Il termine Pocho: origini e significati nascosti

Pocho: origini, significati e usi di un termine sempre più diffuso

Il termine Pocho si sta diffondendo sempre di più, ed è, piano piano, arrivato anche in Italia. È generalmente un’espressione gergale dispregiativa messicana che si riferisce agli americani di origine messicana. Ma come ha origine questo termine?

Significato e contesto del termine

Elemento Descrizione
Definizione principale Americano di origine messicana
Connotazione originale Dispregiativa (persona non abbastanza messicana)
Teorico di riferimento Earl Shorris
Uso moderno Identità culturale ibrida o soprannome affettuoso

Origini del termine Pocho

Fu per primo lo scrittore e critico americano Earl Shorris, che definì i pochos gli americani di origine messicana, quindi, cittadini statunitensi a tutti gli effetti, ma con avi messicani. Aggiunse che loro soffrono di una doppia emarginazione, poiché vengono discriminati all’interno del loro paese di nascita, gli USA, ma allo stesso tempo non sono nemmeno considerati “veri” messicani nella loro nazione d’origine, il Messico.

Infatti egli scrive: «Il pocho vive sulla linea culturale e razziale […] completamente senza protezione […] disprezzato da ogni parte: troppo messicano per gli anglosassoni e troppo agringado (come un gringo) per i messicani.» In relazione a quest’ultima frase, l’espressione è utilizzata in Messico in riferimento ai messicani emigrati negli Stati Uniti ed hanno adottato eccessivamente gli usi ed i costumi del loro paese d’adozione, ad esempio si vestono e parlano esattamente come gli statunitensi, perdono le loro tradizioni, e così via. Quindi, chiamare qualcuno pocho significava dirgli che non era “abbastanza” messicano, abbastanza legato alle tradizioni della propria famiglia. Era un modo per sottolineare una mancanza, una frattura culturale.

Un esempio pratico del termine lo possiamo trovare all’interno del film Mi Familia (1995) diretto da Gregory Nava, il quale parla della storia della famiglia Sanchez, una famiglia di immigrati messicani negli USA, a Los Angeles precisamente. I protagonisti, José e Maria, hanno cinque figli: Irene, Jesus (detto ‘Chuco‘), Paco, Toni, Jimmy, e Guillermo (anche chiamato ‘Memo‘). Quest’ultimo rappresenta lo stereotipo del Pocho, poiché egli ormai non parla più lo spagnolo e si fa chiamare William, o Bill, che suona più “americano”. Va a studiare legge in una delle facoltà dell’Ivy League e diventa avvocato; in seguito conosce una ragazza bianca e benestante del quartiere Bel Air, Karen, con la quale si fidanza e che porta a casa per farle conoscere la sua famiglia. Egli si vergogna profondamente del comportamento che hanno i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle che secondo lui parlano ad alta voce, mangiano cose “diverse”, e rimprovera il figlio di Jimmy che sta urlando e correndo in giro per la casa; Guillermo rinnega la sua lingua, la sua cultura, e le sue tradizioni, diventando il perfetto cittadino americano.

Il termine Pocho: origini e significati nascosti
Poster del film del 1995; fonte immagine: Wikipedia, DatBot

Perché diventare Pocho?

Tutto ciò lo possiamo collegare al concetto di Mimicry del filosofo indiano, naturalizzato statunitense, Homi K. Bhabha: è il processo attraverso cui il colonizzato imita il colonizzatore — i suoi modi di parlare, vestire, comportarsi, pensare — nel tentativo di avvicinarsi al modello imposto dal potere coloniale. La Mimicry è un atto di sopravvivenza, l’immigrato si mimetizza, immedesima nel modello imposto, per non essere emarginato, escluso. Proprio come fanno gli animali, che si mimetizzano con l’ambiente circostante per sopravvivere. Secondo Bhabha, la mimetizzazione è un’arma a doppio taglio, poiché il potere coloniale vuole che il colonizzato diventi simile al modello egemonico per essere più controllabile, educato, “civilizzato”, ma fino a un certo punto, perché un colonizzato troppo simile rischia di mettere in crisi l’autorità del colonizzatore, rendendo la distinzione tra chi comanda e chi obbedisce instabile. Per questo la mimicry è un fenomeno che produce ansia nel colonizzatore ed è anche, inconsapevolmente, da parte del colonizzato, una forma di resistenza contro il modello imposto.

Il termine Pocho: oggi

Con il passare del tempo, il termine Pocho si è sganciato dal suo contesto originario e ha iniziato ad essere utilizzato come slang, oggi ha tre accezioni principali:

  • In contesti giovanili, può essere qualcuno di pigro o svogliato, che non ha voglia di fare nulla.
  • Una persona che ha una prestazione poco incisiva, mediocre, ad esempio in ambito scolastico.
  • Una persona con doppia identità culturale.

Ed è proprio l’ultimo punto quello su cui dobbiamo soffermarci di più, perché se questo termine nasce come insulto, oggi invece è qualcosa che viene rivendicato, attraverso ciò si celebra una doppia appartenenza, una cultura ibrida che però non rinnega nessuno dei due mondi. Di conseguenza, essere pocho non esprime più una mancanza, ma una ricchezza, perché è la capacità di sapersi muovere tra lingue e culture diverse. Questo fenomeno è spesso associato alla più ampia cultura Chicano, che condivide molte delle dinamiche identitarie descritte.

Il soprannome di Ezequiel Lavezzi

Seppur con un diverso significato, questo termine, piano piano, si è diffuso anche in Italia, diventando un appellativo per tanti calciatori sudamericani; il caso più noto è quello del giocatore argentino Ezequiel Lavezzi, che venne a giocare nella squadra del Napoli nel 2007. Giornalisti, telecronisti, tifosi, hanno iniziato a chiamarlo El Pocho. In realtà il soprannome esisteva già anni prima in Argentina, e stava ad indicare un ragazzo riccio, spettinato, dai capelli ribelli, simpatico, con la battuta pronta. Egli, rispecchiando tutte queste caratteristiche, veniva appellato così dalla stampa argentina, e, successivamente, in Italia. In realtà poi Lavezzi ha svelato un’altra origine del nome, dicendo che proviene anche dal fatto che da piccolo aveva un cane chiamato Pocholo“: «Quando ero bambino avevo un cane che si chiamava Pocholo. Quando se ne andò, mio fratello e il suo migliore amico cominciarono a chiamarmi con quel nome perché rompevo le scatole proprio come lui. Da quel momento la gente della mia città, Villa Gobernador Gálvez, cominciò a chiamarmi Pocholo, finché in Nazionale Under-20 incontrai un vecchio compagno della mia stessa città che, conoscendo il mio soprannome, cominciò a chiamarmi Pocholo davanti a tutti i compagni. I ragazzi dello spogliatoio abbreviarono Pocholo in Pocho e da quel momento questo è il mio nome, il mio marchio

 

Fonte immagine in evidenza: Freepik

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