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Eroica Fenice

La categoria Interviste vip contiene 27 articoli

Interviste vip

#Avanti Donne: per saperne di più

Venerdì 4 maggio, alle ore 17.30, a Paupisi l’organizzazione #Avanti Donne ha promosso il convegno “Pari Opportunità, la cultura di Genere, le opportunità, le risposte dei territori”. Dopo i saluti del Sindaco Antonio Coletta, sono intervenuti Rosaria Colangelo, consigliera del Comune di Paupisi e referente dell’organizzazione, il sociologo Alessandro Zilli, la criminologa Caterina Iesce e la consigliera di Parità Regionale Domenica Marianna Lomazzo. Abbiamo incontrato la promotrice e moderatrice dell’evento nonché fondatrice del movimento, Vittoria Principe, componente della Commissione Regionale Pari Opportunità Campania e la consigliera Rosaria Colangelo. #Avanti Donne: una catechizzazione della cultura di genere Cos’è #Avanti Donne e perché ha sentito l’esigenza di avviare un progetto del genere? V.P. Già da tempo avevo approcciato alla materia del mondo femminile in Commissione e molti eventi politici, che si sono susseguiti in questi anni, hanno spinto ancor più l’interesse verso questo settore e quindi ad approfondire e a partire dai territori, perché lo Stato centrale dà gli strumenti ma sono i territori a doverli applicare e a dover contribuire alla crescita. Il Sannio da questo punto di vista è un territorio vergine, quindi la presenza in Commissione è stata utile per farmi capire che c’era necessità di mobilitare l’opinione pubblica con una catechizzazione della cultura di genere. Obiettivi prioritari? V.P. Radicare #Avanti Donne nel Sannio, coinvolgere quante più donne possibili (oltre alle amministratrici, professioniste, casalinghe e non solo già attive con la rete), ma anche uomini che hanno compreso che la cultura di genere va difesa, tutelata, perché essa è innanzitutto cultura del rispetto, che dev’esserci tra uomo e donna in ogni contesto. Avendo il supporto e l’attenzione della Regione Campania, ora l’obiettivo è di andare oltre i confini territoriali e già ci sono contatti con Molise, Basilicata, Puglia, Toscana, Liguria e Lombardia. Perché #Avanti Donne dovrebbe fare la differenza? V.P. Perché le donne in alcuni ambiti fanno la differenza. Superando il concetto estremizzante di femminismo, oggi la donna va guardata nella sua interezza, nella sua complessità e soprattutto nella sua determinazione. # Avanti Donne utilizza proprio la determinazione femminile per far fronte comune nella realizzazione dei diritti, della donna e dei territori, e per ricostruire, dopo il 4 marzo che ha determinato una débâcle del PD, di cui #AvantiDonne è strumento e dai cui principi è ispirata. Su quali attività volete puntare con le amministrazioni comunali? V.P. Il Sannio è inadempiente rispetto all’applicazione di normative in materia di pari opportunità e di cultura di genere, in cui inserisco anche le categorie ai margini (anziani, disabili, minori a rischio, carcerati).  Innanzitutto, quindi, è fondamentale la formazione delle nostre amministratrici all’attuazione di tutti quelli che sono i principi di pari opportunità; l’acquisizione della cultura di genere attraverso convegni, incontri, dibattiti, tematici e generici; è opportuno svolgere un ruolo di raccordo tra Istituzioni e territori e far conoscere le tante opportunità che la Regione Campania offre, da cogliere e da sfruttare, creando opportunità di lavoro. Immaginiamo quindi l’apertura di sportelli informativi, corsi di formazione, aziende rosa e giovanili. Quali sono stati gli ostacoli che avete […]

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Sergio Mari l’ex calciatore diventato scrittore

