Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

“Il cadavere ingombrante” di Léo Malet: recensione

Il cadavere ingombrante dello scrittore francese Léo Malet (titolo originale del libro: “L’envahissant cadavre de la plaine Monceau”) è stato recentemente ripubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi Editore, nella collana Darkside. La casa editrice, che ha pubblicato per i suoi tipi nel corrente mese di luglio il testo, ha riproposto al lettore la traduzione dal francese a cura di Giuseppe Pallavicini. Léo Malet e le indagini di Nestor Burma Léo Malet, scrittore del XX secolo, è considerato, insieme a Georges Simenon e André Hélèna, uno degli esponenti più importanti del genere letterario poliziesco francese. Vicino, negli anni ’30 del 1900, al movimento del Surrealismo e a Salvador Dalì e a Jacques Prevert, si rivolse poi al genere del romanzo poliziesco: nel 1943, tratteggiò con la sua penna i caratteri del personaggio di Nestor Burma, l’investigatore privato protagonista, anche de Il cadavere ingombrante-  Le sue storie vengono scelte come partenza per trasposizioni cinematografiche e televisive, in serie poliziesche: le indagini di Nestor Burma, infatti, non sono scritte solo per la trama de Il cadavere ingombrante, bensì fanno parte di una serie di romanzi iniziata nel 1943 con il testo 120, rue de la Gare (tradotto poi in Italia negli anni ’90 del 1990) e completatasi nel 1959 proprio con Il cadavere ingombrante. Autore, inoltre, di una “trilogia nera” e di altri romanzi, Léo Malet fu insignito nel 1948 del Gran Prix de littérature policière (premio annuale assegnato a quello che viene considerato dalla giuria il miglior libro francese giallo pubblicato in quello stesso anno) e nel 1958 del Gran Prix de l’Humour noir, premio letterario che viene riconosciuto a Malet per la serie I nuovi misteri di Parigi (serie, fra l’altro, incentrata sulle indagini di Nestor Burma scritte fra il 1954 e il 1959) in cui, in ognuna di queste indagini, l’azione principale è svolta in una diversa circoscrizione municipale di Parigi. Leo Malet, Nestor Burma e Il cadavere ingombrante: il libro Lo stile singolare di Malet emerge anche attraverso una semplicità sintattica spesso telegrafica, che potrebbe avere, nelle intenzioni, lo scopo di riflettere anche attraverso questa particolare “libertà” dell’uso dell’interpunzione le azioni spesso tese e nervose dei protagonisti: spesso i lunghi respiri sono dedicati alle descrizioni di ambienti o scene mentre per i dialoghi e le riflessioni particolari, l’andamento si fa più spezzato. Il testo inizia con una telefonata: una donna chiama Burma per affidargli un incarico ma, arrivato nella sua casa, l’investigatore trova due cadaveri: quello della donna che l’aveva contattato e quello di suo marito. La polizia sembra aver chiuso subito – e frettolosamente – il caso, mentre Burma continua le proprie indagini scoprendo delle verità “ingombranti”: il caso, dunque, non è da considerarsi chiuso e l’investigatore privato inizia a scendere – e a sprofondare come in una spirale vorticosa – in un groviglio di vizio e corruzione, di inganni, collere e tradimenti. Il caso è stordente e intricatissimo, ma pian piano i fili vengono sbrogliati e la matassa dipanata. Léo Malet: un consiglio per i lettori […]

... continua la lettura
Culturalmente

Fra le rime «aspre e chiocce»: il conte Ugolino della Gherardesca

Il conte Ugolino della Gherardesca è uno dei personaggi che “popolano” la Commedia dantesca; in particolare, Dante incontra questa figura in una delle zone più tetre e “sozze” dell’Inferno: il cerchio dei traditori. Come ben si sa i personaggi cantati da Dante nelle sue terzine non sono tutti personaggi carpiti dalle tradizioni letterarie a lui note, anzi molti appartengono alla realtà – vuoi per com’era davvero, vuoi declinata per scopi poetico-didascalici – da lui stesso conosciuta; il conte Ugolino è uno di questi personaggi. Il Conte Ugolino della Gherardesca: il personaggio storico Ugolino della Gherardesca, era conte di Donoratico e appartenente ad una famiglia di antico casato; egli era signore di una parte del regno di Cagliari e fra i primi della città di Pisa. Di appartenza ghibellina, si alleò poi con la parte guelfa al fianco dei Visconti per questioni legati ai suoi feudi in Sardegna, feudi di cui non voleva pagare i tributi al Comune di Pisa. Venne per questo motivo accusato e bandito dalla città, ma dopo la battaglia della Meloria del 1284 – e in seguito al timore di Pisa nei confronti della lega di Genova – il conte Ugolino della Gherardesca fu riammesso nella città anche tramite l’appoggio della Lega guelfa e venne creato prima podestà nello stesso anno del 1284 e poi capitano del popolo nel 1285. In quel periodo si trovò contro associate le città di Genova, Lucca e Firenze, tutte di parte guelfa, e decise, per arginare almeno in parte la guerra, di cedere a Firenze alcuni castelli e Pontedera e a Lucca le zone di Viareggio e Ripafratta; con Genova la guerra continuava. Nel 1285 alla signoria di Ugolino della Gherardesca venne ammesso Ugolino Visconti, forse mossa questa voluta sempre in seno ad un qualche spiraglio di pace eppure nel 1287 fra i due si incrinarono i rapporti – forse anche in seguito al breve communis Pisani e al breve populi Pisani – fino al 1288 in cui parve che reggessero entrambi la signoria. Nello stesso anno, però, la parte ghibellina dei pisani, fra cui l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e le famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi spodestarono Ugolino della Gherardesca, accusandolo di tradimento, dopo che questi si era alleato con loro nell’intento di cacciare dalla signoria Ugolino Visconti. L’accusa di tradimento portò Ugolino della Gherardesca alla prigionia fino al 1289, anno in cui fu lasciato all’inedia. L’arcivescovo degli Ubaldini condannò alla prigionia (nella Torre sulla piazza degli Anziani di Pisa) anche i figli di Ugolino della Gherardesca, Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e Nino; la porta sbarrata della prigione venne aperta solo per traslare i corpi e seppellirli presso il convento di San Francesco a Pisa. Il Conte Ugolino della Gherardesca nella Divina Commedia Alla conclusione del XXXII canto dell’Inferno, Dante si trova con Virgilio nel IX cerchio, quello dei traditori e, in particolar modo sta sul limitare fra la prima zona (la Caina, dove sono puniti i traditori dei parenti) e la seconda (Antenora, preposta ai traditori della […]

