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Eroica Fenice

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Il periplo della Sardegna in 20 giorni: recensione

Il periplo della Sardegna in 20 giorni è un libro scritto da Alberto Priori (medico neurologo, ricercatore, professore) e Silvia Fanni (tecnica archeologa, sommozzatrice, pedagogista), edito dalla casa editrice – specializzata in pubblicazioni a carattere nautico scientifico – Il Frangente edizioni, con la prefazione del trombettista e flicornista Paolo Fresu. Il periplo della Sardegna: il libro Dopo una composita e riassuntiva introduzione che vale quasi come avvertenza preliminare ai lettori-naviganti del periplo, il testo inizia con la narrazione di abitudini e tradizioni sarde a partire dalla costa meridionale dell’isola a cui seguono, nell’ordine, le narrazioni relative alla costa orientale, a quella settentrionale e alla costa occidentale; la scelta di svolgere l’itinerario nautico in senso antiorario viene spiegato nell’introduzione, attraverso una duplice esposizione, dagli autori: «Facendo rotta verso nord […] è probabile trovarsi il Maestrale, vento dominante sulla costa occidentale, in prua, cosa che potrebbe costringere a navigare senza ripari sicuri per circa una cinquantina di miglia fino a Oristano […] Ci sono, inoltre, motivi di carattere “psicologico”: come avremo modo di vedere più avanti la costa occidentale, nella sua selvaggia bellezza, è frequentata assai poco sia per mare che per terra […] Abbiamo quindi pianificato la crociera secondo il principio di abituare gradualmente l’equipaggio, passando dalle rotte e dalle spiagge più frequentate nei primi giorni di solitaria, all’aspra e selvaggia bellezza della costa nordoccidentale e occidentale delle ultime tappe». Desiderio di mare, di vele gonfie di vento e narici dischiuse ai profumi di acqua e salsedine: chi ama il mare è dolcemente chiamato a ripercorrere con la mente il viaggio – fatto di luoghi e di emozioni – descritto ne Il periplo della Sardegna in 20 giorni. Dalla costa meridionale della Sardegna, si diceva, ha inizio questa circumnavigazione dell’isola e contestualmente il periplo, il racconto della navigazione; Alberto Priori e Silvia Fanni propongono, attraverso la loro opera, un «taccuino» di appunti di viaggio – «luoghi ed emozioni», come segnala fra l’altro il sottotitolo scelto dagli autori – in cui approfondimenti e dettagli nautici si alternano a descrizioni in cui si coniugano – riprendendo le parole di Paolo Fresu – «passione del viaggio con il bisogno di raccontare la bellezza che ci circonda». Piatti tipici, storia, cultura e tradizioni della pastorizia sarda e sinossi storiche introducono Il periplo della Sardegna in 20 giorni, con l’intento di far immergere il lettore nell’esperienza della lettura del viaggio per mare e col tacito invito a navigare per quel mare di Sardegna descritto, per viverne davvero i luoghi, per percepirne le profonde emozioni; un percorso che, di pagina in pagina, di onda in onda, di approdo in approdo, accompagna verso paesaggi naturali e insediamenti umani, invitando alla bellezza e al rispetto dei luoghi. Luoghi ed emozioni Il senso di ciò che Il periplo della Sardegna in 20 giorni trasfonde, in conclusione, può riassumersi nel seguente passo che cito direttamente dall’Epilogo del testo: «Spenti i motori, sistemata la barca, riguardiamo le nostre fotografie, i disegni, gli appunti […] il senso di solitudine che, a parte qualche decina […]

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Katharine Kilalea: Va tutto bene, signor Field | Recensione

Va tutto bene, signor Field, scritto da Katharine Kilalea, è fra i recenti titoli messi in pubblicazione (lo scorso agosto) dalla casa editrice Fazi editore (per la traduzione in italiano di Silvia Castoldi). Va tutto bene, signor Field di Katharine Kilalea: recensione Con Va tutto bene, signor Field, Fazi editore pubblica un testo dell’autrice sudafricana Katharine Kilalea. La trama del romanzo intende seguire le direttrici di alcune di quelle che sono le voci proprie dell’anima: musica, silenzio, emozioni. Queste le “voci” che permeano il testo, questi gli aspetti di un uomo che può essere specchio di altri uomini. La musica e la riflessione sulle emozioni sono messe insieme attraverso il medium dell’architettura: il concetto d’arte, dunque, si comprende, permea il testo, declinandosi, attraverso la penna dell’autrice, nelle sue plurime forme e svariate manifestazioni. Suono e luce sono le prime esperienze sensoriali che le righe di Katharine Kilalea rievocano dalla memoria del lettore: una casa in cui ombre, luci, forme, impressioni, suoni e silenzi iniziano a stagliarsi sulla pupilla di chi guarda e ascolta; e chi guarda e ascolta è il protagonista, il cui filo narrativo si muove lungo il discorso in prima persona, cosicché il lettore possa entrare direttamente nella scena attraverso il personaggio protagonista: ed è proprio attraverso l’uso narrativo di questa diegesi interna che sembra sottolinearsi ed intensificarsi la volontà di speculazione intima, introspettiva, del lungo racconto. Oltre allo sfondo naturale, ambientale, in cui si muovono e “vivono” i personaggi pensati e costruiti dall’autrice (e del cui bios la presenza palese è data dalle grandi sezioni che compongono il testo che si svolgono lungo l’avvicendarsi delle quattro stagioni – ulteriore riferimento musicale? – e che segnano lo stato d’animo che le permea), c’è un elemento antropico che risulta essere quasi un ulteriore personaggio di Va tutto bene, signor Field: la casa, la costruzione architettonica che “accoglie” come fosse involucro, bolla di separazione dell’individuo dal resto, i pensieri e le azioni del protagonista e dei personaggi comprimari che vi ruotano intorno, si fa imprescindibile presenza spaziale al fine di ricollegare e comprendere le vicende – interiori ed esteriori – che si svolgono via via attraverso la trama del testo. Più di un ritmo narrativo caratterizza il testo e questo “dinamismo musicale” conferisce un andamento non piatto: periodi e “fraseggi” lenti si interpongono a momenti narrativi più veloci, creando una curva che bene si innesta al personaggio (fra lo stile dialettico pensato da Katharine Kilalea per il suo personaggio e la professione di musicista e concertista del personaggio stesso risalta, in altre parole, un grado di coerenza). La lentezza di certi passaggi narrativi permette al lettore di ristare in personalissime sensazioni evocate a livello cerebrale: memoria ecoica, memoria iconica, memoria aptica sembrano riuscire ad emergere permettendo al lettore di recuperare – e rielaborare – a livello conscio sensazioni vissute ed emozioni pregresse; sensazioni ed emozioni pregresse assolutamente personali per ogni lettore, prodotti esperienziali ed elaborazioni individuali che possono “rivivere” solo attraverso un rispetto dei tempi talamici in termini di azione […]

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La frontiera spaesata: recensione del testo

