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Eroica Fenice

Libri

Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud: a cura di Delia Dattilo

Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud è una recente pubblicazione a cura di Delia Dattilo che riunisce alcuni contributi saggistici di Emiliano Battistini, Carmela Bilotto, Pierfranco Bruni, Cinzia Citraro, Francesco Michi, Armando Orlando, Costantino Rizzuti e della stessa Delia Dattilo. Il volume è stato pubblicato per Ferrari Editore. «I suoni configurano la memoria a furia di solchi»: è in seno a questa concezione di vita che il testo (preceduto dalla presentazione a cura dell’Associazione Culturale Tecné, sostenitrice del progetto, e dall’introduzione di Delia Dattilo) deve essere “vissuto”. “Fonofanie”, che è come dire “apparizioni sonore, suoni manifesti”: il suono che si fa “immagine”, che appare, che si manifesta, l’udito che si “con-fonde” alla vista in una riappropriata consapevolezza del sé; la ricerca, la consapevolezza e la tutela del “paesaggio sonoro“: è questo uno fra i punti precipui degli studi – in fieri, come precisato dalla curatrice del testo – condotti e presentati in Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud. Paesaggio, suono, Sud: ecco il terzo elemento imprescindibile dell’architettura portante del testo, il meridione italiano e in particolare le terre della Calabria. Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud: Delia Dattilo e gli altri contributi Nelle sue pagine introduttive, Delia Dattilo espone attentamente il profondissimo valore che intride il concetto di “memoria sonora“: una componente fondamentale per l’uomo, uno dei legami che lo tengono “radicato” nella Natura. Il suono, con le sue modulazioni e vibrazioni spontanee e naturali – e con le sue consapevoli complessità coreutico-musicali – ha sicuramente un’importanza sostanziale all’interno del distico ontologico uomo-ambiente; in virtù di ciò, possiamo comprendere anche l”importanza della “passeggiata sonora” ricordata, fra gli altri, da Francesco Michi: «un paesaggio sonoro è in costante variazione: esso esiste nel tempo. Ciò che ascolto adesso, probabilmente non avrei potuto ascoltarlo qualche minuto prima e chissà se potrò mai riascoltarlo dopo […] Nell’ascolto del paesaggio sonoro siamo chiamati a porre attenzione alle differenze, al prima e al dopo, certo, ma anche a come un certo suono costante venga percepito da punti d’ascolto diversi». Il suono, “esiste”, persiste, si trasforma, trasforma se stesso acquisendo “voci” diverse e contemporaneamente può essere percepito in maniera del tutto soggettiva da ricevente uditivo a ricevente uditivo, in base a svariate variabili fra cui stati d’animo, predisposizioni culturali, inclinazioni personali. Ancora sul discorso del “paesaggio sonoro“, si concentrano le riflessioni dei coautori del testo attenti al trinomio uomo – ambiente – suono, trinomio che si fa quasi trilogia sinonimica: ognuno dei tre termini fuso e “con-fuso” negli altri, si fa tutt’uno, reinterpretazione profondissima di se stesso. Emiliano Battistini analizza inoltre il danno che l’inquinamento acustico produce sull’uomo: «Oggi scambiamo troppe immagini, troppe parole, troppi suoni […] Per il fatto che a livello percettivo, e più in generale semiotico, il senso nasce dalle differenze, la perdita delle differenze porta verso una perdita di senso: se i nostri sensi sono afflitti, non possiamo più produrre significati e, infine, non sappiamo più dove andare, in quale direzione dirigerci». Ecco, allora, l’avanzamento non sempre […]

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Libri

M’assale malinconia, il nuovo libro di Rita Sorrentino| Recensione

M’assale malinconia è il nuovo libro scritto da Rita Sorrentino e pubblicato dalla casa editrice Gutenberg Edizioni. Il libro, presentato il 27 giugno scorso presso il Salone di Rappresentanza “Girolamo Bottiglieri” (a Salerno), offre -come la stessa autrice ci informa- una «miscellanea che si sviluppa in un arco temporale di circa vent’anni». Il testo “M’assale malinconia” M’assale malinconia si propone al lettore come un insieme di versi («una rete di affetti», come ha affermato in proposito Angelo Cerulo). Scandito in varie sezioni che vanno da più statiche ed estemporanee immagini – manifestazioni inequivocabili di una realtà cittadina – a più intime considerazioni, il testo è stato concepito da una navigatrice come la stessa Rita Sorrentino dice di sé (aggiungendo che «più che poeta mi proporrei come osservatrice del mondo»). Emerge dal testo proprio questa caratteristica se, utilizzando metafore marine e marinaresche, pensiamo al suo libro come a un’imbarcazione che naviga (e circumnaviga) fra le situazioni e le emozioni. In altre parole, è un viaggio alla deriva da situazioni marcatamente ancorate ad un pragmatismo del quotidiano verso gli ignoti e profondissimi lidi dell’io. La struttura del libro segue una chiarissima linearità: i versi “racchiusi” sotto ogni sezione in cui è scandito il libro (Ma l’amore…, Petali di memoria, Anche questo è sfamarsi di vento, M’assale malinconia) esplicitano senza indugio ed equivoco il loro intento. Fra le onde – a volte calme, a volte mosse – in cui il lettore di M’assale malinconia si trova – a volte timoniere, a volte naufrago, in un cerchio di continui andate e ritorni – Rita Sorrentino mantiene saldamente la rotta, per lei evidentemente chiarissima: e allora sembra quasi di scorgerla, fra una rima e l’altra, fra una sosta e un nuovo inizio, mentre ci scruta in attesa di un nostro cenno. M’assale malinconia: la quinta tappa del viaggio di scrittura di Rita Sorrentino M’assale malinconia è il quinto libro pubblicato da Rita Sorrentino. Precedenti a questo, i volumi L’incesto e altri racconti (Lettere italiane, 1998), Un infinito niente (Gutenberg edizioni, 1999), Si turnass’ a nascere (Gutenberg edizioni, 2000) e ‘Na vutate ‘e spalle (Gutenberg edizioni, 2005): tutti testi altrettanto concentrati sulle dinamiche triadiche fra io, es ed ambiente. In una visione “a volo d’uccello” sui testi pubblicati da Rita Sorrentino, si riesce già a scorgere ciò che poi con un’attenta analisi in prossemica si fa manifesto: un profondo dolore e una solitudine molto intensa, propri degli incompresi. Nella lettura sofferta, che forse un poco può restituirci quella pena cui sono sottoposte le personalità (soprattutto quelle femminili) descritte da Rita Sorrentino, emerge tutta la sofferenza volutamente espressa dall’autrice ora nei versi (nei casi di Un infinito niente, Si turnass’ a nascere, ‘Na vutata e spalle, M’assale malinconia) ora nella prosa (nel caso de L’incesto e altri racconti); e questo profondissimo e “male di vivere”, questo profondissimo e dolentissimo “sacrificio umano”, riemerge nella lettura di M’assale malinconia, che allora si pone come tassello di prosecuzione nel mosaico già avviato dall’autrice nei suoi testi. M’assale malinconia è poi […]