... continua la lettura
Concerti

Mimas Music Festival: intervista a Luciano Ruotolo

Dal 21 al 31 agosto, nell’isola di Procida, si terrà il Mimas Music Festival, un evento organizzato dall’Associazione musicale Mousikè, cofondata dal maestro di pianoforte Luciano Ruotolo, che vedrà piacevolmente impegnati studenti e studiosi dell’arte musicale. Il festival sarà articolato in giornate in cui sarà possibile apprendere da maestri di musica di fama internazionale, e suonare al loro fianco, in un percorso che non solo avrà per protagonisti giovani talenti, ma che darà anche la possibilità a quanti vorranno e potranno di perfezionare praticamente la loro conoscenza musicale. In occasione dei preparativi per il Mimas Music Festival, abbiamo intervistato il pianista Luciano Ruotolo, direttore artistico del Festival. Intervista al maestro Luciano Ruotolo Luciano, tu sei cofondatore dell’Associazione Mousikè e della Accademia Musicale Europea: vuoi parlarci nello specifico degli intenti di questi due progetti, delle iniziative promosse e delle manifestazioni culturali in cui siete impegnati? L’Associazione Mousikè è stata fondata con il Soprano Romina Casucci e nasce nel 2008 con lo scopo di creare un nuovo circuito musicale fondato sull’eccellenza e sulla valorizzazione di giovani musicisti, rendendoli protagonisti all’interno dello scenario nazionale ed internazionale attraverso l’ideazione di rassegne, laboratori, masterclass, corsi ordinari di alta formazione musicale ed è impegnata nella divulgazione della musica considerata come un mezzo necessario alla crescita ed alla formazione sociale. All’interno dello Splendido Palazzo Venezia Napoli, ex sede dell’Ambasciata Veneta nel Regno di Napoli, abbiamo fondato per questo scopo l’Accademia Musicale Europea. La volontà di essere protagonista, oltre che partecipe, di un lavoro che abbracciasse musica e canto a Napoli e che si spingesse fuori dai confini nazionali, mescolando antico e moderno, nostrano e straniero: come è nata l’idea e cosa ti ha spinto a portarla avanti? Sono profondamente convinto che la Musica detta ‘Classica’ ha una potenza in grado di arrivare a chiunque, senza differenze e Napoli è stata la culla della Musica e riferimento in tutto il mondo. Vogliamo riportare la nostra realtà al livello che merita mettendo tutte le nostre capacità al meglio. Il Canto è la prima forma di Musica che ognuno di noi attua, non a caso la grande scuola pianistica Napoletana nasce da L’Arte del Canto applicata al Pianoforte di S. Thalberg. Questi sono stati i primi due grandi binari dai quali è partito il nostro progetto. L’occasione per questa intervista è nata in seguito alla notizia dell’organizzazione del Mimas Music Festival: quali sono i punti salienti dell’evento e come si articolerà nello specifico? Prima di tutto voglio esprimere la mia gioia per questo progetto perché amo particolarmente Procida, sede del Festival. Il titolo “Mimas” l’ho scelto per richiamare l’origine primordiale e mitica dell’isola rievocando il Titano sepolto nella leggenda a Procida. Abbiamo proposto la collaborazione all’Amministrazione di Procida trovando un entusiasmo particolare che ci ha portato a creare questo momento insieme; voglio ringraziare l’Assessore Nico Granito ed il Consigliere con delega al Turismo Giovanni Scotto di Carlo per la grande disponibilità. Il Festival si svolgerà dal 21 al 31 agosto con Maestri e studenti provenienti da diverse parti del Mondo, […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Cortometraggio Abbasc’: intervista a Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni

Il 27 aprile scorso è stato presentato, presso le sala de Al Blu di Prussia, a Napoli, il cortometraggio  scritto da Claudia Fiorito e diretto da Lorenzo Buongiovanni. La trama è semplice, ma al tempo stesso intrigante: una donna alacre si prodiga con atti e gesti di utilità pubblica e senso civico nel quartiere in cui abita. Questi suoi comportamenti vengono recepiti in maniera contrastante dalle vicine, tra cui una in particolare che è convinta che la donna, dietro la sua solerzia, nasconda la necessità d’espiare un proprio senso di colpa. Abbiamo intervistato Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni e abbiamo posto loro alcune domande a proposito del lavoro che hanno diretto. Abbasc’: l’intervista L’idea del cortometraggio, della sua trama e delle sue implicazioni sociali e psicologiche nasce a partire da un’esperienza vissuta da Claudia Fiorito. In che termini esperienza reale e filtro cinematografico si sono incontrati? Quali elementi sono stati modificati, sottolineati, rivoluzionati nella sceneggiatura? Claudia Fiorito – Alcuni anni fa vidi un servizio al telegiornale che riportava di una donna che nel tempo libero si dedicava alla pulizia degli spazi pubblici nel vicinato. Agli intervistati, residenti del quartiere, la cosa sembrava far piacere: erano tutti ammirati dalla solerzia della signora, già un po’ avanti negli anni. E poi sentii la notizia della fontana di Monteoliveto, periodicamente imbrattata di graffiti, ripulita da un gruppo di volontari: il riscontro in questo caso non fu positivo e il gruppo venne segnalato alla soprintendenza da un comitato cittadino. È da questi fatti che nasce l’idea di Abbasc’, che ho scritto – più che nel tentativo di una denuncia sociale – partendo dal mio interesse per l’umano, dalla curiosità per come sarebbe andata se la polemica fosse nata dalle azioni della volenterosa signora, se tra gli intervistati si fosse instillato un sottile senso di colpa, un sentimento di invidia. Penso che sarebbe successo qualcosa di simile alla sceneggiatura che ho scritto. La pellicola gira intorno a un dualismo: opera buona e senso di colpa. Quale l’intentio princeps dietro la regia e la sceneggiatura di Abbasc’? Lorenzo Buongiovanni – È la coscienza delle tre donne che mi interessava. Una delle donne (Annamaria, interpretata da Liliana Palermo) spiega le sue ragioni, limpida, senza mezzi termini; però è quella che vediamo solo alla fine. L’altra è la protagonista (Tina, interpretata da Rosaria De Cicco); seguiamo la sua vita ma le sue intenzioni rimangono nell’ombra. Anche la sorella (Maria, interpretata da Maria Rosaria Virgili) sembra non conoscere questa intenzione. Però lei ha un’altra coscienza, è l’unica cosa che le distingue davvero. Claudia Fiorito – Mi “solleticava” la creazione di una storia dai risvolti estremi ma anche probabili; per citare Paolo Sorrentino: “il cinema è eccezionale nel reale”. I personaggi di Abbasc’ hanno vite comuni: non sono eroi o “super cattivi” da film della Marvel, tuttavia riescono a creare dinamiche complesse facendo nascere da un gesto di bontà disinteressata una ragione per scatenare una guerra. È un tipo di situazione in cui chiunque potrebbe ritrovarsi, anche se speriamo che non […]

