Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

... continua la lettura
Culturalmente

Cattività avignonese: significato e storia

Con il termine di cattività – letteralmente “prigionia” – avignonese, si identifica il periodo storico (politico, economico, religioso e sociale) che va dal 1309 al 1377 e che definisce l’allontanamento della sede papale (curia e corte) da Roma ad Avignone, nella regione della Provenza, in Francia. La cattività avignonese: i fatti storici Prima di parlare di cattività avignonese bisogna comprenderne le cause profonde che affondano le proprie radici in questioni politico-economiche. Con la salita al soglio pontificio del papa Bonifacio VIII nel 1294 – seguita all’abdicazione di Celestino V (il papa che compì «il gran rifiuto», come scrive Dante Alighieri nella I cantica della sua Commedia) – i rapporti della Francia del re Filippo IV e dell’aristocrazia romana della famiglia Colonna nei confronti della Chiesa romana si incrinarono per questioni di potere temporale; il re francese decise di imporre una tassazione economica da estendere ai possedimenti della Chiesa e Bonifacio VIII emanò, nel 1302, la bolla Unam sanctam con la quale fissava la supremazia del potere papale su qualsiasi altra monarchia; a ciò seguì una ribellione del re che portò all’ordine di cattura del papa (alla cui cattura prese parte la famiglia dei Colonna): il papa venne tenuto prigioniero ad Anagni per qualche giorno (periodo che prende il nome di “schiaffo di Anagni”, “schiaffo” nella sua accezione morale, non fisica). A Bonifacio VIII seguì prima Benedetto XI, poi Clemente V, il quale nel 1305 si sottomise al volere francese e trasferì la Curia romana in territorio francese; in un primo momento il papa fu a Bordeaux, città in cui Bertrand de Got (prima di assumere il nome pontificio di Clemente V) era arcivescovo, poi si spostò a Poitiers e infine venne scelta nel 1309 la città di Avignone, feudo della dinastia dei D’Angiò, fra l’altro re di Napoli; venne, inoltre, soppresso l’Ordine dei Templari, per volere ancora di Filippo IV. Con l’insediamento della sede pontificia ad Avignone – sotto il potere della famiglia D’Angiò – Clemente V ottenne un avvicinamento al feudo pontificio del Contado Venassino, nella cui capitale pose la propria residenza. Cattività avignonese: le fasi Dal 1309, anno del trasferimento ad Avignone della Curia romana, al 1377, anno del ritorno della Chiesa a Roma, vi furono vari tentativi di rientro in Italia (con i papi Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V): poi con il papa Gregorio IX vi fu il definitivo rientro della Curia pontificia a Roma, nel 1377. Di seguito l’elenco dei papi (e degli antipapi) che furono ad Avignone durante la “cattività avignonese” e l’indicazione della durata del loro pontificato: Clemente V – 1305-1314; Giovanni XXII – 1316-1334; Niccolò V (antipapa) – 1328-1330; Benedetto XII – 1334-1342; Clemente VI – 1342-1352; Innocenzo VI – 1352-1362; Urbano V – 1362-1370; Gregorio IX – 1370-1378; Clemente VII (antipapa) – 1378-1392; Benedetto XIII (antipapa) – 1394-1423. La cattività avignonese: la nascita del termine Il termine cattività avignonese fu indirettamente introdotto da Francesco Petrarca che nel sonetto CXIV dei suoi Rerum Vulgarium Fragmenta paragona la prigionia […]

... continua la lettura
Libri

Il manifesto del comunismo digitale di Michele Tripodi

Il giorno 30 novembre è stato presentato alla stampa il testo Il manifesto del comunismo digitale, scritto da Michele Tripodi e pubblicato per Cavinato Editore International. Il manifesto del comunismo digitale: alcune tematiche salienti Il manifesto del comunismo digitale si presenta come un libretto di riflessione – sociale, politica, economica – su quella che è la storia del comunismo dagli albori a oggi e sul suo perpetuo scontro verso il capitalismo. L’intenzione dell’autore è quella di mettere in risalto gli aspetti negativi del capitalismo ( «un ricatto continuo praticato dal forte sul più debole e sulla illusione di uno scambio di utilità, che tuttavia risulta sempre impari. Per il forte l’utilità è reale, è profitto, per il debole è solo illusione e sotto-compenso che non lo libera dallo stato di soggezione in cui, secondo questo automatismo infinito, si ritroverà per tutta la vita», scrive l’autore), indirizzando i lettori verso le dottrine – sociali, politiche, economiche – comuniste. Alla parentesi storica sul comunismo e sul capitalismo, seguono capitoli densi in cui si argomenta circa gli esiti del secondo («un incastro pieno di sbarramenti, trappole», scrive ancora l’autore) e le prospettive del primo in direzione collaborativa («una società “comunista” nel senso letterale del termine, ovvero capace di “mettere in comune” tutto, dai pensieri alle idee delle persone, dalle teorie ai bisogni dei popoli»). Gli aspetti particolari della sua trattazione sono rivolti alla questione del capitalismo come “contraddizione interna”, basata fra l’altro su strane e distorte logiche economiche, anelli malmessi di catene che producono «ricchezza vacua all’infinito in un processo senza fine e senza freni»; anelli e catene che, inevitabilmente, portano al ripetersi ciclico e drammatico della «crisi di ritorno che pesa esclusivamente sulle giovani e future generazioni […] Il capitalismo, avendo esaurito le risorse, in questa fase si sta nutrendo del futuro di milioni di giovani, alimentandosi con la linfa che dovrebbe servire alla loro crescita e, irreversibilmente, bloccandola». Consequenzialmente, Michele Tripodi affronta il tema della speculazione finanziaria come matrice della bancarotta, un tema fra l’altro che mi riporta alla mente i ben articolati saggi e le profonde riflessioni di Zigmut Bauman; in particolare nel Capitalismo parassitario, il tema che il pensatore e sociologo è quello del fantasma creditizio e dell’indebitamento esponenziale che induce alla depressione economica e con essa alla contemporanea “depressione umana”. I pericoli di questo tipo di “capitalismo aggressivo” (o “parassitario”, riprendendo l’espressione di Bauman) si estendono ferali dal campo socio-economico al profondissimo humus umano tutto: «il clima e le dinamiche insediative ed antropologiche» – scrive Tripodi – e l’ambiente naturale e sociale, l’esistenza umana stessa viene minacciata e distrutta; un concetto che riprende grosso modo nella sostanza ciò che già, fra l’altro, aveva a chiare lettere espresso Bauman nel testo precedentemente ricordato (mantenendoci, ancora, su un dialogo fra i due scritti): «Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare […]

