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Eroica Fenice

Siamo davvero nell'era dell'Italia "sbloccata" e della ripresa?!

Siamo davvero nell’era dell’Italia “sbloccata” e della ripresa?!


Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (la n.212/2014) del decreto legge n.133 del 12 settembre 2014 – meglio conosciuto come “Sblocca Italia” – avrebbe dovuto verificarsi un innovativo cambiamento capace di transitare il Paese da una situazione di stallo ad una di rigoglioso risveglio economico, politico e sociale.

Dei dieci capi [parte che tratta di un singolo argomento di uno scritto, ndr.] di cui è costituito il decreto legge n.133, sono, in particolare, i capi VIII e IX, intitolati “Misure urgenti in materia ambientale” e “Misure urgenti in materia di energia”, a destare ad oggi il maggior allarme, conducendo migliaia di persone a costituirsi in comitati o gruppi di protesta che, grazie anche alle opportunità garantite dal web, possono affermare di rappresentare una solida, unica, unita, presente ed energica voce italiana che grida “NO” allo scempio sanitario ed ambientale a cui il Presidente del Repubblica e il Presidente del Consiglio sembrano averci condannato.

Partiamo dall’art.36 capo IX in cui si legge che «le attività di prospezione, ricerca e  coltivazione  di  idrocarburi  e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono  carattere di interesse strategico  e  sono  di  pubblica  utilità,  urgenti  e indifferibili»; concetto ribadito nell’art.37: «al fine di aumentare la sicurezza  delle  forniture  di  gas  al sistema italiano ed europeo del gas naturale, anche in considerazione delle situazioni di crisi internazionali  esistenti,  i  gasdotti di importazione di gas dall’estero, i terminali di  rigassificazione  di GNL, gli stoccaggi di gas naturale e  le  infrastrutture  della  rete nazionale di  trasporto  del  gas  naturale,  incluse  le operazioni preparatorie necessarie alla redazioni dei  progetti  e  le  relative opere  connesse rivestono carattere  di  interesse   strategico   e costituiscono una priorità a carattere nazionale e sono di pubblica utilità, nonché indifferibili e urgenti».

Tali capi espletano una precisa volontà del governo di favorire le compagnie petrolifere, attribuendo «carattere di interesse strategico» e «pubblica  utilità» alle attività di rigassificazione e trasporto del gas in Italia e in Europa e a quelle di ricerca ed estrazione di idrocarburi e stoccaggio sotterraneo del gas.

La domanda sorge spontanea: l’Italia necessita davvero di un raddoppiamento delle estrazioni di idrocarburi su suolo nazionale?! Basta pensare che attualmente vengono estratti 12.827.700 metri cubi standard all’anno, relative alle sole concessioni Eni (Ionica gas) e solo davanti alla costa crotonese.

Ma attendete, il bello deve ancora arrivare. Il comma 4 dell’articolo 38, capo IX decreta, infatti che, «per i procedimenti di valutazione di impatto ambientale in corso presso le Regioni  alla  data  di  entrata  in  vigore  del  presente decreto,  relativi  alla  prospezione,  ricerca  e  coltivazione   di idrocarburi,  la  Regione  presso  la  quale  è  stato  avviato   il procedimento, conclude lo stesso entro il 31 dicembre  2014.  Decorso inutilmente  tale  termine   la   Regione   trasmette   la   relativa documentazione  al  Ministero  dell’ambiente  e  della   tutela   del territorio e del mare per i seguiti istruttori di competenza, dandone notizia al Ministero dello sviluppo economico».

Ciò significa che in materia di impatto e sviluppo ambientale le Regioni perdono potere. Per accorciare i tempi di manovra su suolo regionale e/o nazionale, il governo, in poche righe, stabilisce che le Regioni non hanno nessun potere d’intervento decisionale sul proprio suolo.

