Eroica Fenice

Culturalmente

Storia e arte: 400.000 euro per i quadri di Hitler

Storia e arte coincidono e molte volte lasciano completamente di stucco. 400.000 euro, se si pensa che sia una cifra esorbitante per la vendita dei quadri della Casa d’aste Weidler di Norimberga, risulterà ancora più sorprendente scoprire il nome dell’autore che si nasconde dietro dipinti senza nessun evidente valore artistico: Adolf Hitler. Solo l’ultimo quadro, raffigurante il castello di re Ludwig di Baviera, è stato acquistato per ben 100.000 euro: viene da chiedersi cosa possa mai spingere i nuovi milionari di tutto il mondo a desiderare di sfoggiare in casa propria acquerelli di discutibile gusto artistico, secondo gli addetti ai lavori, ma con una firma il cui peso è certamente molto più gravoso di quello di qualunque canone estetico. Non è certamente una novità la storia del fallimento artistico del dittatore nazista che, prima nel 1907 e poi nel 1908, tentò di entrare all’Accademia delle Belle Arti di Vienna senza alcun successo. E non è neppure singolare la vendita delle sue opere, dal momento che la Nate D. Sanders di Los Angeles ha proposto delle nature morte su tela dei primi anni del ‘900, a dir poco lontane dai dipinti che Hitler realizzò durante la seconda guerra mondiale, impregnati dell’orrida rappresentazione di morte e bombardamenti, forse ritratto stesso di un’anima lacerata o inesistente? A far sorridere di amarezza è la storia di uno dei quadri venduti in America con un prezzo base di 30.000 dollari: sembra, infatti, che uno dei dipinti oggi in bella mostra in un’abitazione di lusso, sia passato prima nelle mani del collezionista di fiducia del Führer: Samuel Morgenstern, ebreo deportato nel ghetto di Lodz. Certamente non può non destare dubbi e scetticismo il luogo delle aste in cui i quadri del dittatore nazista hanno trovato acquirenti cinesi, russi ed arabi, proprio la Germania. Non è illegale, infatti, la vendita delle opere del famigerato autore, benché non sia rappresentata la svastica o qualsiasi segno dell’oscura età nazista. Volendo vederla da una prospettiva positiva, i quadri di Hitler sono stati fondamentali nella storia per l’analisi psicologica dell’uomo, megalomane e artista fallito, con la costante presunzione di cimentarsi in un’arte che di certo non avrebbe mai potuto padroneggiare. L’interrogativo è forte e una risposta potrebbe non essere mai trovata sul serio: perché mai, e secondo quali canoni artistici -semmai fossero presenti in tali opere- dei collezionisti dovrebbero voler acquistare un dipinto di dubbia bellezza? Perché l’arte, per quanto soggettiva, riflesso più profondo dell’io, esige delle regole che, volente o nolente, devono essere rispettate, che si tratti di una collezione museale o privata. Cosa, se non un nome, potrebbe invitare un amante dell’arte ad acquistare un discreto, scialbo e inconsistente dipinto. Forse una domanda, un dubbio, forse proprio la curiosità che si cela dietro lo sguardo dello spettatore innocente e nello stesso tempo partecipe della follia dell’artista. Una riflessione pungente potrebbe scappare nella contemplazione di una creatura il cui artefice coincide con il più famoso assassino della storia: una mano che crea è la stessa capace di distruggere. Storia e arte: 400.000 […]

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Culturalmente

Gorizia: Bauman e i giovani al Festival èStoria

Gorizia, sede dell’XI edizione del Festival èStoria, si è fatta portavoce del tema principale che dal 21 al 24 maggio è stato perno di dibattiti, eventi e conferenze: i giovani. Non è un caso che siano proprio loro, le nuove generazioni, ad essere il centro del Festival della Storia, una magistra vitae non troppo amata dai giovani, come ammette Adriano Ossola, direttore della manifestazione insieme all’Associazione culturale èStoria. Gorizia ha visto il proliferare di almeno cento eventi, laboratori, film e dibattiti culturali, grazie alla collaborazione di enti quali Punto Giovani di Gorizia, l’Assessorato alle Politiche Giovanili di Gorizia e la Consulta Provinciale degli Studenti. Tra le tante attività dedicate alle nuove generazioni, d’impatto è stata la lectio magistralis del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, autore di Modernità liquida. Famosa la riflessione del sociologo sulla società moderna, cosiddetta liquida, effimera, come i rapporti individuali che sfociano nella solitudine e nel disorientamento. A Gorizia Bauman ha ricalcato profondamente l’aspetto pessimistico della scomparsa di qualsiasi tentativo di potersi liberare dalla liquefazione del futuro. I giovani d’oggi, secondo il sociologo polacco, sono fin troppo lontani dalla tradizionale tensione generazionale, basata sulla critica e sull’eventuale superamento, e dunque miglioramento, delle condizioni passate. Essi da sempre sono stati considerati come il futuro e per questo visti come la fonte del miglioramento: ora non più. Le dure parole di Bauman mirano alla verità, cruda e netta, basata sull’impossibilità stessa di vedere un futuro, lottando nel disperato tentativo di mantenere almeno ciò che è stato raggiunto nel passato, poiché il presente è un’incognita senza soluzione. Non il centro, ma certamente una delle cause, è la crisi economica che ha portato via i valori cardine della società, prima di tutto il senso di appartenenza alla famiglia. Una famiglia ora non più capace di garantire un aiuto, che, anzi, quasi chiede ai suoi successori. È inevitabile da qui il senso di incertezza e disorientamento che non lasciano camminare in avanti, ma obbligano ad un punto d’arresto e ad un evidente sguardo al passato, sede della certezza. La disillusione di un mondo fin troppo sincero è il punto di partenza per la solitudine delle nuove generazioni, ormai convinte della propria inutilità nel mondo del lavoro. Ed è proprio qui che marcia il marketing, sulla crisi e sulla solitudine, sulla disillusione e sullo sconforto, e allora la rete diviene la soluzione per creare un riparo che in realtà è una gabbia. Anche sul mondo illusorio delle comunità online è incentrato il discorso di Bauman, che a Gorizia ha trovato un tacito ed amaro assenso, un plauso alla verità nel vedere la rete come strumento di indebolimento, e non di forza, per affrontare un futuro quantomeno incerto. Il discorso di Bauman è impregnato di un realismo che non lascia scampo, ma forse è solo un punto di partenza, una provocazione che non vuole distruggere, ma creare, che non vuole far soccombere, ma muovere alla vera rivoluzione. Bisognerebbe guardare al realismo del sociologo come in uno specchio, certo, ma da frantumare per poi ricreare la […]

