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Eroica Fenice

Napoli e Dintorni

Impasto 55. Gusto in equilibrio: un’intervista

Impasto 55 è una nuova pizzeria a Napoli (aperta lo scorso 19 maggio e ubicata in piazza Vittoria, in una delle percorrenze centrali della città) che – recuperando le parole di Vitale De Gais – «punta l’attenzione sull’impasto e recupera un’antica regola dei pizzaioli, la regola del 55: la somma della temperatura ambiente, della temperatura della farina e della temperatura dell’acqua deve sempre essere pari a 55». Impasto 55. Gusto in equilibrio: intervista a Vitale De Gais Vitale De Gais, come nasce l’idea delle pizze proposte di recente in carta? Nasce rispettando la tradizione quindi conservando le pizze classiche, puntando sulla stagionalità delle verdure e sulla creatività  abbinata sempre all’equilibrio in ogni singola pizza. Fattore importante oltre alla scelta delle farine macinate a pietra sono i prodotti  utilizzati: solo “eccellenze italiane”. Il 55 è un numero caro alla pizzeria: come avete messo in pratica questa regola matematica applicata alla fragranza e al sapore unici della pizza? Non abbiamo fatto altro che rispettare una regola empirica del mondo della pizza ovvero “la regola del 55“ abbinandola alla qualità delle farine macinate a pietra di grano italiano e rispettando i tempi di maturazione che arrivano fino a 72 ore. Napoli fra Storia, luoghi e gastronomia: come legare questi due aspetti pulsanti della tradizione partenopea nel segno della vostra pizzeria? La pizza è diventata nel tempo un simbolo conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo, una parola  comune che non conosce lingue se non una, quella italiana, ma che di origine ne conosce solo una: Napoletana. La pizza con la “P” maiuscola è quella di antica tradizione napoletana, che evoca la maschera di Pulcinella, le bellezze di Posillipo, il Golfo di Napoli e il Vesuvio. In Impasto55 si rispettano luoghi e tradizioni, abbiamo dedicato una pizza a sua maestà il Vesuvio: fiordilatte di Agerola, pomodorini gialli del Vesuvio e pomodorini rossi del piennolo DOP, parmigiano reggiano DOP, basilico e olio extravergine Torretta DOP delle colline Salernitane. Si sente spesso parlare della pizza (nel bene e nel male l’importante è che se ne parli), ma bisognerebbe capire il capolavoro, l’opera d’arte, il significato e la storia che si celano dietro a un impasto a regola d’arte, dall’olio alla mozzarella e poi gli abbinamenti che rendono la pizza e il momento dell’assaggio irrinunciabile: noi di Impasto55 siamo tutto questo. Pizzeria Impasto 55 e Vitale De Gais: in una frase, cosa deve aspettarsi il cliente dalla vostra carta di pizze e dal vostro impasto di sapori? Equilibrio in ogni singola pizza abbinato a tanta passione.  Ringraziando Vitale De Gais, ricordiamo i riferimenti alla pizzeria: IMPASTO 55 Piazza Vittoria 11/12 80121 – Napoli tel. 081 7645295 Fonte immagine in evidenza: pizzeria 55

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Libri

Il principio della rana: individuo, massa, collettività

Il principio della rana è un testo scritto da Tiziana Cristiano per la casa editrice Scatole parlanti e tratto da un cortometraggio della stessa autrice dal titolo Lo sfratto. Il principio della rana: il testo Preso così, da solo, questo titolo può sembrare abbastanza enigmatico eppure alla mente riporta subito una simile dicitura: il principio della rana bollita di Noam Chomsky. Se l’autrice ne abbia fatto menzione diretta nel suo libro, lascio il “compito” di scoprirlo al lettore: ciò su cui vorrei riflettere seppur brevemente è il legame fra le due espressioni: il principio della rana e il principio della rana bollita. In un testo saggistico sull’influsso dei media sulla collettività, lo studioso Noam Chomsky utilizza la metafora della “rana bollita”; il principio suona più o meno così: se si immergesse una rana in una pentola con acqua bollente tale per cui lo sbalzo termico fra il corpo della rana e la temperatura dell’acqua fosse elevato, allora la rana “con un colpo di coda” salterebbe fuori, proverebbe ossia in tutti i modi a fuggire per salvarsi; al contrario, se la rana fosse messa in una pentola con dell’acqua fredda che solo lentamente viene riscaldata e poco a poco rendendo l’acqua fredda dapprima tiepida, poi più calda e infine bollente, la rana non avrebbe più la stessa forza di saltar fuori perché i passaggi intermedi – tepore, primo caldo – a cui era stata sottoposta e a cui si era abituata tollerando il disagio, l’avrebbero resa “mansueta” e incapace di reagire persino allo scopo della propria sopravvivenza. Una sorta di “anestesia alla vita”, di potente veleno ma somministrato poco alla volta, in grado di ottundere il senso di sopravvivenza e rendere infine supini ad ogni decisione: passaggio questo dalla consistenza compatta ma eterogenea della collettività all’amorfa consistenza solida della massa, “manipolabile” e “manovrabile”; principio fra l’altro d’indagine della psicologia delle masse, del concetto di responsabilità diffusa e risvolto negativo e sinistro della positiva attitudine naturale all’adattamento al cambiamento oltre che dell’influenza del medium di massa posto in analisi da Noam Chomsky. Tiziana Cristiano con il suo Il principio della rana ci mostra questo: fin dove il cinismo di un uomo può spingersi contro altri uomini e fin dove la disperazione di un uomo può spingersi contro l’altro? La trama Ad un centro per anziani è stato imposto uno sfratto esecutivo. Dalle autorità competenti viene inviato un giovane Assessore che mostra poca propensione alla vicenda; in un primo colloquio chiesto dal Presidente del centro per anziani, l’Assessore mostra disinteresse totale alla causa e tutto appare come la quiete prima della tempesta: è la stessa autrice a segnalarlo con l’eloquente incipit del testo: «Emilio Canali sedeva dietro al tavolo degli oratori impettito, con le mani giunte in grembo. Nulla della sua postura faceva presagire ciò che sarebbe successo, né tantomeno l’agilità felina che avrebbe rivelato di lì a poco»; incipit eloquente e strategico: Tiziana Cristiano dilata la narrazione e scopre solo dopo diverse pagine da quel punto incipitario quale fosse “l’agilità felina” che […]

