Il segreto di Liberato | Recensione

Il segreto di Liberato | Recensione

Il 9 maggio l’anonimo musicista partenopeo ha consegnato al suo pubblico il docufilm Il segreto di Liberato, al cinema fino al 15 maggio.

Ad oggi Il segreto di Liberato è sul podio del boxoffice italiano, attestandosi tra il primo e il secondo posto. Fin dal primo giorno, infatti, migliaia di fan e curiosi di questo strano mistero napoletano si sono ritrovati nelle sale cinematografiche di tutta Italia per capire se, effettivamente, ci sia qualcosa da scoprire su Liberato.  

Il Segreto

Penso che poche persone siano andate a vedere Il segreto di Liberato credendo ingenuamente che il cantante avrebbe rivelato la sua identità, quasi come a concludere una narrazione con il topos letterario del riconoscimento. Il docufilm è un segreto innanzitutto in senso etimologico: segreto deriva dal participio passato del verbo secernere (se- e cernere, vagliare) ovvero «mettere da parte». La genesi del docufilm è volutamente poco didascalica ma è precisa nell’immagine che vuole restituire al suo pubblico: Liberato assieme alla sua squadra, nell’arco di poco più di un anno, ha messo da parte riprese private durante il tour europeo, momenti, idee, aneddoti che, romanzati o meno, costruiscono una narrazione imprescindibile – questo lo si capisce a posteriori – per leggere l’universo musicale dell’artista e i suoi riferimenti. Non la sua personale narrazione. 

Il segreto di Liberato

Nel film vi è la parte documentaristica in presa diretta con la regia di Francesco Lettieri; vi è poi la parte animata creata dalla poetica matita di Lorenzo Ceccotti (noto con lo pseudonimo di LRNZ). In nessuna delle due versioni Liberato si rende riconoscibile: sempre mascherato da capo a piedi, anche nel sé bambino animato; sempre incappucciato, anche nel sé ragazzo disegnato da LRNZ. La voce, invece, è svelata: uguale quando riecheggia nei bassi a tutto volume in Piazza del Plebiscito, o quando durante il soggiorno londinese, anni prima di conoscere la fama attuale, esulta per la risposta di un noto produttore. La voce, dunque, e il suo linguaggio: un idioletto prevalentemente regionale, spesso contaminato, a volte idiomatico, altre osceno, ma difficilmente sostituibile. Forse, anche questo parte di una dissimulazione per rendere efficace la mascherata di una essenza pubblica, condivisa, comunicabile. 

Liberato

Il segreto di Liberato sembra voler affermare l’autenticità sulla sincerità: quest’ultima soddisferebbe solo una volgare curiosità, e svanirebbe il secondo dopo; la prima, invece, concettualizza, crea mondi, simboli, comunione, arrivando a prescindere dall’identità ad ogni costo. Come aveva intuito il filosofo Denis Diderot, una prova di comunicazione autentica è l’accent, il marchio che la natura incide sul linguaggio: non le parole, ma il tono; non i contenuti, ma il discorso. L’accento manifesta contemporaneamente la singolarità del soggetto, la presenza della natura – l’origine – come garanzia di autenticità del discorso, e il riconoscimento altrui. E Liberato marca il suo accento – linguistico, musicale e visuale – non fungibile su altre lingue e su altri discorsi, in una intersezione che moltiplica esponenzialmente gli ascolti, le risposte, e gli adepti, invece di limitarsi a riconoscere il suo pubblico in un ristretto numero di parlanti dialettali, giovani, deterministicamente kitsch, come parrebbe logico basandosi su un preconcetto. 

«Chist’è ‘o segreto mio»

Sia per chi vive Napoli sia per chi è lontano, Liberato ha creato una sintassi sentimentale ma innovativa all’interno di una grammatica consolidata: il disegno di una rosa, un tiro di “sigaretta”, la Napoli malinconica fuori dall’odioso folklore, le ricorrenze numeriche, le sonorità ibride figlie di una precisa tradizione che può tornare indietro anche di secoli, gli archetipi che parlano di origine senza retorica campanilista.

E, ancora, per chi è emigrato, Liberato è la voce di una maliarda sirena che ti parla del ritorno, la spina della rosa piantata nel cuore che ti ricorda di quella città-mondo che continua senza di te. Insomma, un lessico famigliare largamente condiviso da chi appartiene a un territorio e da chi lo scopre nei suoi video e nei suoi testi; un gioco di suoni e rimandi che Il segreto di Liberato, soprattutto avviandosi alla conclusione, si impegna a contestualizzare. Sta allo spettatore, poi, decidere se ciò gli basti o meno.

Viene naturale, quindi, accettare la distanza che Liberato tiene a mantenere, l’apparenza che manipola come una maschera al fine di salvaguardare la propria libertà; la stessa che gli permette di continuare questa narrazione reale e fantastica senza le incursioni inevitabili nel mondo comune e nei suoi compromessi. «Chist’è ‘o segreto mio». Semmai arrivasse il momento dell’agnizione, riscuotendo una fisionomia precisa al costo di un mefisto e degli occhiali da sci, anche gli spettatori dell’opera Liberato perderebbero la libertà di immedesimarsi in quel canto autentico e di appropriarsi di una grammatica fatta per l’anima e non per le parole, dove anche una Napoli manga risulta credibile e non solo scelta estetica

Fonte immagine in evidenza: locandina ufficiale del film dalla pagina Instagram di Liberato.

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