La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani è il titolo del recente testo – pubblicato lo scorso luglio –  scritto da Giuseppe Samonà, edito per i tipi di Exorma Edizioni ed inserito nella collana “Scritti Traversi”. La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani: il testo La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani è innanzitutto un percorso “messo su carta”, una sorta di piccola mappa raccontata, in cui i luoghi e le storie si mescolano; allora l’idea di frontiera si riformula divenendo sintesi del suo contrario ontologico e semantico: una frontiera, dunque, «che non è una linea ma uno spazio disteso, fluido, dai contorni sfumati, in cui coabitano e si mescolano genti, lingue e culture». «Dove iniziano? Dove finiscono i Balcani?», si chiede l’autore e la sua non può essere una domanda geograficamente intesa; non i Balcani come monti chiaramente definiti dal punto di vista geografico, bensì i Balcani come idea, come agglomerato, come luogo di incontro di lingue, culture, paesi, che ivi coabitano. È «un tenersi all’elastico», riprendendo le parole dell’autore che evidentemente allude ai legami e alle influenze che coesistono fra i popoli “dei confini”. Una lettura “di sbieco”, “di traverso”, in cui si resta sempre in equilibrio precario fra un “cis-” e un “trans-”, fra un al di qua e un al di là del Balcani: una realtà plurima che l’autore più volte descrive come “indefinibile”. La penisola balcanica Dei popoli balcanici, dei paesi balcanici, spesso si dice come se fosse una sola grande identità, una sola grande realtà monoculturale; ciò che invece risalta attraverso le pagine di questa insolita guida di viaggio è il contrario: l’attenzione è posta sulla pluralità, sul mosaico di genti e di luoghi e sulle loro identitarie peculiarità, sul carattere policulturale, che non è annullamento del tutto in favore del singolo, piuttosto identificazione del singolo nel tutto. Geograficamente, la catena montuosa dei Balcani attraversa la Serbia e la Bulgaria, ma, per estensione, con il termine Balcani si indica tutto il territorio della penisola balcanica di cui fanno ora parte gli Stati indipendenti della Bulgaria, della Grecia, di parte della Turchia, della Croazia, della Serbia, del Montenegro, della Macedonia, della Slovenia, dell’Albania, della Bosnia-Erzegovina, del Kosovo, della Romania e della Moldavia (Romania e Moldavia ritenute da alcuni storici confacenti parte della penisola balcanica in termini storico-politici). Le vicende storiche che hanno attraversato questi popoli e le loro azioni di indipendenza si sono svolte lungo un arco temporale della durata di diversi secoli e hanno portato alla costituzione di un mosaico di popolazioni separate politicamente ma correlate da taluni profondi tratti storici e socio-culturali. Giuseppe Samonà: l’autore del testo Giuseppe Samonà è dottore in Storia delle religioni antiche, ha insegnato a Parigi, New York e Montréal, è cofondatore della rivista franco-italiana Altritaliani e condirettore della rivista transculturale franco-canadese ViceVersa; fra i suoi libri, oltre a La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani, si leggono, fra gli altri: Gli itinerari sacri dell’aedo: Ricerca storico-religiosa sui cantori omerici, Il […]

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Gocce di Lavinia Alberti: recensione e intervista all’autrice

Gocce è una silloge scritta da Lavinia Alberti e pubblicata per Controluna edizioni di poesia (durante lo scorso gennaio); il testo che si apre con la prefazione di Giuseppe Barbera può definirsi – e ricalco le parole del prefatore – una raccolta di «suggestioni spontanee […] ridondanze e nenie». Gocce: il testo di Lavinia Alberti Suggestioni spontanee, si diceva: in Gocce troviamo, infatti, scorrendo nella lettura, un ripetersi di parole e suoni che ripercorrono lo schiudersi continuo di emozioni «ingenue e lontane» attraverso il rinnovarsi di «morbide intuizioni di senso». Bagliori, Fantasmi, Frammenti, Tutto dentro me, Epilogo: questi, nell’ordine, i titoli delle parti in cui è diviso il testo e in cui sono distribuite e radunate le varie composizioni; una sorta di percorso personalissimo e cinetico in cui fra luci e ombre si muovono i versi, le percezioni intime e le intuizioni di Lavinia Alberti. È suggestiva la scelta di definire “atti” le suddette parti, quasi a dare una patina teatrale al testo, una sorta di volontà di coscienza del fenomenico e mutevole e, al contempo, una ricerca di conoscenza definita del reale: forse anche in tal senso trova ragione d’essere l’epigrafe scelta, tratta da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa («La mia anima è una misteriosa orchestra: non so quali strumenti suonino e stridano, dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco solo come una sinfonia»): un’orchestra di suoni fra le maschere plurime della vista. Intervista a Lavinia Alberti Gentile Lavinia, come nasce la tua scrittura? Come concepisci i tuoi versi? Ho sempre avuto una grande passione per la scrittura: questa si è consolidata in un momento molto particolare della mia vita, nel 2018, anno di profondi cambiamenti per me, in cui il mio sentire ha preso una piega nuova. La svolta, che è quella che ha poi dato vita alla silloge, è avvenuta quasi per caso, un pomeriggio di febbraio, quando, presa da un amaro sconforto e una profonda delusione sentimentale, ho sentito una profonda esigenza interiore, quasi un richiamo, un istinto e un desiderio profondo di sfogare determinati vissuti, di metterli su carta. Più scrivevo e più mi rendevo conto che trovavo sempre nuovi spunti per scrivere versi; affioravano prepotentemente nella mia mente volti, immagini di vita quotidiana, gesti… ed è così che nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata a comporre 65 poesie. A quel punto è nata in me la voglia di pubblicare una raccolta che ho scelto di intitolare “Gocce”, proprio perché queste poesie sono nate simbolicamente goccia dopo goccia, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno. Concepisco i miei versi come una fonte di guarigione e dunque con una funzione terapeutica, catartica. La poesia è per me uno strumento potentissimo che mi permette di esplorare i meandri della mia mente, i miei processi consci e inconsci, le mie ombre e le mie luci. È un mezzo che mi ha dato la possibilità di guardare in modo nudo e crudo le parti di me che ho sempre lasciato in penombra. Grazie […]

