Hive (film), una storia vera dal Kosovo | Recensione

Hive (Zgjoi, 2021) è il film che ha portato il cinema kosovaro al centro dell’attenzione internazionale. Diretto da Blerta Basholli, regista alla sua opera prima, ha conquistato il pubblico e la critica al Sundance Film Festival, dove ha vinto tre premi nella sezione World Cinema Dramatic (Gran Premio della Giuria, Premio del Pubblico e Premio alla Regia).

La sua forza nasce da una storia vera, quella di Fahrije Hoti, una donna di Krusha e Madhe, villaggio segnato dal conflitto del Kosovo del 1998-99 (località passata alle cronache internazionali per un massacro compiuto nel marzo 1999 dalle forze armate serbe, dove persero la vita più di 200 civili kosovari). Con il marito disperso in guerra e una comunità ostile, Fahrije decide di reagire fondando una cooperativa femminile per produrre e vendere ajvar, una salsa tradizionale di peperoni, e miele.

Al di là della vicenda biografica, Hive diventa un racconto universale di resilienza e coraggio. Si erge, infatti, a manifesto simbolo di tutte quelle comunità che devono reinventarsi partendo dalle macerie lasciate dalla guerra. Il film mette in luce il peso del patriarcato e il trauma della guerra che non finisce con la fine dei combattimenti; in più, la possibilità di rinascita attraverso il lavoro (la cucina diventa strumento di emancipazione) e la solidarietà femminile. Hive parla di Kosovo, ma anche di coraggio quotidiano, di donne che ricostruiscono dove gli uomini hanno distrutto, fino al punto di cambiare la realtà circostante.

Hive, film: la trama

Al termine della guerra in Kosovo, il villaggio di Krusha e Madhe è devastato. Centinaia di uomini, infatti, sono stati uccisi o risultano dispersi, lasciando alle donne il compito di tenere in piedi le famiglie e la comunità tutta. Tra loro c’è Fahrije Hoti, che ha perso il marito e si ritrova a crescere i figli senza un sostegno economico.

In un contesto dominato dal patriarcato rurale, Fahrije decide di sfidare le convenzioni, avviando una piccola attività di produzione di ajvar, la salsa di peperoni tipica dei Balcani, coinvolgendo anche altre donne del villaggio. Ciò che nasce innanzitutto come gesto disperato di sopravvivenza diventa presto un progetto di emancipazione collettiva, i cui effetti saranno più incisivi di quello che chiunque si sarebbe aspettato.

La comunità però non accoglie con favore questa iniziativa. Gli uomini guardano con sospetto alle donne che osano lavorare fuori casa, che vengono non solo derise e criticate, ma anche materialmente boicottate. Tra le stesse donne prevale inizialmente la paura di starsi avventurando in qualcosa di troppo grande, la vergogna di mettersi contro la comunità e la rassegnazione di fronte alla sensazione di non poter cambiare davvero la propria condizione. La resistenza è profondamente culturale.

È in questo clima che Hive trova il suo significato più profondo. La casalinga che si trasforma in imprenditrice diventa simbolo di un’intera generazione che cerca di ricostruire dalle macerie. L’“alveare” (Hive in inglese) evocato dal titolo è la metafora perfetta, un’immagine che rimanda ad un insieme di individui che, cooperando come api, trovano forza e identità assieme. Proprio come le api, infatti, anche queste donne scoprono che insieme possono produrre vita e futuro. Di seguito il trailer del film:

Hive, film: la regia di Basholli

Blerta Basholli sceglie al suo debutto da regista un approccio registico asciutto e diretto, privo di enfasi melodrammatiche. La realtà viene osservata con discrezione e restituita per ciò che è, con le sue ombre e i suoi silenzi. La regista non indulge mai nella retorica del dolore né nella spettacolarizzazione della guerra, evitando effetti speciali e sensazionalismi (niente immagini crude, corpi martoriati o lutti espliciti). Il suo è uno sguardo femminile e politico, che fa emergere il tema dell’emancipazione senza didascalismi, ma semplicemente lasciando che siano i gesti quotidiani a farsi carico di un significato universale, che si eleva dal contesto kosovaro per raggiungere una dimensione ben più ampia.

La protagonista, Yllka Gashi, offre un’interpretazione magistrale, intensa ma comunque trattenuta, lontana da ogni eccesso emotivo e dalla teatralità. Nel suo volto si leggono la dignità ferita, la stanchezza accumulata, ma anche la forza silenziosa di chi non si arrende. Riesce a incarnare con poche espressioni l’archetipo della resilienza femminile, trasformando Fahrije in una figura simbolica, senza mai perdere la concretezza della donna reale che la ispira.

