È solo uno sport, dicono. La vita che vince su un campo da calcio

È solo uno sport. Ma l’11 luglio a mezzanotte, a dispetto di una Cenerentola qualsiasi, è cominciato un sogno. Campioni d’Europa, i migliori giocatori di calcio in tutto l’occidente, l’Italia che sbanca a Wembley, lì dove il gioco del pallone è nato e che ora, esportato, rinasce. È questo il bilancio di una notte magica. 
In un momento storico buio, succede qualcosa di bello, ma proprio bello: 60 milioni di italiani scossi da una pandemia mondiale, increduli e rammaricati, sono davanti a una tv per esorcizzare la paura di questo tempo. Come un film, in un rettangolo verde. Centoventi minuti di risarcimento. Solo questo. Irrisori, pochissimi, neanche abbastanza per scrollarsi di dosso le brutture delle circostanze ma abbastanza per emozionarsi, addirittura infiniti. È solo uno sport, dicono. Eppure, l’11 luglio a Wembley c’è stata la vita. Quella tolta, messa in guardia, che tornava a scalpitare, a prendere il sopravvento su tutto, a macinare altra vita. Con tutte le sue contraddizioni, come l’europeo di Ciro Immobile, con tutta la gioia sconnessa, illogica di alcuni lampi come con Vialli e Mancini, con l’amarezza di un traguardo a metà di chi è sconfitto, con la tachicardia degli attimi salienti. Il rigore parato da Gigio, quello sbagliato da Jorginho. La faccia della stessa medaglia, un momento prima e un momento dopo della stessa giornata.
Che rollercoaster di emozioni. E scusate se impieghiamo un inglesismo per dirlo, oggi che gli inglesi un po’ ci odiano. Che domani lo capiranno, quanto è appagante alzare la coppa dei campioni e quanto li ha rattristati non averlo fatto ma quanto è ancora più straordinario fermare il tempo, il tempo di una partita.
È solo uno sport, dicono. Ci siamo campioni d’Europa in questo sport, col cuore fuori dal petto per un gol e qualcosa di cui parlare per le prossime tre settimane. Il tiraggir che vince sulle pandemia, le chiacchiere da bar sull’apprensione generale, il fuorigioco da imparare al posto degli esami.

Dicono così, ma grazie a questo sport, siamo tornati a respirare (tranne in apnea coi rigori), con tutta la ffp2.

Chi è Rita Salomone

Scrivo cose e parlo tanto. Mi piace Forrest Gump (anche se sono nata quattro anni dopo il film) e nel tempo libero studio filologia a Napoli. Bella storia la vita come scatola di cioccolatini.

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