... continua la lettura
Comunicati stampa

La luce del Natale 2018: il Natale a Minori

La luce del Natale 2018 (rassegna natalizia minorese quest’anno alla sua X edizione), si svolge dal 16 novembre al 13 gennaio e presenta un ricco programma di eventi e attività. Esibizioni musicali, spettacoli (fra cui La cantata dei pastori e Napoli Milionaria), cerimonie religiose e inaugurazioni di interessantissimi momenti artistico-poetici: tutto ciò è La luce del Natale 2018, un lungo procedere fra musica, arte, poesia, danza, religione nella cornice affascinante del comune di Minori (in provincia di Salerno). La luce del Natale 2018: fra gli spettacoli in programma, La cantata dei pastori e Napoli Milionaria Fra gli spettacoli proposti ne La luce del Natale 2018, si ricordano La cantata dei pastori, con Peppe Barra (che ne cura anche la regia) nel ruolo di Sarchiapone (sulla musica originale e sui testi di Roberto De Simone) e Napoli Milionaria (sull’originale opera di Eduardo De Filippo) messa in scena – nell’ambito de La luce del Natale 2018 – dalla Compagnia teatrale “Il Proscenio”. (Il programma è finanziato dalla Regione Campania con l’intento di valorizzare le chiese barocche monumentali della Campania). La cantata dei Pastori sarà messa in scena il giorno 11 dicembre alle ore 20.30 presso la basilica di Santa Trofimena di Minori, in collaborazione con la Regione Campania, la Società Campana Beni Culturali, l’Arcidiocesi di Amalfi – Cava de’ Tirreni e la Parrocchia di Santa Trofimena di Minori. La regia dello spettacolo è curata da Peppe Barra (che interpreta nella Cantata dei pastori il personaggio di Sarchiapone), le musiche sono di Roberto De Simone, Lino Cannavacciuolo, Paolo Del Vecchio e Luca Urciuolo. Lo spettacolo rappresenta con rimaneggiamenti e reinterpretazioni l’originale opera di Andrea Perrucci (scritta nel 1698), che rappresenta uno dei testi precipui del teatro barocco partenopeo. Napoli milionaria sarà reinterpretata dalla Compagnia Il Proscenio per 8 serate (25, 26, 29, 30 dicembre; 1, 2, 3, 6 gennaio) presso il Palazzo delle Arti di Minori (è necessaria la prenotazione al numero telefonico 089877087, uffici della ProLoco di Minori). Fra gli interpreti: Andrea Reale, Salvatore Bonito, Valerio D’Amato, Antonio Proto, Enzo Oddo, Anna Dumas, Trofimena Bonito, Annamaria Esposito, Luciana Esposito, Antonietta Caproglione, Mattia Ruocco, Giovanni Citarella, Antonio Mansi, Federica Civale, Armando Malafronte; regia di Lucia Amato. La luce del Natale 2018: la rassegna in dettaglio 16 novembre ore 16.00 – Basilica di Santa Trofimena Inizio della seconda fase della Peregrinatio delle Sacre Reliquie nei paesi della Costiera (Agerola, Furore, Conca de’ Marini, frazioni di Amalfi, Praiano, Positano, Amalfi centro ed Atrani). 24 novembre ore 19.30 – Piazza Umberto I Accoglienza delle Sacre Reliquie di Santa Trofimena rientranti da Atrani e Cerimonia di accensione dell’Albero di Natale – Processione fino alla Basilica di Santa Trofimena. Esibizione del gruppo “Symphonia Costa d’Amalfi”. 25 novembre ore 16.30 – Centro storico e Piazza Umberto I Secondo Raduno Zampognaro “I Suoni del Natale” – musiche e canti tradizionali natalizi con la partecipazione di gruppi di zampognari; ore 19.00 – Sagrato della Basilica di Santa Trofimena Esibizione dei gruppi di zampognari 27 novembre ore 18.00 – Basilica di Santa Trofimena Solenne chiusura […]

... continua la lettura
Libri

Folkville: il nuovo romanzo di Giancarlo Marino

Folkville. Cronache da una città leggendaria è il nuovo romanzo di Giancarlo Marino edito con la casa editrice Homo Scrivens. Folkville. Cronache da una città leggendaria: l’intreccio Folkville. Cronache da una città leggendaria è sicuramente un libro complesso e l’espressione “sui generis” lo descriverebbe forse perfettamente, in quanto difficilmente identificabile in una determinata categoria narrativa; tutto in Folkville diviene altro, modificandosi in caleidoscopici – e psichedelici, oso dire – intrecci di parole, concetti, generi e loci narrativi. D’altronde, lo stesso Giancarlo ha esplicitamente affermato per il suo libro (in una recente intervista che ha rilasciato per il nostro giornale): «Quello di Folkville è un mondo immaginario che, però, affonda le sue radici nella realtà della tradizione orale occidentale, in particolare nel folklore urbano» e continua immaginando che «i lettori si lascino trascinare dal ritmo e dalle fantasmagorie di questo romanzo». Ritmi veloci, improvvisi cambi di “rotta”, nel mare magnum della narrazione picaresca dove tanto confluisce in un caos che è pur ordine («Scrivere significa cercare un principio di ordine di fronte a una realtà assurda, che ordine non ha», cito ancora Giancarlo). Folkville. Cronache da una città leggendaria: la struttura del libro Cos’è, in sostanza, Folkville. Cronache da una città leggendaria? Cosa vuole comunicarci l’autore e quali gli strumenti narrativi e retorici di cui si serve? Si parta dalla trama: essa si snoda lungo la direttrice della fantasia e della “leggenda metropolitana”; il filo sotteso è quello del “così mi è stato detto” espresso dalla frase – che Giancarlo ripete a più riprese nel suo romanzo – “o almeno così ha detto l’amico di un mio amico”, declinata al tempo presente o al passato prossimo; ed è proprio in quei “o almeno così dice” e “o almeno così ha detto” che sembra racchiudersi il senso del testo: un parlare per favole e leggende, tramandate a voce, mai verificate (perché inesistenti) ma accolte per vere fedeli all’adagio del “non è vero ma (forse) ci credo”. Da notare la suddivisione delle scene narrative non in capitoli (canonici per un romanzo) ma in tavole: coerente scelta dell’autore che descrive le “avventure” del protagonista (gestore di una fumetteria) che vagola nel fantasioso – e spaventoso – mondo delle leggende metropolitane. Non solo: orrore, fantascienza, assurdo e demenziale si incrociano bisecandosi e dando origine ad una materia poliforme; si ritrova tanto nel crogiolo che Giancarlo Marino mostra al lettore (quello stesso crogiolo da cui lui stesso, d’altronde ha tratto materiale per  suo testo). Surreale, fantasmagorico, scorretto e perturbante: un testo sui generis (si è già detto) in cui a qualcuna delle strane storie raccontate viene addotto un “forse perché così ha deciso il tizio che mi ha raccontato questa storia”. È tutto un groviglio di racconti incastrati in altri racconti, piccole storielle introdotte ex abrupto che dilatano il corso della storia principale. Ma la leggenda è così: un continuo andare e tornare, un continuo partire da un centro e spostarsi diagonalmente verso la periferia, fra linee sghembe di pensiero e alternative tangenti al cerchio della realtà. Folkville. Cronache da […]

