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Eroica Fenice

Taxi Teheran: una corsa per la libertà

Taxi Teheran: una corsa per la libertà

Taxi Teheran, il nuovo film di Jafar Panahi, nelle sale dal 27 agosto, è interamente girato all’interno di un taxi che percorre le strade della capitale iraniana. Condannato dal governo iraniano nel 2010, che lo accusava di aver diffuso propaganda anti- islamica, a venti anni di silenzio in libertà sotto cauzione («a esprimersi in opere d’ingegno artistico ed intellettuale») pena la detenzione per sei anni, il regista è riuscito già a girarne due (This is not a film, 2012 e Closed Curtain, 2013) prima di questo neorealista viaggio tra le strade della sua città.

Aggirando ancora una volta controlli e censure del proprio paese, Panahi decide di mettersi al volante di uno sgangherato taxi sul cui cruscotto è istallata una piccola telecamera che ritrae i diversi “clienti” che salgono per brevi tratti sulla vettura gialla che, come vuole il costume iraniano, possono viaggiare insieme e fermarsi lungo la strada. Gli spettatori del film, seduti nell’auto insieme a Panahi regista e attore (con conseguenti brusche frenate e passaggi in gallerie poco illuminate), assistono alle più diverse e vivaci discussioni sulla società nella quale vivono i passeggeri che si avvicendano nel giro della città.

Taxi Teheran racconta la capitale iraniana

Solo alcuni clienti sanno del progetto cinematografico del regista, tanto che un borseggiatore che discute con una maestra di asilo sull’applicazione delle pene capitali agli scippatori e ai ladri, parlando di una recente impiccagione di due giovani ladri, pensa si tratti di un antifurto. Tra i clienti che salgono a bordo di questo “set su 4 ruote”, due signore con una vaschetta con due pesci (la citazione è del film dello stesso Panahi The White Baloon) che, inevitabilmente, a causa di una buca cadono nell’auto con disappunto delle clienti anziane che danno dell’incompetente al tassista-per-un-giorno costretto a riporli in una busta di plastica.

Mentre l’auto ha come unico passeggero il venditore nano di dvd pirata Omid (uno dei pochi a sapere della telecamera), viene caricato anche un ferito in un incidente motociclistico che, pensando di essere vicino alla morte, si fa registrare con il cellulare di Panahi, mentre fa testamento altrimenti, dice, «a mia moglie spetterebbero solo un paio di tacchini». La sosta successiva a quella imprevista dell’ospedale ci porta in un quartiere altolocato dove un giovane studente di cinema della facoltà di arte acquista i dvd pirata di film proibiti in Iran, dietro suggerimenti dello stesso “autista”. Ma Panahi decide di affidare la spiegazione sulla censura del cinema alla nipotina Hana, che a scuola deve preparare un cortometraggio che rispetti le regole auree della produzione islamica e che quindi sia diffondibile (questo di Panahi non lo è, infatti non ha titoli di coda). Tra queste regole vi è quella per cui il personaggio positivo non deve avere nomi persiani e non deve indossare la cravatta, e quella legata al carattere non disdicevole del racconto: l’aver filmato un bambino povero che raccoglie 50 toman cadute ad uno sposo prima di salire in auto con la futura moglie non permette di usare quelle immagini, con grande disappunto della bambina, che però si rallegra quando le viene offerto un caffè glacè da un cliente speciale.

Alla fermata successiva, infatti, il taxi è atteso da un amico di Panahi che racconta al regista di un furto in casa propria durante il quale è riuscito a riconoscere i ladri, suoi conoscenti, filmati anche da una telecamera interna. L’uomo, nonostante sia rimasto ferito, ha deciso di non denunciare marito (che serve loro le spremute in auto e di cui non riusciamo a vedere il volto) e moglie perché ha scoperto che con i soldi rubatigli hanno potuto risollevare la loro situazione economica.

L’incontro più toccante è, però, quello con l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh (la “signora delle rose”) che difende la giovane Ghoncheh Ghavami, arrestata mentre cercava di entrare allo stadio per assistere alla partita di volley Iran-Italia, poi liberata su cauzione. Nasrin ci racconta dello sciopero della fame e della sete della ragazza che non riceve visite da quando la madre si è rifiutata di negare lo sciopero della figlia in carcere.

Ultima fermata: Jafar e Hana scendono dall’auto per restituire un borsellino dimenticato, ma a salire sul taxi, stavolta, non sono simpatici e strambi clienti e nemmeno ladri di “catorci”, come la piccola apostrofa l’auto dello zio…

Tra risate amare e emozioni, sballottamenti, sorrisi a denti stretti, frenate, gallerie e consumazioni a bordo, Panahi conduce gli spettatori in un viaggio nella sua Teheran, città di contraddizioni: tra una grande passione per il cinema e l’arte e la censura e il mercato nero dei film, tra la modernità della tecnologia che supera ogni sistema repressivo e lo sguardo sereno di Panahi che percorre le vie della città sapendo di bere ancora una volta alla fonte dei grandi e premiati artisti militanti.

La corsa di Taxi Teheran è finita, ma gli spettatori restano a bordo.

È facile pagare il servizio e scendere quando si ha la libertà in tasca.

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