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Questa non è la mia storia – Parte prima

Questa non è la mia storia - Parte prima

Quando mi accorsi che erano già le 12.30, raccolsi le mie cose e decisi di andare. Mentre riponevo il computer nello zaino, sentii il rumore della porta dello studio che si apriva. Mi voltai e vidi comparire una figura minuta, non troppo curata, con un’aria che oscillava tra il distaccato e l’invadenza. Era la professoressa a cui ero stata affiancata per svolgere il dottorato di ricerca in sociologia. Senza varcare del tutto la soglia, la donna mi rivolse uno sguardo indagatore e mi chiese in modo apparentemente gentile: «Buongiorno Paola, sta già andando via?». Presa alla sprovvista dal tono un po’ insidioso con il quale mi parlò, le risposi timidamente ma con fermezza: «Sì, sto andando. Per oggi ho finito: ho sistemato lo studio, scritto e revisionato i progetti, e ho anche avuto il tempo per un caffè con un’amica. Direi che è stata una mattinata più che produttiva».

La professoressa mi osservò attentamente, quasi come se stesse esaminando ogni parola. Poi, con un sorriso appena accennato, accolse la mia proposta di sfida e disse: «Produttiva, dice lei? Sa, c’è ancora parecchio lavoro da fare. E comunque, non spetta a lei decidere come gestire il tempo. L’anarchia, per così dire, non funziona bene qui».

Infastidita da quel commento secco, cercai di non dare a vedere il mio intimorirmi e chiusi di scatto la zip dello zaino, come a volerlo nascondere. La professoressa, però, non sembrava intenzionata a lasciarmi andare senza un’ultima frecciata. «Ah, mi raccomando», aggiunse, fissandomi dritto negli occhi: «Non dimentichi di mandare tutto in revisione. I progetti devono essere caricati sul sito entro stasera». «Certo, lo consideri già fatto», risposi ignorando la sua pungente esortazione, e decidendo che quell’affermazione le sarebbe dovuta bastare come conclusione dell’incontro, perché tanto avevo già lo zaino in spalla pronta per uscire dallo studio.

Mentre passeggiavo lasciandomi indietro la sede dell’università, notai quanto quel giorno la città fosse particolarmente caotica. Napoli, vittima in quegli anni di un boom turistico che assediava le strade, era troppo impegnata in una performance estetica e commerciale per accorgersi che i suoi visitatori impazziti intralciavano continuamente il mio percorso. Zigzagando tra un gruppo di turisti e un carretto di souvenir, con il pensiero tornai inevitabilmente alla professoressa incontrata poco prima. La figura minuta di quella donna, tanto gentile quanto insidiosamente direttiva, mi aveva lasciato un retrogusto di perplessità.  

Come poteva qualcuno con un aspetto così abbozzato gestire un intero team, coordinando mansioni e orari con una precisione quasi spietata? Era molto educata, questo andava detto, ma nella sua gentilezza risiedeva un’eco strana che richiamava sempre una richiesta. Quando una donna così ti cerca, pensai, è solo per una ragione: ha già deciso il tuo compito e il momento in cui devi portarlo a termine, senza possibilità di opposizione. Ma il mio turbamento si scontrò con un limite, perché se da un lato ero capace di notare e chiedermi ciò, dall’altro non riuscivo ad individuare la parte di me che si faceva coinvolgere da un comando travestito da sollecitazione. Pur avendole risposto secondo il mio volere, sentii che, all’interno di quella conversazione, ad un certo punto, mi ero arresa.

L’iniziativa di stabilire un orario per andare via non fu abbastanza, poiché la prof la ignorò completamente, ricordandomi invece che il dolce far niente sarebbe durato poco. Appurare il mio assoggettamento malgrado il tentativo di ribellione mi rattristò. Perché il suo volere – e quello di tutti – si presentava così nitido e invece il mio così sfocato? Ma dov’è che ero posizionata esattamente nel mondo, in mezzo agli altri? Non riuscii a vedermi. Mentre passeggiavo per le strade del centro, mi accorsi che il trambusto della città non era l’unico rumore di sottofondo. Il richiamo di quella donna volitiva mi aveva innestato una sveglia interna, con l’intento di ricordarmi che alla mia ingenua autonomia restavano le ore contate. I miei trent’anni mi parvero di colpo inutili.

Arrivata a casa, notai che mia madre era davanti ai fornelli, intenta a preparare il pranzo. Anche questo fu motivo di sorpresa, poiché di solito cucinavo io per tutta la famiglia.
«Che cucini ma’?», dissi mentre posavo lo zaino sul divano.
«Ciao amore, stavo preparando una bella pasta e ceci, ti va? Com’è andata al lavoro?». La domanda mi scosse leggermente, riportandomi alla riflessione che seguitò l’incontro in facoltà.
«Bene, ho fatto quello che dovevo fare e poi sono andata via». Sentii l’esigenza di ribadirlo anche a mia madre, nonostante sapessi che, in quel gioco di ruoli con la professoressa, non c’era davvero nulla che lei potesse decidere.
«Bravissima tesoro, così sei tornata prima a casa. Mangiamo tutti insieme». Quel tono docile e sicuro mi fece salivare più del dovuto. Ingoiai, senza riuscire a nascondere la sensazione di disagio ed illudendomi di respingere l’accogliente tenerezza di mia madre.

