Voci femminili nella letteratura postcoloniale italiana: Igiaba Scego

Voci femminili nella letteratura postcoloniale italiana: Igiaba Scego

Igiaba Scego, una delle voci femminili della letteratura postcoloniale italiana.

Nella letteratura postcoloniale italiana si nota una sorta di supremazia in quanto a voci femminili, nelle pubblicazioni più recenti. Gli studiosi, tra cui Armando Gnisci (2003), spiegano tale supremazia elencando vari motivi: innanzitutto motivi di carattere editoriale, per il fatto che queste produzioni letterarie sono state pubblicate nel periodo, o meglio durante quella che è considerata la seconda fase della letteratura migrante italiana, quando venne venne a mancare il sostegno delle case editrici italiane più famose. Poi ci sono motivi di carattere storico, dato che i primi migranti arrivati in Italia erano donne, che finirono per formare comunità di cui facevano parte, soprattutto, donne. Ancora, motivi di carattere psicologico, poiché la maggioranza delle scrittrici, come Igiaba Scego, è originaria di paesi caratterizzati da una cultura e da una forte tradizione patriarcale, islamica; molte volte sono obbligate a cambiare il loro stile di vita e ad assumere una nuova identità, più complessa. E infine, motivi legati alla formazione e all’istruzione: molte delle scrittrici hanno alle spalle una carriera universitaria, portata a termine in Italia o nel paese di origine, e, inoltre, padroneggiano la lingua italiana, appresa nelle scuole italiane delle colonie o, come lingua seconda, nelle loro famiglie miste.

Quest’ultimo è il caso di scrittrici come Gabriella Ghermandi, Cristina Ubax Ali Farah e Igiaba Scego. Gabriella Ghermandi e Cristina Ubax Ali Farah, mostrano un uso della lingua italiana che rispecchia un’identità in “costruzione”, sospesa tra due mondi, quello del paese di origine, legato al passato, e quello del paese che le ha accolte, l’Italia, legato invece al presente.

Igiaba Scego

Igiaba Scego nasce in Italia da genitori somali, può essere considerata una migrante di seconda generazione. Il padre, importante politico somalo, perde tutto in seguito alla presa del potere da parte di Siad Barre. La figura paterna è stata fondamentale per la formazione letteraria dell’autrice, anche se gli inizi della carriera letteraria della Scego sono legati all’eredità materna, una nomade analfabeta.

La traiettoria letteraria di Igiaba Scego ha inizio con l’opera La nomade che amava Alfred Hitchcock (2003), la storia della madre, opera nella quale l’autrice indica il nomadismo come un elemento essenziale della cultura somala; fra le altre opere della Scego sono da menzionare Pecore nere (2005), La mia casa è dove sono (2010), Oltre Babilonia (2008), Adua (2015), La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown (2020). Un’opera di Igiaba Scego che si distingue dalle altre, per il fatto di non poter essere inclusa nell’ambito della letteratura postcoloniale, è il libro dedicato a Caetano Veloso, Caetano Veloso: Camminando controvento (2016).

Uno dei temi principali dell’opera di Igiaba Scego è quello dell’identità, anche culturale: la Scego è  italiana, è somala, ma allo stesso tempo riconosce che la sua identità è qualcosa di ibrido, non definito. Di conseguenza, la lingua scelta è utilizzata dalla scrittrice è fatta di simboli e riflette un insieme, o meglio una mescolanza di culture, quella italiana e quella somala.

Un altro aspetto interessante dell’opera di Igiaba Scego, legato alla mescolanza di due culture è quello relativo ai termini dismatria- bimatria: attraverso di essi, Scego esprime la contrapposizione tra le sue due culture, anche da un punto di vista linguistico: la lingua somala è la voce della sua infanzia, l’italiano è la lingua del suo presente, un presente imperfetto, non definito, in quanto alla sua identità culturale e linguistica.

Fonte immagine di copertina: Wikipedia 

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