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Eroica Fenice

Bresson al PAN, occhio, testa e cuore

Bresson al PAN, occhio, testa e cuore

“L’occhio del secolo” è in mostra come The Mind’s eye a cura di Simona Perchiazzi, cinquatasette scatti di Henri Cartier-Bresson, la maggior parte delle sue icone radunate nelle sale del Palazzo delle Arti di Napoli fino al 28 luglio 2016.

La mostra non parla solo del fotografo che riusciva a catturare gli istanti inquadrando la realtà con le regole della pittura o di un uomo che è stato prigioniero della seconda guerra mondiale, che ha visto il mondo crescere e cambiare, che ha conosciuto grandi uomini come Gandhi del quale ha assistito ai funerali, e Martin Luther King al discorso di Washington D.C.
Morto nel 2004, Bresson ha odiato la definizione di occhio del secolo, perché vedeva il tempo scorrere, come il continuo ricorrersi delle stagioni.

“Un rigore nell’equilibrio delle forme. Per me è il fondamento”. Voleva fare il pittore, i suoi legami con i surrealisti hanno sempre trovato voce nelle sue foto, lo commuoveva il loro sguardo sulla vita.

“Avevo un amico Chim e un altro Capa, ci conoscevamo da prima della guerra, avevamo lavorato insieme. Capa ebbe l’idea di creare un’agenzia cooperativa: la Magnum”.

Bresson con i suoi fotogrammi aprì finestre sul mondo che hanno dato modo di scoprire la realtà che ha circondato l’umanità fino alla seconda guerra mondiale

La mostra, quindi, propone la storia delle sue fotografie in un racconto visivo che fa carpire all’osservatore come e quali cambiamenti ha subìto il modo di riprendere il reale

 

“Non c’è niente da dire. Bisogna osservare. Nessuno ci insegna ad osservare. Osservare è così difficile”. Quando Bresson con i suoi amici fondò la Magnum era il 1947 il mondo era stato separato, voleva essere raccontato, c’era la necessità del reportage, un racconto diverso, fluido; quel modo di raccontare permette ancora oggi di mostrare una storia.

Quello che conta è il tempo. Niente esiste in perpetuo. Tutto cambia di secondo in secondo. Nel reportage fotografico  che è il nostro diario di bordo, solo l’istante conta”.

Le fotografie di Bresson narrano del periodo della gelida URSS, di quando valicò tra i primi la cortina di ferro, raccontò gli anni di maturazione della Cina, dagli ultimi mesi della Repubblica cinese ai primi della Cina popolare 

Il fotografo ha sempre spiegato il motivo per il quale i suoi scatti hanno avuto così grande successo, bisogna avvicinarsi al soggetto, all’oggetto dello scatto. È facile capire come non parlò di distanza fisica.

In molte delle foto presenti nella mostra “The Mind’s eye” sono ben evidenti i concetti della composizione fotografica che hanno fatto scuola e ancora rimarranno di esempio ancora per molto tempo proprio per il rigore che il fotografo ebbe nella scelta delle sue inquadrature.

Bresson che si definì un libertario, ha parlato attraverso i suoi scatti dell’uomo, come un essere meraviglioso ma allo stesso tempo schifoso. Era il periodo della guerra fredda, dell’arma suprema di distruzione totale, del nucleare che faceva impazzire le grandi potenze.

“Per me la fotografia è mettere sulla stessa linea di mira l’occhio, la testa e il cuore”. È il motivo per il quale osservando le fotografie esposte al PAN si capisce che non si è di fronte alla mostra del fotografo ma si ha soprattutto la sensazione di poter avere un confronto con l’uomo Bresson.

“Quello che conta, è cosa faremo domattina. Tra un minuto ed adesso”.

Le parole del fotografo sono tratte dai dialoghi del film documentario Le Siècle de Cartier-Bresson diretto da Pierre Assouline.