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Culturalmente

Australia: in treno più libri e meno smartphone

Australia, il capostazione Kerry Carr ha detto basta alla massa di pendolari dipendenti dagli smarphone, iniziando, nel gennaio 2015, un progetto che vede protagonisti i libri e l’equo scambio di questi. La stazione di Wacol, a Brisbane, nel Qeensland, si fa promotrice di un’esperienza innovativa, basata sull’installazione di una mini biblioteca in cui poter scegliere il libro da leggere e scambiarlo con un altro. Non mancheranno consigli, considerazioni e condivisioni tra i lettori, sempre più inglobati in un vero e proprio circolo vizioso di book crossing. L’idea sembra sia nata da un passeggero che, si pensa volontariamente, ogni giorno lasciava libri in stazione fingendo di dimenticarli. L’attrazione dei passeggeri per i libri falsamente abbandonati ha dato il via, nella mente del capostazione più creativo che ci sia, ad un’idea che, oltre all’innovazione, nasconde una rivoluzione! L’Australia diventa l’esempio lampante della possibile ribellione alla dipendenza da smartphone, affinché venga debellata la solitudine la cui causa è troppe volte la tecnologia e in cui l’esplorazione di mondi sempre nuovi, obiettivo primario di ogni libro, viene sostituita dalla triste consuetudine dei social network che, si sa, di social hanno ben poco. La vita del pendolare è piena di viaggi in un mondo conosciuto, ma scarna di tragitti verso universi inesplorati. Una abitudine è ormai il dilagare di volti segnati dall’apatia quotidiana, una routine che costringe a scappare, correre più veloce di un treno, più veloce del tempo, per raggiungere un minuto che è fatale e che potrebbe far crollare tutto se solo lo si perdesse. È una corsa contro il tempo, che è veloce come un treno, quella dei viaggiatori, è per questo che –una volta entrati- non c’è più spazio per emozioni sul viso, se non domande e dubbi, preoccupazioni e continue occhiate all’orologio perché il tempo è denaro. Molte volte i protagonisti non sono nemmeno gli orologi, complici di occhiate fugaci per restare al passo col tempo che fugge, ma i cellulari: rifugio necessario per scappare dal dialogo. Incontrare un conoscente diviene una maledizione, mero ostacolo per il proprio, protettivo, rifugio personale fatto di circuiti, giochi, “like” e una miriade di stati sui cui riversare il contenuto delle proprie vite. La gente dimentica il privilegio dell’invisibilità, per lasciare entrare il mondo in una vita che non viene realmente vissuta, ma riversata così come la si vede, vuota, in un universo che non è nemmeno quello reale. Un mondo artificiale che entra in una vita altrettanto artificiale. L’Australia dice basta alla solitudine, ai mondi artificiali, per invitare tutti a condividere sì la propria vita, ma col mondo reale, con lettori sfegatati ricchi di pareri ed emozioni, così da poter ritrovare un gusto nuovo, per riscoprire l’esistenza di qualcuno che non se n’era mai andato: l’altro in carne ed ossa! Non meno importate il valore dei libri stessi, cardine della formazione umana e dell’unità dell’anima, poiché la prima rivolta parte da lì. Affinché il viaggio in treno non sia più un vuoto tragitto mandato avanti dall’inerzia, ma l’inizio di una nuova avventura. Il […]

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Nerd zone

Han, ovvero lo specchio umano

Han non è solo uno dei tanti umanoidi creati dalla Hanson Robotics. La nuova creatura presentata all’ultimo incontro della Global Sources Electronics Fair di Hong Kong sembra avere caratteristiche che la distinguono fortemente dagli altri robot. Oltre a simulare un’intelligente conversazione, Han è capace di riprodurre minuziosamente tutte le espressione facciali umane, essendo dotato di telecamere interne posizionate negli occhi e nel petto, che gli permettono di mantenere fisso il contatto visivo col suo interlocutore e carpirne le espressioni in modo da emularle. Movimenti facciali fluidi, proprio come un essere umano, grazie alla vasta gamma di motori che costituiscono lo scheletro dell’androide, nascosti abilmente dall’avanzato sistema Frubber (dall’unione delle parole flash, ossia carne e rubber, gomma) che rende la pelle sintetica incredibilmente simile a quella umana. Vero è che la conversazione sostenuta da Han è ancora alla prime armi essendo basata, tramite l’uso di uno smartphone per comunicare, su frasi elementari dalle risposte puntuali e abbastanza comuni. Dalla miriade di espressioni associate alla reazione dell’interlocutore si comprende quanto Han sia, in realtà, differente dagli altri programmi di conversazione intelligente, i cosiddetti chatbot. Eppure la Hanson Robotics non vuole fermarsi qui. Il futuro immaginato dall’azienda è l’uso reale di umanoidi capaci di comunicare in maniera efficiente con veri e propri clienti, utilizzando i robot come strumento di lavoro per alberghi e sportelli di informazione. E se la prospettiva di rubare il poco lavoro che resta agli uomini non basta, si pensi alla pazza idea di utilizzare Han e il suo corrispettivo femminile – per ora solo un progetto – Eva, come veri e propri robot da compagnia per anziani, o addirittura maestri nelle scuole. Progetti da far drizzare i capelli dalla rabbia o dalla vera e propria paura. Il timore non ricade sulla profezia di un mondo governato da robot, ma qualcosa di fondamentalmente peggiore: la perdita di umanità paradossalmente causata dall’uomo stesso. Nulla che abbia, dunque, a che vedere con le fantasie letterarie su automi dotati di sentimenti, ma il contrario: un processo inverso, un bambino vero che diviene il nuovo Pinocchio. In un’epoca in cui la tecnologia ha inglobato ogni parte della vita dell’uomo e in cui l’emozione di uno sguardo ha lasciato il posto ad una fredda chat, l’uomo è alla ricerca di un rapporto con il riflesso di se stesso e con un essere umano fatto di carne, non gomma; fatto di ossa, non congegni. Anche l’insegnamento potrebbe diventare obiettivo dell’espansione degli umanoidi? È pressoché evidente quanto, in ogni tipo di relazione che si rispetti, non basti il contatto visivo con occhi di vetro freddi e impercettibili, la cui umanità troverebbe i suoi limiti qualora ad interferire fosse l’emotività. Robot intelligenti, con cervello e nessun cuore. L’uomo è diventato il fondatore della generazione del rifugio tecnologico, costruendo, al posto dei freddi automi del passato, umanoidi capaci di instaurare un contatto emotivo. Emotività che, in un futuro, correrà davvero il pericolo di scomparire tra gli esseri umani. Un pensiero che fa rabbrividire. L’uomo sarebbe davvero capace di cercare nella tecnologia […]