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Libri

Accadde domani: le “predizioni” di Luciano De Crescenzo

Accadde domani. Scritti quasi profetici è un testo recentemente pubblicato dalla casa editrice Mondadori e pensato dalla figlia Paola De Crescenzo; il testo, che raccoglie brevi racconti-riflessioni di Luciano De Crescenzo, esprime alcuni dei temi più cari al pensatore quali Napoli, la Verità, il Tempo. Accadde domani: pensieri sull’essere e sul “potrebbe essere” Come acutamente scrive Paola De Crescenzo: «ciò che oggi non è non è detto che non sarà»; non esiste dunque – per fortuna – utopia come – e purtroppo – non esiste distopia. Con Accadde domani. Scritti quasi profetici si presenta e si offre al lettore uno spaccato di vita che c’era e che c’è e, al contempo, una proiezione di ciò che sarebbe potuto essere e che molto spesso è accaduto («ho deciso di selezionare e raccogliere questi suoi articoli in un unico libro, per ripercorrere le riflessioni di un uomo che ha osservato il mondo con curiosità, ma soprattutto ha provato a spiegarlo ai suoi lettori, invitandoli a ragionare su ciò che sarebbe accaduto nel prossimo futuro», scrive sempre Paola De Crescenzo riferendosi al testo). Un senso divinatorio, o meglio, una capacità predittiva di Luciano De Crescenzo nutrita da acute e attente riflessioni sul tempo e sulla storia del tempo. Il testo, che nasce come raccolta di articoli più o meno brevi (ma contenutisticamente densissimi) scritti e pubblicati da Luciano De Crescenzo fra il 1977 e il 2002 e recuperati dalla figlia Paola dall’archivio personale del padre, si compone di racconti-riflessioni che volente o nolente mettono di fronte a una realtà tanto buona quanto cattiva, in ogni caso tratta dal vero. La cronaca ha sempre avuto un posto di primaria importanza nella vita di De Crescenzo (Paola ricorda: «Era solito svegliarsi molto presto al mattino per andare in edicola e comprare i principali quotidiani, perché iniziare la giornata senza era impensabile. […] Mi sembra ancora di vederlo intento a leggere sulla sua poltrona») e per questo il suo occhio si fa lungimirante così come la sua mente, fine analizzatrice degli eventi e delle cose: è attraverso la cronaca che si fa la Storia, attraverso i fatti conosciuti solo dai vivi che si fa la storia conosciuta anche dai posteri (e solo per i posteri imbalsamata, non più viva né pulsante). Cronaca e filosofia sembrano avere a un tempo fini simillimi, nell’osservazione del presente; ancora Paola De Crescenzo affida alle pagine del libro un suo ricordo, riferito al padre: «il concetto di tempo, filosoficamente parlando, è di sicuro uno dei temi sui quali ha ragionato di più nel corso della sua lunga carriera di scrittore […] Ho trascorso buona parte della mia vita ad ascoltare mio padre parlare di filosofia, e se c’è una cosa che mi ha insegnato è che dovremmo essere padroni del presente e non schiavi del futuro. Diceva: “La macchina bella, il titolo accademico, la tribuna d’onore e tutte le mille comodità inventate dal consumismo altro non sono che gradini, gradini di una scala di valori, che il potere ha creato per […]

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Libri

La quarta dimensione del tempo: recensione

La quarta dimensione del tempo è il recente libro di Ilaria Mainardi pubblicato per i tipi di Les Flâneurs edizioni. La quarta dimensione del tempo: il testo Nel suo testo, Ilaria Mainardi narra una storia che intreccia presente e passato in un continuo flusso narrativo: tempo della narrazione e tempo della storia s’aggrovigliano tenendo, attraverso lo svolgimento dei vari capitoli, le due linee cronologiche “sovrapposte”: un continuo ritorno nel presente – e sul presente – del passato, che significa, per il protagonista, un insieme di fili lasciati cascanti, mai ricuperati, nella trama intensissima e fitta della vita. Una trama che, attraverso una metaforica linea del tempo, si presenta ai lettori come curva e ritorta con elementi, situazioni, contesti ed eventi che più volte si frammentano mutuamente e mutuamente si intersecano, mai uguali nella sostanza, ma similari per taluni versi; una trama che, inanellando successivi e plurimi giri d’andata e ritorno, ha di certo solo il punto da cui si parte e il punto in cui si arriva – parafrasando e riprendendo una frase della stessa autrice – mentre vario e incerto è il percorso, il viaggio affrontato dai personaggi: un viaggio “fisico” e contemporaneamente un percorso “a ritroso nel passato” per i protagonisti. Al contempo una costruzione varia dei tratti caratteriali e psicologici dei personaggi stessi messi insieme da Mainardi che tanto sembra avere in comune con certe sceneggiature (e dall’arte cinematografica, fra l’altro, la stessa autrice ci informa di essere attratta). Un passato che torna attraverso i nodi e le onde del tempo, dunque: il protagonista, un uomo con un passato tenuto per sé, torna a fare i conti con una parte della sua vita che aveva tenuto dentro, all’interno delle pieghe – e delle piaghe – del suo inespresso vissuto. Un viaggio a ritroso nel tempo per recuperare i frammenti di un passato lasciato e lacerato a metà, un viaggio attraverso posti fisici, luoghi interiori, situazioni vissute e rivissute, un viaggio attraverso persone (nuovi incontri, vecchi affetti): a ritroso, insomma, che è poi, anzitutto, anche un viaggio dentro il sé stesso. Ilaria Mainardi ha pensato e ideato, poi scritto, una storia che tutta si basa sul tempo, sullo scorrere del tempo, lungo una duplice intenzione e interpretazione: il tempo nel suo flusso fisico cronologico e obiettivo e il tempo nella sua dimensione soggettiva, convenzionale, relativa. Una percezione interna del tempo e una percezione del tempo interno: due linee che, pur presupponendo posizioni soggettive, assumono il loro spessore di concetti diversi, seppure profondamente in limine, profondamente “osmotici”. La concezione relativa del tempo Il titolo scelto dall’autrice per il suo testo, rimanda chiaramente a ciò che il suo La quarta dimensione del tempo vuole essere: se applichiamo il concetto fisico di quarta dimensione del tempo (afferente alla teoria della relatività), infatti, ritroviamo un possibile calco per il contenuto e le intenzioni che emergono leggendo il libro. In altre parole, una dimensione spazio-temporale in cui occorrono e coesistono gli eventi: nel caso del testo di Ilaria Mainardi, una “quarta dimensione” di quella emotiva, […]

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Comunicati stampa

Napule sta ccà: pizzeria e friggitoria di prossima apertura

“Napule sta ccà” è la pizzeria e friggitoria di prossima apertura di Daniel Giò; il locale è sito in Viale Margherita, 53 a Ponticelli (Napoli) ed è la realizzazione materiale di quello che il suo proprietario afferma essere – come citato nel comunicato – «il sogno più ambito»; ospiti di Daniel Giò «giovane pizzaiolo con collaudata esperienza e professionalità» (la citazione è ancora tratta dal comunicato stampa), saranno Teresa Iorio (campionessa mondiale di pizza per la categoria Specialità Tradizionale Garantita, nel 2015, e di pizza fritta, nel 2017) e Gennaro D’Aria (personaggio televisivo e attore attraverso la maschera “culinaria” di Gennaro ‘o masto d’’a pizza e autore d’articoli gastronomici) che effettuerà aperture sceniche di bottiglie di spumante attraverso la tecnica del sabrage (in italiano, letteralmente, “sciabolata”). Specialità tradizionale garantita: la qualifica della pizza napoletana L’attestazione di specificità “Pizza Napoletana” STG (pizza napoletana specialità tradizionale garantita) prevede adesioni al disciplinare di produzione concernente specifiche rispetto a plurimi elementi, quali gli ingredienti del prodotto, il metodo di produzione e di lavorazione, le caratteristiche del prodotto finale (descrizione e aspetto) e la conservazione; viene indicato nel disciplinare anche il logo che caratterizza la vera pizza napoletana come Specialità Tradizionale Garantita e i suoi colori e i caratteri tipografici che lo rappresentano ed individuano. Napule sta ccà: l’apertura L’inaugurazione del locale (pizzeria e friggitoria) è fissata per il prossimo giovedì 16 luglio, alle ore 20.30; la serata prevede degustazione di prodotti tipici e torta augurale. Immagine in evidenza: da comunicato stampa