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Napoli e Dintorni

Coltiviamo Gentilezza e la nuova Rete di negozi gentili

Coltiviamo Gentilezza è un progetto che mira al benessere della società e per farlo segue tutte le vie attualmente disponibili: la sfera concreta e la sfera digitale. L’educazione alla gentilezza è una fra le pratiche pedagogiche più conosciute: bambini educati e gentili diverranno adulti empatici e felici in grado di rendere felici il prossimo in un circolo virtuosissimo. Un’estetica della cordialità, richiamandoci al senso primigenio del termine: cordiale, con tutto il cuore. In ogni percorso formativo e cognitivo si è dimostrato, infatti, che l’emozione è necessaria ed ubiquitaria: senza emozione – disposizione di cuore in termini socio-psico-pedagogici – l’apprendimento e la riformulazione di schemi e prassi cognitive non riuscirebbe ad arrivare a vera e giusta maturazione; di cordialità come manifestazioni spontanee e sincere di affetto e di educazione alla gentilezza c’è bisogno. A tal proposito abbiamo intervistato i curatori di un’iniziativa gentile: la realizzazione di una rete di “negozi gentili”. Coltiviamo Gentilezza e la realizzazione di una rete di negozi gentili La costruzione di una rete di negozi gentili è una fra le azioni promosse dall’associazione di promozione sociale Coltiviamo Gentilezza, dall’Associazione Italiana Parchi Culturali (AiParc), dall’associazione Acove e Aicast (entrambe di Vico Equense); come e quando nasce il progetto della Rete di negozi gentili e com’è nata l’azione sociale di “Coltiviamo gentilezza”? Partiamo dall’inizio. Coltiviamo Gentilezza nasce come movimento dal basso di innovazione sociale, tra il 2017 e il 2018, dopo l’ennesimo episodio di bullismo nelle scuole che finisce nella cronaca e che ci colpisce profondamente. L’attuale presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Coltiviamo Gentilezza”, Viviana Hutter, autrice di libri creativi sulle emozioni e pedagogista, decide di iniziare quindi la stesura di un manuale per insegnare la gentilezza e diffonderla in tutti gli ambiti della società, a partire dalle scuole. Contemporaneamente il progetto si ingrandisce, la nostra vicepresidente Margherita Rizzuto coinvolge aziende e realtà locali, e sui social iniziamo a diffondere ogni giorno contenuti relativi all’educazione alla gentilezza, un tema caro a sempre più persone. Da lì, in pochi mesi, pensiamo a mettere su un vero e proprio Festival della Gentilezza che ha la sua prima edizione nel 2019 e che riesce a coinvolgere migliaia di persone da tutta Italia, con la creazione di centinaia di Angoli della Gentilezza e sempre più proposte attive. Scuole di ogni ordine e grado, aziende, ristoranti, negozi, associazioni, famiglie partecipano con un proprio evento o un atto di gentilezza. Anche nel 2020, la seconda edizione del Festival della Gentilezza, nonostante il lockdown e la pandemia, ha riscosso un grande successo e ha portato nuove idee e stimoli, così come l’evento del Natale Gentile, attraverso cui abbiamo raccolto centinaia di scatole da donare a chi ne aveva bisogno. Insomma, ogni giorno abbiamo la conferma che dobbiamo proseguire il nostro cammino e portare avanti la nostra missione, perché, nonostante i tempi bui, sono tantissime le persone che vogliono cambiare le cose. La Rete di Negozi Gentili nasce invece da uno stimolo di Mena Caccioppoli, nostra ambasciatrice per la penisola sorrentina, già aderente al progetto con la […]

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Libri

Vuoti a perdere: recensione del testo della Montellassi

Vuoti a perdere è una recente raccolta di brevi testi – poche pagine ciascuno – scritta da Claudia Mantellassi e pubblicata per la casa editrice Augh! edizioni nella collana Frecce. Vuoti a perdere: il testo La raccolta Vuoti a perdere è in definitiva ciò che il titolo stesso preannuncia: «Una galleria di storie a perdere che, come i vuoti che non vengono restituiti, vanno a occupar inutilmente gli spazi […] figure minori di una contemporaneità dalle mille sfaccettature […] almeno fino a quando non trovano, da soli, il modo di venire a galla»: così la stessa autrice definisce il proprio testo, con poche parole e brevi frasi, asciutte e formate, che ben rendono il senso dei racconti. Storie strane ma entro la quotidianità, di personaggi minori, sconosciuti, che brulicano nel mondo, un mondo immaginario, solo immaginato da Claudia Mantellassi ma che benissimo aderisce al reale: la realtà fatta dai singoli, sconosciuti ai più, che sono il vero motore del mondo. La vita di ognuno è, esiste ed è vera a prescindere dalla “popolarità”: non sarà restituita ai secoli dalla fama ma non per questo non è degna d’essere, anzi. Claudia Mantellassi si rivolge proprio ad essi, a queste figure sconosciute ma pulsanti perché vive – per nulla imbalsamate da fatti o azioni passate ma tutte rivolte in un presente, per quanto purtroppo estemporaneo – e ai loro brevi e fugaci attimi di quotidianità: una scrittura di vuoti a perdere che, come la stessa autrice definisce in risvolto di copertina, occupa spazio. Realtà, si diceva, sostanza solida asciutta e formata del quotidiano, ma anche scintilla di magico, quid di fantastico: è questo il caso di alcuni brevi passaggi messi insieme dall’autrice in cui – il lettore vedrà e giudicherà – la ratio è confusa da svicoli e tangenti inaspettate: un attimo, un aire, un salto, un balzo, un soffio che per un attimo sembrano astrarre i personaggi dalle loro azioni in serie e in sequenze preordinate per regalare l’abbrivio del diverso, del fantastico, dell’immaginato. Da un terreno asciutto, compatto, formato, solido, a un pavimento scivoloso su cui per un attimo i personaggi si trovano – da saldamente ritti quali erano nei loro continuum abitudinari e nei loro modus quasi maniacali – a incespicare o scivolare ruzzolando lungo l’inaspettato. Claudia Mantellassi: l’autrice Claudia Mantellassi è una giornalista e comunicatrice; oltre ad aver scritto diversi articoli e testi sulla comunicazione, ha lavorato per varie emittenti televisive locali, per varie redazioni giornalistiche e diversi uffici stampa. Fonte immagine in evidenza: Augh! edizioni

