Illusione, quando il dramma si traveste da commedia

Illusione

Presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, Illusione di Francesca Archibugi è la promessa – non mantenuta – di un’indagine su un grande enigma che si trasforma in un racconto comico e un po’ caotico.

Il mistero di Rosa Lazar

Rosa Lazar – interpretata dall’esordiente Angelina Andrei – viene trovata in un fosso nei pressi di Perugia. Quando riapre gli occhi, non ha idea di come sia arrivata fin lì: è sporca, ferita, ma viva. Dopo essere stata soccorsa, viene accolta in una casa famiglia gestita dalle suore, dove vivono altre ragazze con storie difficili. Qui incontra la sostituta procuratrice Cristina CamponeschiJasmine Trinca – e lo psicologo Stefano MangiaboschiMichele Riondino – incaricati di occuparsi del suo caso. La prima vuole fare luce su un possibile giro di prostituzione minorile che attraversa i confini europei, il secondo tenta di aiutarla a ricordare, a ricomporre un passato che la sua mente ha frantumato per proteggersi. Poco a poco, frammenti di memoria riaffiorano, portando alla luce la verità: Rosa è una quindicenne moldava, cresciuta in una periferia povera di Bucarest, tra pollai, case sgangherate e il sogno di diventare una modella. Spinta da un cugino che lavorava in contesti discutibili, aveva lasciato la Romania per inseguire il suo sogno. Promessa che presto si trasforma in una trappola: un giro di prostituzione che la conduce da una città all’altra, fino a quella notte in cui, forse in fuga, era finita nel fango di Perugia.
Intorno a lei si muove un’umanità stanca: genitori distratti, finti amici e istituzioni che non assolvono al loro dovere. Nel tentativo di ricostruire la verità, il film rivela una mappa di relazioni interrotte, in un racconto che procede a scatti.

Identità cancellate

Illusione

Illusione tenta di costruire la storia in maniera corale, tra presente e passato. Finisce, però, per perdere la bussola. Il punto di vista è instabile: non si fissa mai né su Rosa, né sui personaggi che la circondano. Il tema della prostituzione poteva essere affrontato attraverso gli occhi della protagonista, ma quei continui flashback e salti temporali, invece di restituirci la sua soggettività, per qualche ragione la allontanano. Rosa sembra intrappolata in una narrazione che la osserva più di quanto la ascolti. Allo stesso modo, la dimensione investigativa, che poteva essere il cuore del film, resta solo accennata. Non vediamo mai davvero come funzionano le indagini, le dinamiche del traffico, le reti di potere.

Una confusione che si sposta anche sui personaggi stessi. L’emblema è lo psicologo: per gran parte del film il pubblico è sospeso tra empatia e inquietudine nei suoi confronti, tra il dispiacere per la situazione equivoca in cui si trova – Rosa si è innamorata di lui – e il turbamento per quelle sue parole che lasciano intendere una qualche forma di attrazione nei confronti della minorenne. L’ambiguità si dissolve poi improvvisamente in una scappatella con la procuratrice. Uno snodo narrativo un po’ banale, che sa più di soap che di dramma psicologico, considerando che non aveva alcuna utilità ai fini della narrazione se non a mostrare che non era “quello che sembrava”. Insomma, una scelta disorientante.
Nonostante i personaggi siano scritti in modo un po’ incerto, gli attori riescono a tenere in piedi la baracca con un’interpretazione convincente: Angelina Andrei regge la parte con destrezza per essere un’esordiente, mentre Jasmine Trinca e Michele Riondino confermano tutto il loro talento, nonostante una sceneggiatura che sembra limitarli, con battute riduttive per una storia che non può che essere complessa.

C’è poi la questione del tono, forse il punto più debole: Archibugi alterna dramma e ironia. La suora comica, la suocera pronta a monetizzare la tragedia, i magnaccia superstiziosi: personaggi che sembrano usciti da una tipica commedia all’italiana. La comicità, in sé, non è un problema, ma lo diventa quando viene inserita in un film che è lontano dall’appartenere a quella categoria. Così, quando la protagonista viene definita “la vergine moldava” perché “porta sfortuna”, si ride, sì, ma amaramente, e non per ciò che il film vuole dire, bensì per ciò che non riesce a dire.

Eppure, Illusione non conta solo criticità: c’è uno sguardo interessante su una faccia marginale dell’Europa, quella che vive ai bordi della mappa, in cui non arriva lo sguardo del turista; un’Europa che vive tra miseria, traffici e sogni infranti. Archibugi prova a restituire la sensazione di un continente diviso tra chi ha voce e chi no. Rosa e le altre ragazze rappresentano una parte di questa massa silenziosa: identità prive di una storia, cancellate o, ancor meglio, incasellate in quella che può essere la loro sola identità, quella della prostituta. Non a caso, il disturbo mentale della protagonista viene diagnosticato soltanto alla fine della pellicola, come per mostrarci quanto poco si sappia davvero di loro.
Inoltre, quando una delle prostitute urla al magnaccia albanese che non avrebbe dovuto prendere anche Rosa perché “era una modella” e “aveva una vita”, emerge un altro volto della tragedia: quello di chi si convince che esistano persone di prima e seconda scelta, di chi pensa che coloro che non hanno rilevanza nella società possano essere inghiottiti senza rimpianti nel vortice dello sfruttamento.

Illusione, un film che si perde lungo la strada

Il tentativo di guardare dove di solito lo sguardo si distoglie è più che apprezzabile, ma il risultato resta imperfetto: un’eccessiva comicità nei momenti in cui non dovrebbe esserci, la tendenza a ridurre la gravità dei fatti con battute che finiscono per banalizzare la situazione e una confusione generale. Tutti elementi che rendono difficile salvare il film, nonostante non manchino spunti e idee interessanti. Insomma, qui la vera illusione è credere di poter mostrare il dolore senza sporcarsi le mani.

Fonte dell’immagine: ufficio stampa

 

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