... continua la lettura
Libri

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: intervista al curatore

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone è un progetto fotografico e di indagine sociale molto interessante, basato sull’osservazione diretta delle vite che animano la città di Napoli. Cosa vuol dire essere napoletani? Cosa significa far parte del ricco tessuto urbano e umano partenopeo? Cosa vuol dire Napoli? La “gente di Napoli” si mostra e attraverso le fotografie e le didascalie ad ognuna di esse dà la propria risposta quasi simbolicamente “rivolgendosi” all’obiettivo fotografico che la “osserva” e silenziosamente la “interroga”. Uno studio “combinato”, fra discipline umane e fotografiche, dunque, da cui è nato un libro, presentato recentemente al PAN; un progetto perpetuamente in fieri, dato che può svilupparsi e quindi modificarsi costantemente insieme all’uomo e alla società. Abbiamo intervistato Vincenzo De Simone, fotografo e psicologo, curatore del libro e del progetto. La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: l’intervista Da un punto di vista “tecnico”, cos’è e come appare, nelle intenzioni, il progetto La gente di Napoli? Quali sono stati gli esiti della ricerca fino ad oggi condotta? La gente di Napoli è un progetto nato dall’amore per la propria città, per la cultura, per le innumerevoli sfaccettature di un luogo che vive di una complessità intrinseca che lo rende sociologicamente unico. È un amore quasi romantico per il proprio territorio, che come tale si trasforma in necessità di conoscere, sviscerare, approfondire. Napoli è una mescolanza fra pensieri molto diversi fra loro, quasi caotici. C’è da dire che è un campo di studio molto difficile da formalizzare e che poi, in realtà, formalizzato eccessivamente potrebbe anche portare a perdere varie sfaccettature che fanno parte del napoletano. Abbiamo raccolto testimonianze che erano l’una l’opposta dell’altra e che rappresentavano la personalissima opinione di ciascun individuo. Dalle varie co-occorrenze analizzate, i dati ottenuti sembrerebbero confermare l’ipotesi secondo la quale le caratteristiche personali dei soggetti abbiano un peso nel tipo di opinione formulata su Napoli. I risultati mostrano, infatti, una distribuzione netta dei risultati rispetto alle diverse variabili considerate: ad esempio, prendendo in esame la variabile “età”, è possibile osservare una marcata prevalenza dei pensieri formulati. Tale prevalenza  non si riflette unicamente nel carattere positivo/negativo delle risposte, bensì sembrerebbe suggerire un’estremizzazione delle risposte nei più giovani e una tendenza, in età più avanzata, ad una riflessione più orientata verso sentimenti nostalgici o di rivalutazione. Il progetto La gente di Napoli mescola l’arte fotografica allo studio psicologico e sociologico; quanto queste discipline hanno in comune? La fotografia ha un legame strettissimo con la psicologia e la sociologia: racconta tutto di te, delle persone e dei paesaggi che fotografi. Da psicologo trovo interessante creare immagini che trasmettano un messaggio, un’idea riguardo il comportamento umano, riguardo le emozioni e le relazioni. C’è sempre una storia che merita di essere raccontata e questo è quello che cerco di perseguire con il mio progetto. Con la sua creazione mi avvicinavo per la prima volta al mondo del ritratto, lo specchio dell’anima. Lo studio accademico risulta indispensabile per poter codificare emozioni, sensazioni e modi di fare degli intervistati. […]

... continua la lettura
Comunicati stampa

Fisciano Brain Camp: l’Università incontra il lavoro

Fisciano Brain Camp è una manifestazione, giunta alla sua II edizione, che si terrà dal 23 al 25 maggio presso il Teatro d’Ateneo dell’Università degli Studi di Salerno. L’intento della manifestazione è quello di creare un ponte fra Università e occasioni e possibilità lavorative. Le aziende si presenteranno attraverso laboratori di approfondimento e seminari dedicati a nuove professioni e tecniche di ricerca attiva del lavoro. Il progetto è promosso dal Comune di Fisciano in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno, con l’Associazione Vivi Unisa, con Dlivemedia e con Zon Service. La manifestazione si concluderà con il Festival Vivi Unisa di Notte, evento musicale alla sua IX edizione. Fisciano Brain Camp: l’iniziativa Fisciano Brain Camp vuole mostrare quale sia il panorama aziendale locale e nazionale dando l’opportunità ai giovani di utilizzare le proprie capacità per costruire il proprio futuro. L’evento è concepito come un campus diffuso fra il territorio comunale e gli spazi universitari, in cui si alternano attività e iniziative. Per partecipare alla manifestazione è necessario iscriversi attraverso il sito www.fiscianobraincamp.it tramite la piattaforma realizzata in collaborazione con Zon Service. Fisciano Brain Camp: l’intento di avvicinare il lavoro ai giovani Gli obiettivi dell’evento sono tutti legati alla questione dell’inserimento dei giovani nel lavoro: essi sono concepiti, dunque, al fine di favorire l’incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, indirizzare i giovani verso le nuove professioni, stimolare l’attitudine alla cooperazione, selezionare idee e progetti per lo sviluppo sostenibile, rendere la comunità di riferimento più aperta e dinamica. All’interno della manifestazione verranno offerte opportunità di lavoro, di formazione e di consulenza sulla possibile futura professione partendo dai contesti aziendali locali e aprendosi a quelli nazionali. L’iniziativa avrà la forma del convegno e sarà un’occasione per assistere ad un dialogo fra i protagonisti della politica regionale e locale, delle aziende, delle istituzioni universitarie e della società. Fisciano Brain Camp: il programma Le giornate dedicate al Fisciano Brain Camp saranno articolate nel seguente modo: 23 maggio: in mattinata sarà tenuto un convegno istituzionale che introdurrà la manifestazione e tratterà le tematiche su cui sarà articolata la manifestazione; una breve videoproiezione presenterà le aziende partecipanti; nel pomeriggio vi saranno le selezioni per intraprendere un tirocinio formativo presso la stazione radiofonica Radio Base (per iscriversi alle selezioni, accedere alla piattaforma dedicata sul sito www.fiscianobraincamp.it). 24 e 25 maggio: incontri dedicati ai giovani alla ricerca di un lavoro e possibilità di colloqui con le aziende.