Allo stato attuale delle cose, la terra ed il mare delle regioni italiane potrebbero veder aumentare l’incidenza delle attività petrolifere sul proprio territorio, con percentuali preoccupanti: la Basilicata passerebbe da un 35% di territorio interessato ad un 64%, la Puglia dal 7% al 12%, la Sicilia dal 17% al 37%, la Calabria dal 7% al 14%, la Campania dal 6% al 14%, il Molise dal 26% all’86%, l’Abruzzo dal 26% all’86%, il Lazio dal 19% al 33%, le Marche dal 22% al 26%, la Toscana dal 16% al 19%, l’Emilia Romagna dal 44% al 70%, il Veneto dal 4% al 17%, la Lombardia dal 20% al 38% e il Piemonte dall’8% al 16%, con un’impressionante incidenza sull’aumento di tumori da idrocarburi.

Oltre a considerare gli evidenti, consequenziali, danni alla salute, c’è un perché più semplice ed immediato per cui avremmo dovuto aspettarci che tale “mania da idrocarburi” non esplodesse in tutta la sua preterintenzionale, lucida follia: la sua inutilità.

Il più grande giacimento europeo, infatti, si trova in Basilicata, ma produce solo il 6% del fabbisogno nazionale. Questo vuol dire che, «volenti o nolenti, noi italiani continueremo a importare petrolio dall’estero» spiega Maria Rita D’Orsogna, che prosegue «la Basilicata è l’esempio della scorretta informazione preliminare data ai cittadini: quando i petrolieri – ENI e Total – arrivarono circa 15-20 anni,  fa promisero mari e monti! Promesse vane! Oggi la Basilicata è la regione più povera d’Italia, si trova  petrolio persino nel miele, le dighe sono inquinate dagli idrocarburi, con morie di pesci, alcune sorgenti idriche sono state chiuse, si interrano i rifiuti  tossici petroliferi nei campi e si trivella nei parchi, nei vigneti, nei meleti e nei campi di fagioli  lì vicino. […] Non sarebbe più intelligente incentivare seriamente il  fotovoltaico, obbligando  edifici e fabbriche ad installare pannelli solari e i costruttori a costruire edifici eco-sostenibili e a risparmio energetico?»

La D’Orsogna, professore associato presso il Dipartimento di Matematica della California “State University at Northridge”, si è distinta in Itaia nella critica al fracking [termine geotecnico con cui gli anglosassoni indicano la fatturazione idraulica, cioè lo sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare e, poi, propagare una frattura in uno strato roccioso nel sottosuolo, ndr.] e nel rilevare le connessioni tra trivellazioni e interessi delle  lobby petrolifere. Attraverso il suo blog “No all’Italia petrolizzata”  (https://dorsogna.blogspot.co.uk/2012/05/eni-vengo-ti-avveleno-e-me-ne-vado.html), svolge un’intensa attività d’informazione a supporto dei comitati cittadini contro le attività petrolifere in Italia.

Sembra, dunque, chiara quale dovrebbe essere la strada di politica energetica da seguire. A tal proposito, appaiono illuminanti anche le parole di J. Rifkin, economista e saggista statunitense, fondatore e presidente della “Foundation on Economic Trends“ (FOET) e presidente della “Greenhouse Crisis Foundation”, promotore di politiche governative responsabili in diversi ambiti sia relativi all’ambiente sia alla scienza e alla tecnologia: «è che il vostro governo sta puntando su fonti energetiche del XX secolo, petrolio e shale gas [tipo di giacimento non convenzionale da cui viene estratto il gas da argielle, ndr.], e sta andando contro le energie rinnovabili: ma se possiamo democratizzare la comunicazione perché non possiamo democratizzare l’energia? Il sole splende su tutta l’Italia, il vento soffia abbondante, c’è l’energia geotermica, quindi perché il vostro governo non punta su queste energie che hanno un costo marginale prossimo allo zero e che tutti possono produrre e poi condividere? Perché dovremmo proteggere gli interessi di una o due grandi aziende energetiche o utilities. La Germania ha capito che bisogna democratizzare l’energia e non solo la comunicazione, lo stesso sta facendo la Cina. L’Italia non dovrebbe restare nel XX secolo, ma dovrebbe unirsi a Germania e Cina e entrare nel XXI secolo».

FONTI:

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/09/12/14G00149/sg

https://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4816

Emma Liberti

– Siamo davvero nell’era dell’Italia “sbloccata” e della ripresa?! –

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