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Culturalmente

Free minds: riscattarsi con la cultura

Free minds, nome non troppo singolare per un club volto alla promozione della scrittura e di tutte le attività che mirano alla liberazione dalla gabbia della quotidianità. Ma se le gabbie fossero reali? Il club Free minds, nato all’interno del carcere di Washington DC, è frutto di un’idea sbocciata nel 2002 nelle menti dei giornalisti Tara Libert e Kelli Taylor, nella volontà di dare voce e speranza ai detenuti attraverso laboratori di scrittura creativa e lettura. Lo scrittore è creatore di un mondo e, perché no, anche di un nuovo destino. Il compito di un autore sta nell’offrire la possibilità di riscatto, di lasciare definitivamente il passato per volgersi verso un futuro fatto di promozione sociale, dove il pregiudizio è debellato e lascia il posto all’opportunità. L’Italia non è sorda al richiamo benefico della cultura, obiettivo primario che i membri del club Free minds si sono posti. Anche in alcune carceri italiane, infatti, sono promossi progetti di arricchimento culturale, badando anche alla legge che prevede, per ogni istituto penitenziario, almeno la presenza di una biblioteca. Veri e propri corsi di scrittura e lettura sono tenuti da professionisti come Giampiero Rigosi, autore di romanzi gialli e noir nonché sceneggiatore. All’inizio coloro che prendevano parte ai corsi del club Free minds avevano come unico obiettivo quello di una scrittura più chiara e sicura da utilizzare nelle lettere ai propri cari, poi è subentrata la scoperta di una possibile libertà, in un viaggio in cui scoprire se stessi e la miriade di opportunità che solo un libro, una poesia, o la semplice condivisione possono dare. Altri sessanta scrittori hanno vissuto la singolare esperienza del rapporto diretto con i detenuti italiani grazie all’iniziativa lanciata dal giornalista Marco Ferrari e dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando: laboratori di poesia, sceneggiatura e scrittura autobiografica sono ora strumento per la ricostruzione di una nuova vita, di una nuova persona. Esempio lampante del frutto concreto di tali laboratori sta nel film Cesare deve morire, documentario basato sulla rappresentazione teatrale dello shakespeariano Giulio Cesare nel carcere di Rebibbia, diretto dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani nel 2012. E non solo! Tra le attività volte alla promozione sociale c’è la creazione di vere e proprie redazioni giornalistiche, con la nascita di periodici realizzati dalla collaborazione di giornalisti volontari che promuovono corsi per insegnare i segreti del giornale. Free minds compie tredici anni, ed è l’ennesimo esempio di come un libro, una penna e un quaderno o la stessa condivisione comunitaria possano cambiare radicalmente vita e pensiero di una persona. Lo testimoniano le parole di un ragazzo detenuto di soli ventitré anni: «I libri che mandate mi mostrano un altro mondo e non vedo l’ora di vivere una vita migliore quando tornerò a casa. Voi avete cambiato il mio modo di pensare». -Free minds: riscattarsi con la cultura-

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Attualità

Napoletano: la cultura partenopea nella scuola

Napoletano, o meglio, nnapulitano, la lingua romanza parlata con le dovute variazioni diastratiche e diatopiche in Italia meridionale, diventa ora vera e propria materia di studio! Succede nella scuola media Viale delle Acacie, in via Giacomo Puccini a Napoli, in cui è stato introdotto un corso completo di dieci lezioni pomeridiane di due ore l’una, che prevede laboratori ed esercitazioni orali di lingua napoletana, per comprenderne la pronuncia corretta e il lessico idoneo. Il corso dà la possibilità di studiare la complessa grammatica della lingua napoletana, corredata della sua antica tradizione e ricca cultura, per poi ottenere un attestato riconosciuto dall’Unione Europea in base al sistema QCER (Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue), in modo da valutare e riconoscere le competenze della lingua europea. Il corso non è che una parte del più ampio progetto Napulitanamente, fondato dal professore di lettere Ermete Ferraro, autore di una grammatica della lingua napoletana, con lo scopo di ampliare il raggio di influenza di una cultura che sembra accantonata e di una tradizione che corre il rischio di giacere nel dimenticatoio. Scopo del prof. Ferraro è quello di riaffermare l’importanza a livello internazionale e culturale della lingua napoletana. Si hanno testimonianze del suo uso a partire dal 960, in concomitanza con la documentazione che attesta l’uso effettivo della lingua italiana all’interno di uno dei più importanti documenti giuridici di tutti i tempi: il placito capuano. Sembra, infatti, che il volgare utilizzato nel testo, in parte scritto in latino, sia quello napoletano. Sono documentati testi di grande spessore letterario come la traduzione dal latino al napoletano della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne, poeta della famigerata scuola siciliana. Come non ricordare la lettera in napoletano di un famoso fiorentino che ha avuto l’onore di soggiornare per un lungo periodo a Napoli: Giovanni Boccaccio, che scrisse a Franceschino dei Bardi la cosiddetta Machinta, in un napoletano dal gusto forestiero, imparato dal quotidiano contatto con i cittadini partenopei. Nella prosa l’esempio clamoroso dell’uso del napoletano è la raccolta di cinquanta fiabe de Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille di Giambattista Basile, in seguito tradotta in italiano da Benedetto Croce. Nella poesia la lingua napoletana è ravvisabile nel poemetto eroicomico di Giulio Cesare Cortese: la Vaiasseide «epopea delle serve»; nelle poesie di Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo (per citare solo alcuni). È comunque il teatro il campo di battaglia in cui il napoletano padroneggia incontrastato: con i maestri Scarpetta, De Filippo, Villani, per non dimenticare un altro simbolo del teatro e del cinema napoletano, il Principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò. La lingua napoletana ha una storia lunghissima ed il suo uso è naturalmente corrente, non solo nella vita quotidiana, oltre che nel teatro, il napoletano è ancora usato al cinema e anche in televisione. Usato, sì, ma troppe volte inconsapevolmente. È per questo che ancora una volta è la scuola ad entrare nel merito, per insegnare la nostra cultura a chi ha […]