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Culturalmente

Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

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Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Culturalmente

I mitici Dioscuri: Castore e Polluce fra arte e mitologia

Con il termine di mitici Dioscuri, vengono identificati Castore e Polluce, mitici figli di Zeus e di Leda, fratelli che alternano la loro esistenza fra l’Olimpo e l’Erebo. I mitici Dioscuri: la storia Castore e Polluce, secondo una fra le più antiche favole del mito classico, furono generati (insieme con Elena) dall’unione di Leda con Zeus, trasformatosi in cigno: i mitici Dioscuri, quindi, nacquero da Leda in un uovo di cigno. Domatore di cavalli, l’uno (Castore) e pugile, l’altro (Polluce), i Dioscuri presero parte al ratto delle Leucippidi; in quell’occasione, Castore perse la vita e Polluce riuscì ad ottenere dal padre Zeus una particolare condizione: i due fratelli sarebbero stati sempre uniti, mai divisi, ma un giorno sarebbero stati ammessi nell’altissimo Olimpo e il successivo sarebbero precipitati nell’orrido Erebo, in un eterno ciclo alternato di ascese e ritorni. Un altro mito, o meglio, una versione più tarda della leggenda or ora ricordata, considera Castore e Polluce fratellastri: Polluce figlio di Zeus e Leda; e Castore figlio di Leda e suo marito Tindaro (per tale motivo i Dioscuri vengono riconosciuti anche con l’appellativo di Tindaridi); data la diversa condizione (uomo Castore e semidio Polluce), Polluce decise di rendere eterna l’esistenza del fratello sacrificando parte della sua immortalità. Entrambe le versioni, quindi, sono espressione del profondissimo amore fraterno dei due mitici Dioscuri. Inoltre, per l’identità loro attribuita (domitore e pugile), i due erano considerati sacri negli agoni ginnici e nelle gare equestri e venivano festeggiati, oltre che in Grecia (in particolare nelle regioni della Laconia ove il mito ebbe origine), in alcune zone di Roma. I Dioscuri, inoltre, venivano sentiti come divinità della luce e sotto forma di astri (solari e notturni) protettori dei naviganti e dei naufraghi. Castore e Polluce, oltre che dalla mitologia sono ricordati anche dall’astronomia moderna: a loro, infatti, allude la costellazione dei Gemelli, le cui stelle principali sono nominate Castore (α Geminorum) e Polluce (β Geminorum). In astrologia, vengono identificati come appartenenti al segno zodiacale dei Gemelli (nonostante il fenomeno delle precessione degli equinozi che non permette odiernamente l’identificazione fra costellazione astronomica e computo zodiacale) i nati fra il 21 maggio e il 21 giugno. I Dioscuri: fra mito, letteratura e arte figurativa Il culto dei Dioscuri, come si diceva, ebbe origine nelle zone della Laconia ma era diffuso nella quasi totalità della Grecia e nelle colonie doriche della Magna Grecia; il culto veniva spesso associato anche al culto di Elena venendo considerati i tre come fratelli. Una fra le versioni più trasmesse del mito riporta le vicende del ratto delle Leucippidi: Ilaira e Febe, le due figlie del re di Messenia Leucippo, promesse spose a Ida e Linceo, figli di Afareo, vennero rapite da Castore e Polluce; ciò ingenerò una lotta che vide i Dioscuri fronteggiare gli Afaridi: in tale duello, Castore e Linceo caddero sotto i colpi avversari e da qui la preghiera di Polluce a Zeus per ridare la vita a suo fratello. Secondo un’altra versione (forse a quella precedente), i lacedemoni Castore e Polluce ingaggiano […]

