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Il Novecento è davvero finito? La fine di un’epoca

Il Novecento è davvero

É finito il Novecento”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, nell’ultimo anno! Ce lo hanno ripetuto (e magari lo abbiamo ripetuto) quasi come una litania, quasi ad esorcizzare il senso di smarrimento che proviamo di fronte a questi cambiamenti epocali, suggellati dalla pandemia da Covid-19. Quasi a trovare un senso storico alla pandemia stessa, a fissare preventivamente nel tempo un futuro che – spiace dirlo – oggi non possiamo essere in grado di fissare in alcun modo.

É finito il Novecento con la morte di Luis Sepúlveda, protagonista indiscusso della “letteratura per ragazzi” e di un pezzo di Storia (come civile e come combattente al fianco del Presidente Allende) del Cile, suo paese natìo.

É finito il Novecento quando ci ha lasciati Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di un Cinema che sembra altro, antico: l’attesa polverosa e quasi dolce della “scena degli spari”, quando Joe-Clint Eastwood torna a San Miguel per la “resa dei conti” con Ramòn (Gian Maria Volontè) in Per un pugno di dollari; le romanticissime note che accompagnano Robert De Niro e il grande amore della sua vita, Deborah (Elizabeth McGovern), nel ristorante sul mare in cui le chiederà di sposarlo in “C’era una volta in America”; l’indimenticabile sottofondo per la pellicola di Alfredo – con tutti i baci censurati da don Adelfio – nella scena finale di Nuovo Cinema Paradiso.

É finito il Novecento nell’ultimo sospiro di Rossana Rossanda, ragazza del secolo scorso, “Miranda”, partigiana giovanissima della Resistenza Italiana, responsabile della politica culturale del PCI, fondatrice de il Manifesto, deputata, movimentista e femminista, radiata dal suo stesso Partito per le sue idee, per le quali ha convintamente e duramente lottato.

É finito il Novecento con la fine della vita di Diego Armando Maradona, e l’inizio della leggenda di un ragazzino nato nel 1960 nella provincia di Buenos Aires: in sessant’anni ha ispirato il mondo intero, con irriverenza e genio calcistico, con umanità al limiti del disumano, con la rabbia brillante del riscatto sociale e degli schiaffi o, meglio, delle pallonate dritte contro il potere, le ingiustizie, le contraddizioni del pianeta.

Che sia il sogno del Cile Socialista brutalmente scomposto dal golpe e dalla successiva dittatura di Pinochet, controfirmata dagli Stati Uniti d’America; che sia la rappresentazione del proibizionismo e del post-proibizionismo Americano; che siano gli ancora difficili conti con la Storia e la Politica del dopoguerra in Italia; che sia la commistione indissolubile tra lo sport popolare e gli uomini, tutti gli uomini, che tifano, gioiscono e creano comunità attorno all’idea di un altro mondo possibile, la Storia del secolo scorso ci è piombata addosso con tutte le sue contraddizioni, imponendoci di guardarla con l’occhio freddo e distante di chi sta vivendo un tempo completamente nuovo.

Il Novecento è finito. E non è l’anno, non è lo scorrere del tempo e il susseguirsi degli eventi, è la conoscenza e la consapevolezza storica degli uomini a determinarlo.

É finito il secolo di Roosevelt e Churchill;

il secolo in cui nascono il Premio Nobel, il Tour de France, il Giro d’Italia, la Giornata Internazionale della Donna;

il secolo del Titanic.

Il secolo delle guerre, delle guerre civili, delle Grandi Guerre, dei movimenti nazionalisti, dei genocidi, della Shoah;

il secolo del colonialismo e delle lotte di liberazione coloniale, della decolonizzazione e del colonialismo Italiano in Etiopia, Libia, Eritrea, della Rivoluzione di Agosto e di Ho Chi Minh, del Mahatma Gandhi.

Il secolo di Pearl Harbor, dello Sbarco in Normandia, dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Il secolo dello Sputnik, di Laika, della NASA, di Yuri Gagarin e Neil Armstrong;

il secolo della nascita della grandi Organizzazioni Internazionali.

Il secolo di Albert Einstein e della Teoria della Relatività, di Freud e la psicoanalisi;

il secolo che ha sancito la caduta definitiva delle monarchie, dei regni e degli Imperi e l’istituzione delle Repubbliche.

É finito il  tempo della Rivoluzione Russa, di Che Guevara e della Rivoluzione Cubana;

del Piano Marshall e del Patto di Varsavia,

del movimento Hippy e degli Accordi di Pace di Parigi,

della costruzione e dell’abbattimento del Muro di Berlino.

Il tempo di Martin Luther King, Malcom X e John Fitzgerald Kennedy,

della Primavera di Praga.

Il tempo dell’esistenzialismo, del Futurismo, di Kandinsky e Picasso,

di Pirandello, Saba, Ungaretti, Montale, Moravia, Pasolini e Calvino.

Il tempo del Maggio francese, del ‘68, di Woodstock, della strage di Piazza Fontana;

il tempo di Gheddafi, di Salvador Allende, del golpe Cileno e di Pinochet,

della rivolta degli studenti Greci alla Dittatura dei Colonnelli.

Il tempo della Terza Rivoluzione Industriale, del neoliberismo e della globalizzazione, della Guerra del Kippur e della crisi energetica.

Il tempo di Pol Pot, Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Il tempo degli Anni di Piombo, delle BR e di Aldo Moro,

di Karol Wojtyla e Madre Teresa di Calcutta.

Il tempo di Solidarnosc e di Thomas Sankara nella Terra degli uomini integri;

il tempo di Chernobyl, di Gorbacev e della Perestrojka, della dissoluzione dell’Unione Sovietica, di Piazza Tienanmen, della Rivoluzione di Velluto.

Il tempo di Saddam Hussein, della Guerra del Golfo e della Guerra del Kosovo,

del Trattato di Maastricht e degli Accordi di Schengen,

di Nelson Mandela e Hugo Chavez.

Non ultimo, è finito il secolo in cui la mia generazione è nata, nel sentore che qualcosa di straordinario era successo e il sistema globale si stesse stabilizzando sulle leggi del mondo nuovo, al netto delle immense trasformazioni digitali che – di lì a qualche decennio – ci avrebbero sommerso.

Il Novecento è finito, ma le colonne portanti di quel mondo nuovo erano marce alla base, costruite sullo strapotere dei vincitori delle Grandi Guerre, svelate nella loro fragilità da un virus invisibile e potente.

Un virus che ha reso evidenti le disuguaglianze economiche, lo sfruttamento intensivo del nostro pianeta, la devastazione ambientale, la predominanza del profitto rispetto alla vita umana, la relazione iniqua tra i centri e le periferie, tra le metropoli e i deserti, tra lo “sviluppo” e il sottosviluppo necessario affinché il sistema perseveri nella propria auto-conservazione.

Ma la Storia ha vinti e vincitori di ogni epoca, e i conflitti tra “alto” e “basso” (sul clima, le disuguaglianze di genere, le discriminazioni razziali) che hanno attraversato i più recenti anni, non sono stati che preparatori di una battaglia che deve ancora compiersi.

Fonte immagine: Wikipedia

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