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Attualità

Terra dei fuochi: il convegno targato CosDam

Terra dei fuochi: tema caro alla regione Campania, analizzato da tempo da tutti i punti di vista, da quello politico a quello medico e ancora più approfonditamente dalla parte stessa dei carnefici della nostra terra, le organizzazioni criminali. Sabato 28 Marzo, il Centro culturale giovanile CosDam, che ha sede negli edifici parrocchiali della Chiesa dei SS. Cosma e Damiano del quartiere di Secondigliano in Via Vittorio Emanuele III, ha organizzato il suo primo convegno pubblico dal titolo “Terra dei fuochi: vittime e carnefici, tu da che parte stai?”. Il centro ha affrontato un tema delicato senza però speculare su chiacchiere già trattate e su accuse infruttuose. La missione del CosDam è stata quella di guardare all’assassinio della propria terra con gli occhi della vittima, offrendo informazione e soluzioni capaci di poter risvegliare le coscienze ed evitare di incombere di fronte ad un carnefice teso a portare la Campania alla resa. Ad intervenire, la nutrizionista Valeria Ciccarelli, che oltre ad analizzare la giusta dieta da seguire, quella mediterranea, delineandone i vantaggi, ha premuto a fondo sull’idea di informazione e sensibilizzazione, ma soprattutto sull’assunzione di un più responsabile regime di vita. A seguire, entrando nel vivo del tema, la dottoressa Emanuela Madonna, ematologa del Secondo Policlinico di Napoli, tesa ad illustrare l’effetto dei killer più spietati della terra dei fuochi, guardando con occhio generale all’analisi del suolo su alcuni comuni della Campania e, ancora una volta, sottolineando l’importanza della prevenzione e dello screening. L’ultimo intervento è stato quello dalla dottoressa Serena Marotta, ematologa del centro trapianti del Policlinico, che ha illustrato al meglio e con semplicità l’effetto autentico delle malattie oncologiche che possono essere provocate dall’assunzione dei prodotti della terra dei fuochi e non solo. Tra le più comuni la leucemia, una malattia tumorale che colpisce le cellule del sangue, la cui cura può essere ottenuta grazie al trapianto del midollo osseo. Il congresso è stato chiuso, in una commozione generale, dalla testimonianza di una ex paziente del Policlinico guarita dalla leucemia grazie al trapianto del midollo da parte di un volontario anonimo: riscontro pratico, questo, ma anche esempio e fotografia di una Napoli malata, ma non morta, e di una cura che deve essere trovata, superando l’indifferenza e la superficialità, proprio in tutti quei volontari e cittadini pronti a dare vita nuova alla propria terra. Ulteriore esempio dello spirito comunitario, oltre all’appoggio e all’affetto dei volontari, è stato dato dalla presenza e dalle parole del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, sempre in prima linea e volto al supporto generale di ogni tipo di azione cittadina che, stanca di soccombere, decide ancora una volta di reagire: Io sono abituato a guardare non solo al problema, ma anche alle opportunità: il tema dei rifiuti e della Terra dei fuochi non può non essere trattato in ampia scala e non nel singolo paese, è per questo che la mia prima missione è quella di pianificare pubblicamente la gestione di rifiuti su tutta la ex provincia. La mia opinione è quella di dire per […]

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Attualità

Conegliano: quando il professore è la vittima

Conegliano, Treviso. Ennesimo insegnante oggetto di vessazioni e cori denigratori da parte di alunni-bulli di un istituto superiore, capaci di trascinare almeno la metà della classe ad appoggiare l’atto vandalico, documentato da un virale video shock. Umiliazione completata dal lancio di un cestino alle spalle del professore inerme, la cui fuga non è da descrivere come un umiliante gesto pusillanime, bensì come unica, disperata, possibilità. I fautori, secondo il dirigente scolastico, sono stati immediatamente espulsi e molti di coloro che li hanno supportati, sospesi. Il video che ha fatto il giro del web testimonia un evento nemmeno tanto raro, quello della ribellione di due ragazzi nei confronti di un docente e per questo dell’Istituzione scolastica tutta, nel classico atteggiamento del bullo superiore che si ritrova purtroppo in molte realtà scolastiche. Se a volte sono gli stessi studenti ad essere vittime di bullismo, ora è un insegnante a provare l’umiliazione dello schernimento. Non c’è differenza né paragone tra episodi più o meno gravi: un atto di bullismo è sempre e solo volto al male dell’individuo, vittima a qualsiasi età e qualsiasi sia il ruolo che riveste. Forse il fatto che sia stato proprio un professore, guida nella delicata fase adolescenziale di uno studente, ad essere vittima di coloro che erano posti sotto le sue stesse direttive è ancora più grave, e non è una questione di polso o severità: nella scuola del XXI secolo le gerarchie hanno lasciato il posto alla comprensione e al rapporto pacifico professore-alunno che, se improntato al rispetto dei ruoli e dei doveri, può apparire espediente assai fruttuoso sia per una più serena preparazione dello studente sia per una migliore azione istruttiva del professore. In medio stat virtus, e se il primato dei compiti più difficili appartiene ai genitori, il secondo posto non può che essere certamente del professore. Garante della formazione culturale e civile dello studente, non sono rari i casi in cui l’insegnante deve mettere in atto gli escamotages psicologici più disparati per venire al meglio a contatto con la realtà giovanile. Ancora meno rare sono le occasioni di rivolta dell’apparato studentesco per la difesa dei Diritti dello Studente, fieramente consapevole di ciò che gli spetta, ma non sempre di quello che è il suo dovere. Se, insomma, il futuro è in mano agli studenti, il presente è in mano ai professori/genitori/psicologi, che a volte sono la stessa persona . Forse troppi i cambi di scena per lo spettacolo di un teatro (povera scuola maltrattata) che sta andando allo sfacelo. Conegliano: quando il professore è la vittima

