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Ho paura Torero al Teatro Bellini | Recensione

Ho paura Torero al Teatro Bellini | Recensione

Ho paura, Torero! Immersi nella magica atmosfera dello storico Teatro Bellini di Napoli, ecco, una fata.

In scena, dal 26 al 31 marzo, ore 20.45, lo spettacolo Ho paura Torero. Questa trasposizione teatrale, dall’omonimo romanzo dello scrittore cileno Pedro Lemebel, curata da Alejando Tantanian, vanta un cast imperdibile (Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mariano Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero), nonché una regia impeccabile (Claudio Longhi), e una drammaturgia d’autore (Lino Guanciale). Nelle parole perfettamente tradotte da M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi traspare tutto lo stile e la personalità di Lemebel, contornate dalle scene, curate da Guia Buzzi, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci di Max Mugnai, il visual design di Riccardo Frati, e infine i travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo.

La trama

Santiago del Cile è intenta nella sua vita frenetica, nelle sue dissipazioni interne, nella sua discrasia, nella sua musica travolgente e nel contenere due poli opposti nella stessa città, in uno stesso Stato: le forze dittatoriali del generale Pinochet, e quelle del fronte patriottico Manuel Rodríguez di giovani ragazze e ragazzi stanchi dell’oppressione continua del governo, e del trauma dei Desaparecidos. È primavera, è il 1986, da una casa si riesce a sentire la radio accesa ininterrottamente. È la dimora della Fata dell’angolo (Lino Guanciale), così chiamata e conosciuta da tutti, la quale ospita nella sua soffitta tanti e tante universitari\e; fra loro, lo studente Carlos (Francesco Centorame), affascinante giovane intellettuale di sinistra, il quale intrattiene da subito un rapporto intimo e speciale con la padrona di casa.

Scoprendo a poco a poco il triste passato della Fata dell’angolo, in un’infanzia violenta e incompresa, viene a galla anche quello di Carlos, scappato di casa nella prima adolescenza, anch’egli tormentato dalla sua personalità complicata e infondo eccentrica come quella della protagonista. Santiago è sempre più tesa, pronta a scoppiare da un momento all’altro, tra i costanti aggiornamenti radiofonici, le rivolte di piazza, gli attentati scampati. Restano illesi i due poli: Carlos e la sua adorata Fata costruiscono man mano un’intesa sempre più forte, consapevoli però del destino a cui dovranno incombere; il generale Augusto e sua moglie Doña Lucía, in una relazione di completa sottomissione da parte del grande dittatore cileno nei confronti della dispotica e aggressiva compagna, continuano le loro vite negli alti ranghi della società sudamericana, ma in bilico tra gli incubi e i sogni che tormentano le notti e i giorni del generale.

Ho paura Torero, una “Lembeleide”

Dalle parole di Lino Guanciale e Claudio Longhi, nel loro ritorno a collaborare per la produzione di Ho paura Torero, tutta l’essenza che quest’opera della letteratura mondiale riesce a veicolare, nell’inconfondibile stile e registro dello scrittore queer per eccellenza: una “Lembeleide”, un insieme di aspetti fondanti e riconoscitivi della sua penna e del suo unico modo di essere, una costellazione infinita firmata solo Pedro Lembel. Il testo è una poesia continua, libera ma pensata attentamente, cinica, diretta, arrogante, simpatica e sognante; la musica appassiona e trasporta nel complicato mondo cileno degli anni ’80, piena di dolore e amore: i sentimenti di ogni cittadino cileno alla vista della loro terra sconsacrata dalla ferocia dittatoriale. La teatralità pura, il contatto, il movimento dei corpi morbidi e sensuali, spaventati ma felici, fuoriescono ad ogni scena, riuscendo nell’incarnazione dei personaggi di Lembel, ferendo lo spettatore ai dolorosi addii, ma lasciandogli un sorriso, seppur amaro, di grandiosità per quanto appena visto.

Fonte immagine: Ufficio Stampa

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