Daphne la danza del mito al Complesso di San Domenico Maggiore

Daphne la danza del mito al Complesso di San Domenico Maggiore

A Napoli, la Sala del Capitolo di San Domenico Maggiore accoglie dal 27 al 29 aprile tra le sue mura e i suoi affreschi l’esibizione di danza Daphne La danza del mito della “Mda Produzioni Danza”. In scena tre ballerini: Carlotta Bruni e Rosa Merlino, che hanno prestato il loro corpo e il loro spirito nel rappresentare Dafne, la ninfa in fuga dall’amore non corrisposto del dio Apollo, incarnato da Luca Piomponi.

Daphne la danza del mito: un ballo sull’incomunicabilità di un amore non ricambiato

Si racconta il mito di Apollo e Dafne, narrato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, in una danza che alterna ritmi lunghi con movimenti ampi e leggeri a ritmi violenti di inquietudine e paura. Apollo, reo di aver arrecato un torto ad Eros, viene colpito da una delle sue frecce appuntite e cade al suolo, letteralmente, sopraffatto dalle ragioni del cuore a cui neppure lui, dio del raziocinio, può scappare.

Proprio l’incomprensione e la fuga sono due degli elementi sempre presenti nella coreografia di questo ballo; sgomento dinnanzi la forza di un amore cieco, inevitabile quanto inarrestabile, sia per chi improvvisamente lo sente esplodere nel cuore con un dolore quasi fisico, sia per l’oggetto di questo anelito che non si spiega un cambio di comportamento tanto repentino.

Innegabile la bravura dei ballerini durante l’esibizione nel far trasparire i sentimenti dei loro personaggi, non soltanto con la tensione dei corpi in moto, ma anche con il semplice sguardo perso nel vuoto dell’incomprensione. Poi la fuga mista alla paura, la fretta di scappare da ciò che non si conosce, ma anche quella di soddisfare un desiderio.

La coreografia di Aurelio Gatti ha voluto concentrarsi sui sentimenti di un amore non corrisposto, sul senso di profonda incomunicabilità tra le parti, la mancanza di un dialogo che, se reso possibile, avrebbe messo in evidenza un amore puro e sincero da parte del dio, e non solo un bisogno carnale, come invece probabilmente temeva la ninfa.

Solo un bacio a Dafne, prima che la corteccia ne copri anche le labbra

«Ninfa penea, fermati, ti prego: non t’insegue un nemico;

fermati! Così davanti al lupo l’agnella, al leone la cerva,

all’aquila le colombe fuggono in un turbinio d’ali,

così tutte davanti al nemico; ma io t’inseguo per amore!

Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino

le gambe indifese, ch’io non sia causa del tuo male!» – Ovidio

La ninfa Dafne, a sua volta, era stata colpita da Eros con una freccia dalla punta arrotondata, pensata appositamente per non ricambiare l’amore di Apollo. Ne segue per la fanciulla una profonda incapacità di analizzare la situazione, spingendola istintivamente ad una fuga irrazionale e disperata.

Si apre in Dafne un dialogo interiore, fatto di domande che non incontreranno risposte, attimi di curiosità frenati dalla paura e dalla prudenza, uno spasmodico desiderio di fuggire da quel dio che vorrebbe in realtà solo il suo benessere. Un ballo tra le sue insicurezze più intime che viene rappresentato in scena dalle due ballerine che interpretano la medesima ninfa. E così una si avvicina ad Apollo e l’altra la spinge via, una viene afferrata e l’altra la libera, in un eterno inseguimento.

La coreografia si sofferma su due momenti sempre presenti durante l’esibizione, i quali preannunciano per tutta la durata della performance il momento in cui il dinamismo viene portato a compimento: la freccia che colpisce il cuore di lui e la metamorfosi a cui si sottopone lei come ultimo estremo atto di fuga.

Dopo una leggerezza, quasi bucolica, che caratterizza i movimenti iniziali, Apollo viene colpito dalla freccia: musica cupa, ritmo serrato, muscoli tesi in piccoli spasmi di un dolore destinato a non svanire. La metamorfosi è resa per tutto il ballo con movimenti degli arti tendenti verso l’alto, nella trasformazione in rami di braccia, gambe, orecchie ed incontra diversi momenti di climax prima del completamento finale del processo, con le due Dafne avvolte da un unico nastro verde e divenute albero e corteccia.

Ricchi di pathos sono stati i momenti di lotta tra il dio e la ninfa, una lotta violenta in cui lui continuamente era condannato ad inseguirla e a rivivere costantemente il dolore del rifiuto, mentre lei in modo estenuante fuggiva senza riuscire mai del tutto, fino a sacrificare le sue forme e il suo dinamismo per diventare albero.

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A proposito di Mara Auricchio

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