... continua la lettura
Libri

Folkville: intervista all’autore Giancarlo Marino

Folkville. Cronache da una città leggendaria è il nuovo libro (di recente pubblicazione) di Giancarlo Marino. Edito per la casa editrice Homo Scrivens (di cui Giancarlo fa parte e per cui organizza laboratori di scrittura creativa e attività varie), Folkville. Cronache da una città leggendaria è stato presentato per la prima volta lo scorso ottobre al Teatro Bellini di Napoli e nuovamente presentato, il 20 novembre, nella struttura dell’Hotel Parker’s sita al corso Vittorio Emanuele (a Napoli). Per l’occasione, abbiamo intervistato l’autore, Giancarlo Marino. Folkville. Cronache da una città leggendaria: intervista a Giancarlo Marino Folkville. Cronache da una città leggendaria è un libro “bizzarro”: un po’ come per l’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0 (permettimi il parallelo), anche qui ritroviamo una realtà alternativa in cui tutto esiste in virtù dell’immaginazione. Com’è stato creare questo surreale mondo di fantasia? Quello di Folkville è un mondo immaginario che, però, affonda le sue radici nella realtà della tradizione orale occidentale, in particolare nel folklore urbano. Il romanzo è frutto di uno studio accurato delle leggende metropolitane diffuse in Europa e nelle Americhe (ma in alcuni casi in tutto il mondo: si pensi a una figura come il Bigfoot americano che ha i suoi corrispettivi nello yeti dell’Himalaya o negli Agogwe dell’Africa Orientale). La soluzione più semplice sarebbe stata quella di una raccolta di racconti dove reinterpretare questi archetipi; invece, ho preferito complicarmi la vita e costruire una trama romanzesca (Charlie, il giovane proprietario di una fumetteria che va alla ricerca della sua ragazza e del suo socio scomparsi) nella quale inserire i riferimenti alle leggende tramite una serie di peripezie. Insomma, ho voluto scrivere il mio personale “viaggio nel Paese delle meraviglie metropolitane”. Ancora sul tema di Folkville e sul carattere della possibilità e della finzione: quanto ti piace “giocare” a “rimescolare le carte”? Folkville è essenzialmente un romanzo postmoderno, in cui il citazionismo si fa vero e proprio gioco combinatorio mescolando riferimenti cosiddetti “alti” (Carroll, Lovecraft) e “bassi” (fumetti, serie TV etc.). Devo ammettere di essermi divertito a scrivere questo libro (per quanto sia possibile, in un’attività probante dal punto di vista delle energie psicologiche, qual è la scrittura) e mi auguro che i lettori si lascino trascinare dal ritmo e dalle fantasmagorie di questo romanzo. La letteratura è profondamente anche questo: costruire castelli di sabbia sulle rocce e castelli di rocce sulla sabbia; quanto ritrovi di questa mia definizione in Folkville? Ci ritrovo molto, in quanto Folkville vuole essere anche un omaggio alle letture che ho amato e che amo tuttora. Il romanzo di avventura, horror ma anche l’umorismo di un certo cinema di Tim Burton e dei fumetti della famiglia Addams (giusto per citare due riferimenti più espliciti). Venendo a una considerazione più generale, fare letteratura è essenzialmente un atto di ribellione, forse non in senso strettamente politico e sociale, ma di certo esistenziale. Scrivere significa cercare un principio di ordine di fronte a una realtà assurda, che ordine non ha. Quindi vuol dire erigere castelli di roccia su fondamenta fragili; ma al contempo, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Paola De Rosa e i suoi acquerelli (per Colour beginning)

Colour beginning è il titolo di un’esposizione artistica della pittrice (e architetto) Paola De Rosa, un’esposizione (inserita all’interno della III edizione della manifestazione artistico-culturale Rome Art Week) che ha visto come protagonista un ciclo di ritratti acquerellati a cui Paola De  Rosa si è dedicata con intensa profondità. Colour beginning (e non solo): un dialogo con Paola De Rosa Colour beginning non è che una parentesi del rapporto che Paola intrattiene con l’acquerello, intenso e produttivo: «un rapporto continuo, lunghissimo e profondo; il mezzo che ha coinvolto prima la pittura, come strumento intuitivo, e poi l’architettura, come strumento di pensiero. Perché l’acquerello ha una duplice caratteristica: può essere gestuale e rapido nel “macchiare”, riflessivo e lento nel “velare”. I due aspetti, però, possono fondersi; in questo senso Colour beginning è una “macchia” che “riflette” sul colore», ci dice. Un abbraccio felice e cangiante fra tinte immerse nell’acqua: un acquerello poeticamente può essere questo, un fluire dei sensi in volute armoniche, fino a che, intridendo – e gonfiando – le setole del pennello, le tinte si stendono sopra il supporto cartaceo che le accoglie. La tecnica della creazione ad acquerello è polivalente, poliforme, “improvvisa”, ma segue prassi ben definite: «è come dici tu; sulla macchia e sulla velatura c’è un margine di controllo, soprattutto sulla seconda, ma l’acquerello, a mio avviso, più di ogni altra tecnica artistica, fatta eccezione per la fotografia a cui io per altro lo assimilo, porta con sé molto degli stati ambientali, fisici e psichici del momento e questa sua contingenza e sensibilità lo rendono particolarmente vivace», ricorda l’autrice. Ma quali sono, per l’acquerello, i soggetti preferiti da Paola De Rosa? Quali gli elementi attraverso cui veicola il suo messaggio d’artista? È lo sguardo, lo sguardo dell’uomo e dell’artista – sia egli poeta, musicista, pittore – ciò che l’affascina; perché lo sguardo? In esso si cela l’immenso – e l’inconosciuto e (inconoscibile, forse) – mare del sé, dell’essere umano, del suo inconscio, della sua più profonda essenza creativa: «il Metronomo di Man Ray, uno degli artisti che ho ritratto in Colour Beginning, è diventato per me l’occhio che sente. Cosa intendo dire. L’occhio è l’organo che ci restituisce tutti i sensi: l’occhio vede, parla, sente, tocca, assapora e si fa sguardo dei sensi più interni, vale a dire dell’anima», soggiunge Paola. Una serie di suoi ritratti acquerellati sono corredati da alcuni versi, da alcuni pensieri e frasi, costruendo, così, un dittico fra parola e immagine: «la pittura è la poesia della visione», aveva ricordato l’artista riprendendo un pensiero del pittore James Abbott McNeill Whistler; un’altra serie di acquerelli è eseguita tutta sulla tinta del violetto: «ti stai riferendo al colore caput mortuum violet, il rosso-arancio-violaceo che ho scelto per una serie di ritratti ad acquerello: il punto dove il blu si brucia nel giallo come una sanguigna»; il più recente ciclo (formato dai lavori scelti per Colour beginning), segue norme cromatiche ispirate alla teoria dei colori di Goethe: «che si incardina sui due estremi, il giallo e […]

