Che lavoro si può fare dopo la laurea in psicologia? Questi gli sbocchi lavorativi

Che lavoro si può fare dopo la laurea in psicologia? Questi gli sbocchi lavorativi

Quando si parla della professione dello psicologo, si fa riferimento ad un paradigma del lavoro particolarmente remunerativo e ricco di opportunità. Gli sbocchi per un aspirante psicologo, infatti, sono diversi e molto preziosi. Ciò nonostante, quando si decide di intraprendere un percorso professionale come questo, non bisogna pensare soltanto a quanto redditizio o stimolante esso possa essere. Diventare uno psicologo, infatti, richiede anni di studio, tra pratica e teoria, oltre ad una dedizione reale e pura per la materia. Quello dello psicologo, infatti, non è un lavoro semplice, richiedendo molta empatia e consapevolezza nei confronti del prossimo.

Naturalmente, alla pari degli altri professionisti impegnati nella sanità, anche gli psicologi devono tenersi costantemente aggiornati sulle novità in campo medico e per farlo possono scegliere anche la formazione a distanza. Frequentando dei corsi specifici – molti dei quali sono elencati nel sito ufficiale di Ebook ECM, uno dei principali fornitori di ebook ecm fad – è infatti possibile ottenere i crediti necessari al completamento delle sessioni triennali di aggiornamento sanitario.

Tornando a noi, gli sbocchi lavorativi per chi decide di intraprendere la professione dello psicologo sono molteplici, spaziando dall’ambito clinico a quello aziendale, fino ad arrivare a vere e proprie cariche istituzionali. Ovviamente, tutto dipende da molteplici fattori che si riflettono sia sulle attitudini personali che sul percorso di studi e specializzazione che si scelgono. Gli studenti che seguono un corso di studi in psicologia hanno, infatti, la possibilità di attingere da diverse aree specialistiche, per poi dare inizio alla carriera professionale più adatta alla propria formazione e alle proprie propensioni. Questa guida intende fornirvi una panoramica degli sbocchi lavorativi che si aprono di fronte ai neolaureati in psicologia, con la consapevolezza – come detto – che per un professionista, la formazione rappresenta un vero e proprio obbligo.

Laurea triennale in psicologia: queste le opportunità di lavoro

Per quanto concerne chi intende conseguire una laurea triennale in psicologia e fermarsi, è bene chiarire che gli sbocchi lavorativi in psicologia possono cambiare in funzione del titolo di studio. Con una triennale, comunque, è possibile iscriversi alla sezione B dell’Albo professionale, operando con la supervisione di uno psicologo professionista per offrire sostegno psicologico a pazienti singoli o in gruppo, intrattenendo colloqui anche in contesti come le istituzioni educative, le strutture sanitarie, le P.A., le strutture penali e le aziende private. Insomma, chi consegue una laurea triennale in psicologia ha non poche opportunità di lavoro, anche se chi prosegue la formazione con una laurea magistrale ha la possibilità di far crescere la propria carriera a livelli decisamente più elevati.

Laurea magistrale in psicologia: gli sbocchi lavorativi

Possiamo affermare che, chi è in cerca di sbocchi lavorativi più interessanti nell’ambito della psicologia, deve necessariamente conseguire una laurea magistrale al termine del percorso di studi triennale. Chi ambisce a questa carriera, oggi, può conseguire una laurea abilitante con la quale poter immediatamente accedere al tirocinio, durante il corso di studi, per poi iscriversi alla sezione A dell’Albo degli Psicologi al termine della prova pratica in sede d’esame.

Gli psicologi neolaureati possono intraprendere un percorso da dipendenti presso studi, aziende, enti pubblici o privati, oppure offrire prestazioni come liberi professionisti. Chi consegue una laurea magistrale in psicologia può specializzarsi in ambiti differenti, come la psicologia clinica o quella del lavoro, fino ad arrivare a quella giuridica, a quella dell’educazione e a quella sessuale. Tutto dipende dalla specializzazione che si decide di conseguire, anche in rapporto alle proprie aspirazioni e attitudini e, se necessario, alle esigenze del mercato, qualora si riscontrasse la necessità di trovare un impiego in modo celere.

