Quando il traffico organico sembra abbassarsi, sparisce all’improvviso, non crolla sempre in modo spettacolare, ma si assottiglia, si frammenta, diventa meno prevedibile. Si guarda Search Console, si vedono impression stabili o persino in crescita, eppure i clic scendono.
Si controllano le SERP e si scopre che la pagina non è davvero peggiorata: è stata messa in seconda fila, mentre in alto compaiono risposte sintetiche, riquadri, panoramiche AI, blocchi che risolvono la domanda in un colpo solo. In altre parole: non te lo stai immaginando.
Il comportamento della ricerca sta cambiando e, con lui, sta cambiando la distribuzione della visibilità.
Le panoramiche AI, i motori di risposta e la ricerca conversazionale stanno spostando l’attenzione dall’elenco dei link blu verso un’esperienza più “chiusa”, in cui l’utente ottiene un riassunto, un confronto, una raccomandazione e spesso anche un passo successivo suggerito, senza dover cliccare.
La domanda di informazione, però, non è diminuita, anzi: cresce la frequenza con cui le persone cercano e chiedono, è il traffico a muoversi. I clic vanno dove la risposta si chiude più velocemente, e questo ridisegna un equilibrio che per anni è stato relativamente stabile.
Ma come restare visibili e influenti quando la ricerca non distribuisce più attenzione nello stesso modo? Qui entra in gioco un concetto che negli ultimi mesi ha iniziato a circolare con sempre maggiore insistenza: GEO, Generative Engine Optimization, ovvero l’ottimizzazione per i motori generativi.
Non è una rivoluzione che impone di buttare via la SEO, è un’evoluzione che sposta il baricentro: dai contenuti pensati solo come pagine che devono posizionarsi, verso contenuti e segnali progettati per far emergere entità.
Il brand, il prodotto, il servizio, l’esperto, la metodologia, la promessa verificabile. In un ecosistema dove la risposta viene composta “in tempo reale” attingendo a fonti multiple, vince chi è facile da interpretare, citare e collegare.
Parlare di GEO: è una moda?
La SEO tradizionale ha sempre lavorato su un principio implicito: se mi posiziono, ottengo clic; se ottengo clic, ottengo opportunità.
L’AI cambia solo la seconda parte dell’equazione, si può essere posizionati, e tuttavia ricevere meno clic, perché l’utente trova ciò che gli serve prima di arrivare sul sito. A quel punto la visibilità non coincide più solo con la posizione in SERP, ma con la presenza dentro la risposta.
La GEO è semplicemente una risposta pragmatica a questa realtà: se l’utente non clicca, il brand deve essere comunque riconosciuto, citato, raccomandato.
Perché la citazione è diventata una forma di influenza: è l’istante in cui un sistema generativo suggerisce “questa azienda”, “questo metodo”, “questa guida”, “questa fonte”, è il nuovo spazio in cui si gioca la preferenza.
Questo è il motivo per cui la GEO ragiona in termini di entità: una pagina può anche essere perfetta, ma se il brand non è chiaramente identificabile, se gli esperti non sono contestualizzati, se il sito non comunica coerenza e autorevolezza a livello di dominio, i sistemi generativi faranno fatica a utilizzarlo come fonte.
Al contrario, un ecosistema editoriale che costruisce segnali chiari e strutturati può emergere anche in contesti dove i clic sono meno generosi, perché è “riutilizzabile” come riferimento.
Che cosa cambia davvero rispetto alla SEO classica
È utile dirlo con chiarezza: la SEO non smette di servire. Serve eccome. Ma smette di essere sufficiente quando l’obiettivo è presidiare le risposte, non solo le posizioni. La SEO ottimizza pagine per query e intento. La GEO rafforza entità e relazioni, in modo che i motori generativi possano comporre risposte citando fonti affidabili.
La differenza si vede soprattutto in due aspetti:
- La forma della risposta: i sistemi generativi tendono ad anticipare domande successive, aggiungono contesto, confrontano opzioni. Questo richiede fonti che contengano dettagli, distinzioni, condizioni, dati, non solo definizioni generiche.
- La logica di selezione: se in un elenco di risultati puoi competere anche con una pagina “furba”, nella ricerca generativa competi con la tua capacità di essere interpretato in modo coerente e di sostenere un pezzo della risposta. I contenuti che non hanno struttura e autorevolezza rischiano di essere ignorati.
SEO e GEO: insieme per una strategia che funziona
La buona notizia è che non serve reinventare tutto, la GEO si costruisce sui principi strutturali e semantici della SEO che già si conoscono, richiede semplicemente un cambio di priorità: più struttura, più chiarezza, più coerenza.
Meno dipendenza dal “contenuto singolo” e più attenzione alla reputazione informativa dell’intero dominio, quindi ci sono quattro aree su cui, nel 2026, conviene intervenire con metodo.
E-E-A-T al centro delle strategie SEO
Nel contesto della ricerca generativa esperienza, competenza, autorevolezza e affidabilità diventano criteri pratici: i motori che compongono risposte hanno bisogno di fonti che “reggano”.
Per reggere, una fonte deve mostrare che dietro c’è una competenza reale, e che quella competenza ha contorni verificabili.
Operativamente, questo si traduce in scelte editoriali precise:
- contenuti firmati, con profili autore completi e credibili, non schede anonime
- pagine “Chi siamo”, “Metodo”, “Processo”, “Fonti” curate davvero, perché definiscono l’entità aziendale
- casi d’uso, esempi, procedure, linee guida interne: l’esperienza non si dichiara, si dimostra
- aggiornamenti e manutenzione: un contenuto autorevole è anche un contenuto vivo, che non lascia dati obsoleti
Qui la SEO incontra la brand strategy: se il sito non rende chiaro chi parla e perché è legittimato a farlo, la visibilità generativa diventa fragile. Si può anche posizionarsi, ma è più difficile essere citati come riferimento.
