Thunderbolts* e la dicotomia junghiana: recensione

Thunderbolts*

Thunderbolts* è un film del MCU in grado di intrattenere e allo stesso tempo far riflettere su temi non sempre facili da raccontare

Thunderbolts*, diretto da Jake Schreier e uscito il 30 aprile nelle sale italiane, è l’ultima fatica cinematografica del Marvel Cinematic Universe. Dopo anni di vacche magre in termini di indice di gradimento e di incassi (ovviamente rispetto agli standard stellari a cui eravamo stati abituati), la Marvel cinematografica torna alle origini, portando sul grande schermo una storia originale senza troppe pretese di rivoluzionare l’intero filone, ma che riesce a divertire, a tratti a far riflettere ed emozionare e a dare nuova linfa e vigore a personaggi fino ad oggi rimasti a dir poco marginali.

Un (gradito) ritorno alle origini

Thunderbolts* è un film che sorprende per il suo tono scanzonato ma che strizza l’occhio anche a temi più che scivolosi. Non si prende mai troppo sul serio, ma riesce comunque a toccare le corde emotive dello spettatore, seppur rimanendo in superficie. Il ritmo, seppur altamente deficitario e problematico, specie nella parte iniziale, non impedisce di godere a pieno del prodotto. Se il più grande difetto della Marvel degli ultimi anni era stato quello di cercare di rendere in modo semplicistico storie complesse, Thunderbolts* torna alle origini dell’universo narrativo di Kevin Feige, a quando si raccontavano storie dalla trama di base molto semplice ma che venivano rese in maniera complessa e ben sfaccettata.

Thunderbolts*: Il valore dei personaggi

Il punto di forza del film risiede senza ombra di dubbio nella formazione stessa dei Thunderbolts*. Ritroviamo personaggi già noti al grande pubblico — come il Red Guardian di David Harbour, sempre perfetto nei tempi comici e capace all’occorrenza anche di essere profondo, oppure lo US Agent interpretato da Wyatt Russell (di cui forse si sarebbe sentita l’esigenza di un ulteriore approfondimento) — ma questa volta inseriti in un contesto che permette loro di avere una precisa collocazione. La vera sorpresa è, però, Yelena (vera e propria leader del team),  interpretata da Florence Pugh, a cui finalmente viene data una precisa e forte caratterizzazione e che riesce nell’intento di raccogliere (finalmente) il testimone dalla sorella acquisita Natasha e di ritagliarsi un proprio spazio all’interno dell’universo condiviso.

Uno dei maggiori difetti del film potrebbe essere il fatto che non tutti i personaggi ricevono lo stesso spazio narrativo (Ghost, ad esempio, resta un po’ ai margini), ma il film sfrutta comunque il fatto di aver già presentato la maggior parte di loro, dando per scontato che il grande pubblico abbia già avuto a che fare con loro. Ciascun membro della squadra è alle prese con ferite personali, traumi e difficoltà interiori: un gruppo di disadattati, falliti e senza meta, diventati eroi quasi per caso ma che trovano nel fare del bene l’unica ancora di salvezza per non far deragliare la propria nave interiore. 

Thunderbolts* e la dicotomia junghiana: una riflessione sulla salute mentale

Uno degli aspetti più interessanti del film è sicuramente la centralità avuta del tema della salute mentale. I Thunderbolts sono individui segnati nel profondo, alla ricerca di una forma di catarsi personale. Per raccontare questa eterna lotta interiore, Il film adotta la dicotomia junghiana dell’eroe e della sua ombra: ogni personaggio, prima di affrontare un nemico esteriore, deve prima confrontarsi con il proprio lato oscuro. Questa, è una chiave di lettura che il film propone in modo semplice ma assolutamente non scontato, e che dona profondità a quella che altrimenti sarebbe potuta apparire come un semplice giorno in ufficio del più classico degli eroi.

Parte Spoiler – Il Vuoto da combattere

La minaccia centrale del film non è rappresentata tanto da un villain (che comunque è ben caratterizzato, sia a livello visivo che narrativo) quanto da un nemico più interiore: il Vuoto, o Void, ovvero il lato oscuro di Bob/ Sentry, una delle sorprese più gradite dell’intera pellicola, interpretato in modo convincente da Lewis Pullman, che riesce nell’intento di immergersi perfettamente nel dramma interiore di Bob, un ragazzo dal passato torbido e trasformato praticamente nell’anticamera marvelliana di Superman da un esperimento.

Appena accennato, se pur credibile, il rapporto che si instaura tra lui e Yelena, che lascia intendere che (forse) tra i due potrebbe nascere qualcosa in futuro. In una delle scene più significative della pellicola, Yelena, dice a Bob (Sentry) che per sconfiggere il Vuoto bisogna “ributtarlo giù”, ignorarlo, andare avanti. Riflessione che viene puntualmente smentita dall’entrata in scena della parte oscura di Sentry, per l’appunto Void, Per sconfiggere il proprio vuoto interiore non bisogna combatterlo o ignorarlo, quanto accettarlo, farlo proprio, abbracciarlo. Il vuoto è anche allegoria della depressione di cui evidentemente Bob soffre (e che mette a dura brava anche tutti gli altri protagonisti) e di cui Void è vera e propria personificazione. Thunderbolts* parla dunque di accettazione di sé, e lo fa senza scadere troppo nella retorica o in inutili paternalismi, lasciando il segno nello spettatore anche laddove la sceneggiatura non sempre risulta perfetta, anzi.

La Dicotomia di Thunderbolts*: difetti e speranze

Thunderbolts non è un film perfetto: presenta problemi di ritmo, alcune scelte narrative discutibili e un uso non sempre bilanciato dei suoi personaggi. Ma possiede una qualità che mancava da tempo ai prodotti Marvel: è un film realizzato con il cuore. È una pellicola che diverte, coinvolge e che, soprattutto, funziona in prospettiva. Alla fine della visione, resta la voglia di seguire ancora questo gruppo sgangherato di antieroi in cerca di identità, redenzione e — forse — pace interiore.

Fonte immagine in evidenza: Wikimedia Commons

Link immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Thunderbolts*Movie.png

Autore/proprietario: MeDaydreamer 

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