... continua la lettura
Comunicati stampa

Premio Cartagine 2018: fra i vincitori Luciano Ruotolo

Il Premio Cartagine, istituito nel 2001, è un premio rivolto a personalità che, in diverse declinazioni della cultura e del sapere, si sono distinte – in Italia e all’Estero, indistintamente  – per le loro attività divulgative e intellettuali. Il Premio Internazionale Cartagine conferito a Luciano Ruotolo Il 19 ottobre scorso si è tenuta, presso la Sala Protomoteca in Piazza Campidoglio, a Roma, la cerimonia di premiazione del Premio Internazionale Cartagine 2.0 2018; alla cerimonia ha preso parte anche Luciano Ruotolo, maestro di pianoforte e direttore artistico (e curatore di interessanti manifestazioni ed eventi musicali fra cui il Mimas Music Festival, svoltosi a Procida dal 21 al 31 agosto scorsi) nonché cofondatore dell’Associazione Mousikè e dell’Accademia Musicale Europea («un circuito musicale basato sull’eccellenza e sulla valorizzazione di giovani musicisti, rendendoli protagonisti all’interno dello scenario nazionale ed internazionale attraverso l’ideazione di rassegne, laboratori, masterclass, corsi ordinari di alta formazione musicale ed è impegnata nella divulgazione della musica considerata come un mezzo necessario alla crescita ed alla formazione sociale», aveva lui stesso affermato in una piacevolissima ed interessante intervista pubblicata qualche mese fa, sempre qui, per Eroica Fenice). Luciano Ruotolo si è formato artisticamente presso il Conservatorio San Pietro a Majella, di Napoli, e presso l’Accademia del Teatro alla Scala, di Milano, e come si ricordava, affianca alla carriera pianistica, quella di Direttore Artistico rivestendo prestigiosi incarichi in ambito musicale. Luciano Ruotolo e il Premio Cartagine Ho avuto modo di conoscere Luciano al Palazzo Venezia di Napoli, dove il maestro tiene un corso di pianoforte; lì, in quella cornice storica ed artistica – e colma di pace e tranquillità, un locus amoenus in cui il fascino delle note del pianoforte fra il vento e lo stormire delle chiome degli alberi rievoca suggestioni profonde – Luciano si dedica alle sue lezioni di pianoforte con amore e dedizione, lì tiene concerti-saggio con i suoi allievi di pianoforte e concerti (fra cui una suggestiva serata fra il suo pianoforte e la voce del soprano Romina Casucci) e da lì sono partiti molti dei progetti e delle idee che hanno avuto risonanza internazionale. Da qui, da questo spirito internazionale della sua arte musicale, la motivazione del Premio Cartagine conferito a Luciano Ruotolo: “[…] La sua Arte Pianistica, viene acclamata in tour in Europa e negli USA. Ideatore di prestigiosi Festival a centri di Alta Formazione è impegnato nella divulgazione della Musica […] in virtù dei meriti acquisiti rappresenta uno dei massimi e più noti esponenti in Italia e all’Estero del Panorama Musicale […]”. Cosa significa per Luciano Ruotolo questo premio? «Il Premio rappresenta per me prima di tutto un’enorme sorpresa: è arrivato come un fulmine a ciel sereno; è un riconoscimento davvero importante considerando l’albo d’onore precedente ed il respiro internazionale. Mi ha molto emozionato, come primo impatto, alimentando la consapevolezza che il solco tracciato, con tanta passione,  è quello giusto. Viviamo in una società velocissima, a tratti cinica, dove l’Arte e la sua Bellezza vengono spesso piegate per logiche di mercato: noi proviamo, e parlo al […]

... continua la lettura
Comunicati stampa

Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2018/2019

Il 31 ottobre si è tenuta la presentazione stampa del nuovo cartellone – stagione teatrale 2018/2019 – del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2018/2019 L’offerta del cartellone della stagione 2018/2019 del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli è – come del resto di consueto – molto ricca e variegata; ci sarà – come novità di quest’anno – una sezione teatrale dedicata ai bambini (“La lanterna magica”), oltre a laboratori e spettacoli vari (suddivisi fra spettacoli in abbonamento, a loro volta tripartiti in tre sezioni – “Il Teatro Rinnovato”, “I Teatri Comici”, “Il Teatro in Musica”, “Il Teatro Danza” – di vario interesse e in spettacoli fuori abbonamento) ed a una sezione radiofonica. Sui laboratori ospitati al Nuovo Teatro Sancarluccio, si ricordano i corsi sulle tecniche di recitazione del dramma antico, a cura dell’Accademia Magna Graecia di Paestum (con sede distaccata al Nuovo Teatro Sancarluccio e la cui direzione artistica è affidata a Sarah Falanga; per informazioni: direzione.accademiamagnagraecia@hotmail.com), e i corsi del laboratorio cinematografico e teatrale permanente, a cura della Falegnameria dell’attore (diretta da Gigliola De Feo; per informazioni: rivolgersi al Nuovo Teatro Sancarluccio); continuerà, poi, il rapporto fra Onda Web radio e il Nuovo Teatro Sancarluccio, con lo spazio radiofonico Onda Web Radio Live, in cui verrà dato spazio agli artisti che si esibiranno poi al Sancarluccio. Un cartellone, dunque, ricco, variegato, interessante, in cui muoversi scegliendo attività e spettacoli in linea con le proprie corde. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2018/2019 in dettaglio Sezione “La lanterna magica” (teatro per l’infanzia): Storia di uno schiaccianoci, Compagnia Il Teatro nel Baule (debutto nazionale), liberamente tratto da Lo schiaccianoci, Progetto Vincitore del Bando Residenze Mu.d. di Teatri Associati, da un’idea di Simona Di Maio, regia e drammaturgia Sebastiano Coticelli e Simona Di Maio, con Luca Di Tommaso e Simona Di Maio (23 dicembre 2018); Un mare di desideri, Compagnia Trasformazione Animata Spettacolo + laboratorio, favola animata di Ciro Arancini e Claudia Riccardo (6 gennaio 2019); Le briciole di Pollicino, Compagnia BabaJaga, spettacolo di teatro d’attore e narrazione liberamente tratto dalla fiaba di Charles Perrault, Menzione speciale Premio Nazionale di Teatro Ragazzi “Otello Sarzi” 2015 per lo stile garbato della narrazione e per l’essenzialità dei materiali scenici derivati direttamente dalla natura, di e con Chiara Tabaroni (3 febbraio 2019); Dov’è finito il principe azzurro, Compagnia Il Teatro nel Baule, di e con Simona Di Maio e Sebastiano Coticelli (10 marzo 2019); Liombruno, il mondo delle favole, di Italo Calvino, con Francesco D’Atena, Daniele Dono, Maria Elena Lazzarotto, Gilda Sacco, musiche Maria Elena Lazzarotto, regia  Francesco D’Atena, Maria Elena Lazzarotto (28 aprile 2019); I racconti di Fernando, Teatro Bertolt Brecht, Incubi, lazzi e sogni di Cetrulo Pulcinella, di e con Maurizio Stammati, burattini di Carlo De Meo (19 maggio 2019). Sezione “Il Teatro Rinnovato”: Mamma Mà!, di Massimo Andrei con Daniela Ioia per la regia di Gennaro Silvestro (22 novembre 2018); Io sono Claudia, scritto e diretto da Eduardo Cocciardo coprotagonista della rappresentazione insieme ad Anna Monti e Salvio di […]