Sergio Mari è un ex calciatore diventato attore e scrittore. Ho avuto la possibilità di intervistarlo, dopo aver letto uno dei suoi libri,  Racconti,  una raccolta nella quale è sempre forte l’attenzione al mondo del pallone. Il calcio ma anche altri temi quali la musica, la radio, i concerti con gli amici. Tutto scritto in veste di racconto, in cui passato e presente coincidono, l’uno nelle rimembranze dell’altro. Dopo quindici anni di carriera calcistica si è reso conto di aver  vissuto in una sorta di “gabbia”. Più che un’intervista è stata una chiacchierata piacevole con una persona dotata di forte simpatia. Sergio Mari, l’intervista Come hai scritto nella Prefazione del tuo libri “Racconti”, “il futuro che ti era davanti, quando in punta di piedi hai dato le spalle a pallone, ti prometteva altre stelle, tra cui un mare dove nuotare tutti i giorni”, questa affermazione è sicuramente metafora di nuova vita, di una nuova esistenza. Cosa hai voluto affermare già nelle prime pagine del tuo libro, affidandoti a una metafora così evocativa? Era il mare sereno del futuro a cui facevo riferimento, quello che immaginavo di vedere dopo aver preso la decisione di lasciare il mondo del calcio. Era un’immagine ottimistica: chissà, ancora, cosa mi accadrà di bello? Quando si è giovani non si sta molto sul presente, si viaggia con la fantasia, troppo forse; amiamo il domani, l’anno prossimo, il futuro ce lo prospettiamo molto più bello dei giorni che stiamo attraversando. Con gli anni, invece, mi sono reso conto che l’armadio, dove avevo riposto i ricordi del calcio e che avevo messo solo in un angolo del mio cervello, l’ho dovuto riaprire. Erano là dentro le cose migliori, le gioie, le persone belle che avevo conosciuto. Il futuro che avevo atteso non mi aveva regalato, nell’attraversarlo, le stesse gioie che mi aveva riservato il passato. Non è stato un gesto nostalgico il mio, ma solo un recupero oggettivo, un giusto riconoscimento a un mondo, quello del pallone, che mi aveva permesso di crescere e a cui avevo dato un’importanza limitata. La mia introduzione al libro suona come un: “Scusate, mi sono sbagliato, riparliamo dei miei anni di calcio.” Certo, poi, per parlarne lo faccio a modo mio, senza santificarmi per il calciatore che sono stato, ma cercando di mettere in evidenza aspetti psicologici che il pubblico sportivo non può conoscere e parlando di personaggi finiti troppo presto nel dimenticatoio. Che tipo di autore è Sergio Mari? Mi spiego meglio, leggendo si possono notare le varie caratteristiche degli autori, vi sono quelli molto selettivi, quelli metodici, quelli fantasiosi, quelli critici. In che categoria ti poni? Sono ipercritico di me stesso, mai contento di quello che scrivo, almeno nelle prime tre stesure di un libro o di un racconto. Di solito alla quarta mi piaccio. Ho una mia tecnica, ma non un metodo, nel senso che posso stare giorni senza scrivere, perché sto elaborando i temi, le scene, l’ambientazione, i dialoghi, per poi mettere il fiume di idee su carta. […]

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Intervista a Francesco Nicodemo, autore di Disinformazia