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Libri

Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo: il saggio

Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo è un saggio (di recentissima pubblicazione) scritto da Alberto Castellano e Filomena Saggiomo per Phoenix Publishing. Il testo, che vuole ripercorrere e analizzare le fasi salienti e i significati critici del cortometraggio Film di Samuel Beckett, si sviluppa su assi plurimi, fra i quali la direttrice linguistico-semiologica e quello cinematografico-interpretativa. Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo: il testo di Alberto Castellano e Filomena Saggiomo Dopo una premessa sulla genesi di Film «prima e unica esperienza o forse meglio avventura di Samuel Beckett […] un cortometraggio senza dialoghi, praticamente muto», Alberto Castellano si avventura, con fare lesto e destro, nel senso più profondo dell’opera di Beckett: partendo dalla constatazione sul titolo che sembrerebbe «richiamare l’attenzione dello spettatore anzitutto sulla sua forma», si ferma poi sulla riflessione analitica degli elementi salienti su cui è costruito il cortometraggio; viene, così, subito posta l’attenzione sulla vista, canale sensoriale privilegiato dal cortometraggio: «La colonna visiva viene per così dire annunciata dalla prima sequenza: un occhio che si apre. Primissimo piano dell’occhio, strumento e simbolo della percezione visiva»; la vista, quindi, elemento fondamentale e fondativo dell’opera cinematografica, non solo di Film ma delle pellicole stesse: l’occhio è, infatti, il soggetto ontologico d’ogni opera cinematografica, in quanto essa esiste finché c’è occhio disposto a guardarla e a prenderne, teatralmente, parte da spettatore ma anche da personaggio, per così dire, ulteriore, se consideriamo il coinvolgimento di questi nell’azione scenica. L’intuizione di Beckett, dunque (ed è su questa linea che la riflessione si muove maggiormente) rende Film un cortometraggio significativo sul fare cinema. Le linee seguite da Alberto Castellano e da Filomena Saggiomo per lo sviluppo di Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo, come si diceva, risultano plurime: innanzitutto una riflessione semiologica (nella prima parte del testo), poi ricostruzioni analitiche intorno all’opera di restauro della pellicola (a cui segue, intrecciandosi, un’intervista a Ross Lipman) e ancora un saggio acuto di Alberto Castellano sul testo e sulle implicazioni che esso porta con sé; nella terza parte, poi, un’appendice dà spazio a due idee di Antonello Paliotti, musicalmente “sui generis”. Film fra silenzio, suono e vista La vista è, come si è detto, il canale precipuo della comunicazione cinematografica: attraverso lo sguardo i fotogrammi che scorrono hanno ragione d’esistere; una pellicola muta può “prendere vita”, certamente – e la storia del cinema ci dimostra largamente che i silenzi sono parte integrante, se non fondamentale, imprescindibile, indiscutibile, di una pellicola ben fatta – ma una pellicola invisibile (cioè impercettibile all’occhio umano) è di per sé “priva di vita”: il nostro occhio al di qua dello schermo televisivo segue quindi indefesso i protagonisti al di là, un gigantesco occhio onnisciente che “grava” sulle attività dei personaggi, minuscoli, sotto il peso di quest’occhio indagatore – Cosa faranno  i personaggi? Chi sono? Chi incontreranno? Dove vanno? – che mai li lascia “liberi”, e non potrebbe farlo, altrimenti la pellicola non esisterebbe, cinematograficamente parlando; un po’ come vale con i libri: che vita avrebbero […]

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Libri

Calma e quieta è la notte: il romanzo di Vittorio de Martino

“Calma e quieta è la notte. La leggenda dei bagni di Szigetvár”: recensione del nuovo libro di Vittorio de Martino “Calma e quieta è la notte. La leggenda dei bagni di Szigetvár” è un romanzo scritto da Vittorio de Martino e di recente pubblicazione, nell’aprile 2019, per la casa editrice La Lepre edizioni; poco dopo la pubblicazione, a inizio di questo anno in corso, il testo è risultato vincitore del primo premio per la sezione narrativa edita alla XII edizione del Premio Letterario Nazionale “Nicola Zingarelli”. Calma e quieta è la notte: il tempo, la storia, l’inganno, il silenzio «Voi, che siete vecchio, lo sapete se esiste un punto, un luogo fisico del corpo dove il desiderio della carne si trasforma in illusione delle anime?». Illusione, sogno, sospensione del tempo della storia, sopore, racconto, silenzio: il romanzo di Vittorio de Martino (pianista, danzatore, assistente di regia per Eduardo De Filippo e Giancarlo Menotti, insegnante, guida) si intreccia col doppio filo sottilissimo dell’inganno; un inganno che è inganno dei sensi, che è inganno della parola. Un canto di sirena, suadente ma rischiosissimo, una tela di ragno, scintillante ma assai pericolosa, da cui e in cui il vecchio protagonista di queste “notti d’Oriente” e con lui i lettori ammessi a partecipare a patto del silenzio, si ritrovano, senza accorgersene, rapiti. Un vecchio imbalsamatore ogni notte attende che una giovane voce gli parli, per raccontargli una storia, lì, nei bagni di Szigetvár, lì, in quel luogo fumoso sospeso dal tempo, dalla Storia: e così, in questa sospensione fatta di attese e ritrovi, le storie narrate possono sciogliersi. Inganno, illusione: pagina dopo pagina, notte dopo notte, si è avvinti alla vicenda, storie nella Storia; per certi versi, vicende in cui inizio e fine si toccano, si incrociano, coincidono, si perdono, si ritrovano e per altri versi, vicende che non esistono. “Una storia nella storia ed una storia nella Storia“: un romanzo – dai tipici caratteri della novella romanzesca storica e avventurosa – in cui novelle e racconti si inseriscono in una cornice superiore alle stesse e che si snoda nella Storia. Avventura, erranza, vagheggiamenti e perdizioni, arrivi, partenze e ritorni, agnizioni e scomparse, peripezie, ritrovamenti: niente è come sembra o almeno così pare; in altre parole, ciò che sembra non è e ciò che è non sembra. O forse no? Chissà… Cos’è un’illusione? Vittorio de Martino col suo “Calma e quieta è la notte. La leggenda dei bagni di Szigetvár,” nel vapore delle terme sparge fumo d’illusione letteraria, con i suoi salti e giri, con le sue giravolte e i suoi capovolgimenti condensati nelle pagine conclusive del testo. Qual è la verità, che poi è fictio letteraria? Ad ogni lettore sia lecita la propria versione.     Fonte immagine in evidenza: http://www.lalepreedizioni.com/archivio/libri/copertinaBig_131.png