... continua la lettura
Napoli & Dintorni

C’è qualcuno alla porta: intervista ad Andrea Lucchetta

Il 3 e il 4 novembre sarà in scena, al Teatro Nuovo di Napoli, lo spettacolo C’è qualcuno alla porta [I atto – Il Calapranzi (di Harold Pinter), regia di Andrea Lucchetta, con Marco Fanizzi e Vincenzo Grassi; II atto – Vecchi tempi (di Harold Pinter), regia di Luigi Siracusa, con Cecilia Bertozzi, Michele Enrico Montesano e Sofia Panizzi], scene: Mauro Rea; musiche: Paolo Improta. Abbiamo intervistato, a questo proposito, il regista Andrea Lucchetta. C’è qualcuno alla porta: intervista al regista Andrea Lucchetta Andrea, parlaci del tuo lavoro e delle tue esperienze teatrali. Ho cominciato a studiare come attore presso la “Palestra dell’Attore” (scuola di formazione teatrale del Teatro Diana) all’età di dieci anni. Quattro anni dopo, un mio carissimo amico e collega ed io decidemmo di formare una piccola compagnia teatrale assieme ad altri attori che frequentavano la scuola; abbiamo cominciato con il teatro amatoriale e dialettale; dopo qualche anno, abbiamo vinto il Festival del Teatro Amatoriale, organizzato dal Teatro Totò che ci ha dato la possibilità di partecipare alla Rassegna Ridere 2015 presso il Maschio Angioino. L’anno dopo decidemmo di abbandonare il teatro comico e dialettale e ci siamo messi in gioco con un testo di J.B. Prestley “Ispettore in casa Bearling”, un giallo inglese che abbiamo avuto la fortuna e l’onore di mettere in scena al Teatro Nuovo. Successivamente mi sono cimentato nella drammaturgia, scrivendo un riadattamento teatrale del romanzo “Cecità” di Josè Saramago che ho messo in scena due anni fa al Teatro Nuovo: il progetto di “Cecità” mi ha permesso subito dopo il diploma di entrare nel corso di regia dell’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, la quale mi sta dando la possibilità di entrare in contatto con grandissimi maestri e professionisti dai quali non posso far altro che trarre grandi insegnamenti. Grazie all’Accademia, a settembre, ho avuto modo di mettere in scena, al Teatro India-Teatro di Roma, “Delphi Park”, riadattamento del racconto “La morte della Pizia” di Friedrich Durrenmatt: grazie a quest’esperienza e agli attori con i quali ho lavorato, ho trovato una mia impostazione di lavoro teatrale, che è una sintesi tra estetica teatrale e concretezza dei fatti narrati: questi due elementi mi danno modo di dedicarmi a 360° sulla direzione dell’attore e sulla gestione dello spazio e della coerenza scenica, elementi di fondamentale importanza per il mio modo di fare teatro. Sempre in circostanze accademiche ho affrontato il testo che vedrete in scena sabato e domenica al Teatro Nuovo.  Lo spettacolo C’è qualcuno alla porta si articola in due momenti scenici, due atti separati ma che, proposti in un’unica messa in scena, interloquiscono fra loro; come “dialogano” le parti (e quanto ti sei confrontato con Luigi Siracusa, regista del secondo atto)? Luigi Siracusa è il mio compagno di corso. Con lui, in Accademia, abbiamo affrontato e studiato Pinter, ipotizzando delle messe in scena, a scopi didattici, con dei limiti ben precisi, ovvero: durata di massimo 40 minuti, 3 attori, tempi di montaggio e smontaggio della scena molto brevi. Da quest’esercizio sono nate le nostre due regie. […]

... continua la lettura
Eventi nazionali

Rome Art Week e gli acquerelli di Paola De Rosa

Rome Art Week è una manifestazione artistica (quest’anno nella sua III edizione) che si terrà dal 22 al 27 ottobre nella capitale italiana. Rome Art Week: una panoramica sull’iniziativa Rome Art Week è una prossemica sull’arte attraverso lo sguardo dei suoi protagonisti: oltre alla partecipazione di gallerie, fondazioni, curatori, critici d’arte, associazioni e musei, l’iniziativa vede protagonisti gli artisti che, aprendo letteralmente i loro studi ai visitatori, mostrano loro il luogo in cui sono concepite e nascono le proprie creazioni. Un viaggio al centro dell’arte, si potrebbe dire: un percorso – fisico e artistico – lungo cui entrare in contatto con praxis e ratio creativa degli artisti che espongono le loro opere proprio laddove sono state nutrite e curate. Colour beginning: gli acquerelli di Paola De Rosa alla Rome Art Week Fra gli artisti partecipanti all’evento, anche la pittrice Paola De Rosa che offrirà ai visitatori – aprendo loro il 27 ottobre il proprio studio – un proprio ciclo di affascinanti ritratti acquerellati dal titolo Colour beginning. Un titolo allusivo per questi suoi ritratti (acquerellati con delicatezza e al tempo stesso forza tecnica) se si pensa all’omonimo lavoro ad acquerello di William Turner, con cui l’autore si “immerge” nel colore come proiezione dell’intimo. Studio sui colori, loro intimo intreccio con le sensazioni umane, e profondità: è questo il sostrato da cui si muove l’intentio – e l’inventio – di Paola De Rosa, il senso da cui si dipana il tema ricorrente di questi suoi acquerelli; ed ecco la profondità di uno sguardo rapito dall’atto creativo, a sua volta “rapito”, colto, dalla mano di Paola De Rosa, attraverso l’abbraccio fluente delle sue tinte mescolate nell’acqua. Un ciclo di acquerelli su pittori – raffiguranti, fra gli altri, Amedeo Modigliani, Salvador Dalì, Marc Chagall, Andy Wharol – realizzati da una pittrice: un giro armonico di inizi e ritorni; un cerchio artistico che ha la capacità di offrire, all’osservatore, un duplice canale interpretativo di cui l’acquerello si fa mezzo attraverso due fuochi visivi: l’occhio di Paola De Rosa nel cogliere lo sguardo – e con esso quella caratteristica scintilla del fuoco creativo – del pittore che crea e l’occhio di questi, eternamente presente nell’essenza stessa della sua opera. Colour beginning: percorsi fra acquerello e jazz Itinerari di andate e ritorni, fra autori e opere, fra acquerello e tinte, fra arte e musica: «Così come la musica è la poesia del suono, così la pittura è la poesia della  visione» (come Paola De Rosa ricorda riprendendo un pensiero di James Abbott McNeill Whistler) e come sottofondo musicale ai propri ritratti, la voce di Tiziana Cavone (accompagnata dalla chitarra di Alessandro Cicala, dal basso elettrico e dal contrabbasso di Vincenzo Iantorno e alla batteria di Francesco Benedetti), che fra note jazz e partiture (tratte fra i repertori, fra gli altri, di George e Ira Gershwin, Eddie Jefferson, Bobby Timmons e Mongo Santamaria), si inscrive armonicamente nel percorso tracciato per Colour Beginning. Tiziana Cavone (docente di musica alle scuole elementari, membro di importanti formazioni corali e solista impegnata […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Terme di Agnano: la riapertura del Parco Benessere

