7 dicembre 1941: il Giappone attacca la base di Pearl Harbor

7 dicembre 1941: il Giappone attacca la base di Pearl Harbor

7 dicembre 1941. Una data incisa nella storia contemporanea, col dramma di una delle tragedie più eclatanti mai consumate: l’attacco della flotta americana a Pearl Harbor da parte del Giappone.

Conosciuto anche con il nome in codice “Operazione Z” oppure “Operazione Hawaii”, l’attacco condotto dalla Marina imperiale giapponese ai danni della United States Pacific Fleet a Pearl Harbor, sull’isola di Oahu nell’arcipelago delle Hawaii, segna uno spartiacque nella storia del secondo conflitto mondiale, mutandone le sorti stesse. Un’aggressione così cruenta e inaspettata da determinare un ampliamento dei fronti di guerra, con l’ingresso di Giappone e Stati Uniti in un conflitto coinvolgente, fino a quella data, prevalentemente l’Europa.

A 81 anni ormai da uno tra i più tragici avvenimenti di cui la storia abbia memoria, è sempre più chiara nell’opinione pubblica, politica e militare l’idea che l’evento abbia decisamente e irreversibilmente rovesciato gli equilibri ideologici statunitensi, precedentemente votati all’isolazionismo: all’inizio del secondo conflitto mondiale, infatti, l’88 % degli americani è “non-interventista”.

Il 7 dicembre 1941 inizia dunque ufficialmente la feroce Guerra del Pacifico, che schiererà l’utilizzo delle armi più disumane, dai kamikaze nipponici fino alla distruzione fisica e morale del Giappone per l’utilizzo delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, con conseguenze drammatiche tutt’ora rilevanti.

Ma andiamo ad analizzare le premesse, lo svolgimento e le conseguenze dell’attacco premeditato e sorprendente a Pearl Harbor.

7 dicembre 1941: le premesse dell’attacco

Negli anni successivi alla fine della Prima Guerra Mondiale, il Giappone s’impone sulla scena mondiale come la potenza asiatica più forte, con un’economia in ascesa e un notevole sviluppo industriale. Dalla fine degli anni Venti, la politica giapponese consolida le forze di destra, fino a giungere negli anni Quaranta, a un regime segnato da un forte anticomunismo, da una politica imperialistica aggressiva e da forte autoritarismo, tanto da accostarsi sempre più ideologicamente alla Germania nazista. Tale vicinanza – già suggellata nel 1936 dal “Patto Anticomintern”, e a cui prende parte anche l’Italia nell’anno successivo, – raggiunge il culmine nel 1940 con il “Patto Tripartito”, che sancisce un’alleanza militare e politica tra Giappone, Germania e Italia.

Intanto il Giappone è già fortemente impegnato nelle sue mire espansionistiche per acquisire l’egemonia nel Pacifico sud-orientale, conquistare nuovi territori e controllare le numerose colonie occidentali: per prima occupa la Manciuria, per poi invadere la Cina nel 1937.

Tale espansionismo preoccupa gli Stati Uniti. Così, dopo lo scoppio della guerra in Europa, il Presidente Roosevelt, pur mantenendo una formale neutralità e permanendo su posizioni isolazionistiche, decide di sostenere materialmente la Gran Bretagna, opponendosi nel contempo al desiderio di conquista giapponese in Asia. Così, con l’Export Control Act del 1940, il Presidente impone un primo embargo sui rifornimenti di carburante e l’anno successivo su tutti i prodotti petroliferi, con il congelamento di tutti i beni giapponesi nel proprio territorio, vietando inoltre alle imbarcazioni giapponesi il transito attraverso il canale di Panama. Ciò pone in grave difficoltà i dirigenti nipponici.

Intanto nel 1941 l’incontro tra il Presidente americano Roosevelt e il Primo ministro inglese Churchill a Terranova segna una svolta determinante nell’ideologia americana antifascista, attraverso la firma della Carta Atlantica: gli Stati Uniti, astenendosi ancora di fatto dalla partecipazione diretta al conflitto, sanciscono con la Carta un’ulteriore definizione degli schieramenti. Dopo tale incisivo incontro, Stati Uniti e Giappone raggiungono il picco di tensione.

Il Giappone, difendendo le proprie posizioni e restio a qualunque compromesso per evitare di apparire debole e incapace di resistere ad ulteriori pretese statunitensi, continua la sua campagna in Cina, senza peraltro rinunciare all’Indocina.