A pranzo, ci riunimmo tutti e quattro intorno alla tavola, e tra una forchettata e l’altra, ci raccontavamo a turno la mattinata. In realtà, il ritmo della chiacchierata era scandito solo da due racconti precisi, quello di Angela, mia sorella, e mia madre. Erano le uniche con il piatto pieno perché entrambe si nutrivano della pausa in cui parlava l’altra per pensare a cosa controbattere. Avevano la stessa foga di condivisione, incontinenti di tutte le informazioni che si affollavano nella loro mente. Il tavolo da pranzo risultò, ad un certo punto, un lungo divisore imbandito di cibo per distinguere la performance delle due donne. Ascoltavo minuziosamente e qualche volta intervenivo pure, ma la mia attenzione fu presto catturata dalle mani di mio padre: mi accorsi che erano identiche alle mie. In quel frangente chiassoso di botta e riposta superflui, mi resi conto con un po’ di rammarico, che io e mio padre eravamo assolutamente uguali, persino nella postura degli arti sul tavolo. La maniera simmetrica di presenziare a quell’arringa sembrava derivare da un’unica radice: entrambi avvertivamo l’assenza di uno spazio e avevamo scelto la stessa strategia difensiva, il silenzio. L’associazione tangibile con l’uomo dal naso lungo che sedeva dall’altro lato del tavolo, mi turbò, provocandomi una rabbia che mi fece incupire ulteriormente.

«Paola, tesoro, stasera ceni qui? Forse viene tua zia e voglio capire quanta pasta cucinare». Avanzò mia madre, dopo aver ingoiato il boccone che stava masticando e riportandomi alla realtà. La domanda mi fece trasalire e vi seguì un lungo momento di pausa, quasi insostenibile. Mi servii di quest’ultimo per ritirarmi dalla luce del riflettore sotto la quale mia madre m’aveva costretta. Forse lei non se ne era accorta, ma a quel tavolo, vi erano in corso due guerre opposte e non potevo sopportare l’idea di venire meno alla muta sfida che stavo combattendo contro l’uomo che le sedeva di fianco, mio padre. Tra i due, la più irraggiungibile dovevo necessariamente essere io.

La mattina seguente, mi svegliai senza forze. L’unico motore che mi mosse dal letto fu l’accorgermi del sole luminoso e tiepido che batteva sulle finestre mezze aperte di camera mia. Dai, almeno è una bella giornata, mi dissi per spronare il corpo ad alzarsi. Dopo aver fatto colazione ed essermi preparata mi misi in macchina, già consapevole del traffico che avrei trovato per raggiungere il centro di Napoli, dove si trovava la facoltà. Durante il viaggio in auto realizzai quanto non avessi voglia di interagire con la professoressa e gli altri colleghi. Il pensiero di discutere di quei progetti mi avviliva. Piuttosto avrei preferito continuare a guidare senza meta, su una strada dritta infinta, con la mano sinistra fuori dal finestrino e accarezzata dal vento, priva di ogni tipo di responsabilità. Arrivai in facoltà alle 8.30 precise e, come tutte le mattine, prima di cominciare, mi avvicinai alla macchinetta in fondo ai corridoi affollati di gente per bere il solito caffè. Con lo sguardo fisso sui piedi, mi accinsi poi a raggiungere lo studio della prof, e quando mi concessi di alzare lo sguardo per spiare l’ambiente circostante, la vidi. Quella sorta di voyeurismo sbadato, mosso dalla volontà di sbirciare ciò che era al di fuori di me, mi fu fatale. In quell’istante incrociai gli occhi blu della donna che avrei amato più di ogni altra cosa, più di me.

Il tipo di incontro che avvenne tra me ed Eva sancì la dinamica che caratterizzò tutta la nostra relazione. Sin dal primo sguardo in cui me la trovai di fronte, mi sentii rapita, travolta da una sensazione di appartenenza che mai avevo sperimentato fino ad allora. D’improvviso capii che il mio vivere vagabondante non era stato sprecato, era finalmente approdato in una terra rigogliosa, apparentemente benevola, e aveva preso qui senso, forma e carattere. Negli occhi di quella ragazza poco più giovane di me, sentii di aver trovato la fede giusta a cui consacrarmi, e in virtù di quello che pensavo fosse un dono di Dio, vissi solo per lei, attraverso di lei. La potenza dell’avvento di Eva cambiò la rotta di ogni prospettiva e priorità della mia vita. Per i tre anni che trascorremmo insieme divenni incurante di qualsiasi altro essere umano che non c’entrasse con il nostro amore. Al di là di noi, e di lei, non esisteva più nulla. Dall’altro canto invece, nel momento in cui Eva posò lo sguardo su di me, vi trovò tutta la fedeltà e la comodità che le era sempre mancata, servita su un piatto d’argento gigante e spoglio, pronto a ricevere qualsiasi tipo di condizione. Eva capì che, da quel frangente in poi, non l’avrei più abbandonata e perciò decise di travolgermi con tutte le sue forze. I corridoi ampi e gremiti di studenti della facoltà di lettere, divennero ignari testimoni della promessa solenne che avrebbe legato la mia vita a quella di Eva per sempre.

Quest’alleanza ferocissima si nutrì del mio senso di smarrimento e terrore combinato al suo bisogno di controllo. Con Eva, amore e ossessione, protezione e violenza, appartenenza e sottomissione, acquisirono tutti lo stesso sapore. Nel suo turbine amoroso persi i confini di me e dei valori in cui credevo. Il danno che ne derivò fu così permanente da imporsi come unica bilancia in grado di misurare ogni passo nei confronti delle donne che ebbi il coraggio di amare dopo di lei.

Fonte immagine: pixel; Foto di Pixabay

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