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Teatro

L’amour fou al Teatro Il Primo

L’amour fou, lettre a Yves Saint Laurent, dall’omonimo romanzo, lo spettacolo in scena il 6, 7 e 8 marzo al Teatro Il Primo, diretto da Marco Sgamato, racconta la travagliata storia d’amore del famoso stilista francese Yves Saint Laurent e del suo compagno Pierre Bergé (Gianni Caputo). L’inizio è già un programma: il pubblico è chiamato a partecipare al corteo funebre per la morte di Yves Saint Laurent, un passo e si è già al di là del palcoscenico, parte integrante della scena. Una scena che vede protagonista Pierre Bergé, in un lungo monologo con un ascoltatore particolare: il suo amato, capriccioso, artistico Yves. L’artista, adoratore del Sole, finisce sul palco ad essere pura ombra, muovendosi sinuoso nei ricordi di un nostalgico Bergé, nei meandri di una vita lussuosa intrisa di arte, amore, sesso, depressione, droga. L’artista, adoratore del Sole, finisce per diventare l’amante stesso della Morte. Qual è il tassello che tiene uniti i due amanti? Solamente la loro smisurata e maniacale passione per l’arte? No. Il sesso è, invece, il cardine di una vita amorosa basata sulla normalità. Nullo è il bisogno di ostentare la propria omosessualità o nasconderla affinché non diventasse mai limite della loro libertà. Dall’inizio alla fine dello spettacolo il monologo si trasforma in dialogo con un interlocutore muto, ma presente, vivo ancora nella sua arte che tutto travolge, ma soprattutto nella mente di un uomo rimasto solo con i frammenti di un amore che ha saputo vincere i capricci di un’ arte egocentrica che niente risparmia. É così che, all’improvviso, sul palco si inscena la realtà che inscena essa stessa: l’ amore cantato dai poeti di tutti i tempi. Paradosso o semplice arte, l’amour fou di Bergé e Saint Laurent, intriso di una passione che sfocia nella pazzia, altro non è che ricerca del finito, di due metà che si ritrovano per formare una sola. Ma l’Amore non è mai fine a se stesso né aspira ad un ideale narcisistico: difatti, il suo unico scopo è il prodigarsi incondizionato per l’altro. Ecco che l’Amore diviene esso stesso morale, estirpa l’egocentrismo dall’animo umano per volgersi interamente fuori da sé, verso un altro diverso dall’io. É proprio sul concetto d’amore del surrealista Breton che è fondato l’“amour fou” nella spassionata ricerca della magnifica figura del suo amato. Se l’amore-follia accomuna da un lato Bergé e Saint Laurent, dall’altro non passa inosservata la passione pungente dello stilista francese per l’Arte, incontaminata e sacra, che sarà il fulcro del suo stile. Proprio quando si pensava che si fosse arrivati al limite della magnificenza, ecco che Yves riesce ad oltrepassare i confini del meraviglioso, per fondere la sua moda con capolavori che hanno fatto la storia dell’Arte: da Picasso a Andy Warhol, che gli dedica un vero e proprio ritratto, a Matisse e Mondrian. La moda di Saint Laurent è dunque iniziatrice di intuizioni innovative tra cui gli abiti un tempo solo maschili ripresi nel campo femminile e l’introduzione di un nuovo gusto folcloristico con cui ha arricchito le sue collezioni, che vede protagonisti i suggestivi paesaggi […]

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Attualità

Amsterdam: problema di traffico… di biciclette!

Amsterdam, che ci crediate oppure no, deve affrontare un grande problema: il sovraffollamento di biciclette. É un dato di fatto che questa sia la città con il più alto numero di bici usate al mondo, un numero che supera di gran lunga le automobili. Se da una parte tale soluzione salva l’ambiente, dall’altra è causa di disagi economici: sembra, infatti, che siano circa 73mila i guidatori di bici che non rispettano il divieto di sosta, dovendo affrontare in seguito spese pari ai 60 dollari per la rimozione dei loro veicoli. Le autorità comunali sono pronte a provvedere: sotto lo acque dell’Ij, l’ex baia olandese, sarà costruito un mega parcheggio contenente circa settemila posti e per il 2030 dovrebbe nascere, su due isole artificiali della baia, un altro parcheggio di quattromila posti. Eppure il problema non sembra colpire solamente Amsterdam. Anche Copenaghen si unisce all’allarme nei confronti di uno spazio troppo piccolo per contenere tutti i veicoli a due ruote ecologiche. Non è tutto. Il problema di spazio e parcheggio non sembra essere l’unico aggravante: lo stesso comportamento aggressivo dei ciclisti risulta essere preoccupante per la città che stima un numero più elevato di piste ciclabili rispetto a quelle presenti nelle altre città europee. Si avvicina ad Amsterdam e Copenaghen la stessa metropoli cosmopolita di New York. La Grande Mela –infatti- sembra contare un numero pari di bici ed automobili. Secondo uno studio del New Jersey Department of Transportation, la fortuna delle due ruote in America sarebbe iniziata contemporaneamente alla fine di un prospero periodo, quello del dopoguerra, che vede l’avvento di un vero e proprio BOOM economico con la conseguente ascesa del fenomeno automobilistico. Ora, per ragioni legate al progressivo calo del benessere economico e alla presenza in città, oltre che di abitanti, di numerosi lavoratori pendolari, sembra proprio che siano le due ruote ecologiche ad avere la meglio nel sistema dei trasporti. Chiamare problemi quelli di una città come Amsterdam sembra essere un’ iperbole in confronto alla mastodontica capitale russa. Nella Top Ten delle città più trafficate del mondo Mosca non trova alcun rivale: è lei la città che vanta un agglomerato di automobili senza precedenti. Nella ricerca Congestion Index, condotta da TomTom, risaltano nella classifica anche Istanbul, Rio de Janeiro, Città del Messico e San Paolo, senza dimenticare le città italiane. Palermo è al quinto posto davanti a Los Angeles, Roma al decimo, ma non troviamo Milano che, invece, è sostituita da Napoli. Amsterdam: problema di traffico… di biciclette!

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Culturalmente

Art-Rental: l’arte che si affitta

L’Art-Rental, ovvero il noleggio di opere d’arte, apre una nuova prospettiva economica nel mondo della cultura: è un dato di fatto oramai che la crisi non lasci spazio ad alcun diversivo, anche quando si parla di arte. Musei affollati nelle giornate di visita gratuite sono un esempio dei limiti che la crisi impone ad un amante dell’arte, oltre alle mura, di cosa o di ufficio, completamente spoglie di un pezzo del proprio artista preferito. È proprio per questo che compagnie, come la newyorkese startup Art Remba, fondata da Nahema Mehta e acquistata dall’azienda francese Pernod Ricard, hanno deciso di riscattare il ruolo degli artisti e delle loro opere, favorendo una soluzione che vede tutti vincitori: grazie al noleggio, queste compagnie danno l’opportunità a tutti di possedere un’opera d’arte per un lasso di tempo limitato, magari abbastanza per dare una buona impressione di sé o rinnovare ciclicamente l’ambiente con opere nuove. Il pacchetto “affittasi arte” può essere corredato di svariati servizi: dalle stime basate sulle esigenze del cliente fino al budget fissato in base al valore dell’opera, con il vantaggio di pagamenti rateali, tutto per compiacere un amore impossibile reso illusoriamente reale, almeno per il periodo di tempo definito. Eppure non è detta l’ultima parola: il cliente che vorrà definitivamente acquistare l’opera potrà farlo, ottenendo inoltre uno sconto pari al 50% del denaro investito per il noleggio. Una favola con un lieto fine, sembrerebbe, dal momento che la startup Art Remba stima che la domanda per il servizio di noleggio sia aumentata del 40%, permettendo a tutti, artisti e amanti dell’arte, di poter godere dei benefici dell’illusoria appartenenza di capolavori da sfoggiare in casa propria. Forse verrebbe da chiedersi quanto forte sia stato l’impatto con una crisi economica che, ancora una volta, lascia il debole senza nulla per dare a chi ha di più, e quale sia, poi, il diritto del denaro che dà la possibilità di ottenere quello che potrebbe essere un patrimonio universale. L’arte affittata, comunque, non è frutto della nostra epoca dal momento che ha origine dai prestiti museali, così come non sembra essere una novità il potere accostato all’arte stessa. È per questo che il fenomeno dell’ Art-Rental potrebbe rappresentare il futuro per l’artista che non teme il fallimento del proprio lavoro e che vede nelle sue opere una rinata possibilità di fare leva per risollevare il mercato. Per non parlare dei clienti che, finalmente, hanno la possibilità di godere della vista di una ricchezza artistica in casa propria. Nasce, insomma, un nuovo rapporto tra l’arte e i suoi amanti, una sorta di contratto a tempo determinato… sintomo che la crisi colpisce proprio tutti. Art-Rental: l’arte che si affitta