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Libri

Europa. I primi cento milioni di anni: il testo

Europa. I primi cento milioni di anni è un testo scritto da Tim Flannery con Luigi Boitani nel 2018 (mappe a cura di Simon Barnard) e pubblicato recentemente – lo scorso aprile – in Italia dalla casa editrice Garzanti, per la traduzione di Alessandro Mola. Europa. I primi cento milioni di anni: il testo «Ogni storia naturale è una storia di natura e una storia di uomini»: così, con queste parole in Prefazione si apre il libro Europa. I primi cento milioni di anni; l’autore del testo sembra chiaro fin da subito: ogni Storia è costituita tanto dalla natura che dall’uomo, ma cosa fu prima dell’uomo? Per parlarne nel suo volume, Tim Flannery con Luigi Boitani sceglie una via composita: «[…] ci serviremo di molte invenzioni europee: il tempo profondo di James Hutton; i fondamenti di geologia di Charles Lyell; l’evoluzionismo di Charles Darwin; la straordinaria immaginazione di H. G. Wells, padre del viaggio nel tempo». Tempo profondo, geologia, evoluzionismo e immaginazione sono, dunque, gli elementi – e i concetti – alla base del testo Europa di Tim Flanney e Luigi Boitani, ma come sono interconnessi nel testo? Prima di avventurarci in una spiegazione, per chiarezza dei lettori vorrei soffermarmi su una breve descrizione di questi principi: secondo James Hutton i processi naturali che hanno operato nel passato sono gli stessi che operano nel presente (principio di uniformismo); tali processi possono protrarsi per tempi molto lunghi – lunghissimi – ed incommensurabili per l’uomo: in questo caso, James Hutton introdusse il concetto di “tempo profondo” per indicare proprio il tempo delle trasformazioni naturali incommensurabili per l’umanità (per esempio se ne fa riferimento quando si tratta e si studiano organismi e microrganismi la cui presenza sulla Terra è di gran lunga antecedente rispetto alla comparsa dell’uomo); sulla base del principio di uniformismo e dell’ipotesi del tempo profondo, il geologo Charles Lyell ipotizzò che la conoscenza degli attuali processi geo-fisici possa fornirci gli strumenti di pensiero adeguati per spiegare scientificamente i fenomeni occorsi nel passato remoto della Terra di cui si ritrovano le tracce tutt’oggi; a questa idea, chiaro riflesso all’idea di uniformismo di Hutton, Lyell affiancò l’idea di un gradualismo secondo cui gli eventi – o le tracce dei fenomeni geologici residue sulla Terra nel contemporaneo – non sarebbero esito di cambiamenti improvvisi e devastanti – cataclismi – ma di graduali (appunto) fenomeni che sommati l’uno all’altro hanno portato a modifiche sostanziali e massicce del fenomeno; una serie di piccoli cambiamenti, insomma, che lì per lì potevano sembrare poca cosa ma che a lungo termine hanno portato alla modifica radicale di eco-sistemi (qualcosa che non è così lontanissimo da noi tragicamente immersi nei cambiamenti climatici causati dall’impatto antropico scriteriato); le intuizioni della geologia scientifica – con il suo apporto verso la consapevolezza della profondità temporale del passato naturale – si affiancano all’evoluzionismo biologico e al diretto esito nel darwinismo (da Charles Darwin): secondo tale concetto le specie viventi esistenti oggi sono il risultato di mutazioni – evoluzioni – da forme primitive e […]

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Libri

I grandi imperi del Medioevo: recensione del testo

I grandi imperi del Medioevo. Da Costantino, primo imperatore cristiano a Carlo Magno, il padre dell’Europa moderna è un testo scritto dalla storica Barbara Frale per i tipi della Newton Compton editori (nella collana I volti della Storia, saggistica Newton) e pubblicato nel 2018. I grandi imperi del Medioevo, recensione I grandi imperi del Medioevo. Da Costantino, primo imperatore cristiano a Carlo Magno, il padre dell’Europa moderna. Il segreto di un potere universale è un testo che vuol proporre, inscrivendosi lungo il corso cronologico della Storia, una riflessione sulle civiltà medievali. L’assunto di partenza che emerge dalla lettura del testo è sintetizzabile attraverso questo concetto: è impossibile interpretare, comprendere e vivere la Storia se non attraverso gli uomini – le civiltà del tempo – che hanno vissuto e “fatto” quella storia; l’autrice stessa sembra dirlo quando accenna, in apertura al testo, a un proprio ricordo legato agli anni di studi specialistici presso la scuola di Paleografia, Diplomatica e Archivistica: «Davanti ai nostri occhi c’era una piccola pergamena, un atto legale scritto con tutte le formule giuridiche di rito, ma sul fondo di quel foglietto membranaceo qualcuno aveva […] cucito un piccolo cilindro di legno. Noi studenti subito ci imbarcammo nella coraggiosa fatica di leggere il testo, di capirne le complesse formule […] il professore ci disse invece che la parte essenziale del documento, quella che conferiva validità al tutto, non era affatto la pergamena con il suo testo bensì il minuto, rozzo e anonimo bastoncino. […] Negli anni a venire, durante le mie ricerche e le varie occasioni d’insegnamento, ho riproposto a chi mi ascoltava l’esempio di quel curioso oggetto […] quel rotolino di pergamena al quale fu cucito un umile legnetto sa parlare dell’incontro tra due culture: da una parte quella romana basata sul diritto, sul concetto di autenticità e i documenti scritti a norma di legge, sulle pratiche dell’amministrazione, su un livello di alfabetizzazione che raggiungeva anche le più infime classi sociali; dall’altra quella germanica, che invece si fondava sulle tradizioni degli antichi trasmesse oralmente come la propria storia, i miti e la religione, e che attribuiva valore solo alla viva parola dell’uomo libero pronunciata davanti al consesso dei suoi pari». Barbara Frale, dopo un’imprescindibile apertura dedicata all’Antica Roma – madre di ogni forma amministrativa e governativa, in un modo o nell’altro, d’età medievale e oltre – rivolge il suo discorso alle diverse figure storiche che hanno calpestato la polvere dei secoli che va dalla caduta di Roma alla nascita dell’età moderna. Ma cosa sono le cesure storiche se non – almeno nella maggior parte dei casi – convenzioni degli studiosi? Barbara Frale sembra seguire questa linea d’osservazione nella misura in cui si rivolge ad una speculazione storico-sociale che fa del continuum il suo principio investigativo; tutto ciò che accade è frutto dell’esperienza del passato ed ogni nuova alba non è che il ritorno del tramonto – sub alia specie – che l’ha generata; così ogni civiltà mutando in se stessa e in divenire ulteriore nasce dalle vestigia […]