Rendere i contenuti leggibili dai crawler AI (non solo da Googlebot)
Un punto tecnico che molti sottovalutano riguarda l’accessibilità delle informazioni per i crawler dei sistemi AI.
Googlebot gestisce bene JavaScript e renderizzazione, ma non tutti i crawler che alimentano strumenti di ricerca conversazionale lavorano allo stesso modo.
Ciò significa che un sito bello, moderno, pieno di componenti dinamiche può risultare meno trasparente a un sistema che non renderizza correttamente o che recupera solo parte dell’HTML.
In questa fase, chi vince è spesso chi ha una struttura prevedibile:
- HTML pulito, con contenuto principale immediatamente disponibile;
- gerarchia chiara di titoli (H1/H2/H3) che descrive davvero la pagina, non una scaletta decorativa;
- navigazione coerente, URL leggibili, pagine accessibili senza percorsi contorti;
- contenuti chiave non “nascosti” dietro tab, accordion infiniti o blocchi caricati in ritardo.
Questo è un invito a non sacrificare interpretabilità e leggibilità sull’altare dell’estetica o delle performance apparenti. Un crawler che non comprende bene una pagina difficilmente la userà come fonte, anche se la pagina è valida.
Dati strutturati: ciò che non si vede, ma decide la selezione
Se la GEO lavora sulle entità, i dati strutturati sono il ponte tra contenuto e interpretazione. Schema markup, metadati completi, testo alternativo descrittivo, trascrizioni per video e podcast: sono tutti elementi che aiutano un sistema a capire “di che cosa stiamo parlando” e come quel contenuto si collega a un’entità precisa.
Non serve trasformare ogni pagina in un documento tecnico, serve, però, fare bene alcune cose che hanno un impatto sproporzionato:
- FAQ schema quando esistono domande reali e ricorrenti, non per riempire spazio
- Organization/LocalBusiness schema per definire l’entità aziendale, sedi, contatti, social, loghi
- Article schema con autore, data, aggiornamenti, categorie, perché rende il contenuto citabile
- Product/Service schema quando rilevante, per rendere chiari attributi, prezzi, disponibilità, varianti
- alt text descrittivo per immagini che contengono dati o concetti utili (grafici, tabelle, schemi)
- trascrizioni per contenuti audio/video: un contenuto non trascritto è spesso un contenuto invisibile
In un mondo di risposte composte, la macchina sceglie fonti che può collegare e classificare. I dati strutturati sono una forma di rispetto per la macchina: le dici, senza ambiguità, che cosa stai offrendo.
Ripensare la misurazione: traffico meno centrale, impatto più profondo
Il passaggio più difficile, per molte organizzazioni, non è tecnico. È mentale: smettere di considerare il traffico come unica stella polare. Se una parte delle risposte si chiude in SERP o nella chat, il click diventa una variabile meno stabile. Questo non significa accettare passivamente il calo, significa misurare meglio ciò che conta.
Le metriche che iniziano a pesare di più sono:
- conversioni e micro-conversioni (contatti, richieste, iscrizioni, demo).
- crescita della domanda di brand (ricerche navigazionali, query con nome azienda/prodotto).
- sentiment e percezione, dove possibile misurarli con strumenti di brand monitoring.
- visibilità dentro risultati generativi: citazioni, menzioni, presenza come fonte, ricorrenza del brand.
- impatto sull’imbuto: quante persone arrivano già “prequalificate” perché hanno letto una risposta AI che ti cita.
Isan Hydi, CEO di Wolf Agency, sintetizza bene questo cambio di prospettiva: «Il traffico resta un indicatore utile, ma non è più il termometro definitivo della visibilità. Se un brand viene citato nelle risposte generative, entra nella shortlist mentale dell’utente anche quando non clicca subito. La SEO insieme alla GEO serve a costruire quell’influenza e poi a misurarla con KPI più vicini al business, non solo alle sessioni».
SEO e GEO insieme: il modello che evita estremismi
Il rischio più comune, quando si parla di GEO, è cadere in due estremi: ignorarla perché “la SEO ha sempre funzionato”, oppure inseguirla come se fosse una sostituzione totale. SEO e GEO sono due elementi complici tra loro, si rafforzano tra loro, non si escludono sono figlie dello stesso ecosistema di strategie che ha guidato negli anni l’ottimizzazione dei siti web. Se vengono orchestrate con intelligenza:
- una buona SEO tecnica rende il sito accessibile e veloce, condizione necessaria anche per i sistemi AI;
- una strategia contenuti basata su profondità semantica aumenta probabilità di citazione e stabilità in SERP;
- Digital PR e link building rafforzano l’autorità del dominio, che resta un segnale forte anche per la selezione delle fonti;
- struttura e dati rendono le entità leggibili, quindi “utilizzabili” nelle risposte generative.
La domanda giusta, quindi, non è “SEO o GEO?”, ma “quali segnali devo rafforzare perché il mio brand sia presente sia nei risultati classici sia nelle risposte composte?”.
La partita non si giocherà soltanto sul numero di articoli pubblicati o sulla perfezione di una singola pagina.
Si giocherà sulla capacità di un brand di apparire affidabile quando la ricerca smette di essere un elenco di link e diventa una risposta.
Chi comincia a lavorare adesso su struttura, autorevolezza, interpretabilità e misurazione, nel 2026 non avrà soltanto più visibilità: avrà più controllo su come il proprio nome entra nelle decisioni, anche quando il click non è più l’unico passaggio obbligato.

