Rosa Panaro: la prima personale presso Tiziana Di Caro

Rosa Panaro: la prima personale presso Tiziana Di Caro

Sabato 10 gennaio 2026 la Galleria Tiziana Di Caro ha presentato la prima mostra personale dedicata alla scultrice napoletana Rosa Panaro. L’apertura della mostra ha visto la partecipazione del marito, lo scenografo Tony Stefanucci, della figlia Antonella e di tanti amici, artisti, professionisti e scultori dell’arte contemporanea. Il progetto espositivo nasce da un dialogo avviato nel 2020, quando Francesca Lacatena invitò Panaro a prendere parte alla collettiva Parabasi. Da quel confronto prende forma oggi una rilettura critica che riunisce opere realizzate tra gli anni Settanta e Duemila, restituendo la versatilità della sua ricerca sull’uso della materia scultorea e l’audacia con cui l’artista ha affrontato temi politici, sociali e spirituali attuali. 

La ricerca pluridecennale di Rosa Panaro: tra materia, ironia e impegno 

Nella foto: l’artista Rosa Panaro

Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, sotto la guida di maestri come Antonio Venditti ed Emilio Greco, Panaro si diploma in Scultura nel 1958. Negli anni Cinquanta e Sessanta il suo innato eclettismo la porta a sperimentare materiali sempre nuovi per le sue sculture, anticipando una pratica libera da gerarchie, tra materiali nobili e poveri: dal tufo al cemento e all’amianto, dalla ceramica alle resine plastiche, fino alla terracotta e alla cartapesta, il suo materiale privilegiato.

La scoperta della cartapesta rappresenta una svolta decisiva nel suo percorso. Passeggiando nel centro storico di Napoli con il marito Tony Stefanucci, Panaro riflette sulla scultura tardo barocca e sui panneggi in cartapesta delle statue sacre napoletane. Colpita dalla forza drammatica e dalla libertà formale di questo materiale, ne fa il fulcro di una ricerca personalissima. La cartapesta le consente un controllo totale del processo creativo e il recupero della policromia della statuaria antica, restituendole un’intensità espressiva perduta nel tempo.

«Tutto avvenne per caso – racconta suo marito – proprio come accadde con la cartapesta. Una mia cara amica mi regalò una piccola salamandra in bronzo: Rosa la vide, se ne innamorò all’istante e da quel momento decise di farne uno dei soggetti principali delle sue opere».

Salamandre e farfalle: simboli di trasformazione e resistenza

Il percorso espositivo si apre con una farfalla fuori scala, soggetto inusuale nella sua produzione, che diventa emblema di mutazione e tensione verso la bellezza e la libertà. Ricorrente, invece, è la Salamandra – animale leggendario immune al fuoco, simbolo di resistenza, tenacia e rinnovamento – che l’artista realizza in periodi diversi e di varie dimensioni. 

Negli anni Settanta Panaro aderisce al movimento femminista, un legame destinato a segnare profondamente tutta la sua vita. È noto il suo impegno artistico e civile in quegli anni contro gli stereotipi di genere  femminile all’interno del collettivo Gruppo XX, fondato insieme all’artista e cara amica Mathelda Balatresi e alle intellettuali Antonietta Casiello, docente di filosofia, e Mimma Sardella, storica dell’arte e funzionaria del Ministero dei Beni Culturali.

Quest’ultima, presente alla mostra, parlando della cara amica, del temperamento sanguigno e l’ironia, delle riunioni del gruppo nella casa di Balatresi, ci racconta con dovizia di particolari le vessazioni maschiliste che subirono durante il mortificante viaggio compiuto per la visita della Biennale di Venezia nell’estate del 1976. Un’esperienza che si tradusse l’anno successivo nella storica mostra (la prima di un collettivo tutto al femminile) negli spazi espositivi di Lucio Amelio a Napoli.

Identità femminile e impegno civile nell’opera di Rosa Panaro

Nelle sue opere l’artista si ispira a figure archetipiche e mitiche, capaci di attraversare il tempo e di parlare a una dimensione universale dell’esperienza umana. In mostra convivono presenze emblematiche come la Madonna, Partenope e Lilith, la prima donna creata da Dio,: raffigurata come una Nike contemporanea, una figura alata, pronta a spiccare il volo alla ricerca della sua identità e a subire continue metamorfosi per sfuggire a chi vuole impedirle di essere se stessa.

Immagini femminili diverse, per materiali e contesti, unite da una riflessione profonda sull’identità femminile, sospesa tra sacro e profano, mito e memoria collettiva

Questo sguardo sul femminile si intreccia costantemente con un forte impegno civile, che attraversa tutta l’opera di Panaro. Un impegno profondamente radicato nel contesto napoletano, nel quale le ferite del territorio diventano metafora delle fragilità del mondo contemporaneo

Emblematica in tal senso è la scultura del Cormocatrame: un grande cormorano, vittima dell’inquinamento, colto in un grido di dolore che denuncia la violenza esercitata sull’ambiente e sugli equilibri naturali.

Eppure, anche nelle immagini più drammatiche, Panaro non rinuncia alla possibilità di riscatto. La coda ancora colorata dell’animale e il melograno stretto tra le zampe – antico simbolo di fertilità, prosperità e rinascita, presente anche in altre opere dell’artista – aprono a una prospettiva di speranza, suggerendo la possibilità di una rigenerazione futura. 

La stessa tensione attraversa La colomba della pace incazzata, icona volutamente paradossale di una pace tradita, ferita, ma ancora necessaria e da reclamare con forza. 

Chi è Rosa Panaro

Rosa Panaro (Casal di Principe, 1935 – Napoli, 2022) si è formata  all’Accademia di Belle Arti di Napoli, diplomandosi in Scultura nel 1958. Negli anni le sono state dedicate molte mostre personali e ha partecipato a numerose collettive tra cui le più recenti sono Il soggetto imprevisto. 1978. Arte e femminismo in Italia, a cura di Raffaella Perna e Marco Scotini, Frigoriferi Milanesi, Milano, Doing Deculturalization, a cura di Ilse Lafer, Museion Bolzano (2019), Facile ironia. L’ironia nell’arte italiana del XX e XXI secolo, a cura di Lorenzo Balbi e Caterina Molteni al MAMbo, Bologna (2025) e Gli anni. Capitolo 2, a cura di Eva Fabbris in collaborazione con Marta Federici e Silvia Salvati, in corso al Museo Madre di Napoli, fino al 6 aprile 2026.

Consigliamo di non perdere assolutamente la mostra di questa grande protagonista della scena artistica napoletana, la cui opera, oggi al centro di importanti riletture critiche e mostre museali, è capace di parlare ancora con rinnovata urgenza al presente.

La mostra è visitabile fino al 21 marzo 2026.

Fonte immagini: Galleria Tiziana Di Caro

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A proposito di Martina Coppola

Appassionata fin da piccola di arte e cultura; le ritiene tuttora essenziali per la sua formazione personale e professionale, oltre che l'unica strada percorribile per salvare la società dall'individualismo e dall'omologazione.

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