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Culturalmente

Arnolfo scultore toscano del 200: fra noviziato e maturità

Arnolfo scultore toscano del 200: uno fra i grandi artisti del XIII secolo. Arnolfo di Cambio, scultore e architetto toscano del XIII secolo, nacque a Colle di Val d’Elsa (in provincia di Siena) intorno alla prima metà del 1200. Non sono state ritrovate, allo stato attuale delle ricerche, testimonianze dirette o indirette che possano rendere possibile una datazione più precisa; in ogni caso, prendendo come termine di riferimento una lettera in cui Arnolfo di Cambio è definito discipulus di Nicola Pisano, sembrerebbe possibile datare la nascita di Arnolfo di Cambio intorno agli anni 30-40 del 1200. Arnolfo scultore toscano del 200: i maestri Arnolfo di Cambio fu scultore e architetto; artista “completo”, che ricevette la propria formazione artistica nella bottega di Nicola Pisano: con il suo maestro, inoltre, fra il 1265 e il 1267 lavorò alla costruzione del pulpito nel Duomo di Siena (realizzato, fra l’altro, insieme al figlio di quegli, Giovanni Pisano) mostrando, benché ancora discipulus, alcune scelte artistiche riguardanti rigore volumetrico e panneggi che si distanziano dall’operato del maestro. Proprio queste particolari concezioni volumetriche fanno ipotizzare una formazione artistica, oltre che nella bottega di Andrea Pisano, in una scuola cistercense; vicinanze col maestro, invece, si notano nell’uso particolarissimo dei fregi di trascrizioni antiche. Successivo è il monumento funebre del cardinale Guglielmo De Braye (realizzato nella Chiesa di San Domenico, ad Orvieto), ove si riscontrano numerosi elementi arnolfiani: uno fra tutti, la lavorazione cava del marmo ottenuta a scalpello. Oltre agli influssi e stilemi traditi dal noviziato con Andrea Pisano e dalla possibile esperienza cistercense, Arnolfo di Cambio mostra, nella realizzazione delle proprie opere, tracce visibili di tecniche cosmatesche, stili ornamentali che sembrerebbero legare Arnolfo di Cambio a collaboratori romani. Se Arnolfo ebbe un illustre maestro artistico quale Andrea Pisano, allo stesso modo, in un cerchio d’armonie artistiche, egli stesso fu “maestro” (e “allievo”) di un altro illustre artista: Giotto. L’occasione in cui i due, Arnolfo e Giotto, si furono potuti “confrontare” e “scambiare” visioni artistiche potrebbe essere stata data dai lavori ad Assisi o a Roma; il dato artistico-filologico che appare termine di sicurezza dello “scambio mutuo” stilistico dei due artisti sembra ravvisarsi nelle modificate concezioni volumetriche corporali dei soggetti rappresentati da Arnolfo di Cambio: esempi visivi di questo, fra gli altri, sono offerti dal ciborio di Santa Cecilia, a Roma (realizzato nel 1293) e dal monumento a Bonifacio VIII. Arnolfo di Cambio: le opere Fra le opere attribuite ad Arnolfo di Cambio, oltre ai già citati lavori al Pulpito del Duomo di Siena (1265–1267), al monumento funebre del cardinale De Braye (Duomo di Orvieto, intorno al 1282), al Ciborio di Santa Cecilia (a Trastevere, Roma, nel 1293)  si ricordino: intorno al 1277 la statua del Campidoglio per Carlo d’Angiò (la cui realizzazione attribuita ad Arnolfo è però, ad onor del vero, ancora dubbia); fra il 1277 e il 1281 la fontana minore a Perugia; nel 1282 il Ciborio di San Paolo, a Roma; intorno ai primi anni del 1290 la realizzazione del monumento funerario ad Annibaldi (nella […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Wafer: ostia e vittima, la mostra di Paola De Rosa

Wafer: ostia e vittima è il titolo della recentissima esposizione artistica di Paola De Rosa, pittrice e architetto dall’intensa sensibilità; la mostra, allestita e coordinata da Giorgio Flamini e curata da Anna Cochetti, Donatella Scortecci ed Elisa Costantini, è stata realizzata in collaborazione con gli enti e le istituzioni del Polo Museale dell’Umbria, del Museo Nazionale del Ducato, del Sistema Museo, della Casa di Reclusione di Maiano, dell’Ufficio di Sorveglianza, dell’Istituto di Istruzione Superiore Sansi-Leonardi-Volta, del CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica) e della FUA (Fondazione Umbra per l’Architettura “Galeazzo Assisi”), nelle persone di Marco Pierini (Direttore del Polo Museale dell’Umbria); Paola Mercurelli Salari (Direttrice del Museo Nazionale del Ducato); Giuseppe Mazzini (Direttore della Casa di Reclusione di Spoleto); Marco Piersigilli (Comandante della Casa di Reclusione di Spoleto); Grazia Manganaro (Magistrato dell’Ufficio di Sorveglianza di Spoleto); Roberta Galassi (Dirigente Scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore Sansi-Leonardi-Volta); Anna Grazia Stammati (Direttrice del Centro studi per la scuola pubblica); Maria Carmela Frate (Presidentessa della Fondazione Umbra per l’Architettura “Galeazzo Assisi”) e con il supporto della Fondazione “Francesca, Valentina e Luigi Antonini”, dell’Associazione Teodelapio e dell’azienda Publi 2M (di Marcello Moroni). Wafer: ostia e vittima, la mostra L’esposizione (inserita all’interno del programma di attività artistico-culturali della LXII edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto e all’interno del progetto Con lo sguardo di dentro, Matera 2019 Capitale europea della cultura. Diritto di accesso e partecipazione dei detenuti alla vita culturale della comunità) è visitabile dal 5 giugno al 18 luglio e, allestita fra la Rocca Albornoziana di Spoleto e la Casa di Reclusione di Maiano a Spoleto, sarà inaugurata il 5 giugno presso la sala “Eugenio IV” della stessa Rocca Albornoziana. Attraverso la propria esposizione artistica Wafer: ostia e vittima, Paola De Rosa proporrà ai visitatori alcune sue opere – realizzate ad olio su tela e a tempera vinilica su cartone a tripla onda – facenti parte di vari cicli pittorici (Wafer, Le tentazioni della pittura (Vizi capitali), Via Crucis d’Invenzione, Rose) che costruiranno attraverso il silenzio eloquentissimo dell’arte visiva, un percorso fra ombra e luce, Sacrificio e Rinascita, peccato e redenzione; insieme a tali dipinti, saranno esposti, inoltre, vari ritratti realizzati ad acquerello raffiguranti detenuti e sorveglianti della Casa di Reclusione di Maiano.  Riprendendo le parole di Giorgio Flamini (in riferimento alla mostra allestita nella Casa di Reclusione), si palesano, intersecandosi, «[…] incontri a sorpresa, spiazzanti: in alcuni momenti, si tratta di visioni veloci installate in spazi di passaggio, mentre, in altri ambienti, i dipinti, non palesandosi, diventano essi stessi osservatori e sorveglianti silenti dei ritmi ripetitivi della pena». Dalla fisicità della materia alla leggerezza dello spirito: l’arte di Paola De Rosa I materiali utilizzati come supporto pittorico alle opere esposte in Wafer: ostia e vittima creano un percorso lungo cui sembra rivivere il sacrificio della Resurrezione: tele, cartoni ondulati, carte per acquerello – non a caso tre materiali che simbolicamente sembrano rievocare il trino del mistero divino – accompagnano i visitatori in un percorso dalla fisicità della materia solida e compatta verso la pura e assoluta […]

