Pite / Preljocaj / Tortelli il trittico al Teatro Bellini | Recensione

Dal 26 al 29 marzo il palcoscenico del Teatro Bellini di Napoli ospita l’attesissimo trittico SOLO ECHO | RECONCILIATIO | GLORY HALL, firmato Crystal Pite, Angelin Preljocaj e Diego Tortelli per CCN/Aterballetto – Compagnia di Balletto dei Teatri dell’Emilia-Romagna, realtà di riferimento nella danza contemporanea italiana e internazionale fin dal 1977, anno della sua fondazione. Tre lavori distinti, di tre coreografi che, in questa nuova produzione per Aterballetto, scelgono di dialogare tra loro per trasformare il palcoscenico in territorio di attraversamento e crocevia di corpi, suoni e orizzonti, spesso remoti ma sempre, profondamente interconnessi.

Coreografia Coreografo
Glory Hall Diego Tortelli
Reconciliatio Angelin Preljocaj
Solo Echo Crystal Pite

Il trittico – parte della stagione Dance&Performance a cura di Manuela Barbato ed Emma Cianchi – funziona (anche al contrario), come una sorta di dispositivo che porta avanti un discorso sulla materia ed in cui il corpo saturo di Glory Hall, si fa presenza vibrante in Reconciliatio e visione evanescente e leggera in Solo Echo. Mette in luce gli opposti, gioca con i pieni ed i vuoti, per costruire un ritmo complessivo armonico, che cattura lo spettatore.

Attraversando il trittico: sguardi e visioni in Glory Hall

Pite / Preljocaj / Tortelli il trittico al Teatro Bellini | Recensione
I danzatori in un momento di Glory Hall, coreografia di Diego Tortelli

Ad aprire le danze un boato fragoroso e cupo che richiama il pubblico all’azione e all’attenzione, poi qualche arpeggio di chitarra focalizza lo sguardo sui corpi dei sedici danzatori vestiti di nero, in scena per Glory Hall di Diego Tortelli – coreografo italiano classe 1987, formatosi all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano e coreografo residente proprio presso la Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto dal 2019. Un’opera seducente, in cui i suoni distorti della chitarra post-rock dei Goodspeed You! Black Emperor si alternano all’elettronica atmosferica di Oneohtrix Point Never per disporre lo spettatore in una realtà stratificata, dove la musica ha sin dal principio il compito di edificare lo spazio. La musica – tra suggestioni rock e prog, in cui risuona la musica dei Pink Floyd (impossibile non pensare al Pink Floyd Ballet di Roland Petit e allo splendido passo a due sulla suite Echoes), bassi roboanti e batterie jazz – costruisce insieme al disegno luci di Matthias Singer – una drammaturgia coerente e armonica.

Nella coreografia si intrecciano virtuosisticamente a variazioni solistiche, nuclei articolati in cui confluiscono corpi che attraversano orizzontalmente lo spazio privo di gerarchie precostituite, anche se a prevalere sono le ampie sezioni d’ensemble, che hanno il compito di amplificare la dimensione sensoriale, emotiva del desiderio – concetto ampio – cui si allude anche nel titolo. Il suono costruisce un ambiente sorprendentemente avvolgente, quasi confortante, mentre il fumo disegna nuvole evanescenti che sovrastano la scena, trasformando lo sfondo in un cielo attraversato dal puntatore luminoso che muovendosi, suggerisce il moto del sole – dall’alba al tramonto.

Una gestualità ricorrente permea l’opera. La mano posta sulla bocca, segna quasi un tentativo ostinato di aggrapparsi e ancorarsi all’altro, suggerendo l’atto di scandagliare i corpi dall’interno, mentre le mani portate a stringere il collo, suggeriscono sul finale una gestualità sospesa e perturbante, in cui affiora il desiderio e la sua zona d’ombra, troppo frequentemente ignorata. Qualcosa poi si incrina, quando affiora un ritmo crescente e fatto di sospiri e vocalizzi – vero culmine della coreografia – finché la voce fa il suo ingresso (soltanto sul finale, come nella Nona di Beethoven) e gradualmente sposta ancora la percezione. Lustrini dal carattere glam rock a parte, la coreografia anche nel suo finale, non sembra cercare a tutti i costi una risoluzione, ma anzi sceglie consapevolmente di abitare il dubbio per far emergere l’oscurità che giace al fondo.

Un attraversamento coreografico tra accumulo e sottrazione in Reconciliatio

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Estelle Bovay e Arianna Kob in un momento della performance Reconciliatio di Angelin Preljocaj

Lo spazio allora si svuota per far posto alle primissime note della Sonata al chiaro di luna di Ludwig van Beethoven, in cui due figure vestite in body bianco e larghe spalline, abitano la scena in una scrittura precisa, sostenuta. Il secondo pezzo del trittico è Reconciliatioduetto realizzato all’interno di Memorare ’24: Meditazione in San Petronio – danza e canto per la pace di Angelin Preljocaj – coreografo francese di fama internazionale. Si percepisce la pregevole qualità di movimento in un passo a due femminile, virtuosistico ma mai sterile in cui due corporeità distinte costruiscono una relazione lasciando emergere – sotto la superficie – una tensione silenziosa e forse irrisolta. Un paesaggio rarefatto in cui il ricorrente gesto delle prime due dita delle mani rivolte verso il basso – a metà tra il gesto di infilare una pistola nella fondina e un atto di dichiarazione (come a dire “sono qui, è il mio posto”) – fissano il corpo nello spazio, mentre il movimento si articola in traiettorie sottilmente disegnate.

Pite, Preljocaj e Tortelli: un trittico che mette in scena il corpo pensato con Solo Echo

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I danzatori della Compagnia Aterballetto durante un momento della performance Solo Echo di Crystal Pite

Se Glory Hall di Tortelli immerge lo spettatore in una dimensione sensoriale, emozionale, corporea e satura, con Reconciliatio Preljocaj lo trascina invece in un’atmosfera evocativa, quasi misterica. In Solo Echo di Crystal Pite – coreografa e danzatrice canadese d’eccellenza – i fiocchi di neve ancora bianca come lo erano i vestiti del lavoro precedente – diventano qui il primo corpo in scena. I corpi si muovono con una precisione angolare, scultorea, sulle note di violoncello e pianoforte scritte da Johannes Brahms. Gli ingressi inizialmente fugaci, spesso a due a due, come epifaniche apparizioni attraversano lo spazio, senza radici. Tutto scorre come un flusso continuo che sembra riassorbire ogni cosa in un paesaggio instabile e ipnotico, in cui la danza non costruisce, ma evoca per configurarsi come esperienza in cui – senza eccessivi slanci corporei e picchi sonori – la coreografa sceglie di lasciare nello spettatore, una sensazione costante di inafferrabilità.

Più che esibito il corpo qui pare – interrogato – interrogarsi. Non si offre dunque come luogo dello sguardo, ma luogo in cui qualcosa accade, si trasforma, si sottrae. Nel passaggio dalla densità corporea e vivida a una sempre progressiva rarefazione, il trittico infatti si costruisce come pensiero incarnato e in atto, capace di generare domande in chi lo osserva.

Fonte immagini: Ufficio stampa

 

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