la sua stessa soggettività.

In ogni racconto, la circospezione nei confronti della modernità assurge a un vero e proprio rifiuto paranoico per ogni forma di organizzazione sociale. In questa luce, il potere centrale e l’ambizione che il far parte della burocrazia comporta deformano e frantumano l’individuo (Il naso), lo spingono alla pazzia (Memorie di un pazzo) o alla sua dipartita (La Prospettiva Nevskij e Il cappotto).

Il cappotto è il racconto più acclamato della raccolta, ritenuto la base del moderno realismo russo. Per la prima volta si parla del destino gramo di un piccolo uomo, Akakij Akakievič. Funzionario di basso rango, preso in giro dai suoi colleghi, apatico e insicuro, la vita di Akakij sembra volgere per il meglio quando, dopo mesi e mesi di risparmi, riesce a comprarsi un nuovo cappotto: l’indumento è talmente bello che Akakij risulta più interessante per riflesso. La ritrovata considerazione da parte dei colleghi sembra risollevare l’uomo, spezzare la monotonia di un’esistenza dedicata al lavoro, ma il dramma è dietro l’angolo. Una sera, di ritorno da casa, Akakij viene derubato del suo cappotto e, cercando di farsi giustizia, muore di freddo. Da allora, un fantasma si aggira per le strade della città, derubando i signori dei loro cappotti.

Racconti di Pietroburgo Adelphi
Copertina di Racconti di Pietroburgo (Adelphi)

Le anime morte (1842)

Capolavoro dell’autore, con Le anime morte Gogol’ si allontana dalle forme del romanzo ottocentesco e risale a modelli più arcaici, traendo spunto da Omero, Ariosto, Cervantes. La sua intenzione era, infatti, quella di scrivere un grande poema sulla Russia, qualcosa che si avvicinasse all’Iliade e all’Odissea, per riempire un vuoto percepito nella letteratura slava.

Gogol’ si propone, così, una sorta di trilogia sullo schema dantesco: Le anime morte avrebbe rappresentato solo la prima parte, corrispondente all’Inferno della Comedìa, in cui lo scrittore ritrae la dimensione morale più degradata della Russia; la seconda e la terza parte avrebbero dovuto, invece, narrare l’ascesa e la redenzione del popolo russo. Rendendosi conto di non poter rappresentare qualcosa che non solo non esiste, ma che comincia a ritenere impossibile, Gogol’ abbandona il progetto e, più in generale, la letteratura di fiction per darsi alla predicazione, in una deriva mistica che sarà molto criticata dai contemporanei.

Lo spaccato che Gogol’ ne Le anime morte dipinge quale il più infimo della società russa è quello dei pomest’ja e dei pomeščiki, ossia delle proprietà terriere e dei loro padroni. Con il termine “anime”, infatti, nella burocrazia russa si intendevano i servi della gleba: contadini, poco più che schiavi, legati per tutta la vita alla terra che lavoravano per i proprietari. Il romanzo segue il viaggio di un “eroe”, Pavel Ivanovič Čičikov, che si sposta di proprietà in proprietà collezionando le “anime morte” del titolo. Approfittando della poca trasparenza della burocrazia, infatti, Čičikov cerca di accumulare quante più “anime morte” possibile, ossia servi della gleba che, essendo morti prima dell’ultimo censimento, risultano ancora in vita sulla carta e, dunque, ipotecabili, nel tentativo di costruire un grosso capitale.

Tutti i personaggi, compreso Čičikov, si caratterizzano per un incommensurabile vuoto morale. Ogni tenuta visitata dal protagonista è un microcosmo che replica l’intero sistema, fondato sul clientelismo, la sopraffazione e l’egoismo. È un degrado che, ancora una volta, Gogol’ attribuisce all’incidere della modernità sostenuto dall’implacabile burocrazia, simbolo della gerarchizzazione sociale e del materialismo.

Le anime morte libro Gogol
Copertina de Le anime morte (Mondadori)

Perché leggere i libri di Nikolaj Gogol’?

L’ultimo Gogol’ comincerà a esprimere concetti estremamente reazionari che lo renderanno irriconoscibile agli occhi di chi, per anni, aveva propagandato la sua opera come modello di letteratura democratica. Da baluardo della Scuola Naturale russa, movimento realista incentrato sulla narrazione della vita della povera gente e con chiari intenti umanitari e satirici, Gogol’ viene da questa rinnegato per le sue posizioni favorevoli all’autocrazia e alla servitù della gleba. Nonostante ciò, la sua influenza sarà innegabile. Come si dirà poi, «Siamo tutti usciti da Il cappotto di Gogol’»: quali che fossero le sue intenzioni, Gogol’ ha formato i grandi del romanzo russo, da Dostoevskij a Bulgakov. Tramite un feroce umorismo e un’altrettanto feroce satira, cercando di avviare la tanto afflitta Russia dell’Ottocento verso un futuro migliore, i libri di Nikolaj Gogol’ consentono di esplorare il sottile confine tra realtà, follia e soprannaturale.

(Fonte immagine: Wikimedia Commons)

 

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