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Libri

Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo

Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo è una raccolta di racconti scritta da Waldemaro Morgese e pubblicata per la casa editrice Giazira scritture. Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo: il testo Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo è una raccolta di racconti molto brevi in cui l’autore sviluppa attraverso varie trame il concetto – e con sé il significato – del termine “guerriero”. Chi è un guerriero? Cosa vuol dire essere un guerriero? La risposta sembra essere stata trovata da Waldemaro Morgese in mille spigoli, in mille facce di storie legate alla grandezza del quotidiano: attraverso l’infinitesimale – l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande -. Chi è un guerriero? Cosa vuol dire essere un guerriero? Queste, dicevamo, le domande che l’autore ripete a volte chiare lettere, apertamente, in maniera celata altre volte, ma che ritornano con l’intenzione di scavare come un solco fra le pagine, come un solco fra i pensieri. Forse la risposta che l’autore si dà è tutta lì, nelle sue parole che forse muovono pure la struttura di queste sue vicende annovellate e inanellate: «La vita di ciascuno di noi è un ossimoro». Subito si percepisce una dicotomia che pure è – ritorna il termine – ossimorica: tante storie diverse o tante storie che in realtà sono tutte in prospettiva lungo una stessa storia? Vicende diverse, lontane, che seguono ognuna una linea, che percorrono distintamente proiezioni e scenari oppure facce di una stessa vita, raccontata sotto diversi punti di vista, mediante il filtro di nuove e plurime esperienze? O ancora storie distorte di individui o la storia deformata attraverso le lenti di eteronimi? Tanti personaggi diversi per ogni storia, per ogni pensiero su cui l’autore intende soffermarsi o ricordi di un passato – vissuto o distorto? – attraverso gli occhi di tanti ma la penna di uno? L’autore sembra saltellare di qua e di là non lasciando spazio alla certezza, creando contraddizioni e confutandole poi; forse anche in questo si spiega la sua chiosa sibillina: «Da dove arriva questa raccolta di racconti? Da un altro pianeta? Da un passato talmente lontano da sembrarci alieno? Oppure da un futuro che ci spaventa? E l’autore? Chi è l’autore? Un uomo che si è dato tanti nomi quanti sono i suoi trascorsi? È un pacifico orditore di trame nostalgiche oppure è un pericoloso sovvertitore degli ordini?». Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo è un po’ tutto questo. L’autore del testo: Waldemaro Morgese Waldemaro Morgese è uno scrittore, un saggista e un editorialista. Fra i suoi testi ricordiamo in questa sede – oltre, ovviamente, a Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo – il volume autobiografico Multitask (edito dalla casa editrice Edizioni del Sud, di Bari, nel 2014); la raccolta di tre racconti Città buie (edita per i tipi de Il Grillo, Gravina in Puglia, nel 2015); Il discobolo (romanzo edito nel 2015 per FaLvision, Bari); Il tempo uguale (romanzo pubblicato per Les Flanêurs, Bari nel 2016) e il romanzo I guerrieri cambiano (edito per la casa editrice napoletana Homo […]

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Libri

Prontuario per candidato sindaco di Enrico Parolisi

Prontuario per candidato sindaco. 99 frasi ad effetto per la tua campagna elettorale a Napoli, sempre pronte all’uso per ogni occasione è un testo sui generis (come confermato dal prefatore Nico Falco che lo definisce un «non-libro») scritto da Enrico Parolisi, edito da Edizioni MEA. Prontuario per candidato sindaco: il testo Prontuario per candidato sindaco. 99 frasi ad effetto per la tua campagna elettorale a Napoli, sempre pronte all’uso per ogni occasione si presenta come un libro particolare, a tratti vuoto e in ciò trova il suo senso (che è, nei fatti, un non senso): un libro che esiste nel suo contrario e che mette in luce le ombre e l’arido nulla di certe inique pratiche da politicante. Enrico Parolisi con frasi secche e asciutte prende di mira tutto ciò e scrive di un tema ormai tanto abusato da chi, nei fatti, nulla ne sa né ha intenzione di sapere (se non per mettere le mani sulle ricchezze potenziali): Napoli. La tipica ironia partenopea e la tipica dote della concretezza, del guardare in faccia alla realtà del vero napoletano – tanto lontane dal vizio di chi si nasconde dietro un dito – e la cronaca eloquente sono sotto gli occhi di tutti, non più solo degli studiosi e degli storici – con la brutta abitudine di offendere gli altri (nonostante i propri scheletri, le tante – troppe – mancanze). Parolisi scrive di candidati sindaci a Napoli (o sedicenti tali se si interpreta oltre lo strato più superficiale delle parole e delle intenzioni), ma se sostituiamo le precompilate e trite parole propagandistiche al di là della città partenopea, ecco che si può scrivere un prontuario per politicanti settentrionali, ad esempio. Il messaggio che vuol dare il giornalista è: svuotiamoci tutti del vuoto, ma non come parola estemporanea, piuttosto come filosofia di vita al fine di uscire da un abbrutimento della politica che è principalmente abbrutimento dell’uomo e del cittadino. Ferale appare la sferzata data da questa lapidaria frase di Nico Falco, apposta in calce, come post scriptum, alla prefazione di questo Prontuario per candidato sindaco: «sul centinaio di frasi citate ce ne sono un paio che non sono state realmente usate per la propaganda. E la parte più brutta di questa storia è che sono impossibili da distinguere dalle altre». Sono molte, troppe (per certi versi), come si è detto, le frasi propagandistiche elencate da Enrico Parolisi e scandite in un susseguirsi di pagine alterne, una scritta e una bianca in cui non si sa se più vuote e inutili sono quelle riempiete a inchiostro stampato o quelle lasciate bianche e tolte alla vita arboricola: in questo il senso profondo di questo «non-libro». Ne elenca tante e qui in maniera esemplare ne cito una, fra le tante: «Abbiamo fatto tanto, ma non basta»; io aggiungo: che sia stato fatto tanto ho i miei dubbi, che non basta è sicuro. Enrico Parolisi: l’autore del testo Enrico Parolisi è giornalista specializzato in comunicazione con i media e strategie digitali integrate. Nella sua carriera, […]

