O di uno o di nessuno, visto alla Sala Assoli di Napoli, è un testo poco frequentato ma incredibilmente attuale di Luigi Pirandello, torna in scena in un adattamento asciutto e incisivo firmato da Fabrizio Falco, che ne cura anche la regia. La produzione del Teatro Libero di Palermo si muove con lucidità dentro una materia drammaturgica che, pur affondando le radici nel primo Novecento, sembra parlare direttamente al nostro presente.
| Informazioni sullo Spettacolo | Dettagli |
|---|---|
| Titolo | O di uno o di nessuno |
| Autore | Luigi Pirandello |
| Regia | Fabrizio Falco |
| Location | Sala Assoli Moscato, Napoli |
| Date | Dal 27 al 29 marzo 2026 |
| Produzione | Teatro Libero di Palermo |
Indice dei contenuti
La vicenda è semplice solo in apparenza: Carlino e Tito, amici e colleghi, condividono tutto — casa, lavoro, prospettive — fino a concepire l’idea di condividere anche una donna, la giovane Melina. Una soluzione che nasce da una precarietà economica e affettiva, quasi un compromesso razionale, ma che presto si rivela però in tutta la sua fragilità. Quando la giovane prostituta Melina resta incinta, l’equilibrio si spezza e ciò che sembrava un patto paritario si trasforma in un campo di tensioni, gelosie e lotta. Fabrizio Falco lavora sul testo della commedia pirandelliana con uno sguardo contemporaneo, scegliendo una lingua scenica essenziale e un’estetica spoglia che mette al centro le relazioni tra i corpi, in uno spazio scenico – curato da Luca Mannino – volutamente “umile” e fatto di soli due materassi gonfiabili, un tavolino e un telone che funge da quinte in cui i personaggi compaiono e scompaiono.
Prima che il pubblico prenda posto in Sala Assoli, lo spazio scenico è abitato dagli attori che si muovono, sistemano, riordinano, rifanno un letto e si fermano a pensare, in una quotidianità quasi rubata, che suggerisce l’idea di una storia già in corsa e di un tempo che esiste nonostante lo spettatore. L’inizio vero e proprio coincide però con il buio in sala e con l’ingresso di Fabrizio Falco che anticipa come i soli quattro attori ricoprano più ruoli in scena – e lo fa in veste di regista / capocomico, e con un tono che strizza l’occhio alla stand-up comedy, introduce la vicenda quasi come si trattasse di una didascalia esplicitata, abbattendo la distanza.
Può oggi Luigi Pirandello parlare ancora al pubblico contemporaneo?

Lo spettacolo prosegue attraverso lunghi, serrati e volutamente verbosi siparietti tra Carlino e Tito, interpretati rispettivamente da Giovanni Alfieri e Giancarlo Latina. Il loro dialogo è un continuo rimpallo di parole, un esercizio quasi ossessivo di argomentazione che rivela l’inquietudine latente. A inserirsi in questo meccanismo è lo stesso Falco nei panni dell’avvocato, chiamato a dipanare la matassa della questione che tormenta i due amici da notti intere. La sua reazione è significativa, in quanto non riesce a non cogliere il lato comico dell’intera situazione, confermando quella dinamica per cui la tragedia di qualcuno si trasforma inevitabilmente nella commedia di qualcun altro.
E così prende forma il cuore del conflitto, chi è tra i due il padre? Tito, figura più dura e assertiva, o Carlino, fragile fino al grottesco, capace perfino di ammalarsi per non aver indossato una volta il soprabito? La questione si trascina tra accuse, insicurezze e tentativi di auto-affermazione, finché la parola non passa finalmente a Melina. Lei è la donna condivisa, ritenuta sterile e dunque “divisibile” senza conseguenze, come si divide il pane tra amici, a patto che – come dicono loro stessi – «non nasca alcuna questione». Ma la questione nasce eccome. Nel confronto con Carlino, Melina afferma con lucidità il proprio desiderio: vuole tenere il bambino, perché quel figlio, prima ancora che essere loro, è il suo. In questo momento si inserisce nuovamente il dispositivo metateatrale e ancora Falco interrompe l’azione per dichiarare apertamente gli interventi fatti sul testo, spiegando come alcune battute pirandelliane soggette al tempo, siano state ‘evirate’ per restituire una Melina diversa, che non ha bisogno di scusarsi, ma rivendica con dolce fermezza le proprie intenzioni. Carlino, uomo dall’animo sensibile, di fronte a lei, si piega e disarmato, si commuove.