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Libri

Emozioni private: recensione del libro di Amalia Mancini

Emozioni private –  Lucio Battisti. Una biografia psicologica è un libro scritto da Amalia Mancini (giornalista, scrittrice, sceneggiatrice e critico musicale) e pubblicato per Arcana Lit Edizioni. Il testo, che contiene fra l’altro «un’intervista esclusiva a Mogol» (come cita il sottotitolo del libro) si pone, come evidentemente nelle intenzioni dell’autrice («“Ascoltare significa qualcosa” diceva Lucio, e riascoltare la sua musica, con il punto di vista di questa nuova biografia, può essere un’operazione stimolante e coinvolgente»), la volontà di tracciare una linea scritta attraverso la vita e la musica di Lucio Battisti. Emozioni private – Lucio Battisti. Una biografia psicologica: il testo Il testo di Amalia Mancini si sviluppa lungo pensieri e parole; corredato da interviste ad amici, colleghi e conoscenti di Lucio Battisti, Emozioni private – Lucio Battisti. Una biografia psicologica si fa ricordo, musica, poesia. Lungo le pagine scritte e raccolte da Amalia Mancini scorrono vibranti le parole che richiamano voci, memorie e sensazioni che rievocano emozioni, emozioni private. Le prime pagine del libro sono affidate – dopo la Prefazione di Luigi De Marchi, l’Introduzione di Stefano De Fiore e la Nota dell’Autrice – all’intervista-riflessione che Amalia Mancini intrattiene con Giulio Rapetti Mogol, autore di molti fra gli intensissimi brani musicati ed interpretati da Lucio Battisti. Ciò che emerge a più riprese, fra le interessanti riflessioni del testo, è una questione fondamentale della produzione musicale e poetica di Battisti e Mogol: il sodalizio artistico fra i due compositori e interpreti è stato proficuo e intenso grazie alla capacità di ascolto e di lavoro di entrambi. Battisti e Mogol sono stati uomini capaci di interpretare i silenzi, le emozioni, i pensieri e le parole che giacciono (universalmente) in fondo all’anima e per questo la loro produzione resta davvero capace di valicare tempo e spazio, intimo e collettivo, smuovendo le nostre emozioni con intensità vibrante attraverso le loro emozioni. Una certa spiegazione di questa “magica alchimia” fra parole, musica e poesia viene svolta dallo stesso Mogol che, in una primissima riflessione su Lucio Battisti inserita in apertura al testo, dice: «[…] Poi c’era la sua capacità straordinaria, la sua perfezione nell’interpretazione: quando avevamo finito di scrivere i testi lui mi chiedeva sempre che cosa io intendessi nel profondo con una certa frase. Io glielo dicevo, lui la interiorizzava e poi la cantava in modo magico. […] Riusciva a immedesimarsi in questi versi come se fosse la sua vita. C’era una grande intesa. L’intesa si doveva molto alle sue capacità verticali di entrare nelle cose. Lucio era un uomo con un impegno straordinario, io non ho mai conosciuto un uomo che si impegni così tanto, infatti quando parlo con gli allievi dico: attenzione! La cosiddetta vocazione, il Dna è importante. Ma l’impegno non è da meno». Emozioni private – Lucio Battisti. Una biografia psicologica: la struttura del libro di Amalia Mancini Le “emozioni private” che Amalia Mancini “ri-suscita” attraverso le proprie parole fra le pagine del testo si nutrono anche delle citazioni particolarmente intense di personaggi noti che rivolgono pensieri su Lucio […]

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Cinema e Serie tv

Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio

Voce ‘e Sirena è il recente lungometraggio (prodotto da C.eT.R.a nel 2017) girato dal regista Sandro Dionisio e interpretato da Cristina Donadio, Rosaria De Cicco e Agostino Chiummariello. In occasione della proiezione del lungometraggio al cinema Delle Palme, abbiamo intervistato il regista. Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio Il filo narrativo lungo cui si svolgono le vicende di Voce ‘e Sirena è l’episodio dolorosissimo dell’incendio a Città della Scienza. In quali termini il bisogno d’espressione emotiva ha preso forma e corpo nella trama registica del lungometraggio? Lo shock visivo ed emotivo che ha provocato in me il bisogno di realizzare Voce ‘e Sirena si è presto tramutato nel  bisogno di  cercare una ragione alla ciclica necessità che Napoli ha di mortificare la propria invincibile bellezza. Ho pensato così ad un dialogo filosofico tra due anime della città, quella popolare borghese, per porre domande più che dare risposte e, nel contempo, tracciare una narrazione non convenzionale della storia di Partenope attraverso le sue icone e le sue voci nobili. Ovviamente altro protagonista del mio racconto sono state le rovine ancora fumanti del rogo: un teatro di allucinata bellezza che ha distanziato il mio racconto oltre che dare alle performance di tutta la troupe un pathos ed una potenza imprevedibile nel kì momento della scrittura del progetto. In Voce ‘e Sirena scorrono, parallele e intrecciate a un tempo, i vissuti di due donne (impersonate da Cristina Donadio e Rosaria De Cicco) e testimonianze “dal vero”; come ha fuso insieme, il disegno registico, queste voci alle «voci più nobili e antiche della storia millenaria della città»? Da anni il mio percorso artistico mi ha portato a sperimentare la contaminazione linguistica e semantica alla ricerca di un nuovo modello di cinema che io chiamo “crossover” più aderente, rispetto al racconto classico, alle realtà meticce della contemporaneità. Il concetto codificato negli anni della nouvelle vague di cinema antitrama mi è sembrato particolarmente attuale e declinabile in contesti di un cinema d’autore low budget volto a pedinare e stanare il reale in vorticoso movimento. Reale, quotidiano, mitologico: come trovano voce e armonia nel suo lungometraggio queste grammatiche del Vero? Da Basile a De Simone a Moscato, Partenope è patria del realismo magico e ogni manifestazione del reale nasconde e comprende nel racconto della Città elementi mitologici o ancestrali: così ho dato voce a progressivi svelamenti dei miei personaggi che rivelassero dietro le fattezze realistiche l’anima misterica e mitologica della città che prende il suo nome da una Sirena. Qual è stato il rapporto che si è creato fra regista e attore durante le riprese? Quali le emozioni profonde che vi hanno legati? Voce ‘e Sirena è stato scritto pensando ai volti ed al temperamento degli attori che lo hanno interpretato; senza la preziosa disponibilità di Rosaria De Cicco, Cristina Donadio e Agostino Chiummariello il film non sarebbe mai stato realizzato. Tutti amici e collaboratori delle mie imprese cinematografiche da  anni: con i tre protagonisti abbiamo rinnovato e saldato un sodalizio umano oltre che artistico grazie […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Rido dunque sono: intervista a Rodolfo Matto