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Comunicati stampa

Documentario La gente di Napoli: fruizione gratuita

Il documentario La gente di Napoli si inserisce come la prosecuzione naturale di un progetto interessante di indagine sociale condotto da alcuni giovani studiosi che ho avuto modo di conoscere qualche anno fa. Ho seguito personalmente alcune delle fasi salienti che hanno interessato le ricerche di Vincenzo De Simone e del suo gruppo di colleghi collaboratori, attenti alle dinamiche psico-sociali dei napoletani e di Napoli. Mi trovo qui, a distanza di qualche tempo, a riparlarne, questa volta in occasione di un’appendice – per così dire – al progetto fotografico: un documentario complesso realizzato con gli stessi intenti che avevano mosso il progetto fotografico prima e la pubblicazione del libro illustrato poi. Ecco di seguito il comunicato stampa e il collegamento ipertestuale per la fruizione del documentario: Dall’omonimo progetto fotografico e di indagine psicosociale di Vincenzo De Simone, La gente di Napoli – Humans of Naples è un viaggio esclusivo tra cibo, arte, musica, teatro e calcio: l’obiettivo è quello di rafforzare e rilanciare l’immagine della città di Napoli sullo scenario internazionale attraverso gli occhi e le parole di chi la vive, soprattutto attraverso i volti di chi decide di restare o di chi è stato costretto a lasciarla. Nello svolgersi di una giornata a Napoli, i suoi personaggi raccontano le storie e le contraddizioni della loro città: tra questi Enzo Avitabile descrive la città come una casa madre, un punto da cui si parte per poi ritornarvi inesorabilmente; Laura Bouchè, emigrata a Londra, della capacità del napoletano di adattarsi a nuovi contesti; ancora Cristina Donadio sottolinea come Napoli sia avvolta da luci e ombre che spesso cerchiamo di nascondere; infine Christian Giroso, nato e cresciuto a Scampia, racconta del laboratorio teatrale Arrevuoto al quale partecipano i ragazzi della periferia di Napoli.               La carica innovativa di questo documentario rappresenta un occhio permanente sulle diverse sfaccettature della città, un sistema di connessioni tra le persone e il territorio con l’ambizione di metterli in correlazione, studiare in particolare un luogo ricco di risorse, al fine di migliorarle e di non disperderle. Si vogliono rafforzare così i rapporti d’interazione e di scambio con chi continua a impegnarsi e ad investire nella crescita di Napoli, una straordinaria possibilità per “la gente di Napoli” di essere finalmente altro rispetto agli stereotipi che la affliggono. L’amore del napoletano per la sua città è unico al mondo.               Il cast è composto da Carlo Alvino, Enzo Avitabile, Laura Bouchè, Sara Caiazzo, Sal Da Vinci, Luigi de Magistris, Cristina Donadio, Marco Ferrigno, Luciano Filangieri, Sara Gentile, Christian Giroso, Emanuela Marchese, I Nati con la Camicia, Gianni Parisi, Teresanna Pugliese, Luigi Reale, Patrizio Rispo, Pasquale Ruocco, Mario Scippa, Veronica Simioli, Ciro Vitiello.                 Le musiche di Enzo Avitabile, Andrea Sannino, LePuc, Roberto Ormanni & Il Quartet. Il documentario è disponibile sul canale YouTube e sul sito del progetto “La gente di Napoli” poiché è nostra volontà renderlo gratuito e accessibile a tutti, per sempre: un segnale positivo per dimostrare che Napoli è viva e sogna ancora nonostante le problematiche affrontate […]

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Libri

La quercia di Bruegel: fra arti e natura, fra mente e cuore

La quercia di Bruegel è un recente testo scritto da Alessandro Zaccuri e pubblicato per Aboca edizioni nella collana Il bosco degli scrittori. La quercia di Bruegel: il testo Alessandro Zaccuri imbastisce per il suo romanzo una trama che è essa stessa libro: una letteratura nella letteratura, un metatesto in cui si svolgono risposte gemmate da principi che appartengono all’umanità: il senso dell’arte, l’essenza della vita, la vertigine della conoscenza, il senso del sapere, delle lettere. Una donna alle prese con un enigma da sciogliere, un uomo alle prese con se stesso, ognuno con i propri fantasmi, ognuno con i propri desideri: luci e ombre che, attraverso il labirintico passo che i due saranno chiamati a compiere dentro il sé e oltre il sé, si faranno chiaroscuro fino a rendere chiara la via. «Ma non datevi il disturbo di distinguere tra l’alba dei fatti e il crepuscolo dell’invenzione», ci segnala l’autore e forse davvero indistinguibili lungo l’orizzonte mistico del vivere sono l’uomo e la sua psiche e l’amore che li lega. «Il rapporto con la realtà, il significato dell’arte, la necessità del racconto sono gli elementi che permetteranno di venire a capo di un enigma altrimenti irrisolvibile. Anche se la risposta, in definitiva, è molto più semplice di quanto si potrebbe credere, come sempre accade in una storia d’amore»: La quercia di Bruegel, un romanzo da leggere. Alessandro Zaccuri: l’autore Alessandro Zaccuri è giornalista del quotidiano Avvenire ed autore di vari testi fra cui ricordiamo, oltre ovviamente a La quercia di Bruegel, Il signor figlio (edito nel 2007 per la Mondadori e premio Selezione Campiello), Dopo il miracolo (edito nel 2012, ancora per la Mondadori e risultato vincitore dei premi Basilicata e Frignano), Lo spregio (pubblicato nel 2016 per la casa editrice Marsilio e vincitore dei premi letterari Comisso e Mondello Giovani) e Nel nome (pubblicato nel 2019 dalla casa editrice NNE). La collana Il bosco degli scrittore: l’editore Aboca L’azienda Aboca vuole negli intenti manifestati formare attraverso la sezione di editoria una rete di legami e richiami fra le arti che nutrono e che si nutrono di salute, natura, dita. Di seguito riportate in citazione le parole dell’Editore sulla collana Il bosco degli scrittori: «Da sempre le piante esercitano una profondissima fascinazione sull’attività creativa degli scrittori. Con poche eccezioni, si potrebbe dire che ognuno di loro abbia legato a un albero, reale o immaginario, una parte spesso rilevante della sua opera. Anzi, secondo alcuni scrittori di oggi è solo guardando all’intelligenza del mondo vegetale, alle sue straordinarie qualità sistemiche, che il genere umano potrà comprendere come il rispetto della natura altro non sia che il rispetto verso se stessi». Fonte immagine in evidenza: Casa editrice