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Attualità

GRIDAS: a scola ‘bbona è a voce de’ creature

Anche questa domenica si è tenuto il Carnevale GRIDAS, con il suo festoso corteo di carri e maschere basati sul tema principale di quest’anno: la scuola. Una scuola, sede della crescita culturale e civile di ogni bambino, che però è maltrattata dallo Stato e dalla stessa indifferenza di chi gira lo sguardo per non assistere al cattivo funzionamento di troppi servizi in Campania e in Italia. Ed è dunque la scuola ad essere la più martoriata delle istituzioni, tanto che verrebbe da chiedersi con sommo disprezzo quale futuro mai si potrebbe attendere dal Paese della fuga. È una lotta alla fuga, dei cervelli o delle speranze, che sia su un treno o in un’assopita coscienza addormentata su comodi allori, è per questo che il GRIDAS risveglia il coraggio con una festa di gioia e colori, in una tradizione del carnevale che vede in continua lotta il bene col male. E se il male è rappresentato dall’indifferenza, il bene non può che essere il simbolo delle maschere, della gioia e dell’entusiasmo che tanti ragazzi hanno ereditato da uno dei maggiori fautori dell’Associazione, che è obbligatorio ricordare: Felice Pignataro. Il GRIDAS, infatti, è un’associazione naturalmente senza alcuno scopo di lucro, ma con l’unico obiettivo di utilizzare il mezzo più pacifico e rivoluzionario di cui può avvalersi l’uomo: l’arte. Felice Pignataro era un semplice uomo nato a Roma e trasferitosi a Napoli per studiare prima Architettura poi Teologia. La sua arte stava nel creare murales semplici dai colori sgargianti, opere che denunciassero la realtà con la bellezza per rispecchiare il disprezzo nell’allegria, ma non è tutto: Felice non si limitava a fare l’artista di strada, ma coinvolgeva i bambini delle scuole affinché potessero apprendere insieme una lezione di arte e di legalità, educazione civile mista ad un arcobaleno di divertimento. Senza Felice Pignataro il GRIDAS ha perso il suo artista più importante e coinvolgente, eppure continua a vivere nelle sue opere e nelle riproduzioni di due murales particolari: la “macchina-scuola”: il mostro mangia creatività, contrapposta alla “barca delle culture” il cui albero maestro è formato da una grande matita, simbolo di forza e coraggio, con un esplicito riferimento a Charlie Hebdo, con alla guida tanti bambini di culture diverse. Il tutto accompagnato da due bambini mascherati rispettivamente da delfino e squalo: l’uno è un aiuto pacifico, l’altro è un pericoloso nemico pronto a sbranare chiunque si arrischi a navigare le acque della giustizia e della verità. Con allegorie, danze e colori, l’insetto protagonista del corteo è anche il protagonista di ogni sede scolastica che si rispetti: il pidocchio! Simbolo di ignoranza, pregiudizi ed emarginazione nei confronti dei ceti sociali più bassi; avviene che la società si avvalga proprio di questi per sparare a raffica ogni sorta di allarmismo, volto come sempre a pubblicizzare prodotti che andranno ad accrescere l’economia altrui, mentre diminuirà proprio dove ce ne sarà più bisogno. Ancora carri: il girasole realizzato dai volontari di “Noi RipuliAMO Napoli” e dall’associazione “Pollici Verdi”; la gru, la Rosa dei Venti e tanti altri, tutti […]

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Attualità

UNICEF: iniziata la liberazione di 3000 minori

Passi importanti per l’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 1946 opera per strappare i bambini di tutto il mondo dalle pene della guerra e per offrire assistenza alle famiglie dei paesi in via di sviluppo. 3.000 il numero di minorenni che si stima vengano rilasciati dalla fazione “Cobra” del South Sudan Democracy Army (SSDA), guidata da David Yau Yau. Il 27 gennaio dell’anno corrente è iniziato il rilascio definitivo dei primi 280 bambini tra gli 11 e i 17 anni presso il villaggio di Gumuruk nello Stato del Jonglei, nel Sud Sudan orientale. Milioni sono i bambini che ancora combattono una guerra di adulti, ormai lacerata la loro infanzia, i bambini soldato sono una realtà straziante che continua a vivere nonostante il passare di un tempo che sembra in realtà regredire. Troppi coloro che sono stati cresciuti per uccidere e che combattono anche da quattro anni, enorme il numero di bambini analfabeti che, per un motivo incerto che naturalmente non esiste, sembrano non meritare né famiglia né istruzione, e dunque nemmeno un futuro migliore, troppe volte stroncato forse da uno stesso coetaneo. Non giocattoli e quaderni tra le mani, ma strumenti di morte, troppo grandi per un bambino costretto a crescere in fretta in un clima di distruzione. Difficile, quasi impossibile, sembra essere la missione dell’UNICEF basata sul ritorno in famiglia dei minori. Tutto ciò naturalmente comporta un forte supporto psicologico prima ancora che educativo, oltre alla reintegrazione sociale, forse punto cruciale per una società che non vede di buon occhio i bambini soldato, vittime inconsapevolmente carnefici in una guerra che non è la loro. L’enorme scalata verso la loro liberazione è stata celebrata con una cerimonia organizzata dall’UNICEF, sotto il controllo della Commissione Nazionale per il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione del Sud Sudan. E anche se non sembra avere un prezzo il rinnovato futuro di un bambino, in realtà i fondi dell’Agenzia delle Nazioni Unite non sono mai abbastanza. Si festeggia un primo contributo, 1,6 milioni di euro, della Ikea Foundation, per le operazioni di recupero, ma si è ancora lontani dal raggiungere la cifra necessaria per la salvezza di milioni di bambini. Dunque è proprio questa la realtà che dà un prezzo al diritto alla vita e all’istruzione, ad un’infanzia serena che sembra non poter ritornare ed è proprio per questo che ci si affida a chi ancora ha la forza di combattere contro il marcio della società per salvare i detentori di un futuro, si spera, migliore. UNICEF: iniziata la liberazione di 3000 minori