Le Terme di Agnano vedono la riapertura del Parco del Benessere Il giorno 11 ottobre 2018 è stata annunciata – tramite la presentazione di una conferenza stampa – la riapertura del Parco del Benessere all’interno delle Terme di Agnano. Il parco, sito all’interno del complesso termale di Agnano, a Napoli (lungo l’antica via che collega la stessa Napoli a Pozzuoli), presenta piscine termali, solarium, un parco archeologico (con scavi d’epoca greca e romana e coeve sorgenti d’acque sulfuree), zone per convegni e attività culturali. Terme di Agnano: la conferenza stampa Alla conferenza di presentazione alla stampa del nuovo Parco del Benessere delle terme di Agnano hanno preso parte Donatella Bernabò Silorata (referente ufficio stampa che si è occupato della parte relativa alla comunicazione), Massimo Grillo (responsabile della struttura), Manuela Iuffredo (membro della società TDA che gestisce l’impianto), Ovidio Attanasio (politico della municipalità napoletana), il dottor Abbruzzese (responsabile sanitario della struttura) e Gianluca Daniele (consigliere del Comune di Napoli). I presenti hanno spiegato come dopo un periodo di stasi, si sia arrivati alla riapertura del parco termale e di benessere e contestualmente alla ripresa delle attività sanitarie del Complesso delle Terme di Agnano (cure termali e fanghi); l’attività sanitaria è affiancata dalle attività rilassanti proposte dall’attiguo Parco del Benessere (che offre «centro massaggi, vasche idromassaggio e piscine», come spiega Massimo Grillo): un centro benessere, all’interno del rilassante spazio verde della Conca di Agnano, che offre, nel dettaglio 4 piscine interne termali (con temperatura dell’acqua fra i 35 e i 38 gradi centigradi), 2 piscine esterne (con temperatura dell’acqua all’incirca di 32 gradi centigradi) e una piscina d’acqua dolce (a temperatura ambiente) insieme a «sale massaggio, bio-bar e bistrot» (come spiega Manuela Iuffredo). Un voler «riappropriarsi delle proprie radici, di patrimoni unici», come ha sottolineato Ovidio Attanasio; una “rivalutazione” dell’attività delle terme di Agnano in toto e del sito nel suo valore storico-naturalistico: durante la conferenza stampa è stato ricordato, infatti, come è nelle intenzioni organizzare percorsi e visite guidate all’interno del parco che abbiano lo scopo di mostrare il carattere e il valore archeologico del sito e del complesso termale (d’epoca greca prima e d’epoca romana poi). Le Terme di Agnano: un luogo di benessere fra passato e presente (e futuro) Le terme, ubicate nel verde della conca di Agnano, presentano piscine e vasche idromassaggio, le cui acque (con una «portata di cinque milioni d’acqua al giorno», ha più volte ribadito il responsabile sanitario della struttura, il dottor Abbruzzese) di tipo sulfureo-salso-bicarbonato-terrose provengono dalla sorgente De Pisis (da cui sgorgano a 85 gradi centigradi). Le proprietà delle acque termali sono molteplici: «oltre a curare l’animo curano la pelle», ha ricordato il dottor Abbruzzese, favorendo processi di rigenerazione cutanea e antiinfiammatori e curando il benessere psico-fisico, e aggiungiamo, hanno la capacità – oltre ad essere antisettiche –  di trattare problematiche legate al sistema respiratorio e al sistema immunitario. Per ulteriori informazioni sul Parco Benessere delle Terme di Agnano (fra cui costi e prenotazioni) è possibile rivolgersi al numero di telefono: 0812305846. Si […]

... continua la lettura
Cucina & Salute

Dolce al limone con ricotta: una ricetta facile e veloce

Cerchi un dolce al limone fresco e saporito? La risposta è la torta al limone con la ricotta!  Ci sono molte ricette che mescolano zuccheri e limoni in impasti soffici, oppure in paste frolle e creme di accompagnamento: oggi mi piacerebbe condividere con voi una ricetta particolare che io stessa cucino spesso ricevendo sorrisi di “gusto” dagli ospiti ai quali servo questa torta al limone con ricotta. Torta al limone con ricotta: piccole avvertenze Innanzitutto, prima delle dosi, una piccola parentesi che guardi alla salute è d’uopo: i dolci contengono molti zuccheri (fra impasti delle basi e ripieni vari) e un esubero di sostanze glucidiche (fra zuccheri e carboidrati), come tutti gli eccessi, nuoce alla salute. Questo dolce al limone vuole nell’intenzione cercare di bilanciare, in qualche modo, carboidrati, zuccheri, fibre e proteine: per questo, in essa, si trovano ricotta e uova insieme a farina e zucchero (in una quantità che lo rende per niente “stucchevole”). Altra avvertenza prima di cominciare questo dolcetto veloce e facile da preparare: questa torta ricotta e limone contiene lattosio; se si sceglie una ricotta senza lattosio, il dolce può essere assaggiato anche dalle persone intolleranti a questo disaccaride: si può, comunque, assumere, prima dell’assaggio della torta, una compressa di enzima di lattasi (mancante negli intolleranti) che scinde lo zucchero del lattosio nei suoi due composti semplici, il glucosio e il galattosio. In ogni caso, prima di assumere qualsiasi prodotto integratore, così come per ogni medicina, bisogna sempre consultare un medico affidabile e competente in materia. Dolce al limone con ricotta: la nostra ricetta Le dosi segnalate sono quelle idonee per preparare un dolcetto al limone di dimensioni pressoché medie che può andar bene per 4 – 6 persone (discrimine è l’appetito dei commensali…). Innanzitutto bisogna preparare la pasta frolla, base “dura” del nostro dolce al limone. Dosi consigliate per la pasta frolla: 250 grammi di farina; 1 uovo intero; 30 grammi di olio (preferibilmente di semi, perché più indicato per questo tipo di preparazione); 30 grammi di acqua (a piacere si può aggiungere un po’ di succo di limone); 70 grammi di zucchero. Dosi consigliate per il ripieno al limone e ricotta: 250 grammi di ricotta; 40 grammi di zucchero; 2 limoni; 1 uovo intero; un po’ di limoncello (non “quanto basta” ma “quanto piace”: senza esagerare!). Consigli per la preparazione della pasta frolla: unire prima gli ingredienti secchi (quindi la farina e lo zucchero) all’uovo e mescolare il tutto; successivamente unire al composto l’olio e l’acqua (oppure la miscela d’acqua e succo di limone) e impastare il tutto fino a che il prodotto non assumerà un carattere omogeneo e si mostrerà ben amalgamato e “compatto”; a quel punto, lasciar riposare mentre si prepara l’impasto del ripieno della torta. Consigli per la preparazione del ripieno di questa torta facile e veloce: unire lo zucchero alla ricotta, poi aggiungere l’uovo intero. Quando il tutto sarà ben mescolato, aggiungere il succo dei due limoni (oppure il limoncello) e le loro scorzette grattugiate (abbondando nell’operazione, perché le scorzette conferiscono […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Inaugura domani 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Vallifuoco