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

La gente di Napoli: la presentazione del libro al PAN

Il 14 maggio al PAN, palazzo delle Arti di Napoli, è stato presentato, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, il volume La gente di Napoli – Humans of Naples, curato da Vincenzo De Simone, con la prefazione di Paolo Chiariello e con le illustrazioni di Gioia Romanelli. Alla realizzazione del libro hanno, inoltre, collaborato Vittorio Sarnelli, Virginia Santoro, Ciro Pizzo e Massimo di Roberto; alla pubblicazione del volume hanno contribuito la pasticceria Mennella e l’associazione Napoli da Vivere. La gente di Napoli – Humans of Naples: il progetto Il libro La gente di Napoli – Humans of Naples, patrocinato dal Comune di Napoli, nasce dal progetto fotografico e di indagine psicosociale La gente di Napoli, i volti e le storie dei napoletani, patrocinato dal Comune di San Giorgio a Cremano, dall’Assessorato all’Assistenza sociale della Regione Campania e dal Consiglio Regionale della Campania: tale progetto, che prende spunto dall’omologo progetto Humans of New York, di Brandon Stanton, mira a ricostruire, come tessere di un mosaico, i fili delle rete culturale e sociale di Napoli. Attraverso fotografie e pensieri, propri dei soggetti ritratti e che fissano idee, speranze, progetti personali, lo scopo di Humans of Naples è quello di rintracciare un sostrato comune, di delineare una costante sociale e analizzare, indagando in chiave psicosociale, l’umanità che popola Napoli. La gente di Napoli – Human of Naples: la presentazione La presentazione del volume La gente di Napoli – Humans of Naples si è spiegata attraverso gli interventi  dello psicologo e fotografo Vincenzo De Simone, del sindaco del Comune di Napoli Luigi de Magistris, del sociologo e docente dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa Ciro Pizzo, dello psicologo e docente del medesimo Ateneo napoletano Massimo di Roberto, dell’Assessore ai Giovani e alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli Alessandra Clemente, del giornalista e scrittore Paolo Chiariello e dello psicologo Vittorio Sarnelli. Ha aperto l’incontro Luca Espinosa. I vari e intensi interventi hanno affrontato temi profondi e aspetti importanti del libro: l’umanità che popola Napoli e dello spazio sociale che vivono, la costruzione di un’immagine di ciò che sentiamo, un armonioso coacervo di diversità, la necessità di partecipare alla vita di Napoli, alla crescita sociale come diritto e insieme dovere del singolo attraverso la cultura e l’umanità. E ancora, la presenza di una matrice comune, di un sostrato territoriale, di un demarcatore sociale, di un’identità collettiva. Essere “gente di Napoli” vuol dire appartenervi: in che maniera, in quali termini e in che misura questo avviene, questo si esplica e questo significa per i partenopei, siano essi d’adozione o di origine, è uno dei temi fondamentali della ricerca psicosociale condotta dai curatori e autori del libro e che si articola attraverso un linguaggio combinato fatto di immagini, sensazioni, parole. Un progetto di giovani studiosi, La gente di Napoli, un progetto ancora, e forse sempre, in fieri: impossibile mettere un punto fermo allo studio della società e dell’uomo, in perenne e continuo divenire, in un percorso dinamico che passa anche […]

... continua la lettura
Libri

“Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio”, la scuola secondo Maria Teresa Serafini

Qual è il rapporto fra scuola e famiglia? Fra genitori, studenti e insegnanti? Quali gli approcci e i modelli da seguire e intraprendere per il benessere a scuola? Maria Teresa Serafini analizza queste tematiche nel suo volume Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio, testo illustrato da Viviana Lagazzi e pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo. Il libro Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio Maria Teresa Serafini svolge un discorso rivolto ai genitori degli studenti affinché intraprendano un percorso rivolto al benessere psicologico dei propri figli che sia a sua volta benefico per il contesto in cui si trovano: “spalleggiare” i propri figli a oltranza, nonostante tutto, non è certo di aiuto, anzi è un comportamento del tutto nocivo; la scelta giusta risiede in un atteggiamento di autorevolezza e non di autoritarismo o permissivismo. Serafini analizza vari tipi di comportamenti di genitori, vari archetipi di famiglia, esponendo i pro e i contro di questo e di quel modus vivendi e operandi e gli effetti che essi ingenerano, inevitabilmente, sui figli. Una riflessione sugli stili educativi, con attenzione a quelli che saranno di volta in volta gli effetti psicologici sul figlio-discente, apre, di conseguenza, la via a quello che è il rapporto studente e scuola. Il dialogo e la compartecipazione, figli entrambi dell’autorevolezza, del rispetto dei ruoli e della stima vicendevole e interpersonale, sono i comportamenti vincenti di crescita e benessere, personale e sociale. Il libro Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio: i temi Lo scritto di Maria Teresa Serafini è trapunto di esempi, di domande, di riflessioni. L’andamento della prosa è semplice, chiaro e d’effetto. Un testo che sembra tratteggiare una linea per i genitori al fine di far crescere figli educati al rispetto di loro stessi e del prossimo ancor prima che consapevoli studenti e che evidenzia la necessità della socializzazione, contro il pernicioso e presente individualismo e che agisca da freno, funga da argine, ai modelli “liquidi” di crescita e che favorisca il rispetto di regole autorevolmente strutturate, codificate e condivise. Larga parte del testo si sofferma su questioni prettamente psicopedagogiche: le strategie educative, la riflessione sulle intelligenze multiple, l’attenzione alle inclinazioni caratteriali e lo sviluppo della creatività. Serafini ci ricorda che l’educazione passa sempre attraverso attenzione e consapevolezza, mai attraverso regimi autoritari e permissivismo. Il libro Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio: la struttura Se da un lato l’autrice di Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio si rivolge ai genitori, dall’altro si rivolge agli insegnanti: dopo la riflessione sui modelli genitoriali, si rivolge ai modelli di insegnamento. Similmente alla linea seguita per i genitori, il discorso si rivolge ai comportamenti degli insegnanti, delineando di volta in volta quali risultano essere gli effetti che essi ingenerano nello studente e sulla classe. Un lavoro di collaborazione, un rapporto reciproco e uno scambio mutuo di pareri, riflessioni e competenze: ecco l’idea che delinea  Maria Teresa Serafini e che interessa quel segmento fondamentale nella crescita dell’adolescente: […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