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Attualità

Ostilità tra scuole: separate sotto lo stesso tetto

Quando la fine di un conflitto non porta al superamento delle ostilità interne il risultato è l’inevitabile frattura tra due realtà che, per questo, nutrono diffidenza l’una nei confronti dell’altra. È il caso della Bosnia ed Erzegovina, in cui bosniaci e croati ancora non riescono a restare uniti dopo la fine della guerra civile nell’ex-Jugoslavia, iniziata nel 1992 e conclusasi nel 1995, il cui risultato è stato l’inevitabile uccisione di 140 mila vittime, senza contare le violenze subite da 50 mila donne. Il mezzo più efficace per garantire non solo l’istruzione, ma la stessa educazione civile dei ragazzi dovrebbe essere la scuola, che dal 2003 ha letteralmente diviso i bambini croati da quelli bosniaci, separandoli seppur sotto lo stesso tetto. Diverso il programma e gli orari, tutto sembra ideato col solo scopo di dividere due identità destinate a non mischiarsi mai. Senza ”imbarazzo” nel mescolare due etnie diverse, in un paese dove la segregazione etnica è viva e non sembra sradicarsi, quello di abolire le scuole separate sembrerebbe addirittura un atto barbarico, associato allo stesso accostamento di “mele e pere”, secondo le parole di Greta Kuna, ministro dell’Educazione per il Cantone Centrale. È proprio per questo motivo che dal 2009 in queste scuole opera l’associazione “The genesis project”, fondata nel 1996, in continua lotta contro le antiche convenzioni e con la missione di inculcare a bambini ignari il senso dell’unione con altre etnie con cui nulla condividono e di cui nulla conoscono. Interessati al superamento di barriere fino ad ora troppo alte, gli stessi genitori premono per migliorare il funzionamento dell’associazione, che opera in sedici scuole del Cantone Centrale della Federazione della Bosnia ed Erzegovina, ma che, nonostante gli sviluppi, ancora non vede la realizzazione di un sogno che consiste nel semplice tornare ad un tempo passato, dove un’unica scuola esisteva per tutti e sotto un’unica denominazione tutti erano uguali. Ancora oggi, nonostante la legge permetta la modifica del programma scolastico solo fino al 20%, in realtà l’istruzione delle due scuole che condividono lo stesso edificio è completamente differente, e guai se così non fosse, resa tale da chi permette una scissione tanto grave quanto profonda. I primi a metterla in atto sono stati i presidi delle scuole, che con sdegno rifiutano di lasciare nella stessa stanza alunni di etnie diverse. “Salvaguardia dell’identità nazionale”: questo il nome dato alla celata segregazione etnica. Venti anni sono passati dalla fine di una guerra che non ha risparmiato vittime, eppure la sua eco non è ancora lontana. Ostilità tra scuole: separate sotto lo stesso tetto

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Voli Pindarici

Il trauma dei genitori: “Voglio fare la scrittrice”

“Mamma, papà, voglio fare la scrittrice.” Silenzio. Poi giunse a quel che par sì averlo a nui, che mai per esso a Dio voti non ferse; io dico il senno: e n’era quivi un monte, solo assai più che l’altre cose conte. […] Di sofisti e d’astrologhi raccolto, e di poeti ancor ve n’era molto. “Orlando Furioso”, L. Ariosto Ludovico Ariosto aveva fatto fin dalla giovinezza dell’ otium letterario la sua vita o, almeno, sperava che la società gli permettesse di farlo, laddove avesse ritenuto utile la sua arte. Così, ahimè, non è stato, e lo so bene io che da bambina ho chiesto ai miei per Natale una macchina da scrivere e da grande un appoggio per la scelta universitaria. Così, ahimè, non è stato. In un’epoca come la nostra dove lo studio è mezzo e mai fine e dove l’obiettivo è  un lavoro che serva da sostentamento e come fonte di guadagno, io non mi ritrovo. Ho sempre condiviso la teoria senecana dell’ otium finalizzato all’arricchimento culturale; ho sempre dato cura al mio cervello affinché non morisse di fame. Ma se di fame morisse il corpo? Lo stesso Ariosto, diventato uno dei miei modelli di vita, non si nutrì solo di “Orlando furioso” né di “Cassaria”, ma spesso accettava gli incarichi più disparati e non mancò di certo l’elogio dell’illustrissimo cardinale Ippolito D’Este, a cui è dedicata l’opera più famosa dell’autore. Peccato per la spregevole indifferenza. E qui casca l’asino. Viviamo in un’epoca di superlavoro e di sottocultura; un’epoca in cui le persone sono talmente laboriose da divenire completamente stupide. Oscar Wilde Perché Ariosto ha sentito la necessità di dedicare la sua opera maggiore a chi la disprezzava e perché mai Virgilio si è lasciato persuadere dall’imperatore Augusto a scrivere di lui nell’”Eneide” se non per accrescere il prestigio del potere, che ancora una volta ha messo la mano su qualcosa di puro e l’ha usato a suo piacimento? Eppure, forse, tutto questo pessimismo sul binomio arte-potere non è poi così opportuno. Se per potere si intende la crescita dell’economia, della società, della cultura e dei costumi di un popolo. Allora assume una forma diversa tutta l’arte nella sua omogeneità, nella sua forma  che aiuta a crescere, a formarsi, ad evadere e arricchirsi. Allora assume la forma del paradosso il lamentarsi di un uso improprio di un’arte che si vuole far diventare lavoro. Ma cosa vuole dire “fare arte”? Ho sempre sostenuto con così tanta forza la volontà di fare dell’arte “l’uso perfetto di uno strumento imperfetto”, come scrive Wilde che illustra come meglio si può la mia considerazione per qualcosa tanto disprezzato quanto amato. Stare a pezzi nel vedere la tristezza negli occhi di tuo padre all’annuncio “Papà, voglio iscrivermi a lettere” e sentire, con la volontà di non ascoltare, i commenti sprezzanti sulla mia scelta da parte di gente che ha capito tutto della vita è un passo decisivo per giungere alla consapevolezza che “tutta l’arte è completamente inutile”. Proprio così, signori! “Ma come” -qualcuno sussurra- “che senso ha scegliere per il proprio futuro qualcosa di completamente inutile?” Ce l’ha. Quando l’ingegnere si siede sulla […]