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Libri

La lettera di Pietro di Aldo Amabile: recensione

La lettera di Pietro. La genesi del Secondo Medioevo è un testo breve – ma non per questo non denso di riflessioni – scritto da Aldo Amabile per Articoli Liberi. La lettera di Pietro. La genesi del Secondo Medioevo: il testo Distopia o triste e pericolosa attualità? Con il suo La lettera di Pietro. La genesi del Secondo Medioevo, Aldo Amabile firma un testo in cui, come purtroppo spesso è accaduto e accade, la fantasia stravolta è aberrante anticipazione della realtà storica. La Storia, magistra vitae, senza la politica non è che una guida sola, senza seguito, e la politica senza Storia non è che massa alla sbaraglio: parafrasando un concetto carissimo al Manzoni, si appura con sconforto immenso come nel mondo immaginato da Aldo Amabile manchino proprio queste due dimensioni fondamentali dell’esistenza e della convivenza sociale. Un mondo distorto, totalmente al contrario rispetto ai sani principi e veri di uguaglianza sociale e di legalità, in cui si muove il protagonista di questa storia, un giovane “rivoluzionario” che vorrebbe sovvertire l’andamento del suo tempo; niente è da salvare: la corruzione, così come la connivenza, incentivate, volute, legalizzate. La legalità e l’onestà, allora, in un mondo dove il capo è al posto dei piedi e i piedi sono al posto del capo, sottosopra, stravolti, rovesciati, presto diventano crimini da perseguire, cosicché onesti e meritevoli sono, come in un ossimoro, emarginati e delinquenti, persone da cui tenersi alla larga e dai cui comportamenti retti e probi guardarsi bene: sconcerto e sconforto, quindi, pagina dopo pagina, il testo ci infonde. In un luogo del genere – e degenere – anche la considerazione sociale risulta rovesciata (diversamente non potrebbe essere in un mondo al contrario): l’ultimo strato sociale, quello più basso, infimo ed infido, quello della miseria e della meschinità, in cui sono compresi «emarginati e delinquenti» è, come si diceva prima, quello che in realtà dovrebbe rifulgere, ossia lo stato degli onesti. Un testo lugubre e buio, scritto con estrema semplicità sintattica che sembra marcare la condizione allucinata del soggiogamento, un testo senza speranza di luce alcuna, se persino un colpo di Stato improntato alla rivoluzionaria presa dell’onestà fallisce. Eppure, vorrei aggiungere e suggerire alcune riflessioni, spiragli di luce sociale fra le ombre che tetre s’addensano e minacciano. L’importanza della parola «Medioevo» Aldo Amabile utilizza la parola “medioevo” più di una volta nel suo La lettera di Pietro. La genesi del secondo Medioevo: la prima, nel sottotitolo, poi nel testo. Dunque, una parola su cui ci spinge consapevolmente o inconsapevolmente a riflettere. Il significato di “Medioevo” è quanto mai vario e complesso: tralasciando il luogo comune dell’età come “secolo buio”, l’età segna, da un punto di vista storico, una fioritura in vari campi dell’arte, della politica e del sapere; e, da un punto di vista linguistico, un’epoca di passaggio. Come leggere allora quel concetto di «genesi del secondo Medioevo»? In senso comune, non andrebbe bene, perché i fatti narrati sono già in corso, quindi non si tratterebbe di una genesi, piuttosto di una […]

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Libri

Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo

Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo è un libro a carattere saggistico-divulgativo scritto da John Biguenet e tradotto in italiano da Naike Agata La Biunda. Il testo pubblicato da Il Saggiatore e inserito nella collana Piccola Cultura è stato presente fra i testi che la casa editrice ha proposto in fruizione digitale gratuita in seno all’iniziativa “Solidarietà digitale”. Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo Il testo di Biguenet riflette sui significati attribuiti dalla psiche umana – e dall’istinto animale, generalizzando alcuni aspetti della questione – al silenzio. Cos’è il silenzio? Domanda semplice, ma solo nell’apparenza: il silenzio è concentrazione, calma, riflessione, pace, equilibrio interiore, e, al contempo, è mistero, ansia, paura, angoscia: esso è e non è, contemporaneamente, la sua essenza come presenza e come assenza, come bene e come male, come gioia e come dolore. Il silenzio come sospensione della parola, implica, per contralto, che la parola vi conviva, coesista. Cos’è il silenzio? Ponendoci questa domanda, ben presto comprendiamo che ci stiamo avventurando in quell’intricatissimo – e umanamente inconcepibile – labirinto che è il vertiginoso abisso del silenzio. Comprendiamo che la mente, la ragione, la ratio umana incespica, inciampa, arranca, arretra, lungo l’erto e faticosissimo sentiero non tracciato del significato e della significanza del lessema “silenzio”. La psiche attribuisce plurimi significati alla manifestazione silenziosa e plurime associazioni costruisce, secondo logiche attributive, predittive, socialmente partecipate (perché socio-culturalmente indotte e psico-evoluzionisticamente tradotte) o personalissime, individuali. In questa selva ospitale ma scurissima ci si introduce, quando con lumino fra le ombre alla mano, si cercano i nodi fra le sinuose maglie della rete del silenzio che ci avvolge. Suono, rumore, silenzio Cos’è il silenzio? John Biguenet si sofferma sulla medaglia e i suoi rovesci, osserva la luna e il lato oscuro della casta diva inargentata: il silenzio come sospensione volontaria della parola e il silenzio come solitudine (nei casi estremi il silenzio come abbandono, coercizione). Il silenzio rappresentato dalla parola impone, coarta, e il silenzio rappresentato dall’annullamento della parola, il silenzio “solido” della nostalgia e della melanconia. Il testo Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo, si sofferma anche sul valore e sul senso che il significato del silenzio assume nell’arte – iconica, musicale, letteraria, drammatica – e sulla primaria importanza della gestualità, della mimica nella comunicazione del silenzio. In questo solco d’indagine divulgativa che l’autore percorre, credo possano bene inserirsi anche i paragrafi dedicati al silenzio nostalgico della fotografia e al silenzio indifferente e imperturbabile – per questo altamente perturbante – delle bambole e degli oggetti inanimati antropomorfizzati. E ancora, la parola come rafforzamento del silenzio («mettere a tacere»), il silenzio come rafforzamento di patti, di legami (il silenzio e il mistero, il silenzio e il segreto…): non vi è silenzio senza parola e non vi è parola senza silenzio. La loro esistenza è duplice e mutua, coesiste nella scansione ritmica di pausa e suono, parola e silenzio: la presenza di una segna la preesistenza dell’altra e viceversa, scambievolmente. Il suono può esistere solo […]

