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Come diventai monaca di César Aira torna con Fazi editore (Recensione)

Il romanzo si apre con una passeggiata insieme al papà in una giornata assolata a Rosario, Argentina. Da subito si percepisce che è un avvenimento particolare quello del piccolo César, che sta per assaggiare per la prima volta il gelato, nello specifico alla fragola. Questa precisa scelta dovuta solo all’ispirazione di un colore avrà delle conseguenze inaspettate ed incredibili: grazie alla Fazi editore, è di nuovo da oggi in libreria un romanzo di uno dei più celebri autori della letteratura argentina contemporanea, Come diventai monaca di César Aira.

Pubblicato per la prima volta nel 1993, Come diventai monaca è più che un romanzo, una novella breve. Prolifico scrittore, che fa della sua narrazione ricca di parole e strabordante il suo segno di riconoscimento, César Aira qui stupisce per tanti motivi: prima di tutto, il protagonista è lui, un bimbo che trasferitosi da Coronel Pringles (sua città natia) affronta con grande immaginazione una realtà poco incline ai cambiamenti, o chissà, forse tanto eclettica da dare alla sua scrittura questo forte piglio creativo. César però è anche una bambina: l’io narrante è lui per gli altri, lei per se stesso. Così, César crea un mondo surreale dove realtà e fantasia si intrecciano in ogni parentesi della sua infanzia, grande o piccola.

E tutto inizia con il gelato alla fragola: dopo aver superato la difficoltà di entrare nel suo modo di descrivere gli eventi, pieno e adulto, César Aira è in possesso della storia già dalla prima scena, quando il lettore subito comprende il senso di inadeguatezza del piccolo protagonista, troppo diverso per essere in pace con ciò che lo circonda.

Questo prelibato cibo, freddo e dolce, a lui fa letteralmente “schifo”. A quale bambino non piace il gelato? Si ripete César, e anche il padre, che preso da un’ira funesta lo costringe ad ingurgitare altre cucchiaiate, non provando nessuna pietà guardando le sue lacrime e i conati di vomito.

César si sente in colpa, continuamente, per essere quello che è, anche dopo quando si scopre che in effetti il gelato è avariato, e quando il padre collerico fa fuori il gelataio miscredente affogandolo nel corpo del reato. Va in prigione, e il senso di colpa tracima e durerà per tutto il romanzo. La storia prosegue in un letto d’ospedale, dove César è costretto per tre mesi a causa dell’intossicazione; però sembra quasi di essere in un posto senza tempo e senza luogo, dove le anime in pena, poveri bimbi statici o desiderosi di uscirne, sono traghettati dal via vai di un Caronte impersonato da una dura ma infaticabile crocerossina.

Proprio con l’infermiera inizia il tipico “duello” dialogativo di César; incapace di provare buon senso e fermarsi, il protagonista mette in scena bugie e discorsi fuorvianti, confondendo e innervosendo il suo interlocutore, solo per il gusto di farlo.

Ad esempio, chiaro è il momento di visita del medico: César, attraverso stratagemmi privi di logica (ma per lui sono il fondamento faticoso di una logica perversa), mente sui dolori, cambia il soggetto della conversazione, ed è proprio lui ad ammettere di farlo, sentendosi ancora terribilmente in colpa. Oppure quando, in visita al padre in prigione, si perde nel cortile mentre era in attesa con la madre e decide di non tornare indietro, anche se sente voci che lo chiamano.

La cosa che si percepisce è che non lo fa per dispetto, ma mosso da una forza involontaria e crudele che sembra essere al di fuori di lui. “[…] Tanto che era la mia vita stessa, e non avevo altra vita che quella: sentire una voce, comprendere gli ordini che questa voce m’impartiva, voler ubbidire, e non poterlo fare… Perché la realtà, che era l’unico campo in cui potevo agire, si allontanava da me alla velocità del mio desiderio di entrarvi…”.  

La scrittura visionaria di César Aira

A causa della degenza, perde l’inizio delle elementari, rimane indietro senza sapere né leggere né scrivere. La maestra lo tratta con disprezzo e disinteresse, così come la mamma, troppo preoccupata per tutto il resto per accorgersi delle mancanze, della solitudine, delle sofferenze che César affronta con una nobiltà e drammaturgia che in piccolissimi punti, strambi e visionari, strappa un mezzo sorriso. A supportarlo sono i radiodrammi e la pedagogia, di cui César se ne fa inventore sostituendosi alla sua maestra, un altro schema mentale che lo porta in mondi sconosciuti ed impervi, dove non esiste altro che la contemplazione, carichi di una immaginazione estrema, difficili da spiegare se non si è letta la brillante descrizione che costruisce César Aira.

Perciò dovevo insegnare… E in realtà lo sapevo, come avrei potuto non saperlo se si trattava della vita in tutto il suo dispiegamento spontaneo. Sebbene la cosa più importante non fosse saperlo, bensì spiegarlo, dispiegarlo come sempre… E i meccanismi della mente e del linguaggio sono così curiosi che a volte mi sorprendevo mentre impartivo istruzioni a me stessa”.

Bambinesca, delirante, abbagliante, giocosa, è anche l’amicizia con Arturo, uno dei pochi personaggi secondari. Lo scherzo e la genialità li fa legare, ma probabilmente César si sente in maniera eccessiva fuori da qualsiasi schema prestabilito e reale, e non riesce ad essere in contatto con nulla di concreto. Come diventai monaca termina con la stessa fantasia rocambolesca di tutta la narrazione, dove César si ritrova vittima di quello stesso malefico gelato alla fragola.

Importante è la nota finale del traduttore, che spiega il significato di questo titolo così fuorviante all’apparenza, ma filologicamente perfetto, che gioca sulla bellezza linguistica dello spagnolo.

Ilaria Casertano

Fonte immagine: fazieditore.it

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