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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Terme di Agnano: la riapertura del Parco Benessere

Le Terme di Agnano vedono la riapertura del Parco del Benessere Il giorno 11 ottobre 2018 è stata annunciata – tramite la presentazione di una conferenza stampa – la riapertura del Parco del Benessere all’interno delle Terme di Agnano. Il parco, sito all’interno del complesso termale di Agnano, a Napoli (lungo l’antica via che collega la stessa Napoli a Pozzuoli), presenta piscine termali, solarium, un parco archeologico (con scavi d’epoca greca e romana e coeve sorgenti d’acque sulfuree), zone per convegni e attività culturali. Terme di Agnano: la conferenza stampa Alla conferenza di presentazione alla stampa del nuovo Parco del Benessere delle terme di Agnano hanno preso parte Donatella Bernabò Silorata (referente ufficio stampa che si è occupato della parte relativa alla comunicazione), Massimo Grillo (responsabile della struttura), Manuela Iuffredo (membro della società TDA che gestisce l’impianto), Ovidio Attanasio (politico della municipalità napoletana), il dottor Abbruzzese (responsabile sanitario della struttura) e Gianluca Daniele (consigliere del Comune di Napoli). I presenti hanno spiegato come dopo un periodo di stasi, si sia arrivati alla riapertura del parco termale e di benessere e contestualmente alla ripresa delle attività sanitarie del Complesso delle Terme di Agnano (cure termali e fanghi); l’attività sanitaria è affiancata dalle attività rilassanti proposte dall’attiguo Parco del Benessere (che offre «centro massaggi, vasche idromassaggio e piscine», come spiega Massimo Grillo): un centro benessere, all’interno del rilassante spazio verde della Conca di Agnano, che offre, nel dettaglio 4 piscine interne termali (con temperatura dell’acqua fra i 35 e i 38 gradi centigradi), 2 piscine esterne (con temperatura dell’acqua all’incirca di 32 gradi centigradi) e una piscina d’acqua dolce (a temperatura ambiente) insieme a «sale massaggio, bio-bar e bistrot» (come spiega Manuela Iuffredo). Un voler «riappropriarsi delle proprie radici, di patrimoni unici», come ha sottolineato Ovidio Attanasio; una “rivalutazione” dell’attività delle terme di Agnano in toto e del sito nel suo valore storico-naturalistico: durante la conferenza stampa è stato ricordato, infatti, come è nelle intenzioni organizzare percorsi e visite guidate all’interno del parco che abbiano lo scopo di mostrare il carattere e il valore archeologico del sito e del complesso termale (d’epoca greca prima e d’epoca romana poi). Le Terme di Agnano: un luogo di benessere fra passato e presente (e futuro) Le terme, ubicate nel verde della conca di Agnano, presentano piscine e vasche idromassaggio, le cui acque (con una «portata di cinque milioni d’acqua al giorno», ha più volte ribadito il responsabile sanitario della struttura, il dottor Abbruzzese) di tipo sulfureo-salso-bicarbonato-terrose provengono dalla sorgente De Pisis (da cui sgorgano a 85 gradi centigradi). Le proprietà delle acque termali sono molteplici: «oltre a curare l’animo curano la pelle», ha ricordato il dottor Abbruzzese, favorendo processi di rigenerazione cutanea e antiinfiammatori e curando il benessere psico-fisico, e aggiungiamo, hanno la capacità – oltre ad essere antisettiche –  di trattare problematiche legate al sistema respiratorio e al sistema immunitario. Per ulteriori informazioni sul Parco Benessere delle Terme di Agnano (fra cui costi e prenotazioni) è possibile rivolgersi al numero di telefono: 0812305846. Si […]