La scena cambia progressivamente registro e su un tappeto di suoni atmosferici, lo spazio si svuota, si fa ancora più essenziale, introducendo un terzo movimento, più astratto e sospeso. Un riflettore sapientemente posizionato sul palco isola Melina, ora immagine quasi fotografica, con il bambino in fasce tra le braccia. È una figura che porta in sé già il segno della fine, vittima di una natura che le concede la maternità ma le nega il tempo per godersela davvero. Il punto di svolta arriva con l’ingresso di Melina che spinge il carrozzino, ma ancora una volta il capocomico interrompe. Non sarà possibile “segnare l’ordine delle battute” da questo momento in poi – dice – e allora la scena si condensa in un’unica spasmodica vibrazione della durata di pochi minuti, come osservata attraverso una lente d’ingrandimento.
Finché Melina non supplica, per difendere con le ultime forze rimaste il suo unico bene, il ritmo cresce, le pulsazioni sonore si fanno sempre più insistenti, come battiti cardiaci che accelerano finché non cade a terra, il suo corpo ormai privo di vita.
Pirandello, per smascherare con chiarezza quasi brutale, la prevaricazione maschile

Melina cade a terra, morta. E in un filo di voce, quasi impercettibile, lascia emergere le sue ultime parole – la più intima – “il mio Ninì”. Un finale che chiude lo spettacolo con una violenza mai esplicita che pure attraversa tutto il testo in modo profondo. Il dispositivo metateatrale si dissolve e lo spettatore si ritrova a fare i conti con il nucleo tragico della storia. Al centro vi è il corpo di una donna, il suo diritto negato, la sua voce che combatte e non viene ascoltata. Nello smascherare l’illusione di poter organizzare i sentimenti secondo logiche economiche o sociali, Pirandello si rivela ancora una volta impietoso e acuto osservatore della vita.
È soprattutto il personaggio di Melina a emergere con forza in questa rilettura di Fabrizio Falco, che già nel 2013 aveva realizzato Partitura P, uno studio su Pirandello, il suo primo spettacolo da regista e interprete – andato in scena anche al Teatro Stabile di Torino nel 2015. Se infatti i due uomini restano intrappolati in una dinamica di rivalità che finisce per svilirla, Melina riesce a sottrarsi progressivamente dal ruolo di oggetto condiviso. In tal senso la gravidanza diventa non solo un detonatore narrativo, ma anche un momento di affermazione personale attraverso cui Melina rivendica la propria autonomia, incrinando definitivamente il sistema di potere e possesso, costruito dai due contendenti. Lo spettacolo mette in luce, con chiarezza quasi brutale, la prevaricazione maschile, senza però cadere in semplificazioni didascaliche, anzi mostra come certe dinamiche siano radicate, invisibili, e proprio per questo difficili da scardinare. In questo senso, il lavoro dialoga implicitamente con questioni molto contemporanee quali il controllo sui corpi, la libertà femminile, la costruzione sociale delle relazioni.
O di uno o di nessuno nella regia di Falco è un’operazione riuscita: fedele nello spirito originario della commedia di Pirandello, da cui è capace di estrapolare concetti chiave della nostra epoca, per restituirci un Pirandello vivo, scomodo e ancora una volta profondamente politico.
Informazioni utili: O di uno o di nessuno
da Luigi Pirandello, regia di Fabrizio Falco
Sala Assoli Moscato dal 27 al 29 marzo 2026
Orari spettacoli:
- Venerdì e sabato: ore 20.30
- Domenica e festivi: ore 18.00
Prezzi Biglietti:
- Intero: 18 €
- Ridotto: 15 € (under 30, over 65, CartaEffe, enti convenzionati)