Un piglio vivace, alla mano, da divoratore del mondo. Così si presenta Francesco Nicodemo quando gli propongo un immaginario salottino letterario in cui confrontarci. Autore del saggio Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media, edito da Marsilio Editori, e perito di comunicazione a Palazzo Chigi, con quattro chiacchiere mi presenta, senza mettere in vetrina, il suo campionario di idee e esperienze. Gli chiedo, innanzitutto, cosa lo ha spinto a occuparsi di comunicazione. Mi rivela subito che è stata proprio la curiosità a spingerlo in questo settore, l’ansia di dover leggere la realtà e di doverla comunicare. Ha incontrato persone lungo il suo iter che gli hanno dato fiducia, che lo hanno fatto lavorare sodo in un campo in continua evoluzione. Immediatamente fa trapelare la sua passione per la scrittura. Occupandosi di comunicazione politica ha potuto produrre molti contributi scritti. Aveva un blog, scrive su diverse testate giornalistiche, sui social network, ha uno spazio su Medium. Un vero e proprio animale sociale, al passo con i tempi ma anche capace di sorvolare sulla realtà per indagarla meglio. Descrive con autentica devozione il suo lavoro, che lo porta a studiare e aggiornarsi di continuo. Un curioso che, nel suo campo, ha ragione di esserlo e di nutrirsi di fenomeni sempre nuovi. La parte che preferisce è il dialogo, il confronto. È un grande conoscitore dell’uomo, e lo si nota dalla sua voglia di coinvolgere, di capire cosa la gente pensa realmente. Non si distrae mai, sa che la chiave è prestare attenzione a tutto. La fonte di forza e motivo di perpetuo miglioramento è da sempre la sua famiglia. Dove si colloca Disinformazia nel mondo di Francesco Nicodemo? Passo a chiedergli qualcosa del suo libro, Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media. Mi interessa sapere come si inserisce la scrittura di un saggio sulla socialità e la comunicazione in un’epoca come la nostra, in cui tutto sembra in crisi. “Ogni epoca ha i suoi valori predominanti e di solito c’è chi rimpiange quelli persi. Credo che ci sia un’evoluzione continua e che sia necessario adattarsi ai tempi e alle nuove esigenze che emergono. Non si va necessariamente verso un sistema di valori migliore o peggiore, di base sono un ottimista ma se posso esprimere un auspicio, è quello di coltivare maggiormente il senso di comunità, lo stare assieme, il confrontarsi e il condividere. Anche in Disinformazia parlo di questo aspetto. Il discorso parte dalle dinamiche della rete ma sottolineo come sia online che offline, la dimensione collettiva sia indispensabile ad affrontare le sfide che ci attendono anche perché a grandi linee sono le medesime per tutti, il destino è comune.” Sottolinea che scrivere un libro è stato diverso da tutto il resto, perché è come mettere ordine tra le idee. Ha messo al mondo Disinformazia raccogliendo suggestioni lette e sviluppate nel corso del tempo. Il salottino letterario si tinge della policromia dell’arte. Da alcuni tweets di  Francesco Nicodemo avevo desunto la sua passione artistica. Lui si dichiara perennemente attento a ciò che […]

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Intervista a Davide Shorty: l’esigenza di fare musica

Ha lasciato l’Italia alla volta di Londra, innamorato perso della musica, deciso a voler coltivare questo talento. Ad X-Factor, grazie al suo timbro esplosivo, si è aggiudicato un posto in finale. Nel febbraio 2017 è uscito Straniero, un album di 11 tracce, in italiano, che portano la firma di un giovane soul-man: Davide Shorty. Siciliano d’origine, Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, è un cantautore eclettico, in grado di coniugare nelle sue canzoni, numerose influenze musicali: dal funk al rap, dal jazz al R’n’b, proponendo un progetto artistico innovativo, lontano dai soliti schemi. Alle sue spalle la Macro Beats, una delle più importanti etichette indipendenti italiane, nel suo album diverse collaborazioni: Daniele Silvestri, in Fenomeno; ThrowBack in Tutto scorre; il rapper Tormento in Fare a meno; Johnny Marsiglia in Dentro Te. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo fatto alcune domande. Straniero è il titolo del tuo album. Molteplici i significati di questa parola: dalla diversità all’estraneità. Quando ti sei sentito straniero? Mi sento anche adesso straniero. In terra straniera, ti senti straniero perché cerchi qualcosa di nuovo, perché vuoi essere accettato. A Londra, non conoscevo la lingua, dovevo reinventarmi. Poi in Italia, dopo essere stato tanto fuori, tornato a casa mi seno sentito strano, non più abituato. La parola diversità qui non è accettata, è denigrata, viene considerata il primo dei mali, basti pensare all’immigrazione. Straniero però, ha anche un’accezione salutare: essere outsider, viaggiatore, e quando sei viaggiatore devi contaminarti, abbracciare ciò che è diverso da te. Nessuno mi sente, settima traccia del tuo album. Colpisce la semplicità della frase “Grido, ma nessuno mi sente”. Comunicare per un’artista è alla base del suo progetto. Nella tua musica, qual è l’esigenza da comunicare? La mia esigenza di comunicare nasce dal fatto che non potrei far altro, per me è come bere, mangiare. La mia fortuna è stata di capirlo in tempo: quando hai una predisposizione, è un dovere coltivarla. La giusta comunicazione nasce nel momento in cui trovi un equilibrio tra la vita e l’autocompiacimento, il combattere per i tuoi gusti. Alla base, la mia esigenza è quella di un messaggio d’amore, perché la musica è uno scrigno gigantesco, può racchiudere di tutto e per farla devi essere vero, devi rispecchiare i tempi. Davide Shorty: X-Factor, la musica e le collaborazioni artistiche Nell’album c’è un brano, Fenomeno, scritto con Daniele Silvestri. Come è nata questa collaborazione, come è stato confrontarti con questo cantautore? Ci siamo conosciuti a Palermo, abbiamo un amico in comune, e questo amico è Niccolò Fabi, a cui aprii i concerti poco più che diciottenne. Daniele era a Palermo, io avevo ascoltato il suo ultimo album, Acrobati, avevo una gran voglia di collaborare con lui, di imparare da lui, da cantautore a cantautore. Ci siamo incontrati al soundcheck prima del concerto, mi ha detto che aveva seguito il mio percorso ad X-Factor e sono andato poi nel suo studio. Abbiamo subito steso il brano, attraverso una jam, suonata con gli stessi musicisti con cui Daniele ha inciso Acrobati. In dieci […]