TrentaTram: Festival per giovani compagnie teatrali

TrentaTram è il titolo di una bella iniziativa, quest’anno alla sua I edizione, nata al TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica) di Napoli e in cartellone dal 10 al 27 maggio. Un festival che vede in scena 11 spettacoli, scelti tramite un bando pubblico sul territorio nazionale italiano, interpretati e diretti da artisti e registi tutti al di sotto del trentesimo anno di età. Come espresso dal direttore artistico del TRAM, Mirko Di Martino, il TrentaTram ha l’intento di «dare visibilità ai giovani, di sostenerli e incoraggiarli nel loro percorso di crescita» dato che il «teatro del futuro è nelle mani delle giovani compagnie teatrali»: bene così, dare un’opportunità a questi artisti e dedicare uno spazio dedicato esclusivamente per loro. TrentaTram: la scena ai giovani, il voto al pubblico e agli esperti Il concorso teatrale si sviluppa in maniera per certi versi analoga a quanto accaduto con un’altra bella e interessante iniziativa svoltasi al TRAM, le “sfide” di Teatro Match: in questa manifestazione, vengono messi a confronto due autori teatrali, “difesi” tramite una serie di letture di brani estratti dai loro testi, tramite una serie di spezzoni cinematografici o riprese video in teatro di rifacimenti d’autore e tramite la “difesa” in loco, nella sala del Teatro di due “difensori”, con il pubblico presente munito di palette colorate per votare. TrentaTram, presenta un meccanismo di voto analogo per certi versi, con la presenza ancora una volta del pubblico, affiancato, però, da una giuria di “esperti del settore”. Come descritto in cartella stampa, le modalità delle votazioni saranno, così, molto semplici e chiare: “A valutare gli spettacoli in concorso ci saranno due giurie, una composta da esperti del settore e l’altra da spettatori: la compagnia vincitrice potrà portare in scena il proprio spettacolo nella stagione 2018/19 del TRAM. Ci saranno, inoltre, premi e riconoscimenti per le diverse categorie artistiche”. TrentaTram: il programma Il programma degli spettacoli proposti spazia tra rivisitazioni, libere ispirazioni, reinterpretazioni e testi inediti, scritti ex novo: un cartellone vario e interessante, come spesso il TRAM ha proposto e propone ai suoi spettatori. Ecco di seguito gli spettacoli in concorso: 10 maggio, ore 21.00:    6 marzo 1938 di Guglielmo Lipari 11 maggio, ore 21.00:    Audizione di Chiara Arrigoni 12 maggio, ore 21.00:    Capinera di Rosy Bonfiglio 13 maggio, ore 18.00:    Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia 17 maggio, ore 21.00:    Fortuna di Alessandro Sesti 18 maggio, ore 21.00:    3some di Tommaso Fermariello 19 maggio, ore 21.00:    L’imbroglietto di Niccolò Matcovich 20 maggio, ore 18.00:    Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano 25 maggio, ore 21.00:    La regola di Elia di Antonio Magliaro 26 maggio, ore 21.00:    Bagarìa di Francesco Rivieccio 27 maggio, ore 18.00:    Specchio rotto di Sharon Amato I biglietti del festival possono essere acquistati e prenotati direttamente dal sito. Si ricorda, anche, la possibilità di offerte con l’acquisto di una tessera valevole per il Festival. Per questa informazione si rimanda a uno dei contatti del botteghino presenti sul sito del teatro TRAM.

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Presentazione del volume “Dopo Eduardo” al Mercadante

Lunedì 23 aprile, al foyer del Teatro Mercadante di Napoli, si è tenuta la presentazione del libro Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli, curato dalla giornalista Luciana Libero e sponsorizzato dalla Fondazione Eduardo De Filippo. Il libro, primo volume della Collana Teatro della Serie Oro della casa editrice Apeiron, ideata e diretta dalla giornalista Anita Curci, è stato presentato dalla stessa Casa Editrice Apeiron e dal Teatro Stabile di Napoli. Il volume Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli Il libro, curato dalla giornalista, studiosa e critica teatrale Luciana Libero, è un’antologia critica sul teatro a Napoli dagli anni ‘80 del 1900 fino ai giorni nostri. Il volume segue nelle intenzioni il precedente testo di Luciana Libero in cui la studiosa aveva raccolto riflessioni critiche e indagini proprio sulla Nuova Drammaturgia napoletana. Con Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli, si ampliano i discorsi ritornando e rinnovando questioni e riflessioni intorno all’argomento del teatro post-eduardiano. La presentazione di Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli La presentazione, scandita in letture di brani a cura degli autori e di attori e moderata da Sergio Marra, responsabile dell’Ufficio stampa del Teatro Stabile di Napoli, si è aperta con i saluti di Luca De Fusco, regista e direttore dello stesso Teatro Stabile, e con gli interventi del critico teatrale Giulio Baffi, della giornalista Titti Marrone, del drammaturgo napoletano Manlio Santanelli, della giornalista Anita Curci e della stessa Luciana Libero. La presentazione è proseguita con letture di brani tratti da Scannasurice di Enzo Moscato, da Saro e la rosa di Francesco Silvestri, Donne di potere di Fortunato Calvino, L’abito della sposa di Mario Gelardi e Mal’essere di Davide Iodice: nell’ordine, hanno prestato le loro voci, tra gli altri, e le loro interpretazioni, Imma Villa, Maria Basile Scarpetta, Rosaria De Cicco, Rita Montes, Roberta De Pasquale, Gennaro Maresca e gli interpreti e autori del lavoro collettivo, di trascrittura – riscrittura, Mal’essere. Aspetti del libro Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli approfonditi durante la presentazione Durante la presentazione del volume gli aspetti su cui si è soffermata l’attenzione sono stati soprattutto la presenza imprescindibile in senso teatrale della parola e della presenza dello stile e dei concetti eduardiani e della poderosa mole, come ricorda Luca De Fusco, di drammaturgia napoletana di qualità in età contemporanea. Le riflessioni si sono catalizzate intorno a quello che è, teatralmente, il post-Eduardo, la concezione del teatro e della drammaturgia negli anni successivi al maestro De Filippo. «Tradizione e tradimento», come ha metaforicamente espresso Manlio Santanelli, un’indagine fra ciò che è e ciò che è stato, un tentativo di lettura che intrecci e differenzi, al tempo stesso, passato e presente teatrale. Una «autobiografia generazionale condivisa», come ha detto Titti Marrone, della grande famiglia teatrale, fatta di ritmi e suggestioni, di vibrazioni e movimenti, di frenesia, riflessioni e vivacità.