Rido dunque sono. Degli umani aspetti del ridere: dalla risata incondizionata al Clown di Rodolfo Matto è un libro scritto da Rodolfo Matto e pubblicato su Amazon. In occasione della sua presentazione (che si terrà a Napoli nell’ambito della “festa di riapertura della libreria IoCiSto”), abbiamo intervistato l’autore. Rido dunque sono: intervista a Rodolfo Matto Gentile Rodolfo, lei è attore, regista, Clown, insegnante di yoga della risata, gelotologo. Vuol parlarci nel dettaglio delle sue attività di ricerca e sperimentazione? Come dico sempre “Io nacqui Clown”. Come del resto tutti gli esseri umani, siamo nati liberi, senza condizionamenti, maestri dell’empatia e con lo stupore come porta di conoscenza del mondo. Poi con la crescita cominciamo a controllare e a controllarci per difenderci e ne perdiamo in leggerezza ed equilibrio. Dopo aver vissuto un momento estremamente forte, come il terremoto dell’Ottanta, ho deciso di non voler rinunciare alla leggerezza come stile di vita, e da allora è iniziato il mio divertente percorso. Prima la scoperta del mio Clown, poi l’incontro con i temi del sociale, e poi la mia ricerca sul benessere attraverso il ridere, dalla Clownterapia allo Yoga della Risata. Un percorso scandito dalla straordinarietà, quella degli incontri e quella dei luoghi. Condividere la leggerezza e lo straordinario potere dello spirito della risata con chi sta vivendo una condizione difficile, mi ha portato a vivere la gioia in contesti apparentemente lontani, dagli ospedali alle carceri, dalla scuola ai centri anziani, dai dipartimenti di salute mentale ai centri di accoglienza per profughi. E la costante che mi ha sempre guidato è lo stupore dell’incontro, è la bellezza di permettere all’altro di vivere il “qui ed ora” di incontrare se stesso per quello che in realtà è, senza sintomi, pesi ed aggettivi. Creare incontri nel territorio del “non inferno” come diceva Italo Calvino. In questi anni ho scoperto che ridere ci rende liberi, liberi dai vincoli, dalle paure e dal dolore, perché ridere è di quanto più umano possiamo fare nella nostra vita. È innato ed è il primo atto che compiamo nella nostra vita quando da neonati ci accorgiamo di essere vite a loro stanti, di essere individui. Solo noi uomini ridiamo, siamo sul vertice della scala evolutiva perché abbiamo la posizione eretta, perché siamo capaci di articolare un linguaggio strutturato e perché ridiamo. Ridere è una cosa seria, concreta che ci trasforma sia da un punto di vista psicologico sia, soprattutto, da un  punto di vista fisico e fisiologico, come è ampiamente dimostrato dalla PNEI (PsicoNeuro Endocrino Immunologia). Quello che faccio oggi è occuparmi di ben-essere attraverso il ridere, utilizzando la clownterapia, la terapia del ridere, lo Yoga della risata, tenendo gruppi che lavorano sulla “Sostenibile leggerezza dell’essere”, vivendo la sottile utopia di una reale rivoluzione ridanciana. Perché solo in un mondo fatto di relazioni autentiche nutrite dalla profondità della leggerezza, in un mondo in cui si potrà affermare una civiltà fondata sull’empatia, in cui tutti hanno la consapevolezza della propria umanità, tutti avremo la speranza di vivere la nostra propria […]