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Intervista al pacato attore Paco De Rosa

Napoli, la commedia e un sogno. È la ricetta di Paco De Rosa, attore nato ad Arzano (NA) che fa il regista da quando aveva otto anni, l’età della sua prima telecamera. Senza affabulare, Paco si descrive in una telefonata come un amico che non senti da parecchio. Lui è lì e ti ascolta e si fa ascoltare. Se non si è ancora capito: Paco De Rosa uguale Braccio di Ferro, lo scagnozzo di Fatti Unici, sitcom andata in onda su Rai Premium dal 24 settembre all’8 ottobre. Una voce calda mi ha accolto quando l’ho chiamato e io stesso, che più di lui provavo imbarazzo, ero già stato accolto nel migliore dei modi. Una voce, senza dubbio lavorata, che mostra gli anni di scuola di teatro. Quello stesso teatro con cui ha un rapporto dualistico: odio e amore. Subito mi dice di preferire TV e cinema, perché il teatro gli provoca ansia; ma il teatro gasa, proprio come diceva Totò. Totò è il nome della scuola in cui è diplomato in recitazione. La storia di Paco De Rosa è palesemente una reazione a catena, fatta di anelli che via via si inseriscono l’uno nell’altro. All’attore napoletano non piace mostrarsi per definizione, preferisce dialogare senza disciplinarsi, scambiare idee su quello che è il suo mondo. È così che in un tardo pomeriggio d’ottobre mi parla di sé e mi descrive ciò che lo circonda, senza mai divagare troppo. La storia professionale di Paco De Rosa Alla fine del suo percorso nella scuola di teatro, un giovanissimo Paco manda il curriculum a Marco Risi per far parte del cast di Fortapàsc. Tutto regolare, il primo sogno di Paco viene realizzato. Con i deliri di grandezza infantili, Paco De Rosa lo vede come un grande ruolo e, da tale, lo interpreta magistralmente. Da lì, poi, passa tanta acqua sotto i ponti fino ad arrivare alle ultime apparizioni. Prima si diploma, poi si cimenta in uno stage di parecchi mesi con Gianfranco Gallo. Lo stage gli apre la strada per lavorare per Ciro Ceruti all’ultima stagione di Fuori Corso. Ora Ciro Ceruti lo tiene nella sua compagnia stabilmente. È così che quindi lavora anche con Lello Arena (è infatti il regista di Fatti Unici), un monumento nella comicità napoletana, italiana, internazionale. Un vero e proprio leader oltre che regista, lo definisce Paco De Rosa, capitano che fa da collante psicologico del cast. Come Lello Arena, tanti assumono il ruolo di maestro nell’intimità professionale di Paco, il quale sembra vederli quasi come i pagani virtuosi del Limbo dantesco tanto grande è l’ammirazione verso loro. Certo, il paragone regge se si nasconde la veste pagana di quei maestri. Robin Williams e Al Pacino sono i suoi modelli, con una particolare predilezione per Muccino nel campo della regia. Una prospettiva internazionale che lo muove verso alte mete, che però da modesto non mi esprime. Paco De Rosa, una piccola confidenza Alla fine della chiacchierata, ormai con un livello di interlocuzione confidenziale, gli chiedo cosa pensa di […]