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Culturalmente

Lectio difficilior e lectio facilior: significato

Lectio difficilior e lectio facilior sono due locuzioni latine che trovano largo impiego nel campo filologico. Cosa si intende, allora, con lectio difficilior e lectio facilior? Lectio difficilior e lectio facilior: il significato Prima di chiarire il significato delle due locuzioni latine di lectio facilior e lectio difficilior, par bene partire dal significato che il termine latino lectio assume: in italiano, il termine lectio – corrispettivo di “lezione”, “lettura” – indica in filologia, in critica testuale, la restituzione scritta di elementi minimi o complessi della frase all’interno di un codice (manoscritto). Il lemma lectio nella forma di locuzione lectio difficilior (letteralmente “lezione – o lettura – più difficile”) viene ad indicare in filologia e in critica testuale un procedimento per cui, nella stesura di un’edizione critica di un testo, di fronte alla presenza di due o più lezioni dissimili ma con pari autorità (varianti), si sceglie quella che presenta la difficoltà intrinseca maggiore: da qui, quindi, letteralmente la lezione più difficile, la “lectio difficilior”. Tale difficoltà può essere intesa del punto di vista semantico, dal punto di vista morfologico, dal punto di vista morfosintattico, dal punto di vista lessicale; tale scelta viene motivata dal seguente assunto: sembra più probabile che nell’atto della copia di un codice, di un manoscritto, si possa sostituire – o sbagliare a trascrivere – una parola difficile, rara, ricercata linguisticamente piuttosto che fare il contrario (ossia sostituire involontariamente una parola banale o semplice, facile, con una dotta, con una “più difficile”). Il contrario della lectio difficilior è, appunto, la lectio facilior (letteralmente “lezione più facile”); tale locuzione sta ad indicare una lezione più facile che con maggiore probabilità – secondo il criterio della potior e melior – è suscettibile a variazione: in definitiva e nell’atto pratico, insomma, come si diceva prima, l’esatto opposto della lectio difficilior. Lectio facilior e lectio difficilior, inoltre, sono criteri filologici che si applicano in caso di recensio aperta. A questo punto bisogna chiarire ulteriori concetti propri del linguaggio e del ragionamento filologico: collatio, recensio, stemma. Lectio, collatio, recensio e stemma: i significati, in sintesi, di alcuni dei termini fondamentali della critica testuale Le locuzioni latine di lectio facilior e lectio difficilior si legano direttamente alla pratica filologica della collatio (collazione), a cui a loro volta afferiscono strettamente il concetto di recensio e in diretta linea consequenziale l’altrettanto fondamentale concetto dello stemma codicum. La recensio – termine latino che in italiano trova il suo corrispettivo in recensione, rassegna, esame, disamina – è la fase principale del lavoro di edizione critica di un testo, che consiste nella ricerca e scelta della lectio ritenuta migliore, dunque da preferire, fra le varianti conosciute di uno stesso codex (codice, manoscritto) al fine di restituire l’esatta lezione di quel testo; la fase della recensio è successiva alla fase della collatio (in italiano “collazione”, “confronto”, “raffronto”): con essa vengono praticamente confrontati, dal filologo che li ricerca e ritrova, tutti gli esemplari traditi di un codice, al fine di operare la recensio e quindi l’edizione critica dello stesso codice. […]

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Libri

La magia del riordino: il testo di Marie Kondo

La magia del riordino è un fumetto scritto da Marie Kondo, illustrato da Yuko Uramoto e pubblicato dalla casa editrice Salani; il testo illustrato prende spunto dai libri scritti dalla stessa Marie Kondo, pubblicati in Italia dalla casa editrice Vallardi e intitolati Il magico potere del riordino e 96 lezioni di felicità. La magia del riordino: il libro La magia del riordino è un manga, giapponese scritto dall’arredatrice Marie Kondo, già conosciuta in editoria – oltre chiaramente che per il suo lavoro – per aver scritto il libro o manuale, se si vuole, sulle proprie teorie d’arredamento che oltre a tenere conto di precisi canoni architettonici – architettura d’interni – ed estetici, dedica un’ampia parte al benessere; una bella casa, per essere davvero ospitale e psicologicamente salubre, necessita di pulizia e di ordine: è questo che Marie Kondo vuole sottolineare e trasmettere con il suo operato, con i suoi testi e con questo fumetto, in cui fa emergere con forza il legame profondo che c’è fra la casa e chi vi dimora. Abitare una casa, un luogo, vuol dire viverne all’interno e “viverlo” secondo ordine e pulizia: una casa confusa, disordinata, non permette di far spazio e chiarezza – pulizia, appunto – nel cuore di chi la abita, nel cuore di chi la vive, nel cuore delle persone stesse. Attraverso la storia di Chiaki Suzuki (una giovane e bella donna che chiede a Marie Kondo aiuto per sfuggire al disordine che regna nella sua casa – dopo accumuli e rimandi vari – al fine di far ordine in casa e nella sua vita, passo a passo – o meglio, “cassetto per cassetto” – sistemando tutto al giusto posto, dando un giusto ordine e collocando in maniera adeguata il necessario e trovando l’amore vero), Marie Kondo propone la sua visione di abitazione che è filosofia di vita e si rifà ai principi giapponesi della tradizionale “arte del riordino”, «vera e propria forma di cultura», come ricordato in terza di copertina dell’albo illustrato. Spazio, nel volume La magia del riordino, trovano semplici, chiari e giusti consigli riassunti efficacemente dall’arredatrice a coronamento della storia illustrata da Yuko Uramoto: «Cominciate riflettendo su come volete vivere veramente. Che tipo di casa desiderate e che tipo di vita vorreste condurvi?» – scrive Marie Kondo e aggiunge: «Se avete la mano adatta, fatemi un disegno. Se vi piace scrivere, mettete i vostri pensieri nero su bianco. Raccomando inoltre di ritagliare foto di case che vi piacciono dalle riviste d’arredamento. Riflettendo sul vostro stile di vita ideale, comincerete a capire perché volete riordinare e che tipo di vita desiderate dopo che avrete finito: riordinare può cambiarvela fino a questo punto». Marie Kondo: l’autrice Citato dal testo: «In Giappone l’arte del riordino è una vera e propria forma di cultura. Marie Kondo ci si è dedicata con passione fin da bambina, si è specializzata in questa disciplina all’università e ne ha fatto l’oggetto della sua professione: tiene corsi in patria e all’estero e le sue consulenze per trasformare case […]

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Libri

Sogni della memoria di Francesco Colonnesi

Sogni della memoria è un testo di recente pubblicazione (2020) scritto da Francesco Colonnesi per i tipi della casa editrice Giammarino editore. Sogni della memoria: il testo Sogni della memoria è un piccolo diario, una piccola raccolta personale dell’autore – o un piccolo «scrigno», come Francesco Colonnesi descrive il suo testo – fatto di ricordi, di pensieri e di aneddoti che fra la città lucana di Bella (piccolo centro in provincia di Potenza) e Napoli è ambientato e si sviluppa; la narrazione prende l’avvio e si snoda tutta lungo un percorso che è fatto allo stesso tempo di sogno e di memoria: lo stesso autore ne dà notizia a chiare lettere quando in apertura della sua introduzione al testo scrive: «Si spera sempre che i sogni diventino realtà. Proverò a fare il contrario, visto che di realtà ne ho vissute tante […] Mi accingo a trasformarne alcune, tra quelle belle, in sogni: “sogni della memoria”». Un’intentio che parte dall’oggettivo caso per andare a ritroso nelle soggettive pieghe, insomma, della memoria di una vita. «Come uno scrigno prezioso che si apre, mille ricordi mi si accavallano», principia l’autore di Sogni della memoria e così continua: «racconterò inoltre di alcuni dei tanti personaggi, più o meno noti, incontrati nel corso della vita, dirò qualcosa ancora dei viaggi in altre terre. Non mancherà infine una serie eterogenea di piccoli fatti, battute, aneddoti, curiosità». E il testo, in effetti, eterogeneo si mostra al lettore: ricordi, aneddoti, personaggi più o meno noti della cultura napoletana e della società italiana scorrono fra le pagine del libro (si ricordano Concetta Barra e Aldo Bovio, ad esempio); eterogeneo anche l’andamento narrativo: con serietà, con allegria, a volte con garbo altre volte con ironia, Francesco Colonnesi ci accompagna all’interno dei tanti diversi “fattarielli” di cui si fa testimone. Significative di quanto detto, sono le spiritose quartine riproposte in quarta di copertina trascritte di seguito: «L’aggio scritto finalmente chistu libbro ‘e fattarielle: parlo ‘e Napule, d’ ‘a gente, tutte storie piccerelle! ‘O ricordo e cierti viagge, ‘e battute spiritose, ‘e cchiu mmeglie persunagge, e accussì tant’ati ccose! Quanno è doppo ca ‘o liggite, si ‘o truvate nu papocchio, nun appena me vedite vuie sputateme int’a n’uocchio!». Serietà ed ironia, appunto: eccone il riassunto simpatico, divertito e di spirito dell’autore. Francesco Colonnesi: l’autore Francesco Colonnesi è avvocato, giudice di pace, scrittore, fiduciario di Slow Food a Napoli, caratterista cinematografico, conduttore di spettacoli teatrali e «cintura nera di judo»: anima polivalente che mischia le sue passioni e i suoi interessi alla lettura, al collezionismo ed alla scrittura: per i tipi della Giammarino editore è, infatti, con Sogni di della memoria al suo secondo libro, dopo il primo, pubblicato nel 2019, dal titolo Armaioli napoletani. Fonte immagine in evidenza: casa editrice

