Diretto dal regista statunitense Carlo Mirabella-Davis, Swallow scava in profondità nella dimensione intima della protagonista, interpretata dall’attrice Haley Bennett, attraverso una cruda narrazione e un linguaggio stratificato.
Scheda riassuntiva del film Swallow
| Dettaglio cinematografico | Informazione |
|---|---|
| Titolo originale | Swallow |
| Anno di uscita | 2019 |
| Regista | Carlo Mirabella-Davis |
| Attrice protagonista | Haley Bennett (Hunter) |
| Disturbo affrontato | Picacismo |
Indice dei contenuti
Ne emerge la genesi di un disagio psichico profondo, radicato nell’interiorità della donna. Nel film, il corpo non si configura come semplice oggetto, ma come uno spazio all’apparenza inaccessibile, ma allo stesso tempo quasi sacro, in cui si depositano tensioni e traumi ancestrali, che si manifestano attraverso un disturbo alimentare specifico: il picacismo (dal latino pica, gazza), ovvero l’ingerire oggetti di varia natura non commestibili. Un gesto estremo che, nel silenzio e nella sua apparente assurdità, si rivela carico di significato, trasformandosi da sintomo a linguaggio capace di trasmettere una sofferenza che altrimenti altrove non sarebbe comunicabile.
Swallow (2019): la trama del film
Hunter, la protagonista di Swallow, è una giovane donna e futura madre, la cui vita sembra essere racchiusa in una bolla apparentemente perfetta: abitudini quotidiane, marito facoltoso spesso in giro per affari, e una casa asettica dalle grandi vetrate, costruita secondo un’estetica minimale. All’apparenza, ogni oggetto sembra essere al proprio posto, in uno spazio fisico che solo apparentemente emana accoglienza. Non c’è disordine, nessuno spazio per imprevisti. Tutto sembra essere chirurgicamente al proprio posto. Le grandi vetrate della villa illuminano ogni stanza, ma allo stesso tempo delimitano ed espongono, finendo per trattenere e soffocare chi vi abita. In questo ingannevole stato di equilibrio, Hunter si troverà a vivere, passivamente, una perfezione desiderata al principio, ma che in realtà ora non le appartiene più.
Proprio in questa contingenza, l’impulso squarcia la superficie dell’ordinarietà come un grido silenzioso. Dapprima come gesti isolati. Hunter comincerà ad ingoiare oggetti potenzialmente mortali (spillette, biglie, pile, chiodi) e lo fa nel momento in cui la notizia della sua gravidanza, non propriamente voluta, arriva inaspettatamente. Il gesto di swallow, ovvero: ingoiare, diventerà così una necessità viscerale da soddisfare nell’immediato. Il compiacimento della donna aumenta progressivamente quando gli oggetti ingeriti sono più grandi. Una volta espulsi, quei resti materiali ritornano alle sue mani, vengono raccolti e conservati, allineati in fila, come dei trofei. Questo gesto si traduce nella volontà disperata di Hunter di trattenere una parte di sé che probabilmente, altrove, non riesce a esistere.
La figura della protagonista infatti, appare come presenza quasi incorporea e fragile, che tenta di resistere al perenne controllo che hanno su di lei il marito, i suoceri, e non per ultimo, l’ambiente che la circonda. Il corpo, laddove le parole non riescono ad arrivare, diventa teatro e sfogo di un dolore che non trova voce, in nessun modo. Un contenitore emotivo, l’unico spazio in grado di farle provare un qualcosa. Ingerire gli oggetti, in questo senso, significa sottrarli al mondo esterno, renderli intoccabili, custodirli nella propria carne, l’unico luogo dove per lei può esistere qualcosa. Perché fuori dalla sua pelle, niente sembra appartenerle. Tutto è già definito, assegnato, catalogato, persino la vita che porta in grembo appare destinata a un mondo che la esclude.