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Lorenzo Marone. Intervista a chi ha deciso di restare

Quest’anno, per la prima volta, Napoli ospiterà la fiera del libro Ricomincio dai libri, giunta alla sua IV edizione. La kermesse dedicata al libro e all’editoria si svolgerà nella sede dell’ex Ospedale della Pace, sita in via Tribunali 227, che dal 29 settembre al 1 ottobre sarà teatro di incontri, attività, presentazioni e dibattiti. «Sarà un festival scandito da grandi novità – dichiarano gli organizzatori dell’evento -. Saranno presenti i principali scrittori napoletani come Maurizio De Giovanni, Pino Imperatore e Lorenzo Marone.» A pochi giorni dall’inizio di Ricomincio dai Libri, abbiamo raggiunto telefonicamente Lorenzo Marone per un’intervista. Si è parlato dei suoi romanzi, di quant’è bella Napoli quando sovverte lo stereotipo, della voglia di partire, della necessità di restare saldamente attaccati a ciò che si è. Per dieci anni ha fatto l’avvocato, poi Lorenzo Marone è diventato lo scrittore che vaga fra le contraddizioni di Partenope e fra la gente che fra quelle contraddizioni ha deciso di restare. Dopo aver pubblicato Daria e Novanta, è venuto il romanzo La Tentazione di Essere Felici: un uragano. Tradotto in quindici lingue, il romanzo ha consacrato il talento letterario che Marone aveva mostrato nei novanta racconti su Napoli, la sua città. Napoli continuerà a fare da sfondo e diventare co-protagonista dei suoi romanzi: dal Vomero ai Quartieri Spagnoli, da una Napoli borghese a una popolare, Marone, attraverso i suoi personaggi dall’introspezione autentica e complessa, scava le contraddizioni del quotidiano, i difficili legami familiari, la lotta con se stessi per conoscersi e affrontare con coraggio quello che si scopre e si decide di essere. E Marone con i suoi personaggi, vive le antitesi di una città fatta di luci ed ombre, con la convinzione che chi parte senza aver trovato se stesso, porta con sé i propri fantasmi. Intervista a Lorenzo Marone. La sfida di diventare ciò che si è Da avvocato a autore di romanzi di successo, la tua vita è forse un po’ cambiata. La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015) è stata una radicale svolta. Com’è nato questo libro, cosa ti ha mosso a pubblicarlo? C’è stato un momento della mia vita in cui ho deciso di tornare a scrivere, era una cosa che facevo sempre da ragazzo. Così ricominciai a scrivere racconti, partecipare a concorsi letterari per inediti e…vincerli. È stata mia moglie a convincermi a continuare a scrivere, a provare ad andare oltre. È così che sono nati Novanta (Pironti, 2013) e Daria (La Gru, 2012). E sebbene La tentazione di essere felici non sia la prima cosa che ho scritto, è quello che rispecchia a fondo la mia voglia di cambiare. In Magari domani resto (Feltrinelli, 2017) si rintracciano dei leitmotiv: il fronteggiare la scelta fra andarsene o restare, la Napoli che resiste caparbia allo stereotipo e al pregiudizio. Restare è una forma di esistenza, di resistenza? Restare è l’argomento principe. Tutti i personaggi dei miei libri, come tutti noi qui a Napoli, facciamo i conti con la voglia di andare via, sebbene non è qualcosa legato alla città. Bisogna avere […]

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Vita con Lloyd, intervista a un autore onesto