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Culturalmente

Paradigmi latini: costruzione, particolarità, flessioni

In grammatica, un paradigma (etimologicamente “modello”) è uno schema che fornisce informazioni sulla flessione nominale e sulla flessione verbale degli elementi variabili del discorso. In particolare, nella lingua latina, se il paradigma è modello di flessioni nominali, esso occorre alla definizione delle declinazioni; se il paradigma è modello di flessioni verbali, occorre alla definizione delle coniugazioni. I paradigmi latini sono, dunque, nominali e verbali. La lingua latina conosce diversi paradigmi grammaticali: innanzitutto, i sostantivi seguono – oltre alle flessioni in genere e numero presenti anche in italiano – una forma flessiva particolare, la declinazione, che indica la funzione logica all’interno di un periodo, assunta da un elemento della frase stessa; l’italiano manca di declinazioni e “sostituisce” i casi latini (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ablativo) attraverso l’uso di preposizioni che introducono i relativi complementi logici. Ciò che accade con i sostantivi, similmente, avviene con pronomi, aggettivi e verbi: tutti gli elementi variabili del discorso e cioè tutti quelli che ammetto flessione, hanno paradigmi propri che li rappresentano, classificati in gruppi di declinazioni (sostantivi, pronomi), classi (aggettivi), coniugazioni (verbi). Paradigmi latini: i paradigmi verbali I paradigmi verbali in latino sono forme complesse costituite, di norma, da cinque forme flessive (in diatesi attiva): la prima persona singolare del tempo presente del modo indicativo, la seconda persona singolare dello stesso tempo presente del modo indicativo, la prima persona singolare del tempo perfetto del modo indicativo, il modo supino, il modo infinito al tempo presente. Sull’indicativo e i suoi tempi e sull’infinito, non c’è molto da spiegare a chi conosce bene la grammatica italiana: tali modi e tempi latini hanno pressoché il medesimo significato di quello che hanno i corrispettivi modi e tempi in italiano (due parole forse, sul perfetto che non corrisponde ad un solo tempo verbale italiano ma può assumere valore di passato prossimo, passato remoto, trapassato remoto); per quanto riguarda il supino, bisogna sapere che tale modo verbale indica, in latino, è precisamente un nome verbale che, di conseguenza, segue, nella propria flessione, una declinazione nominale; non consta dei regolari sei casi ma esclusivamente di due, in funzione dei valori logico-sintattici che esprime: esso, declinato all’accusativo, ha valore finale (supino attivo), declinato all’ablativo – precisamente ablativo di limitazione – ha valore limitativo (supino passivo). Alla regolare forma paradigmatica prima ricordata, fanno eccezione alcuni particolari gruppi verbali fra cui i verbi deponenti (che hanno diatesi passiva ma significato attivo e ammettendo flessioni verbali attive solo per le costruzioni del participio presente, del participio futuro, dell’infinito futuro, del gerundio e del supino attivo, sono costituiti da un paradigma improntato sulle flessioni proprie della diatesi passiva) e i verbi difettivi che mancano, “difettano”, di alcuni elementi paradigmatici (e riportano, dunque, meno delle regolari cinque voci paradigmatiche del verbo latino). Fra i verbi difettivi possono distinguersi, inoltre, i verbi che presentano esclusivamente le voci derivanti dal tema del perfetto e i verbi impersonali. Paradigmi latini particolari sono anche i paradigmi dei verbi anomali (o irregolari), suddivisi fra verbi che presentano temi diversi fra loro nelle vari […]

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Libri

8 e un quarto: il nuovo libro di Paquito Catanzaro

8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere | Recensione 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere è un libro scritto da Paquito Catanzaro edito dalla casa editrice Homo Scrivens. La struttura del nuovo libro di Catanzaro Il testo di Paquito Catanzaro parte da una spinosa questione, impossibile (almeno in apparenza) da risolvere: la messa in scena di uno sceneggiato che sembra non avere le minime speranze di riuscita. Gruppo attori “scalcinato”, risorse economiche circoscritte, sceneggiatura vacillante e malsicura: insomma, tutte le premesse per mettere insieme un prodotto cinematografico che “regga” e sia “credibile” sono messe in discussione. Eppure, quando tutto sembra perduto, resta il proverbio “volere è potere“. Forse così, attraverso questo adagio, potrebbe essere riassunto il fine dell’azione scenica e di quella narrativa che inventa e imbastisce Paquito Catanzaro per il suo 8 e un quarto, La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere. La trama, veloce, molto semplice (non per questo banale, anzi intricata a suo modo, aderente sicuramente alla materia di cui tratta e vicinissima con le sue dilatazioni e compressioni a tante tecniche televisive e pur cinematografiche) ci accompagna in uno spaccato opaco di cinema e televisione: un regista, con un sogno di gloria infranto, “costretto” dal suo produttore ad occuparsi di un prodotto televisivo di cui riconosce limiti e storture; lo stesso regista che, dopo varie peripezie, giungerà ad una nuova visione delle cose, non necessariamente inerenti a ciò che è stato ma ad una consapevolezza diversa di se stesso. Paquito Catanzaro scioglie via via, nel corso delle sue pagine, i nodi narrativi che nelle sequenze precedenti aveva intrecciato, come un tessitore che dinanzi a un telaio sa con scioltezza e sicurezza muovere le proprie dita e fra trame e orditi ci mostra infine il disegno compositivo già ben definito dal principio nella sua mente creativa. Ciò che balza subito alla lettura del testo di Paquito Catanzaro è la coerenza fra situazione e descrizione resa dal legante del linguaggio: scorretto, come scorretto è l’ambiente che l’autore stesso ha ideato e realizzato lungo le pagine di questo libro; opaco, come opaca è la condotta di una parte dei personaggi. 8 e un quarto e la morale per cui “dal letame nascono i fiori” Opacità e scorrettezza, si diceva; eppure dalla morale di 8 e un quarto, La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere, Paquito Catanzaro fa emergere del buono perché “dal letame nascono i fiori” (cito Fabrizio de André e parafraso un’espressione – di gran lunga più “colorita” di questa – presente altresì nel testo di Catanzaro): e infatti la trama inizialmente “farraginosa” di ‘O Vesuvio ‘nnammurato (questo il titolo del “telepanettone” che dev’essere messo in scena) e il gruppo attoriale, in un primo momento “scalcinato”, sono l’occasione per spunti e riflessioni su cui i personaggi tutti del libro – e il regista protagonista in primis – si troveranno a confrontarsi. Fonte dell’immagine in evidenza: […]