Lo stile di Hive si colloca nella tradizione del realismo balcanico post-bellico, simile a quello di registi come Jasmila Žbanić o Cristian Mungiu, che hanno tracciato un cinema in cui la quotidianità diventa luogo di tensione e di riconciliazione. Ci sono anche echi del cinema sociale dei fratelli Dardenne, soprattutto in opere come Rosetta, che Blerta Basholli cita tra le sue fonti di ispirazione. Camera a mano, ambientazioni quotidiane, attenzione al dettaglio realistico. Il risultato è un film che non sembra “recitato”, ma vissuto. Un racconto intimo che diventa, senza proclami, anche politico, soprattutto grazie alla sua essenzialità che concorre a renderlo potente.

Temi principali: coraggio, emancipazione, memoria e trauma

L’emancipazione in Hive, film che nel 2022 è stato candidato anche agli Oscar come rappresentante del Kosovo, si conquista con la caparbietà di una donna che rifiuta di restare invisibile. È un ribaltamento della gerarchia dei valori: ciò che in una società patriarcale viene considerato secondario o marginale diventa strumento di rivoluzione silenziosa. Dal gesto apparentemente banale di cucinare e vendere ai mercati nasce la possibilità di guadagnare autonomia economica e di costruire una rete di solidarietà, concorrendo ad un clima generale di emancipazione. Quello che il patriarcato relegava al privato e al secondario (prendersi cura della casa e degli altri, cucinare ecc.), nel film si trasforma in atto politico, in strumento di resistenza. Basholli mostra che è proprio lì, in quella dimensione nascosta e svalutata, che può nascere il cambiamento.

Proprio per questo, il film trascende i confini del Kosovo. Hive parla di tutte le comunità in cui il patriarcato ha limitato le possibilità delle donne e di tutte le volte in cui la resilienza quotidiana è stata l’unica via per sopravvivere. Il film offre quindi un discorso globale sulla dignità del lavoro invisibile e sul suo potenziale rivoluzionario. Il suo valore universale sta nella capacità di trasformare una vicenda locale in una parabola condivisibile ovunque, dalla Bosnia al Medio Oriente, dall’Africa all’America Latina.

Hive film
Fahrije Hoti, interpretata da Yllka Gashi, in una scena di Hive, 2021. Fonte immagine: Amazon Prime Video

Come già detto, la guerra in Hive non è mai mostrata direttamente, non essendoci scene di combattimento, né corpi, né distruzione spettacolare. Eppure, il conflitto permea ogni istante del film come un’ombra silenziosa. Le protagoniste portano addosso il peso di un’assenza che non si può colmare: i mariti sono scomparsi, probabilmente uccisi, ma loro vivono con lo strazio di non saperlo. Questa condizione sospesa tra il lutto e la speranza è una delle esperienze più dolorose che un individuo e una comunità possa vivere, perché impedisce di dare forma definitiva al dolore.

Questa incertezza diventa un marchio, una ferita aperta che non si chiude mai, traducendosi in una quotidianità congelata. La vita continua, ma senza un vero e proprio fondamento: ogni gesto è appesantito da quella domanda senza risposta, il cui eco sbatte e risbatte ogni giorno nella mente. Hive è potente proprio perché rende visibile questo trauma collettivo attraverso i dettagli della vita quotidiana, senza avere bisogno di immagini cruenti. Lo si percepisce nel silenzio pesante che avvolge le case, negli sguardi bassi delle donne, la durezza con cui si affrontano compiti apparentemente banali, nei vuoti, negli interstizi, nella difficoltà di ricostruire un senso quando la base stessa dell’esistenza è stata spezzata.

Ed è proprio qui che il film compie un passo decisivo, mostrando come questo dolore venga trasformato in azione concreta. La scelta di Fahrije di fondare una cooperativa trasforma il lutto in un lavoro condiviso, la mancanza in solidarietà. È la dimostrazione che, anche quando il trauma non si può chiudere, si può comunque cercare un modo di abitare la ferita e darle un nuovo significato.

Hive, film: dove vederlo

In Italia Hive (film) è stato distribuito da Officine UBU, che ne ha curato l’uscita in sala. Oggi il film è reperibile anche sulle principali piattaforme di streaming on demand, tra cui Prime Video e Apple TV, dove è disponibile per il noleggio o l’acquisto digitale.

Fonte immagine in evidenza: Amazon Prime Video

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