Ormai è difficile trovare qualcuno che non conosca le avventure di un uomo alle prese con il proprio maggiordomo immaginario: lo dimostrano il sito web, la pagina Facebook seguita da quasi 100.000 utenti e il libro Vita con Lloyd, pubblicato per la prima volta il 17 novembre 2016 e alla sua quarta ristampa. Non è impossibile invece poter venire a conoscenza della mente che si nasconde dietro i dialoghi tra Lloyd e Sir. L’unica pecca è che non è immediatamente intuitivo: Simone Tempia, un giovane scrittore originario di Biella, non desidera un pubblico ma “lettori di Vita con Lloyd”. Sembra un concetto semplice, ma nasconde l’aspirazione di poter mettere sempre in primo piano il proprio prodotto (come tale e non come profitto), perché venga apprezzato singolarmente e nella sua onestà. È, per lui, sbagliato affermare che un libro sia la proiezione di uno scrittore. Ci ha concesso un’intervista, tra l’altro estremamente divertente, svelando qualcosa anche di sé oltre che di uno dei suoi personaggi più conosciuti. Intervista all’autore di un libro che vuole essere onesto: Vita con Lloyd La prima domanda di rito: chi è Lloyd? È un maggiordomo immaginario. Niente più, niente meno. Se poi vogliamo cercare di trovare una sua identità, al di fuori di quella di servizio, è una voce, un collettore di voci, un insieme di consigli che nella vita abbiamo ricevuto almeno una volta dalle persone più sagge di noi. E tutta questa – non so se proprio definirla saggezza, perché il saggio sa di vecchio, sa di stantio – visione dall’esterno che abbiamo di noi – e di me in particolare – confluisce nella figura di Lloyd. Sono le mie sensazioni, quando il sottotitolo recita “la mia vita con un maggiordomo immaginario di nome Lloyd” intende proprio la mia vita, la mia di Simone Tempia. È naturalmente la mia quotidianità; le persone che mi conoscono e leggono Vita con Lloyd si fanno le “ghignate”, sanno cosa sta succedendo e come rielaboro le cose. Quanto è imbarazzante? Pochissimo. Fortunatamente ho ricevuto questa “grazia” enorme, che è quella di saper astrarre un pochino le mie miserie e dal particolare trasformarle nell’universale. È ciò che fanno i grandi scrittori. Questa capacità – che io non ho perché sono alle prime armi, anche se scrivo da quando avevo 14 anni – ogni tanto riesco a farla venire fuori. Ho un’emotività vulcanica, quando mi succede qualcosa sono un libro aperto e mi piace “scrivermi” e mostrarlo agli altri. Allora la seconda, ugualmente importante: chi è Simone Tempia? È un 34enne, che da vent’anni vuole fare solo una cosa nella vita: lo scrittore. Che ha sempre lottato per poterlo fare, nonostante io per primo sono – ed ero quando ho iniziato questa carriera – cosciente non sia la via per l’arricchimento né per la stabilità economica e mentale. Sono laureato in Giurisprudenza, arrivo dalla provincia del nord-ovest, che è Biella, ma ho viaggiato un po’. Sono stato sei anni all’Università di Pavia, poi a Bologna per tre anni. Mi sono un […]

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Casa Surace: DueDue domande a “il terrone fuori sede”

Da subito hanno avuto successo sul web ed i social. Trasformando gli stereotipi del Sud e del Nord in risate e simpatia, sono diventati un nome conosciuto in tutta Italia. Stiamo parlando di Casa Surace, collettivo nostrano della risata che, con i loro video scanzonati, raccontano la vita e i problemi degli studenti fuori sede, e non solo. Abbiamo posto ai ragazzi di Casa Surace giusto DueDue domandine. Chi sono innanzi tutto i Coinquilini di Casa Surace e cosa fanno nella vita? I Coinquilini di Casa Surace sono tantissimi e nominarli tutti ormai è impossibile! Se poi ci mettiamo anche i parenti che ci vengono a trovare diventiamo un condominio, anzi un piccolo paese. Al momento Casa Surace è un progetto a tempo pieno, quindi non abbiamo tanto tempo per fare altro. Però riusciamo a ritagliarci degli spazi in tema con quello che facciamo nei video: Daniele (il temerario) ad esempio si è aperto un allevamento di galline per avere sempre a disposizione uova da schiattarsi in testa urlando “CARBONARAAAAAAAA” e Pasqui ha aperto un’attività di Management per gestire i suoi nonni, diventate ormai le vere star dei nostri video. Com’è nata l’idea di questo vostro progetto e come lo avete messo in atto? Venivamo tutti da esperienze diverse: chi lavorava al Cinema, chi nel mondo delle comunicazioni, chi aveva già lavorato con la viralità, chi faceva l’ingegnere…insomma le nostre vite andavano avanti molto tranquillamente.  Ci siamo detti “perché non provare a fare qualche video su internet”? Il nostro primo video ha fatto 11 milioni di visualizzazioni e non abbiamo avuto la scusa dell’insuccesso per tornare alle nostre vite tranquille. Nel corso del tempo poi ci siamo strutturati meglio, Casa Surace è diventata una s.r.l ed abbiamo allargato il gruppo!  Quindi ora giriamo 10 video al mese, lavoriamo 18 ore al giorno, siamo tutti in sovrappeso (tranne Ricky) e addio vita tranquilla! A parte gli scherzi, lavoriamo molto ma ci divertiamo tantissimo, e le soddisfazioni non mancano mai! Il “pacco da giù” di Casa Surace Siete da subito entrati nel cuore di molti “terroni fuori sede”.Cosa pensate quando guardate a tutto il successo del vostro lavoro, qual è il vostro segreto? Nonna ci dice sempre che gli ingredienti segreti non si dicono! A parte gli scherzi proviamo a crescere come società ma anche a mantenere un rapporto genuino con quello che facciamo e con il pubblico che ci segue. Al momento siamo impegnati in un tour in cui portiamo pacchi da giù ai fan o a chiunque ci abbia raccontato un motivo emozionante, divertente, urgente per riceverlo. È bellissimo vedere il modo in cui ci accolgono i fan, il modo in cui ci spalancano le porte delle loro case ed il modo in cui ci abbracciano, proprio come se fossimo dei parenti! Molti di noi studiano lontano da casa e fare la spesa alle volte non è proprio facile. Cosa consigliate, ad un fuorisede, di mettere nel suo carello? Una mamma del Sud, se ci entra, che con qualsiasi budget […]