... continua la lettura
Recensioni

Varietà – per sfuggire al destino: al teatro Sancarluccio

Varietà – per sfuggire al destino è uno spettacolo in scena dal 20 al 22 aprile, al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, scritto e diretto da Gennaro Monti e interpretato da Matteo Mauriello, Laura Lazzari, Sonia De Rosa e con la partecipazione del maestro Gerardo Buonocore, al pianoforte, direttore, questi, delle musiche e degli arrangiamenti. Lo spettacolo Varietà – per sfuggire al destino Varietà – per sfuggire al destino si presenta, come di consueto negli spettacoli interpretati da Matteo Mauriello, una riuscita e ben congegnata contaminazione fra diversi stili e generi in cui in aggiunta a più riprese dialogano apertamente e piacevolmente canto e recitazione, pantomima e musicalità.  E, come di consueto, Matteo Mauriello non si fa mancar niente entro la varietà delle maschere sceniche e mimiche di cui, di volta in volta, di spettacolo in spettacolo, dispone trasformandosi in un camaleontico interprete al fianco dei suoi altrettanto camaleontici compagni sul palcoscenico, Laura Lazzari, Sonia De Rosa e Giovanni Monti. Varietà – per sfuggire al destino: gli interpreti L’energia nello spettacolo non è risparmiata: veloci scambi di battute, un susseguirsi di gesti, parole, ritmi, musiche, queste sapientemente arrangiate dal maestro Gerardo Buonocore, il tutto alternato a momenti di  riflessione metateatrale sui vezzi e i “patimenti” del mestiere della recitazione. Gli interpreti tutti e Gennaro Monti, autore dei testi di Varietà – per sfuggire al destino, oltre che interprete dello stesso, hanno portato in scena una riflessione sulla “psicopatologia” che può colpire un attore, la sua necessità di spazio, spazio scenico, e il suo bisogno di “farsi strada” in mezzo ad altri. Tutto ciò, in un livello di sostrato interpretativo, suggerisce un messaggio particolare e attento: il silenzio e la malinconia, se non anche il dolore e la solitudine, che può celarsi dietro a un evento apparentemente allegro e “dionisiaco”, costruito ad hoc affinché sia tale. Varietà – per sfuggire al destino: i messaggi La trama dello spettacolo, molto semplice ma non per questo superficiale, si muove intorno alle vicende di un manipolo di attori che, per un “gioco” del destino, un “colpo di dadi” della fortuna, si ritrovano, in una dolce amara “girandola” di brani da recitare, in un turbinio di pezzi l’uno successivo all’altro. E dopo tutte le voci, le luci, i suoni, i rumori, Varietà – per sfuggire al destino si chiude così come si era aperto, in un gioco di opposizione fra ciò che è e ciò che appare: il buio che scende, l’immobilità e il silenzio.

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Archè alla Galleria d’Arte Serio: intervista a Paola De Rosa

Dal 22 febbraio al 2 marzo è visitabile, alla Galleria d’Arte Serio di Napoli a via Oberdan, la Mostra Archè: dipinti e disegni d’architettura dell’architetto Paola De Rosa e curata da Danilo Russo. Eroica Fenice ha intervistato  l’artista autrice della Mostra Archè esposta nella Galleria d’Arte Serio  Gentile architetto, vuol parlarci del suo percorso artistico e professionale? È un percorso apparentemente tortuoso. Ho scelto la pittura all’età di dieci anni. Ho fatto gli studi artistici ma, a 18 anni, ho capito che mancava qualcosa, o meglio, che c’era una mano ma non una testa in grado di rispondere a una “semplice” domanda: cosa dipingere? Non “come dipingere”, ma “cosa dipingere”. Questa sospensione dolorosa la riversai nell’architettura. Mi iscrissi alla facoltà di architettura non dimenticando mai di essere una pittrice. Oggi osservo che, mentre stavo studiando, stavo anche rispondendo. Senza saperlo, nei miei “disegni tecnici” scrivevo la risposta. Ho svolto la professione di architetto, prediligendo soprattutto il cantiere. Ho aspettato che la mano e la testa si ritrovassero e ho ripreso a dipingere. Era più o meno il 2008. Cosa dipingere? Il vero dal vero. Un gioco di parole per esprimere due concetti fondamentali: il cosa, che coincide con il tema religioso, cioè il Vero, e il come, che coincide con gli oggetti quotidiani con cui opero dal vero. Ho cominciato, così, a costruire le mie prime nature morte. Per la costruzione di questi dipinti, è stato decisivo l’utilizzo di un quotidiano – L’Osservatore Romano – prezioso nel suggerirmi contenuti e immagini e fondamento dello spazio compositivo che andavo costruendo. Ho proseguito, poi, per cicli pittorici immaginando sempre ogni singola opera come una natura morta allegorica. In questi cicli, l’utilizzo del quotidiano ha perso, via via, la sua funzione originaria per trasformarsi sempre più in una griglia geometrica. Archè: di cosa ci “parlano” le opere esposte nella sua mostra ?  Quali i messaggi sottesi dietro ogni creazione? Archè, nella volontà del curatore Danilo Russo, propone una raccolta di lavori che copre temporalmente gran parte della mia produzione pittorica, ponendo l’attenzione su tutto il processo che accompagna la realizzazione dei dipinti: disegni preparatori e acquerelli. Tutto il materiale “parla” di una ricerca spaziale dove porre gli “oggetti trovati” che sono, spesso, torsoli di mela modellati con il coltello, ossi del macello, libri, frasi, immagini. Ribadisco che il tema religioso non è il fine delle mie opere, il messaggio sotteso, ma è la spinta creativa: si parte dal titolo, si entra nella spazio del dipinto, si interrogano i suoi oggetti e si può  terminare il viaggio con l’osservare una semplice natura morta, con le sue forme i suoi colori le sue geometrie. L’uso della forma, del colore, della linea, del linguaggio e degli strumenti dell’arte e dell’architettura: come si presenta Archè? I dipinti in mostra sono realizzati in modo “artigianale”: su una tela applicata ad un telaio interinale stendo una preparazione a base di gesso e colla di coniglio – come si usava nel ‘400 – sulla quale dipingo utilizzando terre e pigmenti da me macinati. […]

