All’interno dell’Istituto San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Genzano è stato avviato, a partire da marzo 2026, il progetto di gruppo dedicato alla stimolazione neurocognitiva per pazienti affetti da demenza e al supporto psicologico per i loro familiari, denominato “Nessuno ci può giudicare”.
Dettagli del progetto di stimolazione neurocognitiva a Genzano
| Caratteristica | Dettagli informativi |
|---|---|
| Sede del progetto | Istituto Fatebenefratelli di Genzano |
| Frequenza incontri | Ogni due settimane |
| Orari e giorni | Venerdì pomeriggio e sabato mattina |
| Durata sessioni | 90 minuti (un’ora e mezza) |
| Target | Pazienti con demenza e loro caregiver familiari |
Indice dei contenuti
Un’idea nata dall’esperienza clinica quotidiana del reparto di neurologia e neuropsicologia che punta non soltanto al trattamento sanitario della patologia, ma anche al contrasto di uno dei problemi più frequenti legati alle malattie neurodegenerative: l’isolamento sociale.
A raccontare il funzionamento del progetto è stato Mattia Rosari, neuropsicologo e creatore dell’iniziativa delle attività di gruppo. Il percorso viene svolto esclusivamente presso l’istituto Fatebenefratelli di Genzano e prevede una struttura organizzata su due fronti paralleli: da una parte il lavoro con i pazienti, dall’altra quello con i caregiver familiari.

“Da un lato ci occupiamo della riabilitazione o stimolazione cognitiva”, ha spiegato il dottor Rosari durante l’intervista. “Inoltre abbiamo anche un team di psicologi che si occupano della formazione e del supporto psicologico per i familiari dei pazienti”.
Che cos’è la stimolazione cognitiva
La stimolazione cognitiva rappresenta uno degli strumenti principali utilizzati nell’ambito neuropsicologico per il trattamento delle demenze. Si tratta di attività specifiche mirate a stimolare le funzioni cognitive compromesse dalla patologia, come memoria, attenzione, linguaggio e capacità di orientamento.
Come spiegato nel corso dell’intervista, il trattamento neuropsicologico affianca il lavoro medico e farmacologico svolto dai neurologi. Se i farmaci cercano di rallentare la progressione organica della malattia, la parte neuropsicologica punta invece a mantenere attive le aree cerebrali maggiormente compromesse.
“È come se si mandasse al cervello il messaggio di investire risorse in quelle aree”, ha spiegato Rosari. “Questo contribuisce a rallentare l’andamento della patologia”.
Nel caso specifico del progetto di Genzano, la stimolazione cognitiva viene svolta in gruppo da due psicologi specializzati. Ma l’obiettivo non è soltanto terapeutico: la dimensione sociale assume un ruolo centrale all’interno del percorso.
Nessuno ci può giudicare: il peso dell’isolamento nei pazienti con demenza
Uno degli aspetti emersi con maggiore forza durante l’intervista riguarda proprio il progressivo isolamento vissuto dalle persone affette da demenza. Con l’avanzare della patologia, infatti, molti pazienti tendono ad abbandonare gradualmente le attività quotidiane che prima scandivano la loro vita: sport, hobby, uscite sociali e momenti di aggregazione. Maggiori informazioni sulle demenze degenerative possono essere reperite sul sito ufficiale della Wikipedia dedicato alla neurologia.
“Col progredire della malattia, i pazienti iniziano ad avere difficoltà nel corretto svolgimento delle mansioni quotidiane, come ad esempio cucinare”, ha raccontato il dottore. “Questo li porta lentamente all’isolamento sociale e li rende maggiormente vulnerabili dal punto di vista emotivo”.

Da qui nasce l’idea di trasformare la riabilitazione in un’esperienza condivisa: inserire i pazienti in un contesto protetto, composto da persone che vivono la stessa condizione. Ciò permette di favorire nuove relazioni e di mantenere attive le capacità sociali residue.
Secondo quanto raccontato dagli operatori, nel corso delle settimane si sono create vere e proprie amicizie tra i partecipanti, con effetti positivi non solo sul benessere psicologico, ma anche sulla qualità della vita complessiva.
Il supporto ai familiari: il ruolo dei caregiver
Parallelamente al lavoro svolto con i pazienti, il progetto “Nessuno ci può giudicare” dedica grande attenzione anche ai familiari. Durante le sessioni di gruppo, infatti, un’équipe di psicologi si occupa di accompagnare i caregiver attraverso momenti di formazione e supporto emotivo.
Uno dei temi centrali affrontati riguarda il cosiddetto “burden del caregiver”, ovvero il carico psicologico e fisico che, spesso, si sviluppa nelle persone che assistono quotidianamente un familiare affetto da demenza. Una situazione che, nel lungo periodo, può trasformarsi in una forma di burnout.
“Quando il caregiver va in burnout, tutto il sistema si blocca”, ha spiegato il dottor Rosari. “Ne risentono l’aderenza alle cure, la gestione emotiva e il benessere generale del paziente”.
Anche in questo caso il lavoro di gruppo si è rivelato particolarmente utile. Condividere esperienze simili con altri familiari ha permesso a molte persone di sentirsi meno sole e di costruire una rete di sostegno reciproco.
Nessuno ci può giudicare: sei gruppi divisi in base alla gravità della patologia
Il progetto attualmente prevede sei gruppi differenti, organizzati in base al livello di gravità della patologia. Gli incontri si svolgono ogni due settimane tra il venerdì pomeriggio e il sabato mattina, con sessioni della durata di un’ora e mezza ciascuna.
I pazienti vengono selezionati secondo due criteri principali: il grado di compromissione cognitiva e la capacità di interagire all’interno di una dinamica collettiva. Alcuni gruppi sono dedicati a pazienti lievi o lievi-moderati, mentre altri sono rivolti a situazioni più gravi.
“Con i gruppi con grado di compromissione lieve si lavora molto sulla formazione e sulla gestione quotidiana”, ha spiegato il dottore. “Con i gruppi più gravi, invece, il supporto psicologico diventa ancora più importante”.

Nonostante l’iniziativa “Nessuno ci può giudicare” sia attiva soltanto da pochi mesi, i riscontri sembrano essere già molto positivi. Secondo quanto riferito dagli operatori, sia i pazienti che i familiari hanno manifestato soddisfazione per il percorso svolto, chiedendo addirittura un rinnovo dell’iniziativa nei prossimi mesi.
Inoltre il progetto, nato inizialmente come sperimentazione interna, sembra destinato ad avere ulteriori sviluppi. Dal mese di giugno, infatti, è previsto un ampliamento dell’organizzazione e non viene esclusa la possibilità di estendere in futuro il modello anche ad altre strutture sanitarie.
Nessuno ci può giudicare: informazioni utili
Per chi volesse ricevere informazioni o valutare un eventuale inserimento nel percorso “Nessuno ci può giudicare”, è possibile contattare il CUP dell’Istituto San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Genzano e richiedere maggiori dettagli sul progetto di stimolazione neurocognitiva; oppure scrivere direttamente al dottor Mattia Rosari tramite la mail [email protected].
In un contesto in cui le demenze rappresentano una delle sfide sanitarie e sociali più complesse del presente, iniziative come quella del Fatebenefratelli dimostrano come la cura possa passare non soltanto attraverso il trattamento clinico ma anche tramite la costruzione di relazioni, supporto reciproco e inclusione sociale.
Fonte delle immagini: personale della struttura

