Il fenomeno del Doxxing, ovvero la diffusione online non autorizzata di dati personali sensibili di una persona, si è evoluto ben oltre le sue origini hacker-underground degli anni ’90 ed è diventato un’arma di intimidazione, ricatto, discriminazione, vendetta o controllo, con conseguenze concrete nella vita reale di chi viene preso di mira. Il meccanismo del doxxing è spesso molto semplice: basta raccogliere informazioni personali come nome reale, indirizzo, telefono, dati sensibili, foto, magari sfruttando falle di privacy o leak di dati, e renderle pubbliche, spesso accompagnate da accuse, minacce o inviti a molestie collettive. Lo scopo non è quasi mai “scherzoso”: può essere intimidazione, vendetta personale, pressione pubblica, esclusione sociale, ma anche estorsione, stalking, e, nei peggiori casi, violenza reale o auto-isolamento della vittima.
Tra gli esempi reali che mostrano la pericolosità del fenomeno c’è il caso del 2024 noto come 2024 J.E.W.I.S.H creatives and academics doxxing incident, quando un gruppo di attivisti che protestavano per ragioni politiche diffuse i contatti personali, inclusi indirizzi e numeri telefonici, di oltre 600 accademici e creativi ebrei australiani, dopo che il gruppo aveva scritto al broadcaster nazionale per chiedere la rimozione di una giornalista. Il leak scatenò un’ondata di minacce, molestie e attacchi contro molti membri del gruppo. Un altro caso recente riguarda l’account “LAScanner” negli USA: il gestore, Jack Quillin, nell’estate 2025 pubblicò informazioni personali di agenti federali, inclusi nomi e indirizzi, provocando controversie legali e accuse di “doxxing” verso la sua persona. In contesti di protesta, attivismo o conflitti sociali il doxxing è stato usato come strumento di pressione: durante le proteste di 2019–2020 Hong Kong protests furono rivelati i dati di centinaia di poliziotti, manifestanti, giornalisti e politici su piattaforme e forum online, con minacce, violenze e campagne di odio.
Spesso, chi fa doxxing giustifica l’azione come “giustizia fai-da-te”, “smascheramento di cattivi”, “difesa sociale” o “trasparenza”. Ma questo approccio rischia di colpire innocenti, di generare false accuse, di alimentare odio e vendette e, soprattutto, di distruggere vite reali. I rischi per la vittima sono molteplici: perdita della privacy, minacce fisiche, molestie, stalking, inserimento in liste pubbliche ostili, perdita del lavoro, isolamento sociale, danni psicologici, ansia, depressione; in alcuni casi, le conseguenze possono arrivare al suicidio o a gravi traumi.
Importante sottolineare che il doxxing non avviene solo tra estranei o in casi di vendetta tra generi opposti: può succedere anche tra persone dello stesso sesso, in contesti di conflitto personale, relazioni amorose finite male, gelosie, discriminazioni interne a gruppi sociali, o anche in ambiti professionali. Molte vittime sono colleghe, ex partner, conoscenti o persone coinvolte in dispute personali: il genere o l’orientamento sessuale non impediscono che il doxxing venga usato come arma di ricatto o aggressione. In termini legali, in molti paesi, e anche in Italia, non esiste (ancora) una norma dedicata esclusivamente al “doxxing”: ma la divulgazione non autorizzata di dati personali può configurarsi come violazione della privacy, stalking, minacce, diffamazione o abuso informatico. Questo significa che chi compie doxxing può essere perseguito, ma spesso la difficoltà sta nell’individuare i responsabili e rimuovere rapidamente i contenuti diffusi.
Il doxxing, dunque, non è un fenomeno marginale o confinato alla “rete”: è una minaccia concreta, reale, che tocca la vita quotidiana, la salute mentale, la sicurezza e la dignità delle persone. Ripercorre le dinamiche della violenza, del potere, del controllo sociale, e come ogni forma di violenza richiede una presa di coscienza collettiva, strumenti di tutela efficaci, ma soprattutto un’etica della responsabilità individuale e collettiva rispetto alla condivisione e alla diffusione delle informazioni. Negli ultimi anni, il doxxing si è consolidato come una delle modalità più subdole e aggressiva di violenza digitale, spesso inserita in un contesto più largo di molestie, stalking, diffusione non consensuale di dati immagine o contenuti intimi. Lo sottolinea anche il documento del gruppo “Violenza contro le donne” dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, che in una sua nota del 2025 definisce la violenza digitale, tra cui doxxing, cyberstalking, revenge porn, come “violenza reale”: la rete non è un luogo neutro, le sue conseguenze possono travalicare lo schermo e comportare sofferenze concrete.
In Italia sta crescendo la consapevolezza del fenomeno, ma solo quattro italiani su dieci sanno cosa siano “doxxing” o “sextortion”, termine che indica l’estorsione tramite materiale intimo. Il sondaggio mostra inoltre che tra i giovani di 18–34 anni, il 15% dichiara di aver subito episodi di violenza digitale, o di conoscere qualcuno che ne è stato vittima.
Una delle implicazioni concrete è che questa forma di violenza colpisce non solo la sfera privata, ma anche quella lavorativa. Nel contesto professionale, la diffusione di dati privati o immagini, insulti, molestie via chat aziendali o mail possono causare auto-censura, isolamento, perdita di opportunità o addirittura l’abbandono del posto di lavoro. Per contrastare questo fenomeno, Valore D, PermessoNegato e la fondazione Una Nessuna Centomila, storicamente impegnata contro la violenza di genere, hanno presentato una policy rivolta alle aziende, con misure come codici etici, canali di segnalazione anonimi, supporto psicologico e legale.
Dal punto di vista giuridico, la situazione è però complessa. In Italia, come in molti altri paesi, non esiste ancora una normativa ad hoc che riconosca il doxxing come reato specifico. Ciò significa che, in molti casi, la valutazione della punibilità dipende da altri reati correlati: pubblicazione illecita di dati personali, diffamazione, atti persecutori, stalking, minacce. Questo vuol dire che, nonostante la gravità del fenomeno, molte vittime restano senza adeguata tutela, specialmente quando chi diffonde i dati resta anonimo o irragiungibile, oppure i contenuti vengono rimossi troppo tardi.
Un altro aspetto particolarmente importante è che il doxxing non è sempre, né necessariamente, una questione legata all’attivismo, alla protesta o alla “giustizia sociale”: può avvenire tra persone qualsiasi, anche all’interno dello stesso contesto personale o relazionale. Spesso la vittima non è una figura pubblica, ma una persona “qualunque”: un collega di lavoro, un ex partner, un conoscente. Il doxxing può essere usato come strumento di vendetta, manipolazione, controllo, minaccia.
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