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Culturalmente

Filostrato di Boccaccio, riflessioni su Pandaro

Il Filostrato di Boccaccio è fra le opere più “misteriose”: incerta storia filologica, incerta attribuzione delle fonti (intese in senso stretto), incerta identità dei personaggi. Il testo di seguito proposto è tratto, fortemente riassunto e rimodulato dal contributo assai più esteso e approfondito Le vie indiscrete della passione: riflessioni sul Pandaro del Filostrato (e proposte sul Filostrato del Decameron), presentato in occasione del seminario internazionale di Studi intorno a Boccaccio (Boccaccio e dintorni, quinta edizione). In tale contributo si è cercato di rintracciare alcuni fili genetici, che possano almeno in parte avvicinarci al canovaccio compositivo tenuto in mente dal Certaldese. Il Filostrato di Boccaccio: riflessioni su Pandaro Nell’economia delle ottave del Filostrato, il personaggio di Pandaro riveste un ruolo importantissimo per lo svolgimento dell’azione narrativa. Contraltare di Troiolo nella visione delle “mondane cose”, per certi versi prefigurazione – con le dovute cautele e differenze – del cortigiano ante litteram (fedele secretarium e confidente del suo amico-signore) e al tempo stesso carattere tipico da commedia, il personaggio di Pandaro resta tratteggiato dal suo autore – come del resto nella tecnica che lo contraddistingue – come non categorizzabile: immerso nelle “antiche istorie” (da cui l’autore, per sua stessa ammissione, ha tratto la materia del suo libello), ma lontanissimo dall’epos, Boccaccio lo dipinge come giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo. Il personaggio ha origini misteriose; suggestive vicinanze sembrano intravedersi, invece, nel Pandaro dell’Iliade (per somiglianza di interessantissimi schemi psicologici) e – seppur con le chiarissime differenze naturali – nel Mercurio dell’Eneide (nel sensus circoscritto che assume nella vicenda amorosa del libro IV del poema). La collisione fra eros ed epos – fra passio e ratio – viene evidenziata proprio dal Certaldese, che, più tardi, nelle sue Genealogia deorum gentilium, parlando della poesia cita un esempio significativo: «[…] intendit Virgilius per totum opus ostendere quibus passionibus humana fragilitas infestetur, et quibus viribus a constanti viro superetur. Et cum iam non nullas ostendisset, volens demonstrare quibus ex causis ab appetitu concupiscibili in lasciviam rapiamur, introducit Dydonem generosi tate sanguinis claram, etate iuvenem, forma spectabilem, morbus insignem, divitiis abundantem, castitate famosam, prudentia atque eloquentia circumspectam, civitati sue et populo imperantem, et viduam, quasi ab experientia Veneris concupiscientie aptiorem. Que omnia generosi cuiuscunque hominis habent animorum irritare, nedum exulis atque naufragi, et in incognitam regionem deiecti atque subsidio indigentis. Et sic intendit pro Dydone concupiscibilem et attractivam potentiam, oportunitatibus omnibus armatam; Eneam autem pro quocunque ad lubricum apto et demum capto. Tandem ostenso quo trahamur in scelus ludibrio, qua via in virtutem revehamur, ostendit, inducens Mercurium, deorum interpretem, Eneam ob illecebra increpantem atque ad gloriosa exhortantem. Per quem Virgilius sentit seu conscientie proprie morsum, seu amici et eloquentis hominis redargutionem, a quibus, dormientes in luto turpitudinum, excitamur, et in rectum pulchrumque revocamur iter, id est ad gloriam.» Nel passo, Boccaccio spiega chiaramente come la vicenda di Enea e Didone serva […]

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Culturalmente

Strumenti a corda: tipologie e sonorità

Strumenti a corda: cosa sono e quali sono? Gli strumenti a corda, definiti anche come cordofoni, sono strumenti musicali che permettono all’aria di trasformarsi in suono al passaggio attraverso le vibrazioni delle corde che li compongono; il corpo vibrante di tali strumenti è dunque un apparato di corde. Cordofoni: descrizione e alcuni esempi Gli strumenti a corda possono essere classificati, in base alla natura della vibrazione prodotta, in strumenti a corde sfregate, strumenti a corde pizzicate e strumenti a corde percosse. L’elemento principe dei cordofoni è, palesemente, la corda che vibrando tonicamente conferisce all’aria i caratteristici suoni; gli strumenti a corde si presentano di solito come formati da un insieme di corde – la cordiera – dalle cui vibrazioni complesse, il suono fuoriesce polifonico. Anticamente le casse degli strumenti muniti di corde erano costituite da gusci scavati e vuoti, da ossi, da testuggini e da legname derivato dagli archi da caccia; oggi esse sono soprattutto in legno, resine e materiali vari; oltre alle corde, lo stesso materiale delle casse contribuisce alla resa fonico-musicale dell’aria: in altre parole, la qualità del suono prodotto risente tanto della vibrazione tonica delle corde tonali quanto della struttura – forma, materiale – della cassa armonica. Fra gli strumenti a corde figurano, ad esempio, gli archi (cordofoni nei quali il suono è prodotto dallo sfregamento meccanico ottenuto con un archetto monoidiocorde o polidiocorde), il pianoforte (a percussione, in quanto il suono si produce attraverso la percussione meccanica delle corde attraverso i martelletti), le cetre, l’arpa, il cembalo, la ghironda, le viole, la tromba marina. Particolari cordofoni sono la cetra di Eolo, in cui le corde sono messe in vibrazione dal vento, e la mandochira (ideata dall’associazione La bottega del mandolino e venduta presso la storica Ditta di strumenti Giuseppe Miletti, sita in via San Sebastiano, a Napoli), strumento a tipiche corde pizzicate, “nato” dalla congiunzione di una chitarra e di un mandolino; la particolarità di questo strumento risiede nella cassa armonica che è rigonfia come nei mandolini ma segue la forma di quella delle chitarre: ciò consente la produzione idi suoni struggenti (come quelli del mandolino) e avvolgenti (come quelli della chitarra). Strumenti a corda: alcuni elementi costitutivi Fondamentale per la risonanza musicale è – per questo tipo di strumento – la parte concava dell’intera cassa; tali strumenti sono costituiti, inoltre, da martelletti (nel caso di cordofoni a percussione) e da tastiere; fra gli elementi caratteristici troviamo il capotasto (segmento su cui sono fissate le corde e posto al principio della tastiera dei cordofoni), il ponte (elemento su cui è possibile tener tese le corde), i pioli (elementi in genere in legno o in metallo attorno a cui è avvolta la corda e la cui funzione è quella di rendere abbastanza tesa la corda stessa, affinché essa possa permettere correttamente la produzione del suono), la paletta (porzione terminale degli strumenti a corda muniti di manico); fra gli arnesi di ausilio alla produzione di suono, ricordiamo l’archetto (tipico per la produzione di suono negli strumenti a corde […]