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Libri

Il bosco. Istruzioni per l’uso: recensione del libro

Il bosco. Istruzioni per l’uso è un libro scritto da Peter Wohlleben e recentemente pubblicato in Italia per i tipi della casa editrice Garzanti per la traduzione a cura di Giuliana Mancuso. Il bosco. Istruzioni per l’uso: il testo Il bosco. Istruzioni per l’uso è letteralmente nelle intenzioni del suo autore «un manuale d’istruzioni per l’uso» che ogni lettore – frequentatore di boschi – può leggere – e perché no? – portare con sé per fruire e rispettare al meglio – quindi vivere – il bosco. Nelle prime pagine del testo, l’autore ci invita a fare un giro per il bosco, accompagnandoci idealmente nel verde profondo del paesaggio silvano; subito ci svela che il silenzio e l’invito alla quiete assoluta a cui siamo subito portati a pensare, cela un piccolo inganno: «I rumori prodotti da noi umani quando passeggiamo nel bosco non infastidiscono gli animali, dato che non investono il bosco intero, ma provengono da una sola fonte ben definita […] Quando passeggiamo per i sentieri cantando allegramente o conversando ad alta voce, segnaliamo alle altre creature che non stiamo cacciando». Segue una breve descrizione interessante sulle tracce della fauna boschiva che può diventare anche un divertente gioco per il frequentatore di boschi “investigatore silvano” e può indurci ad una seconda ricerca parallela alla prima: la ricerca di «indizi del passaggio di umani»; come ci assicura Peter Wohlleben «Se imparerete a leggerle, vedrete che vi divertirete a esaminare le tracce dei vostri simili». Dopo la descrizione della fauna, il libro prosegue con le proposte di osservazione e “studio” sulla flora boschiva: l’abete rosso, il pino, l’abete bianco, il faggio europeo, la quercia, la betulla, il larice, il frassino sono gli alberi su cui si concentrano le descrizioni e le riflessioni dell’autore; e ancora, le varie “vesti” dell’ambiente boschivo a seconda delle stagioni e dunque del paesaggio naturale che cambia nello scorrere ciclico della vita. Come scrive lo stesso autore in conclusione: «Questo libro non vuole essere un testo di consultazione, ma un invito a venire nel bosco […] Noi umani siamo parte integrante della natura che ci circonda, almeno quando ci muoviamo a piedi e abbiamo cura di lasciare i luoghi naturali che visitiamo come li abbiamo trovati. Spero allora che queste istruzioni vi abbiano fatto venire voglia di esplorare il bosco e vi auguro buon divertimento con le piccole e grandi meraviglie che può offrirvi». Immagine in evidenza: Garzanti

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Libri

Mascaró: fra storia editoriale e Storia

Mascaró è un testo scritto da Haroldo Conti (con prefazione di Gabriel Garciá Márquez), recentemente riedito per i tipi della casa editrice Exòrma edizioni e tradotto in italiano da Marino Magliani. Mascaró: la genesi letteraria Il libro Mascaró, el cazador americano (in italiano: Mascaró, il cacciatore americano) fu pubblicato per la prima volta nel 1975 per le edizioni Casa de los Américos; nel 1981 fu, poi, nuovamente dato alle stampe corredato dalla prefazione La última y mala noticia sobre Haroldo Conti, firmata da Gabriel Garciá Márquez (di cui, nell’edizione recente a cura della casa editrice Exòrma, viene riportato – in traduzione italiana – il testo); nel 2020, quindi, il gruppo editoriale di Exòrma lavora alla nuova pubblicazione del testo di Haroldo Conti in Italia (dopo l’edizione Bompiani del 1983). Il testo Le vicende del libro si snodano tutte in un paese ispanico che per tanti riflessi e suggestioni suggerisce al lettore sfondi, ambienti, luoghi, paesaggi – visioni dirette e di sbieco, oblique – cari e vicini all’autore. Tema portante del testo è la libertà, la ricerca di una nuova identità, forse desiderio di emancipazione dal “piede straniero sul cuore”; un realismo, con tutte le ombre che purtroppo – ferali spettri fluttuanti sull’uomo – ne conseguono e quasi sembrano farsi presaghe di sorte funesta e dolentissima a cui sarebbe andato incontro lo stesso autore Haroldo Conti (come rilevato anche da Márquez nella sua prefazione al testo). Haroldo Pedro Conti: notizie sull’autore Haroldo Pedro Conti è stato uno scrittore e giornalista argentino. Nel 1962 risultò vincitore del premio letterario Fabril per il libro Sudeste (fra l’altro pubblicato in riedizione recente dalla casa editrice Exòrma, nel 2018); protagonista suo malgrado di una fra le più atroci e dolorose piaghe storiche, finì fra i desaparecidos finché non fu ammesso il suo omicidio; Haroldo Conti fu, dunque, una fra le vittime della dittatura e nella propria prefazione Márquez ricorda così lo strazio della guerra: «[…] In sei mesi, quella era la prima volta che andavano al cinema. I due bambini erano stati affidati a un amico che nel pomeriggio era arrivato da Cordoba e che avevano invitato a dormire sul divano dello studio. Quando tornarono, cinque minuti dopo mezzanotte, gli aprì la porta di casa un civile armato con una mitraglietta da guerra. In casa altri cinque uomini armati allo stesso modo li stesero a terra colpendoli con il calcio dei mitra e li stordirono a calci. L’amico giaceva a terra, svenuto, bendato e legato, col volto sfigurato dalle botte. In camera i bambini non si accorsero di nulla: erano stati cloroformizzati. Haroldo e Marta furono portati in due diverse camere mentre il commando saccheggiava l’appartamento, sottraendo qualsiasi oggetto di valore. […] Marta ricorda minuziosamente quella notte di terrore […] era sfigurata dalle botte e aveva parecchi denti rotti»; dopo quella spietata notte, Conti fu sequestrato e “fatto sparire” (fu tra i desaparecídos, gli “scomparsi”) dal regime militare dopo il colpo di Stato del 1976 in Argentina. Mascaró: un libro su cui riflettere, un libro per […]