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Attualità

Prostituzione: ricchezza nel business del sesso

Prostituzione: argomento scottante che suscita sgomento al sol parlarne, ma forse ciò che davvero stupirebbe sarebbe il non trattarlo affatto. Esistono nel mondo tanti tipi di prostituzione la quale viene debellata come strumento di sfruttamento di esseri umani, divenuti merce nelle mani di uomini senza scrupoli che si nutrono di denaro e cinismo. Eppure non sempre è così. Il vero e proprio business del sesso non sembra essere sempre nelle mani di coloro che sfruttano ragazze bisognose, ma, a volte, succede che siano le stesse ragazze a ricercare ed accettare tale “professione”. In Spagna, in cui il fenomeno della prostituzione è cresciuto, tra il 2013 e il 2014, del 7%, è nata ed è in sviluppo una vera e propria cooperativa di studentesse, Jovenes69, che ricorrono a soluzioni drastiche per far fronte alla crisi spagnola, scoppiata nel 2009. Le giovani studentesse, però, non sono le sole ad aggrapparsi ad un’alternativa tanto facile quanto fruttuosa, ma anche ex prostitute, donne di famiglia che ricorrono al loro vecchio lavoro per poter pagare tasse esorbitanti e permettere un livello di vita medio alla propria famiglia. Sono proprio queste donne, quelle con più esperienza, che hanno organizzato, su richiesta di numerose ragazze che chiedevano consigli su come iniziare tale “professione”, veri e propri corsi di prostituzione. Seppur molte siano le donne soddisfatte del loro presunto lavoro, molte sono, invece, le ragazze che ricorrono a tali soluzioni solo per uscire da una crisi devastante che molte volte le mette a confronto con realtà a cui non vorrebbero approcciarsi. Benché il numero di uomini, ma anche ragazzi, spagnoli che hanno incontrato almeno una prostituta, sia sempre più in aumento la Spagna non rappresenta l’unico luogo in cui il business del sesso è tanto radicato. Sono soprattutto studentesse le ragazze degli Stati Uniti che ricorrono al sito “SeekingArrangement.com” sotto la categoria di Sugarbabies, i cui incontri con uno “Sugardaddy”, di età non inferiore ai quarant’anni, hanno un prezzo fisso che può coincidere con la stessa retta universitaria. Molti sono gli studenti statunitensi che hanno, nei confronti dell’Università, debiti che sfiorano i 33mila dollari, e ancora di più sono quelli che si affidano al sito che, ufficialmente, non prevede prestazioni sessuali da parte delle ragazze nei confronti del partner, naturalmente benestante, ma solo innocente compagnia e lussuosi viaggi che in via ufficiosa sfociano in uno spudorato marketing sessuale. Non si creda che tale realtà non sfiori l’Italia nella quale hanno attecchito vari siti di incontri in cui la figura di “Sugardaddy” viene tradotta anche con “papi”. Ed è anche in Italia che è sfociato il mito delle baby-squillo, non per forza riguardante solo ragazzine, ma anche ragazzini che incontrano uomini maturi per poter far fronte ai problemi economici della famiglia…o solo per permettersi una vita più agiata. C’è chi lo chiama scherzo e chi dello scherzo fa un lusso, una scelta che in realtà è costrizione in una società ricca che aliena tutti coloro che non fanno parte della schiera di persone che può permettersi uno smodato stile di […]

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Attualità

Una gabbia tutta colorata per disabili. La terribile scoperta di Chloe Hadjimatheou

Sbarre di legno colorate. Come se ci fosse differenza tra una gabbia dorata e una prigione. Lechaina, Grecia. Chloe Hadjimatheou, giornalista della BBC, ha messo in luce la sconvogente storia di un centro disabili in cui circa sessanta ragazzi, tra bambini e adolescenti, vivono segregati all’interno di piccole stanze con sbarre di legno lunghe fino al soffitto. Soli, senza controllo se non quello delle telecamere all’interno di una serie di schermi tv del personale, senza alcun contatto umano, senza vere cure, solo dosi di sedativi. La terribile scoperta di Chloe Hadjimatheou Era il 2009 quando un gruppo di laureati in psicologia prestarono servizio di volontariato al centro e, rimasti allibiti dalle condizioni inumane dei bambini, avevano denunciato il fatto all’Unione Europea e a tutte le organizzazioni che avrebbero dovuto occuparsi dei diritti dei disabili, o quanto meno degli umani. Peccato che, questa volta, i disabili non siano stati considerati nemmeno umani. Il documento di denuncia inviato a più enti dai volontari nel migliore dei casi ha ricevuto, in risposta, ringraziamenti per le segnalazioni, senza effettivi riscontri né interventi concreti. Dal  2010, grazie alla visita al centro con conseguente denuncia da parte del difensore civico per i diritti infantili, le condizioni del centro sembrerebbero, paradossalmente, migliorate: i bambini, ora, non sono più legati ai letti, bensì rinchiusi in vere e proprie celle su misura dei pazienti. Passi da gigante con le sbarre di legno colorate perché non si è trovato nulla di meglio che mettere una spudorata e falsa allegria lì dove vive solo la morte, la solitudine e il degrado. Scioccante è il numero di disabili che hanno perso la vita all’interno delle gabbie a causa di un mancato controllo da parte degli infermieri nei confronti di esseri umani senza alcuna colpa, il più delle volte abbandonati dai propri genitori solo perché portatori di handicap. Ad aspettarli, al centro, un destino ancora più arduo, se si pensa che, su venti pazienti, una sola infermiera è addetta al loro controllo, che sia di giorno o di notte, rischiando con grande probabilità di venire meno all’aiuto richiesto da più bambini. Forse quello che stupisce non è solamente la mancanza di fondi, che il nuovo direttore del centro, Gina Tsoukala, sostiene essere la causa dell’insufficienza di reali interventi diretti alla salvaguardia dei bambini, ma il pensiero di molti che, come il medico locale Gorge Gotis, sostengono l’efficacia delle gabbie per una maggior sicurezza del paziente, spesso  autolesionista. E quindi costretto all’abbandono totale? Preoccupante anche lo stato di abbandono di un nuovo centro attrezzatissimo per i pazienti con disabilità di vario genere, costruito grazie ai fondi dell’Unione Europea, deserto a causa dell’impossibilità da parte dello stato greco di pagare gli infermieri. Come se fosse una questione di denaro la vita di essere umani. Come se fosse, e in effetti lo è, solo un tassello del grande puzzle della malasanità, e di un sistema mondiale basato su un interesse superiore in cui i più deboli non sono inclusi. 

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