Neanche la gravidanza o il confronto con il pericolo riesce ad arrestare il rituale, diventato oramai quotidiano. Il bisogno disperato, che muove il gesto, è più forte di ogni possibile conseguenza, e il rischio non si configura come un limite, neppure quando verrà portata d’urgenza all’ospedale a causa dei danni provocati dai numerosi oggetti ingeriti. Quando Hunter viene scoperta, viene affidata ad una terapeuta, la quale riuscirà a instradarla in un percorso in cui verrà a galla l’ipotetica genesi del suo dolore: una violenza originaria, quella subita dalla figura materna. Ma più che offrire una spiegazione, questa rivelazione sembra frammentare ancora di più l’identità della donna. Nel finale tuttavia, qualcosa cambia: Hunter comincia ad affrontare i mostri del suo passato. Per la prima volta prende spazio, il suo spazio, anche al di fuori del suo corpo che fino a quel momento aveva utilizzato come unico mezzo di espressione del proprio malessere. Resta fragile, ma non più completamente passiva, e finalmente la sua voce inizia a trovare una forma. E quei corpi estranei, arrivano a spogliarsi del loro significato iniziale, dando un nuovo valore alla sua esistenza.
Swallow (2019): il significato tra sintomo e origine del disagio
Il comportamento della protagonista del film può essere letto in chiave eziopatogenetica, come espressione di un disagio le cui radici si rintraccerebbero in un vissuto individuale segnato da traumi. La violenza che ha segnato la sua storia familiare, e l’incessante controllo a cui viene giornalmente sottoposta, contribuisce alla costruzione di una condizione in cui il corpo appare come unico mezzo capace di esprimere il conflitto. L’atto dell’ingoiare oggetti, può essere interpretato non solo quindi come manifestazione patologica, ma come uno sforzo di regolazione di un malessere psicologico che non trova altrimenti altre vie di espressione. In questa prospettiva inoltre, il picacismo non si presenta come mero segnale di disfunzione, ma come una modalità per dare forma e significato a contenuti non mentalizzati. L’ingestione di oggetti che possono essere pericolosi per la vita, può avere un duplice e paradossale significato: da un lato un gesto autodistruttivo, in quanto capace di arrecare danni rilevanti alla persona, ma dall’altro, profondamente significativo, poiché proprio attraverso il medesimo gesto la protagonista tenta di esprimere ciò che non è stato simbolizzato nel suo fragile mondo interiore.
Un altro possibile elemento responsabile dello scompenso di Hunter, è lo stato di solitudine in cui si trova, che può essere interpretato come espressione di una forma depressiva. Non è tanto la mancanza di un qualcuno, o di un riconoscimento emotivo, quanto più il sentirsi completamente invisibile agli occhi degli altri. In questo ritiro psichico, la figura della protagonista perde consistenza, si svuota completamente della sua soggettività, trovando in un gesto autolesivo, ovvero l’ingerire, l’unico modo per comunicare qualcosa. A questi elementi si aggiunge anche il legame con il marito, oramai compromesso poiché segnato da un persistente disinteresse reciproco. Anche qui, i bisogni di Hunter e le sue emozioni, non vengono percepiti. Non ci sono violenze fisiche, ma forme più sottili e silenziose, che contribuiscono al disagio della donna.
Swallow (2019) trama e significato del film offrono una chiave di lettura che mostra come la dimensione corporea, in stati di eccessiva sofferenza, possa configurarsi come unico spazio dove il sé diventa l’unico luogo di espressione, assumendo una funzione di regolazione e quindi, di sopravvivenza psichica. In questa prospettiva la pellicola non mira tanto a patologizzare, né al trovare una risoluzione, quanto più all’aprire uno spazio di riflessione sul rapporto, spesso conflittuale, tra corpo e soggettività, mostrando cosa accade quando la sofferenza non si esprime attraverso il linguaggio e costringe l’essere umano a cercare nel proprio corpo un tentativo per esistere.
Fonte immagini in evidenza: screenshot dal trailer su YouTube