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Libri

8 e un quarto: intervista all’autore Paquito Catanzaro

8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere è il nuovo libro (recentemente pubblicato dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens) scritto da Paquito Catanzaro. In occasione della pubblicazione del testo, abbiamo intervistato l’autore. 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere: intervista a Paquito Catanzaro Paquito, le attività interessantissime che curi sono numerose: scrittore, presentatore televisivo e radiofonico, organizzatore di eventi culturali e teatrali, docente di scrittura; vuoi parlarcene nel dettaglio? Citando Pirandello direi mi potrei definire “Uno, nessuno e centomila”. Scherzi a parte, il mio sogno è sempre stato quello di lavorare come operatore culturale, pertanto ho cercato di trasformare i miei numerosi interessi in una professione. Un obiettivo che sto riuscendo a concretizzare con tanti sacrifici (il tempo per me stesso è sempre poco), con una costante formazione (ho frequentato e frequento corsi di scrittura, di recitazione e di altre discipline), ma pure con dedizione e con una passione che si autoalimenta evento dopo evento. Nei tuoi testi compare spesso il tema della sfida (penso a Centomila copie vendute e a Quattrotretre, oltre che ad 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere): cosa rappresenta per te l’ostacolo e l’orizzonte che dietro esso – oltre esso – si profila? Dante, Hermes e Flavio hanno in comune il desiderio di realizzare un sogno. Per poter raggiungere questo traguardo devono necessariamente darsi da fare. Si mettono in gioco e sono consapevoli di due cose: 1) non sarà così semplice realizzare questo sogno; 2) dovranno dare il 100% senza mollare un istante. Questo è il mio modo di fare e questo è quel che mi ripeto ogni volta che mi metto alla prova, tanto nella scrittura quanto nel teatro. Per quel che concerne l’orizzonte uso una parafrasi marinaresca: ho sempre lo sguardo rivolto a nord, ma mi concedo – di tanto in tanto – qualche digressione, puntando gli occhi verso le stelle. Nel tuo libro 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere ricordi: «La commedia è una cosa seria. Mica sono tutti bravi a far ridere»; quali sono i modelli comici a cui ti ispiri? Dal punto di vista della scrittura: Pino Imperatore, Stefano Benni e Andrea Vitali. Tre Scrittori (uso volutamente la lettera maiuscola) in grado di far ridere senza dover ricorrere alla banalità. La loro è una comicità intelligente, un’ironia in grado di farti riflettere (penso a Pino Imperatore che sbeffeggia la camorra nella saga degli “Esposito” oppure a Benni che dà voce a un disabile – in “Achille piè veloce” – capace come pochi di prendersi in giro da solo). Dal punto di vista televisivo, confesso che la serie “Boris” mi ha conquistato e ha ispirato diverse dinamiche del romanzo. Su 8 e un quarto ho scritto, fra l’altro, che mi pare costruito attorno all’adagio “volere è potere”; quanto ritrovi, da autore, in queste mie parole di lettrice delle […]

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Libri

Peppino di Capri e i suoi Rockers: la recensione del libro

Peppino di Capri e i suoi Rockers è un libro di Gianmarco Cilento, introdotto dalla prefazione di Mimmo di Francia e pubblicato recentemente dalla casa editrice napoletana Graus Editore. L’attenzione dell’autore del libro (inserito nella collana Personaggi, diretta da Roberta Beolchi) è tutta concentrata intorno al decennio del 1954-1968, lasso di tempo d’origine e genesi del gruppo musicale campano e per questo momento profondissimo su cui riflettere. Peppino di Capri e i suoi Rockers: i nuclei tematici Il testo si articola lungo un percorso biografico-narrativo-musicale che va, come si è detto, dal 1954 al 1968, e che segue le fasi di nascita e sviluppo del gruppo di Peppino di Capri e i suoi Rockers. Cilento fa partire la sua riflessione – attentamente sviluppata e articolata lungo le pagine e i capitoli che compongono il suo testo – dagli esordi del gruppo campano, ricordandone la nascita e la genesi, gli sviluppi e le articolazioni interne, ripercorrendone le fasi di crescita umana e artistica, per poi passare al ricordo delle varie fasi dell’articolata vicenda musicale di cui Peppino di Capri e il suo gruppo sono protagonisti. Cilento ricorda, attraverso uno studio sul materiale televisivo e sul materiale discografico (che ne costituiscono le primarie fonti da cui l’autore ha tratto materia per il suo lavoro) le varie e complesse vicende – la costituzione del gruppo, gli allontanamenti, gli scioglimenti, gli arricchimenti, i riavvicinamenti – che portano dalla formazione di Peppino di Capri e i suoi Rockers alla formazione di Peppino di Capri e i suoi nuovi Rockers. Un viaggio, un tenersi per mano lungo il pentagramma delle note, quello che offre Gianmarco Cilento ai lettori che vorranno leggere le sue pagine, attente e appassionate che ci restituiscono un’identità, quella dello stesso Cilento, di un autore col piglio del conoscitore appassionato nei confronti della materia trattata. E la materia trattata in questo caso è data dalla voce e della musica di Peppino di Capri e del suo gruppo musicale, un tutt’uno, un unicum identitario, piuttosto che un doppio formato da una voce solista accompagnata (e solo accompagnata, non fusa) da un gruppo di musicisti. Ed è questo uno dei vari punti su cui Cilento ritorna a più riprese lungo lo svolgimento del suo testo. Peppino di Capri e i suoi Rockers:una biografia attraverso la musica Gianmarco Cilento apre il suo libro con una lunga introduzione che dà al lettore una larga e intensa descrizione di ciò che fu degli inizi della carriera musicale di Peppino di Capri, prima come pianista, poi come cantante, a partire dalla formazione del gruppo Capri Boys fino al gruppo Peppino di Capri e i suoi Rockers. Tante le canzoni – e i rifacimenti e i riarrangiamenti musicali – ricordate nel testo di Cilento. Come non ricordare, fra le altre, Roberta, la sentimentale Roberta: uno spazio particolare è dedicato al ricordo delle vicende musicali e biografiche intrecciate a questo testo musicale e tanti gli aneddoti che vengono ad intrecciarsi fra le vicende autobiografiche del cantante e dei suoi musicisti e […]