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Partite Iva, i regimi agevolati conquistano sempre più professionisti
Il dipartimento delle Finanze ha diffuso i dati sulla diffusione dei regimi agevolati scelti dalle persone fisiche nel corso del 2017, da cui si nota un forte incremento di aperture di regime forfettario al posto di quello ordinario. Il "popolo" delle partite Iva in Italia ha deciso: il regime forfettario è il sistema migliore per la gestione delle propria (piccola) attività. È questo il messaggio più chiaro che arriva dal puntuale aggiornamento realizzato dall’Osservatorio insediato presso il dipartimento delle Finanze, che ha diffuso un report con le informazioni definitive sulle decisioni assunte nel corso dello scorso anno. Le adesioni al regime forfettario I numeri parlano chiaro: più di 182 mila soggetti, su un totale di 512 mila nuove aperture in proprio sia a livello imprenditoriale che professionale registrate nel Paese, hanno optato per il sistema "forfettario", vale a dire più del 35 per cento del totale, a conferma di come il metodo abbia un appeal crescente. Per fare un paragone, nel 2016 questa tipologia rappresentava "solo" il 27 per cento delle nuove posizioni, con un dato quantitativo stimato in 165 mila soggetti. I requisiti L'analisi si sposta dal piano quantitativo a quello qualitativo quando prova a chiarire le motivazioni del successo di questo regime, individuate innanzitutto nelle imposte ridotte di cui beneficia chi è in possesso dei requisiti per beneficiare del sistema agevolato. Come spiega anche l'approfondimento del blog di Danea, tra i requisiti per il regime forfettario 2018, validi dunque anche per questo anno fiscale, c'è innanzitutto il vincolo dei ricavi e compensi, che a seconda della attività esercitata può andare da una soglia di 25 mila fino ai 50 mila euro. Vantaggi e semplificazione In termini pratici, poi, il grande vantaggio principale che funge da calamita per accedere al regime agevolato sono le imposte ridotte, ma non bisogna trascurare gli aspetti legati alla semplificazione degli adempimenti fiscali e burocratici: giusto come citazione veloce, si deve ricordare che i professionisti rientranti in minimi e forfettari non devono compilare gli studi di settore né inviare lo spesometro, né tanto meno sono soggetti allo split payment. Niente obbligo di fatturazione elettronica Proprio nelle ultime settimane, inoltre, durante l'evento Telefisco (organizzato dal Gruppo 24 Ore) è stato possibile appurare che i sistemi agevolati saranno esclusi anche dall’obbligo di fatturazione elettronica tra privati che prende il via nel 2019, anche se invece sono sottoposti regolarmente alle norme che regolano l’e-fattura verso le Pa (e, allo stesso modo, sono obbligati a ricevere il documento digitale in scambi tra privati in qualità di fornitori). Una flat tax Insomma, il sistema si poggia su leve che attraggono i soggetti con Partita Iva, al punto che nei giorni scorsi Il Sole 24 Ore si è spinto a parlare di "flat tax sui redditi delle persone fisiche", descrivendo i risultati del regime forfettario e, soprattutto, mettendo in relazione il sistema con la sua caratteristica di base, ovvero la presenza di un’imposta sostitutiva del 15 per cento. Un appeal crescente Sempre nello stesso articolo, poi, si invita a non misurare l’appeal del regime forfettario soltanto con le nuove aperture, segnalando le distinzioni con il vecchio regime dei minimi (in quest'ultima tipologia la flat tax è ancora più bassa, fissata al 5 per cento, ma le adesioni sono terminate nel 2016): con il forfettario è infatti possibile anche il "cambio in corsa", ovvero il passaggio durante l'anno da un regime ordinario e semplificato, "in cui comunque si applica l’Irpef ad aliquota progressiva con tanto di addizionali locali, ma anche l’Irap (se c’è il requisito dell’autonoma organizzazione) e l’Iva".

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