Il 6 ottobre sarà inaugurata la mostra 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco, esposizione di quadri di, come espressamente descritto dal sottotitolo della mostra, Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco sul tema della Mater Matuta. La mostra, realizzata in occasione del ventennale di commemorazione della scomparsa di Mario Schifano, si pone come primo atto del più ampio progetto artistico-culturale La Mater Matuta – tra Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco (realizzato con la collaborazione della Fondazione Domenico Tulino, con il patrocinio della Giunta Regionale della Campania – Assessorato all’Istruzione, Politiche Sociali e Giovanili – Assessorato allo Sviluppo e Promozione del Turismo, del Comune di Napoli e dell’Accademia di Belle Arti di Napoli). La mostra sarà ospitata dal 6 ottobre al giorno 11 novembre presso il Pio Monte della Misericordia e curata dall’Associazione MM18 (presieduta da Davide Caramagna). La mostra 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco: fra incontri e allusioni 6 ottobre: allusiva e forse intenzionale la scelta di aprire la mostra 7Q proprio in occasione della festività religiosa di Santa Maria Francesca; Mater Matuta e santa – la prima in un’interpretazione pagana, l’altra cristiana – sono immagini legate alla maternità, alla gestazione, custodi di gravidanze propiziate e cura delle piccolissime anime. Altra allusione, il titolo della mostra, 7Q: sette quadri (fra i tre di Mario Schifano, i tre di Gennaro Vallifuoco e la tela magistrale di Caravaggio – in esposizione fissa al Pio Monte della Misericordia di Napoli – dal titolo Le sette opere di misericordia) che si “intersecano” fra loro in un linguaggio (mediato da un’allusiva costruzione geometrica degli allestimenti) che, veicolato dall’arte, sottende – e trascende – spazi e tempi della storia. Una mostra di “incontri” e “variazioni sul tema”: così 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuocoappare nell’intenzione e nella prassi seguita; spazio e tempo, voci e stili, percorsi e ritorni daranno l’idea, secondo gli organizzatori della mostra, di abbracciarsi lungo un interloquire silenzioso e dipinto, in cui la ratio creativa di Gennaro Vallifuoco incontra, percorre e trasfonde, attraverso la sua personale percezione artistica, il ciclo di Mario Schifano. Gennaro Vallifuoco, artista, pittore, scenografo e collaboratore di Roberto De Simone, ha accolto in sé suggestioni e simboli della Mater Matuta (percorso già iniziato nel 2004 con le scenografie dello stesso Vallifuoco a corredo della messa in scena di De Simone, Re bello, sul racconto omonimo di Aldo Palazzeschi) e questi suoi prodotti manufatti saranno esposti durante la mostra. 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco – dettagli Le opere di Gennaro Vallifuoco che saranno esposte nella Cappella del Pio Monte della Misericordia, fanno parte del più ampio ciclo da lui curato e realizzato sulle Matres Matutae (ciclo che sarà esposto in anteprima presso la Baccaro Art Gallery, a Pagani). L’intera iniziativa artistico-culturale di cui la mostra 7Q ne è una prima parte, si pone lo scopo di riportare all’attenzione del pubblico la produzione artistica di Mario Schifano, e il suo ciclo sulla […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

I Corti sul Lettino: la X edizione della rassegna

I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi è una rassegna internazionale di cortometraggi che unisce la dottrina psicoanalitica alla prassi cinematografica. Dal 3 ottobre al 6 dello stesso mese, si terrà a Napoli, presso il PAN (Palazzo delle Arti a Napoli), la X edizione della rassegna internazionale I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi ideata dal direttore artistico Ignazio Senatore, psichiatra, giornalista e critico cinematografico, organizzata dall’Associazione Movies Event e da Pietro Pizzimento, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e con il sostegno della Regione Campania. I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi: la rassegna e il programma delle giornate La X edizione della rassegna de I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi, si articolerà in 4 giornate nelle quali saranno proiettati 41 cortometraggi selezionati – fra centinaia di lavori proposti – da una giuria composta dagli attori Marina Confalone (presidentessa di giuria), Nando Paone, Massimiliano Gallo e Shalana Santana e verranno consegnate targhe alla carriera a Cristina Donadio, Adele Pandolfi, Gianfranco Gallo, Franco Iavarone e Gianni Ferreri, interpreti, fra l’altro, di alcuni fra i cortometraggi che verranno proiettati durante la rassegna. I cortometraggi della prima giornata si incentrano, nell’intenzione, sul rapporto fra psicoanalista e paziente e intendono “inabissarsi” fra le onde dell’inconscio e della psiche; saranno proiettati: Save di Iván Sáinz-Pardo; Peggie di Rosario Capozzolo; Gray umbrella di Mohammad Postindouz; Because of a little apple di Ksenia Roganova; Tu non c’eri di Cosimo Damiano Damato con Brenno Placido e Piero Pelù; Une place di Arthur Bacry; Triunfadores di Joseba Alfaro; Pajero di Aitor González Iturbe; La risa de las mariposas di Regla Peinado Elliott; In ritardo di Franz Laganà con Cristiana Capotondi e Paolo Rossi; Happy hour di Fabrizio Benvenuto con Paolo Briguglia; El lucero di Patricia Galán, Marcos Álvares; Manicure di Francesco Natale con Adele Pandolfi. I lavori saranno commentati dallo psichiatra Adolfo Ferraro, dalla psicoanalista Rossana Calvano e da Luigi La Monica, selezionatore dei cortometraggi del Festival del Cinema Europeo di Lecce. La seconda giornata sarà una retrospettiva dedicata ad alcuni fra i cortometraggi proiettati nelle precedenti edizioni della rassegna; fra questi: L’amore è un giogo di Andrea Rovetta con Neri Marcorè; Meglio se stai zitta di Elena Bouryka con Valeria Solarino e Donatella Finocchiaro; Swing di Maria Guidone con Giuseppe Battiston; November di Eric Esser; Un uccello molto serio di Lorenza Indovina con Rolando Ravello e Chiara Caselli; Maradona Baby di Nino Sabella; L’ultimo viaggio di Valeria Luchetti con Gigio Alberti, Marina Massironi; Io non ti conosco di Stefano Accorsi con Stefano Accorsi  e Vittoria Puccini. Le pellicole saranno commentate dal critico cinematografico Alberto Castellano, dallo storico del cinema Giuseppe Borrone e da Giuseppe Colella, presidente del Coordinamento Festival Cinematografici della Campania. La terza e la quarta giornata saranno dedicate ai cortometraggi in gara, che concorrono per i premi di: miglior corto, miglior corto straniero, miglior attore, attrice e corto premiato dal pubblico. Di seguito, in dettaglio, l’articolazione delle giornate del 5 e del 6 ottobre: […]