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Nino Di Costanzo e Massimo Capaccioli: dalla cucina alle stelle

Durante il Festival della Cucina Partenopea, tenutosi ad Ischia dal 12 al 14 maggio, sono stati due gli ospiti d’eccezione: lo chef pluripremiato Nino Di Costanzo e il Professore Emerito ed astrofisico Massimo Capaccioli. Di Costanzo: l’uomo sotto il cappello da chef Lo chef stellato Nino Di Costanzo si è esibito in una dimostrazione culinaria, dando sfoggio della propria bravura dinanzi gli occhi sbalorditi dei presenti. Col capo chino nel piatto e alta concentrazione ha disposto i diversi ingredienti, saggiando di tanto in tanto il risultato con lo sguardo. Con precisione chirurgica ha creato un’opera d’arte culinaria, dando ai diversi accostamenti di sapori, forma e colore anche un ricercato significato concettuale. Lo si vedeva dietro il bancone, perfettamente ordinato, armeggiare con le dita, con i cucchiaini, con i contagocce e delle piccole pinze. Ogni tanto allungava la mano per afferrare qualche fogliolina, presa direttamente dalle due piantine che aveva portato con sé e a cui, fino a poco prima della performance, aveva dedicato tutta la sua attenzione. Mentre spiegava ai presenti le caratteristiche del suo piatto, cucinava con lo sguardo assente, con gli occhi di chi mira altrove: quelli che hanno gli scultori quando scolpiscono, i poeti quando scrivono, ovvero quelli di chi produce arte – in questo caso culinaria. Un uomo semplice, il cui amore per la cucina è nato da piccolo, come racconta durante un’intervista rilasciata a questo giornale: «Io ho avuto la fortuna di fare un lavoro che è tutto fuorché un lavoro: è una passione. La molla è scattata grazie a mia nonna e mia mamma, che in cucina si divertivano come matte lavorando tantissimo». Quindi a 11 anni già sapeva che questa sarebbe stata la sua strada e sin dai 16 ha cominciato a viaggiare all’estero per studiare e fare esperienza. Ritiene sia fondamentale per uno chef ricercare sempre nuovi ingredienti e nuovi sapori, così tutt’ora viaggia molto. Per la sua attività ha puntato all’Italia, nonostante sia un posto molto difficile dove farla prosperare, «perché la cosa più vigliacca da fare è lasciare il proprio paese e tante volte parlarne male. Io mi sento molto attaccato all’Italia […] soprattutto a Ischia e al sud e quindi ho scelto la via più difficile ma sono fiero di averlo fatto». Il cielo con l’astrofisico Capaccioli La disquisizione sulla volta celeste tenuta dall’astrofisico e Professore Emerito Massimo Capaccioli è avvenuta di sera, in terrazza, in un’atmosfera rilassata grazie all’accompagnamento al pianoforte e al precedente light dinner. La sua presenza in un festival dedicato all’enogastronomia poteva sembrare ad uno sguardo veloce e superficiale fuorviante, se non inadeguata. Invece il Professore si è fatto portavoce del magma che ribolle sotto la superficie, del sangue che dà vita a tutti i diversi organi: l’Arte. Ha mostrato il cielo da una prospettiva diversa e tutti i presenti lo hanno ammirato come se lo avessero veramente guardato per la prima volta. Il cielo è negli occhi dell’uomo, è parte di lui, e in quest’ottica è creato dal suo sguardo, come ogni forma d’arte, come era successo la mattina dello stesso giorno con […]