Mentre continuano le trattative di mediazione con gli Stati Uniti per ottenere il ritiro dell’embargo in cambio di qualche concessione, il Sol Levante intensifica i preparativi di guerra contro le potenze anglosassoni, già premeditati da mesi, e la scelta di Pearl Harbor come bersaglio definitivo diviene per l’impero giapponese un obiettivo altamente strategico, a partire dalla primavera del 1940.

Le trattative tra Stati Uniti e Giappone proseguono senza successo, a causa delle incalzanti iniziative aggressive nipponiche, da un lato, e delle conseguenti decisioni politico-militari americane, dall’altro.

Sempre più insofferenti, i vertici dell’impero giapponese decidono di completare i piani bellici e intensificare, sempre parallelamente, gli sforzi per giungere ad un accordo con gli Stati Uniti entro l’autunno del 1941. L’ulteriore fallimento di nuovi colloqui porta la Marina imperiale ad approvare a inizio novembre in via definitiva l’”Operazione Hawaii” contro Pearl Harbor, e viene fissata al 26 novembre la data per l’attacco.

Nella stessa giornata in cui l’impero giapponese decide per l’offensiva armata, gli Stati Uniti presentano una controproposta finale per raggiungere un possibile compromesso: la ripresa delle relazioni commerciali con il Giappone in cambio dell’evacuazione dell’Indocina e della Cina. Ma l’impero nipponico non avrebbe accettato l’”umiliante proposta americana”: il 1° dicembre l’imperatore offre il proprio consenso alla guerra contro gli Stati Uniti e i suoi alleati e tale decisione viene fatta recapitare alla flotta già salpata nei giorni precedenti.

Non basterà nemmeno l’ultimo tentativo del Presidente Roosevelt di inviare una lettera personale all’imperatore, in cui fa appello all’antica amicizia tra i due popoli, alleati durante la Prima Guerra Mondiale per ricercare la pace: il messaggio arriverà all’ambasciatore solo il 6 dicembre, mentre a Washington, nella notte del 7 dicembre, giungono parti del documento finale, inteso come dichiarazione di guerra ufficiale. Le istruzioni imperiali sono precise a riguardo: il documento avrebbe dovuto essere consegnato alle 7:30, ora hawaiana, ossia mezz’ora prima dell’inizio dell’aggressione, in modo da sfruttare al massimo il fattore sorpresa, cogliendo l’America impreparata, senza al contempo rinunciare alla facciata formale della dichiarazione di guerra ufficiale. In realtà il messaggio definitivo giapponese giungerà solo ad attacco inoltrato, a causa di contrattempi e ritardi nel sistema di decrittazione della dichiarazione di guerra, quando le bombe degli aerosiluranti e dei bombardieri giapponesi si saranno già fiondate da oltre mezz’ora sulle navi statunitensi ancorate a Pearl Harbor.

L’attacco a Pearl Harbor è decisamente inaspettato, premeditato da mesi e con i canali diplomatici e negoziali ancora in essere. Un colpo basso, infimo, con un effetto boomerang, che l’aggressore comincerà a comprendere poco dopo.

7 dicembre 1941: preparativi e strategie

Indipendentemente dagli sviluppi politico-diplomatici, la Marina giapponese inizia a pianificare l’attacco a Pearl Harbor, con strategie promosse dal nuovo ammiraglio e comandante della flotta Isoroku Yamamoto, presentando un primo progetto all’inizio del 1941. Yamamoto, consapevole della superiorità di risorse materiali e industriali statunitensi nel caso di un prolungato conflitto, ritiene indispensabile sferrare un colpo duro e decisivo alla flotta americana, decidendo così l’esito della guerra sin da subito.

L’obiettivo principale sono i rifornimenti di carburante e le portaerei americane. Il piano prevede un attacco concentrato con l’impiego di bombardieri in picchiata e aerosiluranti dotati di siluri modificati, in grado di colpire bersagli anche in acque poco profonde, come appunto la flotta statunitense attraccata a Pearl Harbor.

Inoltre, per ridurre le probabilità di intercettazione da parte di imbarcazioni mercantili o ricognitori aerei, Yamamoto sceglie la rotta più lunga: decide di far risalire verso nord la flotta dal Giappone per poi piegare verso sud-est e raggiungere l’obiettivo da nord.