... continua la lettura
Interviste

Un angelo tra le stelle: intervista a Claudio Zanfagna

Il 31 gennaio si è tenuta, presso il Circolo Nautico di Posillipo, la presentazione alla stampa della IV edizione della cena di solidarietà Un angelo tra le stelle, organizzata dall’Associazione Progetto Abbracci Onlus e in collaborazione con l’Associazione Si può dare di più Onlus. Il tutto inerente al progetto La Casa dei Mestieri, un progetto che mira ad avvicinare al mondo del lavoro i ragazzi affetti da disabilità cognitive. Eroica Fenice ha intervistato uno dei soci fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus, Claudio Zanfagna. Un angelo tra le stelle Lei è uno dei fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus: vuole spiegarci di cosa si occupa? Come è documentato sul sito (progettoabbracci.org) io sono socio fondatore assieme a mio figlio, mia moglie ed ai migliori amici di mio figlio Andrea, al quale è dedicata l’Associazione Progetto Abbracci Onlus. Attualmente ne sono anche il presidente. Da quattro anni ci occupiamo dei più deboli, di chi vive ai margini della società sia in Italia che in Africa sostenendo progetti concreti. Quali sono i progetti a cui si è dedicata l’Associazione e quelli in corso? I progetti realizzati sono tantissimi e sono tutti visibili sul sito e sul profilo Facebook di Progetto Abbracci Onlus. Con la prima edizione di un Angelo tra le Stelle abbiamo donato una medicheria al reparto di oncologia pediatrica del Sun, con i fondi raccolti durante la seconda edizione abbiamo fornito una medicheria al reparto di pediatria diretta dal prof Paolo Siani al Santobono e con la terza una yurta (tenda mongola), per ospitare il punto di lettura per i bambini figli dei detenuti del carcere di Nisida. Inoltre abbiamo donato holter portatili ai Prof. Paolo Siani e Rodolfo Paladini del Santobono e una cucina ed un refettorio per l’ospitalità agli homeless presso la parrocchia di San Gennaro in via Bernini: la struttura funziona regolarmente tutti i sabato. E poi abbiamo donato strumenti all’orchestra dei bambini dei Quartieri Spagnoli. Insieme ai progetti che portiamo avanti a Napoli, il nostro impegno è forte anche in Africa dove abbiamo costruito tre scuole e quattro pozzi d’acqua in Tanzania, regolarmente completati e da me e mia moglie personalmente inaugurati. Sono appena iniziati i lavori della quarta scuola e, a breve, realizzeremo il quinto pozzo. Ci parla dell’iniziativa di Un angelo tra le stelle e del progetto La casa dei Mestieri? L’angelo ovviamente è mio figlio Andrea, che purtroppo è volato in cielo nel maggio 2014 a seguito di un incidente stradale in Grecia. Le stelle sono i cuochi, che da anni si prestano in maniera assolutamente gratuita per aiutarci a realizzare i progetti dell’associazione. Quest’anno, ad esempio, doneremo un forno a legna ed un bancone professionale ai ragazzi con disabilità cognitive, attualmente ospiti dei padri Dehoniani a Marechiaro. I ragazzi sono seguiti da uno staff di medici e di insegnanti professionisti, che li sostengono e li avviano concretamente ad un mestiere, consentendo a questi giovani uomini e donne di non essere più invisibili ed emarginati e prospettando loro un inserimento nel mondo del lavoro. Noi ci impegneremo per […]

... continua la lettura
Recensioni

Regine sorelle al Nuovo Teatro Sancarluccio

Dal I al 4 febbraio è andato in scena, al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, lo spettacolo Regine sorelle, scritto e diretto da Mirko Di Martino e interpretato da Titti Nuzzolese. Lo spettacolo Regine sorelle Lo spettacolo ruota intorno alle figure di Maria Antonietta, moglie di re Luigi XVI di Francia, e di Maria Carolina d’Asburgo, moglie di re Ferdinando di Borbone di Napoli. La storia, narrata e portata in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dallo spettacolo Regine sorelle, rivolge uno sguardo sulle due donne, nel loro rapporto di sorelle, prima, e di regnanti e mogli di regnanti poi. Ma la scrittura di Di Martino non si sofferma solo sull’aspetto storico delle due regine: lo spettacolo, infatti, si propone di offrire uno sguardo interiore e intimo verso le due figure. Due sorelle che, come il testo scritto e proposto da Mirko Di Martino ricorda, sono state privatamente legate e che per vicende storiche e politiche si sono ritrovate allontanate. Due regine, diverse nei loro comportamenti, ma entrambe si opposero alla Rivoluzione francese: una direttamente, con la presa della Bastiglia e del potere da parte dei giacobini, l’altra in forma indiretta con le vicende legate alla Rivoluzione della Repubblica Partenopea del 1799. Lo spettacolo Regine sorelle non si presenta come uno spettacolo che ha intenzioni strettamente storiografiche. L’approccio è di tipo evenemenziale: i fatti storici non sono analizzati nel loro rapporto causa-effetto nel senso storico del termine, e i fatti narrati, su cui si svolge gran parte dello spettacolo, sono quelli paralleli alle circostanze intime delle due regine. Questo sguardo interiore che la scrittura di Mirko Di Martino ha voluto portare in scena, e che Titti Nuzzolese intensamente interpreta sul palcoscenico, si mescola ad uno stile e quindi ad una volontà di enfatizzare questo aspetto della dimensione privata delle due donne e il loro rapporto di sorelle. Si è finora parlato sempre di due figure distinte, per quanto unite, di due donne, ma sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio con Regine sorelle l’interprete di entrambe è una sola attrice, Titti Nuzzolese. E la stessa attrice ha anche interpretato altre figure profondamente legate alle due regine. Si pensi ai loro rispettivi consorti, o alle cameriere di Maria Carolina e alle dame di compagnia di Maria Antonietta, in cui è possibile rintracciare una corrispondenza fra i due mondi regali, quello napoletano e quello francese, evidenziando le differenze e i tratti d’unione fra i due regni. La scenografia, rievocando, nell’idea, un salotto di corte si divide tra i ritratti delle due regine alle quali peraltro corrispondono distinti temi luminosi volti a marcare la cesura fra le due intimità messe contemporaneamente in scena sul palco.