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Scrittori che raccontano Napoli: intervista a Maurizio De Giovanni

L’intervista a Maurizio De Giovanni è la prima di una serie di “chiacchierate” con scrittori che raccontano Napoli e il loro rapporto con questa città, spesso conflittuale, ma sempre caratterizzato da un legame profondo. La telefonata ha luogo il pomeriggio di Pasqua, durante uno dei pochi ritagli di tempo che gli sono concessi, vista l’agenda fitta di impegni, presentazioni e nuovi progetti a cui sta lavorando. Maurizio De Giovanni, un amore diviso tra Napoli, i figli e la scrittura Dott. De Giovanni, qual è il suo rapporto con Napoli? Il rapporto con Napoli è un rapporto particolare, come con quelle mamme invadenti di cui ti vergogni un po’ e che non presenti agli amici. A volte provi imbarazzo, ma è tua madre e non la cambieresti con nessun’altra al mondo. Napoli in assoluto è la città meno consuetudinaria, che ha tutto e il contrario di tutto al suo interno: io personalmente ne sono pazzamente innamorato, il che non mi impedisce di vederne i difetti e le contraddizioni, però non c’è un altro posto del genere al mondo in cui potrei vivere. Ci sono luoghi ai quali è particolarmente legato? Ci sono luoghi di indiscutibile bellezza, come il Petraio con i suoi scorci panoramici, la Pedamentina che scende da San Martino, Largo Madre Teresa di Calcutta tra Via Tasso e Via Aniello Falcone. Io sono molto legato al centro storico, tra San Domenico Maggiore, Cappella San Severo, i Decumani, la parte più ventrale, antica ed identitaria. I romanzi dedicati al Commissario Ricciardi sono infatti ambientati nei luoghi del centro storico. Come nasce l’idea di scrivere questa serie? Ho iniziato a scrivere molto tardi per pura casualità e degli amici mi iscrissero, a mia insaputa, ad un concorso di scrittura. Io penso che la mia identità più forte sia quella di lettore: di scrivere potrei fare sicuramente a meno, di leggere no. I poteri “paranormali” di cui Ricciardi è dotato (la capacità di vedere i morti) rendono i romanzi un misto tra il giallo e l’horror: come ha maturato la capacità di inventare tali visioni? L’idea è venuta assolutamente per caso, mentre mi trovavo al Gambrinus e vidi una bambina che guardava all’interno. Questo spunto si è poi consolidato come metafora della sensibilità al dolore altrui tipica del personaggio di Ricciardi. Più che un potere, è una condanna di cui farebbe volentieri a meno ma che non riesce a togliersi di dosso. In una scorsa intervista lei ha affermato di identificarsi maggiormente nel brigadiere Maione per la sua “paternità”. Può approfondire questa sua definizione? Sono padre di due ragazzi ormai grandi e tutto quello che succede nella mia vita è visto nella prospettiva dei miei figli. Questa ipersensibilità si ritrova in Maione, unico personaggio che, insieme all’Ispettore Lojacono, possiede questa caratteristica. Ho notato che tra Ricciardi e Lojacono vi sono delle affinità: entrambi sono dei solitari, un po’ scontrosi, dediti al lavoro. Quali sono i punti in comune e le differenze tra questi due personaggi? La similitudine principale è la sensibilità introspettiva, mentre una differenza evidente è che […]

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