La data dell’attacco risulta essere anch’essa fortemente strategica: la scelta sarebbe ricaduta su una domenica, in quanto i giapponesi sanno che essendo le navi in porto molti uomini sarebbero scesi a terra, il che avrebbe diminuito l’efficienza degli equipaggi a bordo. Inoltre l’accostamento notturno alla base americana avrebbe approfittato dell’oscurità, per avvicinarsi all’obiettivo in maniera più discreta possibile. Le spie inoltre avrebbero informato circa il numero totale delle navi presenti nel porto.

La Marina Giapponese salperà all’alba del 26 novembre 1941 con destinazione Pearl Harbor. Il 2 dicembre la flotta riceve da Tokyo il messaggio in codice Niitaka Yama noboru, ossia “Scalate il monte Niitaka”, segnalando il fallimento delle trattative e la conferma dunque dell’imminente attacco alle Hawaii.

La navigazione si sarebbe svolta in silenzio radio, con mare mosso e sotto spessa coltre di nuvole, favorendo l’occultamento delle navi giapponesi. Il 3 dicembre la flotta prende la rotta sud-orientale, per giungere il 6 dicembre a nord delle Hawaii.

I tempi dell’attacco vengono calcolati scrupolosamente, come anticipato, in modo che i primi aerei giapponesi avrebbero raggiunto l’obiettivo mezz’ora dopo che l’ambasciatore giapponese a Washington avesse consegnato la dichiarazione di guerra, sia per sfruttare appieno il fattore sorpresa, sia per salvaguardare l’immagine giapponese agli occhi del mondo, giacché l’attacco sarebbe iniziato in stato di guerra formalmente dichiarato. 

Gli equipaggi si preparano all’attacco indossando la tradizionale fascia hachimaki, bevendo il sakè e pregando sugli altari scintoisti prima di salire a bordo.

7 dicembre 1941: l’attacco

«Incursione aerea su Pearl Harbor. Questa non è un’esercitazione». (Messaggio del capitano Logan Ramsey alle ore 7:58 del 7 dicembre 1941)

L’aria allegramente patriottica che si respira a Pearl Harbor la domenica mattina del 7 dicembre 1941 viene bruscamente interrotta dal rombo di centinaia di caccia giapponesi che, decollati a 440 km di distanza dalle portaerei, riempiono improvvisamente il cielo hawaiano, scatenando un inferno di bombe, siluri e mitragliere.

L’inizio di un tremendo attacco a sorpresa, tra i più drammatici che la storia ricordi. L’aggressione durerà quasi due ore, suddivisa in due ondate di attacchi cruenti e devastanti, falciando un’intera flotta attaccata all’àncora!

Meno di un’ora dopo l’inizio dell’inferno, a Yamamoto viene riferito «Tora! Tora! Tora!», ossia “Tigre! Tigre! Tigre!”, espressione indicante che il nemico è stato colto alla sprovvista, e l’avvenuta distruzione di quasi tutta Pearl Harbor con già la sola prima ondata di attacco.

È l’inizio della vittoria imperiale nipponica e, simultaneamente e ancora inconsapevolmente, l’inizio del suo declino! Il Giappone rinuncia comunque a sferrare il terzo attacco per una serie di motivi, tra cui il rischio di perdere una percentuale della forza aerea, il rischio di un improvviso attacco statunitense dalle portaerei (fino a quel momento non localizzate dai giapponesi), il rischio di dover lasciare indietro alcune navi per le scarse scorte di carburante. Tra l’altro, i risultati raggiunti con il secondo attacco possono considerarsi più che soddisfacenti e rispondenti alle aspettative della missione e comunque è pratica comune nella Marina giapponese privilegiare la conservazione della forza combattente, rispetto alla tendenza a puntare ad una distruzione totale dell’obiettivo.

La reazione statunitense è rabbiosa, si diffonde nell’opinione pubblica un forte sentimento di riprovazione verso il Giappone, per quello che il Presidente Roosevelt definisce nel Congresso, il giorno successivo all’attacco, come “Day of infamy”, ossia “Giorno dell’infamia”. Il Giappone, infatti, non solo apre le ostilità senza una formale dichiarazione di guerra ma nelle settimane precedenti lascia credere alla concreta possibilità di un compromesso pacifico e diplomatico per la risoluzione dei problemi.

L’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale è ormai inevitabile. L’ideologia isolazionista viene spazzata via dalle ferite morali, fisiche e patriottiche, inferte da bombe e siluri di viltà e aggressione feroce, che non lasciano spazio a perdono, comprensione e compromessi.

