Questa poesia nasce come preghiera laica e collettiva, per sostenere i genitori di Giovanni Tamburi e tutta la comunità nelle ore sospese della ricerca.
Preghiamo al passero d’aria di portare notizie,
di inventare il volo sopra la notte che brucia il fiato.
Per tutti quelli che leccano le ferita da fuori verso l’interno,
sia la comunità madre di tutti i ragazzi, pane e riparo.
Inventiamo voci di luce per non sprofondare nelle ombre,
che le notizie si sappiano angelo e bussino piano,
che lavino il dolore dall’inferno senza fare rumore.
Richiamiamo una loggia silenziosa dove attendere insieme.
I fantasmi in dolce erezione tengano aperta la porta,
chiediamo una preghiera ai sacerdoti della schiuma.
Le ore uccidono quel che amiamo, lo sappiamo,
il tempo è come un’asfissia che ci fa respirare con un polmone strano.
Nell’attesa l’aria non è abbastanza per chi attende con la speranza,
che si distribuisce a piccole porzioni e non sfama nessuno.
Sogniamo insieme un ritorno, mani intrecciate al buio,
è il sognare la parte più grata della vita, insistiamo.
Una candela, con piume che si posa nell’anima e canta
senza fermarsi, finché il nome ritrova casa.
Allontaniamo l’oblio e la polvere elementare che ignora,
cancelliamo sul marmo la data inizio e fine.
Siamo respiro che cerca, acqua che chiama acqua,
siamo passi che non si perdono nella neve del silenzio.
Per Giovanni Tamburi, per i suoi genitori, per chi gli vuole bene,
la speranza veglia come un amico rimasto ad aspettare.
Che il passero d’aria torni con segni, con strade e lo riporti a casa,
che il suo volo inventato diventi ritorno.
Diamo alla speranza il magico suono del suo nome,
e restiamo, finché la luce risponde.
Yuleisy Cruz Lezcano