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Riflessioni culturali

Teoria delle emozioni: riflessioni e strategie

La teoria delle emozioni e il nesso fra competenze cognitive e competenze emotive La riflessione che propongo è tratta, fortemente riassunta e rimodulata, dall’elaborato Un incommensurabile attaccamento alla vita: emozioni, apprendimento, bisogni affettivi, presentato per il corso d’alta formazione per educatori socio-pedagogici. Teoria delle emozioni: una premessa Le emozioni sono parte integrante di noi stessi; profondamente connesse alle esperienze intime e sociali, influenzano le azioni, le reazioni, gli assetti e gli sviluppi cognitivi e i processi di adattamento evolutivi, finanche spingendo l’individuo a forgiare per sé una maschera di apparenze, avvertita come protezione verso l’esterno, manufatto dell’individuo e segno di più o meno profondi e lesivi disagi emotivi psico-sociali. Le emozioni, fondamentali per lo sviluppo del Sé e per la socializzazione, risultano anche correlate alla salute e all’apprendimento: sul nesso emozione-salute, le indagini delle scienze psicosomatiche e delle neuroscienze hanno potuto dimostrare che esistono fattori emotivi che influenzano taluni meccanismi ormonali e il loro corretto funzionamento; sul nesso emozione-apprendimento, numerose ricerche dagli esiti positivi fanno ritenere fondamentale l’influenza che le emozioni possono svolgere nei processi cognitivi dell’attenzione, della memoria, dell’apprendimento: attraverso indagini mirate è emerso, infatti, che i soggetti con buone competenze emotive hanno maggiori possibilità di raggiungere migliori risultati nell’acquisizione di conoscenze rispetto a soggetti con deficit emotivi. L’intelligenza emotiva sembra possedere, inoltre, capacità adattive, attraverso le quali l’individuo può mantenere una buona salute mentale. Il costrutto – e l’individuazione completa del meccanismo di funzionamento – dell’intelligenza emotiva risulta in fieri, tutto in fase di studio e definizione: secondo alcuni ricercatori l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come abilità determinata (intesa quindi come intelligenza pura), secondo altri l’intelligenza emotiva sarebbe identificabile come insieme di abilità cognitive e di aspetti della personalità (intesa quindi come intelligenza mista). Le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno rilevato che le emozioni individuali e le abilità sociali dipendono da complesse reti neurali afferenti a diversi comportamenti, interconnessi al funzionamento dell’intelligenza generale: emozione ed abilità cognitiva, dunque, risulterebbero profondamente correlate ed uno squilibrio in uno dei due sistemi creerebbe conseguenti malfunzionamenti all’altro e viceversa. Le indagini neurobiologiche hanno individuato, inoltre, nell’amigdala, il centro di elaborazione emotiva ed è stato possibile tracciare, così, i percorsi di trasmissione delle informazioni emotive: percorsi plurimi, che interessano varie aree del cervello che convogliano, fanno confluire verso l’amigdala i dati “raccolti” tanto da stimoli interni (ricordi, esperienze) che da stimoli esterni (variabili ambientali). Le emozioni lasciano tracce mnestiche all’interno dell’amigdala che influenzano le successive risposte emotive attraverso il rilascio di noradrenalina e serotonina (ormoni neurotrasmettitori) che mediano – e modulano – la comunicazione neuronale operando il legame dei recettori sinaptici alla classe di neuroni affusolati di natura proteica (neuropeptidi della corteccia cingolata anteriore): in tal modo, avviene la regolazione del substrato fisiologico delle emozioni. È stato dimostrato che malfunzionamenti dei regolari meccanismi di comunicazione neurale (cause genetiche e indotte da condizionamenti post-traumatici) incidono sui disturbi alessitimici e sui disagi anedonici: definito come scarto fra l’emozione vissuta e la sua adeguata e normale espressione, il termine “alessitimia” risulta l’esito di un analfabetismo emotivo, […]

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Culturalmente

Strumenti a fiato: tipologie e sonorità

Strumenti a fiato: cosa sono e quali sono? Gli strumenti a fiato, definiti anche aerofoni, sono strumenti musicali che permettono all’aria di trasformarsi in suono al passaggio attraverso la loro struttura interna; il corpo vibrante di tali strumenti è dunque una colonna d’aria. Quella degli aerofoni costituisce una delle cinque macrocategorie in cui vengono classificati gli strumenti musicali: oltre a questi strumenti troviamo, infatti, i cordofoni (suono prodotto attraverso corde vibrate), i membranofoni (suono prodotto attraverso membrane vibrate), gli idiofoni (suono prodotto dal corpo stesso dello strumento privo di membrane e di corde e prodotto senza l’ausilio di colonne d’aria, come invece per gli aerofoni) e gli elettrofoni (suono è generato da una fonte elettrica, che può essere un sintetizzatore elettronico o un dispositivo elettromagnetico). Le quattro macrocategorie (a cui successivamente è stata aggiunta la quinta degli elettrofoni), trovano una corrispondenza nella classificazione di Hornbostel-Sachs, attraverso le cui molteplici ramificazioni, dalle macrocategorie si giunge ai singoli strumenti musicali in esse collocate. Aerofoni: descrizione ed esempi Le sostanziali differenze di suono prodotte dai vari strumenti a fiato dipendono in maniera preponderante e principale dalla struttura – forma e materiali – degli strumenti stessi; a proposito dei materiali, tali strumenti concepiscono una classificazione ulteriore nelle sottocategorie di ottoni e legni (palesemente derivante dal materiale di costruzione). Gli aerofoni si classificano, inoltre, in aerofoni liberi e aerofoni risonanti. La differenza, grosso modo, consiste nella sede di espressione sonora: negli aerofoni liberi (come l’armonica a bocca) l’onda sonora è generata intorno allo strumento, negli aerofoni risonanti il suono è generato dal passaggio all’interno del corpo cavo dello strumento. Fra gli strumenti a fiato figurano, ad esempio: i flauti, le trombe, il sassofono, le cornamuse, il clarinetto, l’oboe, i fagotti, l’ottavino, il piffero, le armoniche. Strumenti a fiato: alcuni elementi costitutivi Elemento costitutivo fondamentale degli aerofoni è, naturalmente, l’aria, che viene soffiata – o insufflata –  direttamente nello strumento oppure trattenuta in appositi serbatoi o camere d’aria (come accade ad esempio per le zampogne dei pastori e per gli organi a canne) o caricata attraverso appositi mantici (come accade ad esempio per le fisarmoniche). Gli aerofoni, inoltre, sono costituiti da un’ancia (o due: in tal caso si parla di strumenti a fiato ad ancia doppia), una sottile lamina di materiale diverso – legno, metallo, canna – attraverso la cui vibrazione si produce il suono degli aerofoni. Fonte immagine in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/Aerofoni#/media/File:Shinobue_and_other_flutes.jpg