Così l’indomani, 8 dicembre 1941, Roosevelt chiede al Congresso l’autorizzazione a dichiarare guerra al Giappone, approvata all’unanimità. Gli schieramenti del conflitto si allargano e l’Oceano Pacifico diviene un nuovo fronte di guerra.

Il Giappone si mostra una potenza sempre più aggressiva e Pearl Harbor sarà solo la prima di una serie di aggressioni che consentiranno all’impero nipponico di conquistare in pochi mesi importanti territori nell’area del Pacifico, tra cui la Malesia e la Birmania britanniche, l’Indonesia olandese e le Filippine.

Ma dall’attacco a Pearl Harbor gli Stati Uniti si riprendono rapidamente: le tre portaerei statunitensi delle “Perle del Pacifico” (Lexington, Saratoga ed Enterprise) non vengono distrutte nell’attacco, perché fortunatamente in quel momento non presenti alla base. Gli Stati Uniti si affrettano così a costruire altre portaerei e nella guerra contro il Giappone conterà molto di più la loro superiorità aerea rispetto alle battaglie navali.

Le conseguenze dell’attacco: disastri, errori di valutazione e sconfitte

L’attacco conta oltre duemila vittime, tra soldati e civili americani, con oltre un migliaio di feriti. Danni enormi se confrontati con le irrisorie perdite giapponesi. Il bilancio è terribile. Tre corazzate vengono distrutte o capovolte in maniera irrimediabile; la sorte peggiore tocca all’Arizona, colata a picco con dentro un migliaio di uomini. Sei navi vengono affondate, sette gravemente danneggiate. Sui campi d’aviazione oltre cento aerei vengono distrutti, dieci distrutti in volo dai caccia giapponesi. A non essere colpite, come anticipato, sono le portaerei, in quanto non presenti; una circostanza colma di conseguenze, in quanto proprio le portaerei saranno fondamentali per le successive battaglie degli stati Uniti nel Pacifico.

81 anni dopo l’attacco del Sol Levante alla Marina militare USA, la storia mostra come la missione giapponese si sarebbe rivelata un boomerang per gli aggressori: l’attacco segna di fatto non solo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, bensì l’inizio del tramonto dell’imperialismo nipponico. Ogni evento, ipotesi e strategia non si sottrae più al giudizio storico sul fatto che Pearl Harbor abbia rappresentato un errore per i giapponesi, al di là della pecca morale.

Col fanatismo di chi si vede leso e offeso nelle proprie mire espansionistiche, il Giappone freme per sferrare un attacco mortale e irreversibile al cuore degli Stati Uniti, mettendoli subito fuori combattimento. Forte dunque la delusione nel constatare l’assenza delle portaerei (bersaglio principale), manovrate in direzione di Midway, nome che suonerà fatale per la sconfitta del Giappone, a causa della battaglia nel 1942 che sferrerà un duro colpo all’impero. Quello che avrebbe dovuto essere un attacco apocalittico per la Marina statunitense capovolgerà le sorti del conflitto. I Giapponesi il 7 dicembre 1941 “hanno solo svegliato il Gigante dormiente!”

L’avanzata giapponese riesce finalmente ad essere fermata a partire da maggio 1942. L’America blocca le truppe nipponiche nel Pacifico, grazie a una serie di vittoriose battaglie, piccole, successive punture di spillo, che colpiscono al cuore il Giappone: quella nel Mar dei Coralli (tra l’Australia e la Nuova Guinea), quella alle isole Midway (nella zona settentrionale delle Hawaii) e quella nell’isola di Guadalcanal (arcipelago delle Salomone in Melanesia). Nel 1943 ulteriori vittorie nelle isole Gilbert e Marshall e nel 1944 si consolida il controllo di gran parte del Pacifico, pur con forte resistenza da parte del Giappone.

Si giunge così alla fatidica data, il 2 settembre 1945, la resa del Giappone, dopo che il 6 e il 9 agosto gli Stati Uniti sganciano la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. La guerra è conclusa, decretando la vittoria degli Alleati sui Paesi dell’Asse. Inoltre, al termine del conflitto, i vertici politici e militari giapponesi saranno processati per aver “intrapreso guerre di aggressione in violazione del diritto internazionale”, avendo attaccato violando le norme internazionali sull’apertura delle ostilità, fissate dalla Convenzione dell’Aia.

