I Leoni di Sicilia: recensione della serie tv sulla famiglia Florio

I Leoni di Sicilia

Correva l’anno 2019 quando Stefania Auci, avvocato trapanese classe ’74, ridà lustro alla magnetica ed accattivante storia della famiglia Florio pubblicando per Editrice Nord “I Leoni di Sicilia”, romanzo storico destinato a spopolare: con più di un milione di copie vendute, 50 edizioni e traduzioni in 40 lingue, rappresenta uno dei più grandi fenomeni editoriali italiani degli ultimi anni.

Dal 28 ottobre, nel catalogo della piattaforma streaming di Disney+, sono disponibili gli otto episodi che compongono la prima stagione dell’omonima serie diretta da Paolo Genovese, e che vanta attori del calibro di Miriam Leone, Michele Riondino, Eduardo Scarpetta, Claudia Pandolfi, giusto per citarne alcuni.

La storia è più o meno nota a tutti: due fratelli, Paolo ed Ignazio Florio, a seguito del terremoto del 1799 che colpì la loro città d’origine, Bagnara Calabra, decidono di dare una svolta alla loro vita e trasferirsi a Palermo, dove apriranno in via dei Materassai 51 una piccola bottega di spezie, la cosiddetta “putìa”, modesta tanto nelle sue dimensioni quanto nelle quantità dei beni che commerciavano a spot, quando i cittadini non si rivolgevano ad altri. Un evento fortuito ed improvviso, però, cambia completamente le sorti della loro attività: durante un’epidemia di fortissima influenza, la bottega dei Florio è l’unica a disporre del cortice, una medicina all’epoca largamente utilizzata per curare gli stati febbrili. Da allora e per gran parte del XIX secolo l’ascesa commerciale – e, di conseguenza, anche sociale e politica – della famiglia sembra essere inarrestabile: tonnare, saline, miniere di zolfo, industrie, banche, servizi postali, cantine.

Sulla carta, I Leoni di Sicilia è fattivamente la trasposizione cinematografica di vicende storiche che sono realmente accadute, ma a conti fatti il suo fascino risiede decisamente in tutt’altro: siamo dinanzi ad una storia di rivalsa sociale, di famelico riscatto, di un’insaziabile voracità che acceca e deprezza ogni valore etico: a confronto con il desiderio di salire sempre più in alto – per arrivare, poi, chissà dove, questo non riuscirà mai a capirlo nemmeno lo stesso Vincenzo Florio – non c’è giustizia morale o sentimento d’amore che possa reggere.

E come ogni storia che si rispetti, vera o di fantasia, è sempre in agguato dietro l’angolo una morale, che la si cerchi oppure no: è attraverso la sfrenata insaziabilità di Vincenzo che capiamo, non senza una nota di pungente amarezza, che esistono tipi di insoddisfazione che non possono in alcun modo essere estinte, e sono quelle che poco hanno a che vedere con ciò che abbiamo o non abbiamo, con la ricchezza e la nobiltà. Piuttosto, è qualcosa che mette radici, solidissime e impossibili da recidere, negli oscuri meandri di un’anima spezzata, incompleta, irrisolta.

La serie, in linea con il romanzo, vede il susseguirsi delle vicissitudini di vita di tre generazioni che, a confronto tra di loro, sembrano tanto diverse quanto paradossalmente identiche: Vincenzo, figlio di Paolo Florio, eredita da suo padre la grinta e la propensione al lavoro – che mescola sapientemente a intraprendenza, sicurezza, genialità innovativa, lungimiranza – e ne disprezza l’atteggiamento mesto e sottomesso con il quale lasciava remissivamente che la nobiltà palermitana lo offendesse di continuo; Ignazio Florio è dedito alla famiglia e passionale come Vincenzo, ma del tutto avulso da quell’ottica arrivista che aveva portato il padre ad essere tanto rispettato quanto disprezzato praticamente da chiunque, moglie e figlie comprese.

Fa da cornice – e a tratti persino da protagonista – una Palermo retrograda negli usi e costumi, povera persino all’interno dei suoi ambienti più altolocati – se confrontati con la sofisticatezza ed i fasti di quello che all’epoca era ancora definito “il continente” – intrisa tuttavia anch’essa del bruciante desiderio di progredire e mettersi in pari con il resto dell’Italia. Sembra proprio che la storia dei Florio sia specchio riflesso della condizione di una terra nata, non per suo volere, miserabile, e che le loro sorti siano state a lungo vicendevoli, interscambiabili, connesse: così come i Florio hanno saputo portare la Sicilia ad un livello di avanzamento sociale ed economico che non era mai stato nemmeno pensato come possibile, a parti invertite anche la bell’isola ha saputo regalare tanti spunti di riflessione e tante occasioni attraverso le quali, specialmente Vincenzo, è riuscito ad allargare ancora di più la sua visione d’insieme.

La regia di Paolo Genovese è puntuale e centrata: ama la brevità, l’immediatezza dei contenuti, il concetto indispensabile, ed evita la ridondanza di una sceneggiatura che, proprio perché non originale, potrebbe facilmente inciampare nell’eccesso tematico. Lavora di gomito con dialoghi asciutti, inglobati in sequenze che- mi azzarderei a definire- piccate, quasi a voler riprodurre lo stato d’animo in preda al quale soprattutto Vincenzo ha vissuto per gran parte della sua vita, e lascia che a parlare siano le espressioni del volto, la semantica, il linguaggio del corpo dei protagonisti che – completamente in linea con le attitudini del tempo, ovvero quelle che imponevano di reprimere i sentimenti piuttosto che mostrarli – viaggiano costantemente sulla lunghezza d’onda del tentativo e della mancata comprensione.

Il compito assegnato agli attori non è di certo di poco conto, se si tiene in considerazione, tra le altre cose, che i dialoghi sono quasi completamente in dialetto e pochi vantano di essere siciliani d’origine – ed infatti non tutti sono capaci di essere all’altezza del task: se Michele Riondino ed Eduardo Scarpetta riescono discretamente a mantenere alto il livello della performance, Miriam Leone non sempre buca lo schermo ed emoziona come era riuscita la sua omonima con le pagine del libro. La Giulia Portalupi de I Leoni di Sicilia nata dalla penna di Stefania Auci è tutto fuorché asettica, e questa è l’immagine che il personaggio di Paolo Genovese trasmette per gran parte della serie TV. A conti fatti, molto meglio e molto più riuscito il personaggio di Eva Kant in Diabolik, interpretato sempre dalla stessa Leone.

Una cosa è certa: che possano o meno esserci apprezzamenti o disappunti sull’opera del regista romano, chi ha letto I Leoni di Sicilia non ha altra scelta se non ritornare a godere della bellezza di una storia di eternità come quella della saga dei Florio, e chi non ha avuto ancora il piacere di poter annoverarla tra le sue letture sarà sicuramente spinto, dopo la visione della serie, a recuperarla il prima possibile.

 

Fonte immagine di copertina: si ringrazia Cosmopolitan per la foto.

 

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