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Cucina e Salute

Food delivery in Campania: un’idea di Giuseppe Maglione

Giuseppe Maglione, titolare delle pizzerie Daniele Gourmet e Daniele Urban (ad Avellino), ha messo a punto un’idea particolare di food delivery in Campania: Instanteat. Ne abbiamo parlato direttamente con lui, nell’intervista che segue. Giuseppe Maglione e l’idea delle pizze d’eccellenza surgelate per il food delivery in Campania Giuseppe, vuole descrivere la sua idea ai nostri lettori? Com’è nata l’impresa? L’idea è nata nello stesso modo con cui creo una nuova pizza: dalle mie esperienze, il mio vissuto, la mia quotidianità. Ero chiuso con il ristorante da alcuni giorni a causa del decreto e mi stavo dedicando alla spesa per la mia famiglia in un supermercato. L’occhio è caduto sulle pizze surgelate, o meglio sulle consegne delle pizze surgelate. Ho pensato che potevo farlo anche io, ma garantendo la massima qualità del prodotto. Qual è stato l’iter da seguire per poter avviare la produzione? Ho dovuto chiedere l’ampliamento delle licenze che mi permettevano di esercitare in questo momento. Ho fatto domanda agli enti di competenza e avendo tutti i requisiti ho ottenuto i codici Ateco che mi consentono di lavorare come laboratorio e effettuare la vendita così come accade per gli alimentari e i minimarket. Com’è possibile ordinare le pizze sfornate e surgelate? Quale numero contattare e fino a quale distanza, in chilometri e raggi territoriali, saranno effettuate le consegne? Le pizze si possono ordinare tramite un’ applicazione, Instanteat, che permette di scegliere i vari prodotti a disposizione compreso gastronomia e enoteca. Dalla prossima settimana sarà possibile effettuare anche l’acquisto con carta di credito. Inoltre, per qualche giorno, è ancora possibile ordinare chiamando direttamente al ristorante. La distribuzione copre la città di Avellino e i comuni limitrofi, ma le idee iniziano a guardare al resto d’Italia e – perché no? – all’estero. Abbiamo avuto subito tante proposte, già alcune gastronomie di lusso hanno richiesto le mie pizze. Vuole descrivere ai lettori di Eroica Fenice quali sono (e quali saranno, prossimamente) i condimenti e i gusti delle pizze che potranno assaporare a domicilio direttamente dalle sue pizzerie? Per ora abbiamo deciso di tenere in carta le nostre pizze più gettonate: Porcini e provola, Violetta, Margherita, Pepe verde, Mortazza e pistacchi. È possibile ordinare l’opzione senza glutine, ma per ora soltanto per Margherita e bianca. Le pizze arriveranno a casa del consumatore con l’apposito kit. Basterà seguire le indicazioni e il gioco è fatto.   Quali sono i suoi progetti futuri? Come pensa di sviluppare il progetto a latere dell’ordinaria attività di ristorazione in loco? Nel frattempo stiamo lavorando per la riapertura, abbiamo già a disposizione un’applicazione, Istanteat dove è possibile visualizzare il menù digitale adattabile a tutte le lingue del mondo, in questo modo eliminiamo il menù cartaceo che potrebbe essere fonte di batteri. Sempre tramite smartphone si potrà pagare anche il conto. Inoltre, ho ordinato delle lampade speciali che si utilizzano in sala operatoria in modo da distruggere tutti i batteri all’interno dell’ambiente. Posate e bicchieri saranno riposti in vari contenitori sterili e all’ingresso ci sarà tutto il materiale che occorre per […]

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Libri

Sergio Leone: C’era una volta il cinema | Recensione

C’era una volta il cinema. I miei film, la mia vita è un libro di Sergio Leone, a cura di Noël Simsolo e tradotto da Massimiliano Matteri. Il testo, pubblicato nel 2018, è stato inserito dalla casa editrice Il Saggiatore fra i testi in fruizione digitale gratuita temporanea in seno all’iniziativa Solidarietà digitale. C’era una volta il cinema. I miei film, la mia vita: l’opera di Sergio Leone «Alla base di questo libro di interviste con Sergio Leone ci sono quindici anni di amicizia. Quindici anni di dialogo continuo, tra Parigi, Cannes e Roma. Quindici anni di festival cinematografici in trattorie romane o in piccoli bistrot del Marais, in ristoranti d’alta cucina o in casa di amici. Quindici anni di passeggiate al mercato delle pulci di Montreuil, di animate discussioni e di folli risate nei palazzi di Parigi o della Costa Azzurra; quindici anni di conversazioni telefoniche per parlare di cinema o per fissare appuntamenti con potenziali finanziatori. Quindici anni di convivenza che sono sfociati in questo libro, come una sorta di matrimonio di convenienza»: così apre la sua prefazione al libro l’attore, scrittore, storico del cinema, regista e sceneggiatore Noël Simsolo, interlocutore (e «amico fidato») di Sergio Leone lungo l’intervista-chiacchierata che compone il libro. Dopo una parentesi sulla vita personale – fra luci e ombre – del regista, l’intervista si rivolge nello specifico all’attività lavorativa di Sergio Leone che attraverso le domande di Simsolo ripercorre la sua carriera, dagli esordi e dai giudizi contrastanti della critica alla sua fama cinematografica. Il regista ricorda, fra l’altro, i rapporti con gli altri registi e i rapporti con gli attori delle sue pellicole: C’era una volta il cinema: i miei film, la mia vita è insomma una celebrazione della cinematografia di Sergio Leone. La genesi del libro è chiara già dalle prime pagine, in cui Noël Simsolo infatti scrive: «Una sera del 1986, durante una cena a due in una trattoria lionese di Parigi, ci è venuta l’idea di scrivere questo testo. Sergio aveva appena letto Il étaitune fois… Samuel Fuller, il libro di interviste che avevo realizzato con Jean Narboni, e mentre ne parlavamo ci siamo decisi a pubblicare le nostre conversazioni». Fra pensieri, giudizi e commenti personali, il testo ripercorre la carriera cinematografica del regista. Simsolo ricorda: «L’opera di Leone è anche ricordo: la maggior parte dei suoi film possiede una struttura che si basa su un ricordo segreto e ricorrente che si rivela nel finale attraverso un’orchestrazione polifonica. È tanto la memoria della storia del West o del tempo dei contrabbandieri di alcol quanto quella delle loro rappresentazioni nel cinema. C’è anche un’importante componente documentaristica. Scenografie, costumi, armi sono realizzati in ogni minimo dettaglio partendo da documenti fotografici dell’epoca. Curiosa coincidenza. Se il tempo – unico fattore decisivo per il cinema – conferma l’importanza del cinema di Leone, e se il tempo è il motore delle sue opere, la memoria rimane fondamentale. E resta coerente anche nei confronti della componente autobiografica». Il Saggiatore e le pubblicazioni di interviste “da […]

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