7 dicembre: il ricordo di Pearl Harbor

Nella memoria del popolo americano, e non solo, resterà indelebile il “Day of infamy”, da allora commemorato ogni anno con il National Pearl Harbor Remembrance Day, per ricordare i caduti del 7 dicembre 1941. Durante la celebrazione, istituita dal Congresso nel 1994, è usanza issare bandiere a mezz’asta dinanzi le sedi istituzionali.

L’attacco a Pearl Harbor è inoltre rappresentato dal monumento denominato USS Arizona Memorial, costituito dal relitto della corazzata immerso in pochi metri d’acqua. Sulla terraferma, invece, nella baia di Pearl Harbor, si trova l’edificio dell’USS Arizona Memorial Visitor Center, inaugurato nel 1980 e contenente le lapidi con i nomi dei marinai deceduti sulla nave durante l’attacco.

Ricca tra l’altro la produzione cinematografica sul tragico evento, tra cui merita menzione Pearl Harbor (2001) di Michael Bay:

«… Fu una guerra che cambiò l’America e il mondo… Per noi la Seconda Guerra Mondiale cominciò a Pearl Harbor e 1177 uomini giacciono ancora in fondo al mare, sepolti nella corazzata Arizona. L’America aveva sofferto, ma questo la rese più forte. Non era un fatto scontato. Quegli anni misero a dura prova il nostro spirito, ma da quella prova uscimmo vincitori».

 

Foto di: GilaValleyCentral

 

A proposito di Emilia Cirillo

Mi chiamo Emilia Cirillo. Ventisettenne napoletana, ma attualmente domiciliata a Mantova per esigenze lavorative. Dal marzo 2015 sono infatti impegnata (con contratti a tempo determinato) come Assistente Amministrativa, in base alle convocazioni effettuate dalle scuole della provincia. Il mio percorso di studi ha un’impronta decisamente umanistica. Diplomata nell’a.s. 2008/2009 presso il Liceo Socio-Psico-Pedagogico “Pitagora” di Torre Annunziata (NA). Ho conseguito poi la Laurea Triennale in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel luglio 2014. In età adolescenziale, nel corso della formazione liceale, ha cominciato a farsi strada in me un crescente interesse per la scrittura, che in quel periodo ha trovato espressione in una brevissima collaborazione al quotidiano “Il Sottosopra” e nella partecipazione alla stesura di articoli per il Giornalino d’Istituto. Ma la prima concreta possibilità di dar voce alle mie idee, opinioni ed emozioni mi è stata offerta due anni fa (novembre 2015) da un periodico dell’Oltrepo mantovano “Album”. Questa collaborazione continua tutt’oggi con articoli pubblicati mensilmente nella sezione “Rubriche”. Gli argomenti da me trattati sono vari e dettati da una calda propensione per la cultura e l’arte soprattutto – espressa nelle sue più soavi e magiche forme della Musica, Danza e Cinema -, e da un’intima introspezione nel trattare determinate tematiche. La seconda (non per importanza) passione è la Danza, studiata e praticata assiduamente per quindici anni, negli stili di danza classica, moderna e contemporanea. Da qui deriva l’amore per la Musica, che, ovunque mi trovi ad ascoltarla (per caso o non), non lascia tregua al cuore e al corpo. Adoro, dunque, l’Opera e il Balletto: quando possibile, colgo l’occasione di seguire qualche famoso Repertorio presso il Teatro San Carlo di Napoli. Ho un’indole fortemente romantica e creativa. Mi ritengo testarda, ma determinata, soprattutto se si tratta di lottare per realizzare i miei sogni e, in generale, ciò in cui credo. Tra i miei vivi interessi si inserisce la possibilità di viaggiare, per conoscere culture e tradizioni sempre nuove e godere dell’estasiante spettacolo dei paesaggi osservati. Dopo la Laurea ho anche frequentato a Napoli un corso finanziato da FormaTemp come “Addetto all’organizzazione di Eventi”. In definitiva, tutto ciò che appartiene all’universo dell’arte e della cultura e alla sfera della creatività e del romanticismo, aggiunge un tassello al mio percorso di crescita e dona gioia e soddisfazione pura alla mia anima. Contentissima di essere stata accolta per collaborare alla Redazione “Eroica Fenice”, spero di poter e saper esserne all’altezza. Spero ancora che un giorno questa passione per la scrittura possa trovare concretezza in ambito propriamente professionale. Intanto Grazie per la possibilità offertami.

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