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Culturalmente

Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Culturalmente

Cattività avignonese: significato e storia

Con il termine di cattività – letteralmente “prigionia” – avignonese, si identifica il periodo storico (politico, economico, religioso e sociale) che va dal 1309 al 1377 e che definisce l’allontanamento della sede papale (curia e corte) da Roma ad Avignone, nella regione della Provenza, in Francia. La cattività avignonese: i fatti storici Prima di parlare di cattività avignonese bisogna comprenderne le cause profonde che affondano le proprie radici in questioni politico-economiche. Con la salita al soglio pontificio del papa Bonifacio VIII nel 1294 – seguita all’abdicazione di Celestino V (il papa che compì «il gran rifiuto», come scrive Dante Alighieri nella I cantica della sua Commedia) – i rapporti della Francia del re Filippo IV e dell’aristocrazia romana della famiglia Colonna nei confronti della Chiesa romana si incrinarono per questioni di potere temporale; il re francese decise di imporre una tassazione economica da estendere ai possedimenti della Chiesa e Bonifacio VIII emanò, nel 1302, la bolla Unam sanctam con la quale fissava la supremazia del potere papale su qualsiasi altra monarchia; a ciò seguì una ribellione del re che portò all’ordine di cattura del papa (alla cui cattura prese parte la famiglia dei Colonna): il papa venne tenuto prigioniero ad Anagni per qualche giorno (periodo che prende il nome di “schiaffo di Anagni”, “schiaffo” nella sua accezione morale, non fisica). A Bonifacio VIII seguì prima Benedetto XI, poi Clemente V, il quale nel 1305 si sottomise al volere francese e trasferì la Curia romana in territorio francese; in un primo momento il papa fu a Bordeaux, città in cui Bertrand de Got (prima di assumere il nome pontificio di Clemente V) era arcivescovo, poi si spostò a Poitiers e infine venne scelta nel 1309 la città di Avignone, feudo della dinastia dei D’Angiò, fra l’altro re di Napoli; venne, inoltre, soppresso l’Ordine dei Templari, per volere ancora di Filippo IV. Con l’insediamento della sede pontificia ad Avignone – sotto il potere della famiglia D’Angiò – Clemente V ottenne un avvicinamento al feudo pontificio del Contado Venassino, nella cui capitale pose la propria residenza. Cattività avignonese: le fasi Dal 1309, anno del trasferimento ad Avignone della Curia romana, al 1377, anno del ritorno della Chiesa a Roma, vi furono vari tentativi di rientro in Italia (con i papi Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V): poi con il papa Gregorio IX vi fu il definitivo rientro della Curia pontificia a Roma, nel 1377. Di seguito l’elenco dei papi (e degli antipapi) che furono ad Avignone durante la “cattività avignonese” e l’indicazione della durata del loro pontificato: Clemente V – 1305-1314; Giovanni XXII – 1316-1334; Niccolò V (antipapa) – 1328-1330; Benedetto XII – 1334-1342; Clemente VI – 1342-1352; Innocenzo VI – 1352-1362; Urbano V – 1362-1370; Gregorio IX – 1370-1378; Clemente VII (antipapa) – 1378-1392; Benedetto XIII (antipapa) – 1394-1423. La cattività avignonese: la nascita del termine Il termine cattività avignonese fu indirettamente introdotto da Francesco Petrarca che nel sonetto CXIV dei suoi Rerum Vulgarium Fragmenta paragona la prigionia […]

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Culturalmente

Odi et amo di Catullo, una lettura psicoanalitica del Carme 85

Odi et amo di Catullo, analisi della poesia più famosa della letteratura latina – Odi et amo. Catullo dà inizio così alla sua poesia più famosa e noi allo stesso modo per questo argomento che ci accingiamo a trattare. Odi et amo, odio ed amore, sentimenti che razionalmente è impossibile trattare contemporaneamente, ma che con quella che è, mutuando un termine dalla psicoanalisi, la logica emozionale, è impossibile non concepire insieme: nell’inconscio l’amore e l’odio possono convivere ed è da questo concetto, estraneo alla ragione, che nascono dolorosi dissidi interiori. La poesia inizia con una frase d’immediata pregnanza: odi et amo. Sia l’elegia pretesto per parlare di sé o per mostrare la propria abilità scrittoria, il poeta lascia fuori dai suoi distici, la poesia civile, l’epos fine a se stesso. Ma il tema civile dell’odi et amo di Catullo si intreccia dolorosamente al tema personale. Questo tema, eccoci di nuovo ai versi di odi et amo, è sempre legabile alla storia: è la corruzione di un mondo da cui Catullo vorrebbe allontanarsi a provocare il discidium della donna vittima inconsapevole di quel negotium. Odi et amo, Catullo tra otium e negotium nel carme 85 Ecco allora il conflitto, il dissidio interiore, nel poeta elegiaco: non si può odiare sic et simpliciter la donna, non si può odiare la donna nel suo essere ontologico, ma si odia il suo essere per generalizzazioni: non si odia la donna, quindi, ma si odia l’impossibilità di amarla e l’impossibilità d’essere amato da lei. Come si potrebbe desiderare d’amare chi si odia? “Odi et amo”: così si esprime la mente del poeta, “[…] Nescio, sed fieri sentio et excrucior”, la mente non lo capisce, ma ne prende atto e ne soffre. La mente, intesa come parte razionale della psiche, non si rende conto, non sa catalogare un moto dell’anima vivente sul dualismo amore-odio, un amore ed un odio che, seppur oscillanti nel loro presentarsi al poeta, restano a convivere contemporaneamente, come sostrato del suo agire; convivono nella parte emozionale dell’io perché il soggetto di quel sentire è lo stesso e non vi è definitiva vittoria dell’uno sull’altro. Odi et amo: Gaio Valerio Catullo e i neoteroi Il termine neoteroi (in latino poetae novi) venne utilizzato da Cicerone per la prima volta per intendere – forse insenso dispregiativo – un gruppo di poeti che nell’intento volevano porti come innovatori rispetto al canone letterario e nella pratica componevano testi di disinteressamento dalla vita pubblica e politica per dedicarsi a nugae (in italiano: cose di poco conto), nelle quali si lasciavano andare a suggestioni poetiche nate per la maggior parte da occasioni di vita quotidiana, e a carmina docta, poesie erudite. Nugae e carmina docta, fra l’altro, sono tipi di componimento di Catullo, uno dei più noti – a livello scolastico – fra i neoterici. Lontani dai temi politici e sociali e dal negotium, i poetae novelli, si fanno voce di un sentire poetico incentrato sull’otium e sull’amore, tema questo declinato in tutte le sue sfumate, le sue accezioni e i suoi […]

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