19 febbraio 1942: inizia l’internamento dei giapponesi negli USA

19 febbraio 1942: inizia l'internamento dei giapponesi negli USA

Il 19 febbraio 1942, il presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosevelt, emana l’Ordine Esecutivo 9066, con il quale veniva autorizzato l’internamento dei cittadini giapponesi residenti negli Stati Uniti in campi di concentramento. Si stima che furono circa 120.000 i cittadini statunitensi di origine giapponese, tra cui anche donne e bambini, costretti ad abbandonare le proprie case e le proprie vite per essere rinchiusi in quelli che venivano definiti come “campi di ricollocazione del periodo di guerra”.

La decisione circa l’internamento dei cittadini giapponesi deriva soprattutto dal contesto storico in cui sono inseriti gli Stati Uniti in quegli anni. Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e poco più di due mesi prima – il 7 dicembre 1941 – la marina imperiale giapponese aveva scagliato un attacco alla base navale di Pearl Harbor, nelle Hawaii. Questo evento, oltre a segnare l’ingresso americano nel conflitto, porta all’inevitabile identificazione del Giappone come un nemico per il governo di Washington, tanto che lo stesso ordine esecutivo viene giustificato come una misura preventiva contro una minaccia alla sicurezza nazionale. L’ordine esecutivo autorizzava il Segretario di Guerra “a prescrivere aree militari dalle quali alcune o tutte le persone possono essere escluse” individuate principalmente negli stati dell’Arizona, della California, dell’Oregon e di Washington. In aggiunta, per poter allontanare i giapponesi da queste aree, furono costruiti 10 campi di concentramento, che furono dislocati principalmente nella zona occidentale degli Stati Uniti in cui vi era la più alta concentrazione di giapponesi. In essi furono trasferiti e rinchiusi i cittadini di origine giapponese di prima, seconda e terza generazione, senza distinzioni rispetto al possesso o meno della cittadinanza americana e senza alcuna prova di un coinvolgimento con il governo nipponico o di slealtà verso gli Stati Uniti. Per il solo fatto di essere giapponesi – o di origine giapponese – ne veniva messa in dubbio la fedeltà. Lo stesso John L. DeWitt, capo del comando di difesa occidentale, affermò “Sono un elemento pericoloso. Non c’è modo di determinare la loro lealtà…Non fa differenza se è cittadino americano, è pur sempre giapponese”.

L’internamento dei cittadini giapponesi prevedeva condizioni che erano differenti a seconda dell’area geografica e dell’organizzazione interna, ma avevano degli elementi in comune: oltre alle gravi limitazioni alla libertà personale, nella maggior parte dei casi le condizioni igieniche erano precarie, vi era un grave problema di sovraffollamento e poteva capitare che intere famiglie venissero divise. Il campo di concentramento ad oggi più noto è quello di Manzanar, il quale arrivò ad ospitare più di 10mila giapponesi. Oltre alla reclusione, i cittadini giapponesi furono costretti nella maggior parte dei casi a rinunciare a casa e lavoro o liquidare i propri beni, cosa che gli rese particolarmente difficile il ritorno in società una volta riacquisita la libertà.

Le conseguenze

L’ultimo campo di concentramento fu chiuso nel marzo del 1946, segnando la fine dell’internamento dei cittadini giapponesi, e per anni questa storia rimase totalmente dimenticata. Si scelse la via del silenzio, sia da parte della politica statunitense che da parte della comunità nippoamericana, che fece estrema fatica a prendere consapevolezza di quanto era accaduto e a ricominciare la propria vita. Le cose cambiarono solo a partire dagli anni ’80. Nel 1980 durante la presidenza di Carter si avviarono le prime indagini circa la legittimità dell’ordine esecutivo nei confronti dei giapponesi, prevedendo anche un risarcimento nei confronti delle vittime. Ma è soltanto nel 1988 che vi furono le prime scuse ufficiali nei confronti della popolazione di origine nipponica da parte del presidente Reagan e l’ordine esecutivo 9066 fu considerato come illegittimo, a causa dell’assenza di una reale motivazione. L’internamento dei cittadini giapponesi fu al contrario aspramente condannato in quanto guidato unicamente da un pregiudizio di stampo razziale. Il razzismo nei confronti dei giapponesi aveva sempre fatto parte della mentalità degli americani, che li avevano sempre percepiti come razzialmente diversi e inferiori rispetto agli americani anglosassoni. Basti pensare come già nei primi anni del ‘900, periodo in cui si verificò una forte migrazione dal Giappone verso gli Stati Uniti, Washington mise in atto una vera e propria legislazione razzista. In primo luogo, si tentò di escludere la frequenza di bambini giapponesi dalle scuole pubbliche; inoltre si impedì ai giapponesi immigrati di essere naturalizzati e di acquistare o prendere in affitto terreni. Questa politica raggiunse il suo culmine nel 1924, quando venne stabilito un vero e proprio divieto di immigrazione. La decisione di mettere in atto l’internamento dei cittadini giapponesi meno di vent’anni dopo si inserisce, dunque, perfettamente all’interno di una visione impregnata di odio e preconcetti razzisti, 

La storia dell’internamento dei cittadini giapponesi può essere considerata senza alcun dubbio una delle pagine più oscure della politica statunitense, nonostante probabilmente non le sia stata dedicata la giusta attenzione e ancora oggi sia sconosciuta ai più. È una storia che merita di essere raccontata, soprattutto considerato che in quegli anni gli Stati Uniti stavano combattendo contro il nemico nazista ponendosi come paladini della democrazia e dei diritti umani.

Fonte immagine: Flickr 

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A proposito di Rita Prezioso

Classe 1997, nata e cresciuta a Napoli. Curiosa per natura, da sempre appassionata di cultura in ogni sua forma, dall'arte alla musica passando per il cinema. Consumatrice seriale di serie tv e film. Nel tempo libero studentessa di Relazioni Internazionali.

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