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Libri

Antonio Penati e La costruzione di un sogno: il testo

La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante è il recente testo scritto da Antonio Penati (istruttore di vela d’altura, navigatore e cofondatore – insieme alla moglie – della casa editrice Edizioni Il Frangente «emanazione naturale della sua passione per il mare e per la cartografia») e pubblicato per la stessa casa editrice Edizioni il Frangente. La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante: il testo, di Antonio Penati La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante è il racconto di un viaggio intorno al mondo, di un giro del mondo in barca a vela; Antonio Penati ripercorre nel suo libro le tappe salienti della sua avventura per mare, della sua “costruzione di un sogno”: partendo dai ricordi a formare la premessa del suo libro – raccolta di memorie di viaggio – svolge cronologicamente il filo dei fatti e delle avventure vissute; marinaio appassionato ed esperto, l’autore del testo, realizza un diario di bordo odeporico, in cui confluiscono emozioni ed esperienze e gli elementi marini si fanno sostanza concreta di fianco alla sublime astrattezza del vago richiamo del mare, del sale, del vento di mare. Un amore che non conosce ostacoli o confini, come ogni vero amore trasmette, e la sua descrizione è minuziosa: questo restituisce Antonio Penati nel suo testo che intervalla scrittura e immagini, foto dirette di luoghi visitati, incontrati, restati nel petto dell’uomo di mare che non conosce patria se non il mare, che non conosce distanze se non le coste che trapuntano d’oro l’occhio che scorre e scintilla fra le onde, ora agitate, ora calme, ore in tempesta, ora in sereno. La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante è anche, in filigrana, il racconto di come – letteralmente – sia stata costruita l’imbarcazione e di come il sogno abbia preso struttura, concretezza: nella prefazione al testo, infatti, attraverso i paragrafi La ricerca dei perché, La svolta, Il sogno prende forma, Antonio Penati accompagna il lettore nei propri ricordi spiegando le vele della mente e indicando ai lettori la genesi della sua passione, del suo amore per il mare e la costruzione e il successivo varo delle sue imbarcazioni (in ordine: la Stefral (acronimo dei suoi «tre figli Stefano, Francesca e Alessandro»), la Stefral II, la Stefral III, la Lycia). «Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo», riprendendo una massima di Lao Tzu presente in epigrafe al capitolo Mediterraneo occidentale del testo, ed è una scelta che rispecchia in pieno lo spirito del testo di Penati: un viaggio per mare iniziato con un passo, un soffio di vento che spinge e che gonfia una vela, un polmone di corda e di tela, nel ventre azzurro del mare, profondo mistero di sale, di vita, di vento, d’azzurro, di sole. Fonte immagine in evidenza: https://www.frangente.com/libri/5637-art-LA_COSTRUZIONE_DI_UN_SOGNO.htm

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Ma perché non te ne vai? Recensione del libro

Ma perché non te ne vai? è il recente testo (pubblicato lo scorso settembre per il marchio editoriale Milena Rainbow, collana LGBTQ+) scritto da Christian Coduto, già autore del libro [email protected] – le (dis)avvenure di Carlo & Luana, edito anch’esso per la stessa Milena Edizioni. Ma perché non te ne vai?: il testo Ma perché non te ne vai? è un racconto che si basa sui rapporti generazionali e su quello col sé: un giovane omosessuale che “scopre” il proprio desiderio fra errori giovanili e amori, desideri e intensità inizia un rapporto di convivenza – incontro-scontro – con un vecchietto: dallo scontro fra i due, distanti per età e mentalità, nascerà poco a poco un sentimento vero di amicizia e di rispetto l’uno dell’altro. Christian Coduto scrive una storia comune, immersa tutta in fatti realistici, descrivendo uno spaccato di vita quotidiana e forse vissuta, seppur indirettamente, nei fatti espliciti narrati, quindi viva e vera; un amore omosessuale, un giovane che cerca la sua vera identità all’interno di un contesto fatto a volte di inganni, a volte di bugie, altre volte di amicizia e sentimenti veri e genuini; un giovane che, in piena età di formazione, cerca il proprio sé e lo fa inevitabilmente – com’è giusto che sia – attraverso l’amore. Al fianco del giovane protagonista un vecchietto che, attraverso il suo occhio che guarda da un’altra prospettiva, riuscirà in un certo qual modo a rimetter ordine nella confusione post-adolescenziale del giovane. Un racconto contemporaneo a cui l’autore, Christian Coduto, non dà unità, avviando e tenendo insieme una struttura composita, fatta di un’andatura narrativa varia, non ferma o decisa, piuttosto vaga, che aderisce alla vaghezza emotiva che vuol restituire: una ricerca della propria identità attraverso l’ondoso mare dell’amore e delle passioni. Per cercare di riassumere il testo risultano impeccabili le parole di Annarita Ferrero, nella sua prefazione al libro: «Un racconto delicato, intriso anche di dolore, nel tentativo di far emergere la propria fisiologica identità, di farla crescere in libertà e consapevolezza, senza vergognarsene o avere paura. La veridicità e la minuzia dei dettagli ti catapultano rapidamente nella narrazione, ti figuri subito le situazioni, i luoghi, quasi come se appartenessero anche a te, come se leggessi le pagine di un diario di un amico e riconoscessi persone e posti»: una scrittura immediata, lungo l’universalità delle manifestazioni amorose: anche questo pare Ma perché non te ne vai? Christian Coduto: l’autore del libro Christian Coduto è impiegato presso l’ufficio anagrafe del comune di Pietradefusi (…); già autore del testo [email protected] – le (dis)avvenure di Carlo & Luana (edito per la casa editrice Milena Edizioni nel 2018), Christian Coduto firma, ancora con lo stesso editore, Ma perché non te ne vai?. Direttore artistico del Cineclub Vittoria dei fratelli Mastroianni, è ideatore e responsabile della rassegna di cinema indipendente italiano “Independent Duel”, presso il Multicinema Duel Village di Caserta. Fonte immagine in evidenza: https://www.milenalibri.com/product-page/ma-perch%C3%A9-non-te-ne-vai

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