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Cosmogonie alla Fondazione Plart : intervista a Mario Coppola

Cosmogonie è una mostra allestita nelle sale della Fondazione Plart di Napoli. La mostra, visitabile fino al 22 dicembre, è la prima personale dell’architetto Mario Coppola, e a cura di Angela Tecce, direttrice della Fondazione Real Sito di Carditello. Mario Coppola, architetto e professore di Composizione Architettonica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ha inaugurato la sua mostra il 14 ottobre. Cosmogonie alla Fondazione Plart: intervista all’artista e architetto Mario Coppola Architetto Coppola, ci parli di lei e della sua mostra. La sua Cosmogonie sembra voler mescolare nell’intenzione, in una spirale armonica, tradizione e modernità. Una cosa che posso dire di me è che, seppure abbia lavorato tanto per conquistarla, non amo l’etichetta di architetto. Non l’ho mai amata, né mi sono mai sentito un architetto nel senso stringente del termine: l’architettura per me è solo una delle naturali espressioni della creatività plastica, della composizione intesa nell’accezione barocca con cui Deleuze unificava tutte le arti, dalla pittura fino all’urbanistica. Venendo alla mostra, Cosmogonie lavora sull’icona di Apollo e Dafne e, più in generale, sul senso tradizionale della scultura, da una prospettiva radicalmente diversa da quella comune, un paradigma culturale diverso da quello della tradizione occidentale e persino da quello della modernità, intesa da Argan come proseguimento e restaurazione dei valori classici. Cosmogonie: la traduzione dal greco ci riporta alla nascita del Cosmo, e per estensione alle teorie scientifiche dietro la nascita dell’Universo. Qual è il percorso che accompagna il visitatore lungo la sua mostra? Un percorso fatto di suggestioni visive e tattili, che per molti versi richiama un percorso naturalistico. Come se, visitando la mostra, ci si addentrasse in una foresta: da qui il video sullo sfondo, nel quale si fondono una foresta e le stringhe dei codici informatici di Matrix. Una delle possibili chiavi di lettura è quella relativa alla comunanza di origine, e quindi di destino, che lega tutte le cose del mondo. La mostra Cosmogonie che presenta al Plart sembra essere frutto della fusione fra progettazione, architettura e ambiente. In quali termini si esplica e verso quali orizzonti si rivolge la sua concezione d’arte? La mia, come dicevo, è una concezione barocca dell’arte: come scriveva Deleuze, nel Barocco la pittura sconfina nella scultura, questa nell’architettura e l’architettura nella città. Non mi piace concentrarmi sulle differenze, sulle barriere tra le discipline che, di fatto, hanno tutte a che fare con i sensi, con il corpo, con la percezione visiva e tattile. Uno spazio architettonico, in fondo, non agisce sui sensi come una scultura al rovescio? Le opere di Cosmogonie sono il frutto di una ricerca unitaria che, di volta in volta, si concentra sullo spazio o su elementi nello spazio. L’orizzonte culturale, però, è sempre lo stesso, è la mia visione del mondo, e ha a che fare con uno strenuo tentativo di stimolare una riflessione circa l’apparente separazione – a cui siamo abituati dalla nascita – tra il mondo degli uomini, l’ambiente antropico in gergo tecnico, e quello del resto del mondo. Fra le opere […]

... continua la lettura
Libri

L’Antica Pizzeria da Michele: storia di famiglie e di pizze a Napoli

L’Antica Pizzeria da Michele: un libro che insieme all’odore della carta ha il sapore di pizza di Napoli L’Antica Pizzeria da Michele. Dal 1870 la Pizza di Napoli. Storia de L’Antica Pizzeria da Michele di via Cesare Sersale a Napoli. Usi, costumi e tradizioni napoletane legate alla pizza. Questo il titolo eloquente del libro scritto da Laura Condurro, con prefazione di Tommaso Esposito, edito dalla casa editrice Alessandro Polidoro Editore. Svolge la tradizione di un popolo, napoletano, attraverso una pizzeria storica, quella di Michele Condurro. La storia di un popolo che affonda una delle sue radici storico-culturali proprio nella pizza, fra l’altro prima candidata e poi riconosciuta proprio in questi giorni Patrimonio dell’Umanità UNESCO. «Vedersi per “farsi” una pizza attorno a un tavolaccio di marmo, con gli amici e i parenti rappresenta il massimo della felicità per il napoletano vero». Così è scritto in un passo del libro e ciò rispecchia pienamente un uso conviviale dei napoletani. Allora la pizza oltre che alimento ha anche un valore per così dire “metafisico”: come viene interpretato a livello sociale l’atto di mangiare una pizza? E cosa vuol dire per una famiglia di pizzaioli essere legati da un cibo così particolare? Il libro L’Antica Pizzeria da Michele. Dal 1870 la Pizza di Napoli. Storia de L’Antica Pizzeria da Michele di via Cesare Sersale a Napoli. Usi, costumi e tradizioni napoletane legate alla pizza, racconta quindi la storia della pizza, ma non solo «Cosa dire della pizza? Si sono scritti interi libri sulle sue origini»: questo è vero ma da ogni spunto ne nascono altri. Sicuramente questo libro ha le pizze non come centro e punto di arrivo, piuttosto come punto d’avvio per parlare di una storia, la storia de L’Antica Pizzeria da Michele Napoli e con essa delle storie, o meglio, dei frammenti di storie, della famiglia Condurro. I legami fra la famiglia Condurro e l’arte della pizza affondano le loro radici dal XIV secolo e mano a mano si intrecciano costantemente con passione e dedizione. La passione, l’amore che la pizza trasmette a chi la gusta è un altro dei temi ricordati nel libro: tramite alcune citazioni tratte dalle parole di Ernesto Benabò Silorata, l’autrice del libro, Laura Condurro, ricorda come la pizza comunichi «una sensualità latente» fatta di morbidi contorni, rotondità, caldi approcci sensoriali. Parte del libro è poi dedicata ai rapporti intercorrenti fra la famiglia Condurro e i fornitori delle materie prime della loro pizzeria: è così che si aprono paragrafi sull’Azienda Caputo e le sue farine, sulla famiglia dei Fusco e la loro Fior d’Agerola, sulla famiglia Fortunato con i Pomodori Solea, sulla Ditta Fratelli Masturzo e il loro olio, e sulle famiglie Terzo e Abagnale con i loro vini della loro FloraMI. Con un’indagine statistica e socio-culturale, a cura di Rosa Vieni, si conclude il libro, corredato da alcune immagini in appendice: Album di famiglia. Ancora una volta un titolo eloquente: Album di famiglia, una famiglia di pizzaioli che della ricetta della pizza napoletana si dichiarano «strenui e  scrupolosi custodi». L’Antica […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

... continua la lettura