... continua la lettura
Culturalmente

Gli Scapigliati: temi, stile ed esponenti della Scapigliatura

Gli Scapigliati – e con essi la Scapigliatura di cui hanno fatto parte – sono stati un gruppo tutto italiano di artisti, musicisti e letterati che verso la seconda metà del XIX secolo per intenzioni simili e concordia di stili e temi furono una sorta di “sperimentalisti”. Accostati da Giosuè Carducci alla cosiddetta “terza generazione del Romanticismo”, gli Scapigliati furono lontani dalle riprese e rifunzionalizzazioni classiche tipicamente carducciane e, al tempo stesso, lontani dai temi patri del Romanticismo italiano incline alle spinte nazionali risorgimentali; lontani, altresì, dalle spinte di stampo classicheggiante e antiromantico (fondate sulla ricerca di equilibrio fra scienza e fede) di Giacomo Zanella, gli Scapigliati tendevano verso i modelli post-romantici provenienti dall’Europa – e si può dire fossero vicini anche al primo Romanticismo soprattutto tedesco per la vicinanza ai temi dell’irrazionale e dell’inquieto – e, in particolare, per similitudine di modi, furono fortemente suggestionati dal Decadentismo francese e per alcuni versi legati al Verismo e al Naturalismo (tra l’altro, pressoché contemporanei alla Scapigliatura). Gli Scapigliati, la Scapigliatura e la nascita del termine La Scapigliatura, nello specifico, non nasce come movimento artistico-letterario con intenti fortemente programmatici: gli Scapigliati sono un gruppo, più o meno coeso, di artisti, letterati e musicisti, prevalentemente milanesi e torinesi, che danno origine a una “visione alternativa” dell’arte e delle lettere rispetto alla tradizione. Sommossi da questioni e sentimenti sociali, gli Scapigliati assunsero il loro eloquente nome dal testo di Cletto Arrighi, pseudonimo anagrammato di Carlo Righetti, scrittore milanese che in un suo romanzo dal titolo La Scapigliatura e il 6 febbraio, del 1862, suggerì il termine (circolante nei salotti già qualche tempo prima della pubblicazione vera e propria del testo). Cosa si intende, letteralmente, per “Scapigliati”? Il termine vuol essere una traduzione della parola francese “bohemien” (letteralmente “boemo”), con il quale si indicava il modo di vivere del popolo boemo, per lo più nomade; il termine, per estensione, iniziò ad indicare uno stile di vita gitano e poi tutti quegli artisti che vivevano d’atteggiamenti e modi zingareschi. Gli Scapigliati lombardi e piemontesi: ragioni storiche e sociali della Scapigliatura La Scapigliatura, si è detto, è modus operandi e vivendi proprio dell’Italia settentrionale, con centro principale a Milano e con esponenti in buona parte anche torinesi. Storicamente, la Scapigliatura si colloca in un periodo di mutamenti profondi: nuovi sistemi filosofici, politici, di pensiero sconquassano precedenti credenze e ideologie e non sempre risulta immediatamente facile arrivare ad un equilibrio; gli Scapigliati, al centro di queste congiunture, si trovano come funamboli incerti sul filo dei tempi: dimidiati fra il “mito del progresso” e la “nostalgia del passato”, non trovano un netto terreno su cui appoggiare certezze. Ecco, allora il “dualismo”, tema centrale e pulsante del loro sentire, uno stato di eterna sospensione fra luce e tenebra, certezza e incertezza, illusione e disincanto, spirito e materia. Gli Scapigliati e la Scapigliatura: temi ed esponenti La Scapigliatura contenne in sé una gran quantità di sentire, anche contrastanti fra di loro (si è parlato, per l’appunto, in precedenza, del tipico sentimento […]

... continua la lettura
Libri

“Il cadavere ingombrante” di Léo Malet: recensione

Il cadavere ingombrante dello scrittore francese Léo Malet (titolo originale del libro: “L’envahissant cadavre de la plaine Monceau”) è stato recentemente ripubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi Editore, nella collana Darkside. La casa editrice, che ha pubblicato per i suoi tipi nel corrente mese di luglio il testo, ha riproposto al lettore la traduzione dal francese a cura di Giuseppe Pallavicini. Léo Malet e le indagini di Nestor Burma Léo Malet, scrittore del XX secolo, è considerato, insieme a Georges Simenon e André Hélèna, uno degli esponenti più importanti del genere letterario poliziesco francese. Vicino, negli anni ’30 del 1900, al movimento del Surrealismo e a Salvador Dalì e a Jacques Prevert, si rivolse poi al genere del romanzo poliziesco: nel 1943, tratteggiò con la sua penna i caratteri del personaggio di Nestor Burma, l’investigatore privato protagonista, anche de Il cadavere ingombrante-  Le sue storie vengono scelte come partenza per trasposizioni cinematografiche e televisive, in serie poliziesche: le indagini di Nestor Burma, infatti, non sono scritte solo per la trama de Il cadavere ingombrante, bensì fanno parte di una serie di romanzi iniziata nel 1943 con il testo 120, rue de la Gare (tradotto poi in Italia negli anni ’90 del 1990) e completatasi nel 1959 proprio con Il cadavere ingombrante. Autore, inoltre, di una “trilogia nera” e di altri romanzi, Léo Malet fu insignito nel 1948 del Gran Prix de littérature policière (premio annuale assegnato a quello che viene considerato dalla giuria il miglior libro francese giallo pubblicato in quello stesso anno) e nel 1958 del Gran Prix de l’Humour noir, premio letterario che viene riconosciuto a Malet per la serie I nuovi misteri di Parigi (serie, fra l’altro, incentrata sulle indagini di Nestor Burma scritte fra il 1954 e il 1959) in cui, in ognuna di queste indagini, l’azione principale è svolta in una diversa circoscrizione municipale di Parigi. Leo Malet, Nestor Burma e Il cadavere ingombrante: il libro Lo stile singolare di Malet emerge anche attraverso una semplicità sintattica spesso telegrafica, che potrebbe avere, nelle intenzioni, lo scopo di riflettere anche attraverso questa particolare “libertà” dell’uso dell’interpunzione le azioni spesso tese e nervose dei protagonisti: spesso i lunghi respiri sono dedicati alle descrizioni di ambienti o scene mentre per i dialoghi e le riflessioni particolari, l’andamento si fa più spezzato. Il testo inizia con una telefonata: una donna chiama Burma per affidargli un incarico ma, arrivato nella sua casa, l’investigatore trova due cadaveri: quello della donna che l’aveva contattato e quello di suo marito. La polizia sembra aver chiuso subito – e frettolosamente – il caso, mentre Burma continua le proprie indagini scoprendo delle verità “ingombranti”: il caso, dunque, non è da considerarsi chiuso e l’investigatore privato inizia a scendere – e a sprofondare come in una spirale vorticosa – in un groviglio di vizio e corruzione, di inganni, collere e tradimenti. Il caso è stordente e intricatissimo, ma pian piano i fili vengono sbrogliati e la matassa dipanata. Léo Malet: un consiglio per i lettori […]

... continua la lettura


NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!