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Cucina & Salute

Dolce al limone con ricotta: una ricetta facile e veloce

Cerchi un dolce al limone fresco e saporito? La risposta è la torta al limone con la ricotta!  Ci sono molte ricette che mescolano zuccheri e limoni in impasti soffici, oppure in paste frolle e creme di accompagnamento: oggi mi piacerebbe condividere con voi una ricetta particolare che io stessa cucino spesso ricevendo sorrisi di “gusto” dagli ospiti ai quali servo questa torta al limone con ricotta. Torta al limone con ricotta: piccole avvertenze Innanzitutto, prima delle dosi, una piccola parentesi che guardi alla salute è d’uopo: i dolci contengono molti zuccheri (fra impasti delle basi e ripieni vari) e un esubero di sostanze glucidiche (fra zuccheri e carboidrati), come tutti gli eccessi, nuoce alla salute. Questo dolce al limone vuole nell’intenzione cercare di bilanciare, in qualche modo, carboidrati, zuccheri, fibre e proteine: per questo, in essa, si trovano ricotta e uova insieme a farina e zucchero (in una quantità che lo rende per niente “stucchevole”). Altra avvertenza: il dolce contiene ricotta, dunque lattosio; se si sceglie una ricotta senza lattosio, il dolce può essere assaggiato anche dalle persone intolleranti a questo disaccaride: si può, comunque, assumere, prima dell’assaggio della torta, una compressa di enzima di lattasi (mancante negli intolleranti) che scinde lo zucchero del lattosio nei suoi due composti semplici, il glucosio e il galattosio. In ogni caso, prima di assumere qualsiasi prodotto integratore, così come per ogni medicina, bisogna sempre consultare un medico affidabile e competente in materia. Dolce al limone con ricotta: la nostra ricetta Le dosi segnalate sono quelle idonee per preparare una torta di dimensioni pressoché medie che può andar bene per 4 – 6 persone (discrimine è l’appetito dei commensali…). Innanzitutto bisogna preparare la pasta frolla, base “dura” del nostro dolce al limone. Dosi consigliate per la pasta frolla: 250 grammi di farina; 1 uovo intero; 30 grammi di olio (preferibilmente di semi, perché più indicato per questo tipo di preparazione); 30 grammi di acqua (a piacere si può aggiungere un po’ di succo di limone); 70 grammi di zucchero. Dosi consigliate per il ripieno al limone e ricotta: 250 grammi di ricotta; 40 grammi di zucchero; 2 limoni; 1 uovo intero; un po’ di limoncello (non “quanto basta” ma “quanto piace”: senza esagerare!). Consigli per la preparazione della pasta frolla: unire prima gli ingredienti secchi (quindi la farina e lo zucchero) all’uovo e mescolare il tutto; successivamente unire al composto l’olio e l’acqua (oppure la miscela d’acqua e succo di limone) e impastare il tutto fino a che il prodotto non assumerà un carattere omogeneo e si mostrerà ben amalgamato e “compatto”; a quel punto, lasciar riposare mentre si prepara l’impasto del ripieno della torta. Consigli per la preparazione del ripieno al limone e ricotta: unire lo zucchero alla ricotta, poi aggiungere l’uovo intero. Quando il tutto sarà ben mescolato, aggiungere il succo dei due limoni (oppure il limoncello) e le loro scorzette grattugiate (abbondando nell’operazione, perché le scorzette conferiscono una dolce e piacevole freschezza al prodotto!) e mescolare finché il tutto non sarà ben […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Inaugura domani 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Vallifuoco

Il 6 ottobre sarà inaugurata la mostra 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco, esposizione di quadri di, come espressamente descritto dal sottotitolo della mostra, Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco sul tema della Mater Matuta. La mostra, realizzata in occasione del ventennale di commemorazione della scomparsa di Mario Schifano, si pone come primo atto del più ampio progetto artistico-culturale La Mater Matuta – tra Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco (realizzato con la collaborazione della Fondazione Domenico Tulino, con il patrocinio della Giunta Regionale della Campania – Assessorato all’Istruzione, Politiche Sociali e Giovanili – Assessorato allo Sviluppo e Promozione del Turismo, del Comune di Napoli e dell’Accademia di Belle Arti di Napoli). La mostra sarà ospitata dal 6 ottobre al giorno 11 novembre presso il Pio Monte della Misericordia e curata dall’Associazione MM18 (presieduta da Davide Caramagna). La mostra 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco: fra incontri e allusioni 6 ottobre: allusiva e forse intenzionale la scelta di aprire la mostra 7Q proprio in occasione della festività religiosa di Santa Maria Francesca; Mater Matuta e santa – la prima in un’interpretazione pagana, l’altra cristiana – sono immagini legate alla maternità, alla gestazione, custodi di gravidanze propiziate e cura delle piccolissime anime. Altra allusione, il titolo della mostra, 7Q: sette quadri (fra i tre di Mario Schifano, i tre di Gennaro Vallifuoco e la tela magistrale di Caravaggio – in esposizione fissa al Pio Monte della Misericordia di Napoli – dal titolo Le sette opere di misericordia) che si “intersecano” fra loro in un linguaggio (mediato da un’allusiva costruzione geometrica degli allestimenti) che, veicolato dall’arte, sottende – e trascende – spazi e tempi della storia. Una mostra di “incontri” e “variazioni sul tema”: così 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuocoappare nell’intenzione e nella prassi seguita; spazio e tempo, voci e stili, percorsi e ritorni daranno l’idea, secondo gli organizzatori della mostra, di abbracciarsi lungo un interloquire silenzioso e dipinto, in cui la ratio creativa di Gennaro Vallifuoco incontra, percorre e trasfonde, attraverso la sua personale percezione artistica, il ciclo di Mario Schifano. Gennaro Vallifuoco, artista, pittore, scenografo e collaboratore di Roberto De Simone, ha accolto in sé suggestioni e simboli della Mater Matuta (percorso già iniziato nel 2004 con le scenografie dello stesso Vallifuoco a corredo della messa in scena di De Simone, Re bello, sul racconto omonimo di Aldo Palazzeschi) e questi suoi prodotti manufatti saranno esposti durante la mostra. 7Q – La Mater Matuta di Mario Schifano e Gennaro Vallifuoco – dettagli Le opere di Gennaro Vallifuoco che saranno esposte nella Cappella del Pio Monte della Misericordia, fanno parte del più ampio ciclo da lui curato e realizzato sulle Matres Matutae (ciclo che sarà esposto in anteprima presso la Baccaro Art Gallery, a Pagani). L’intera iniziativa artistico-culturale di cui la mostra 7Q ne è una prima parte, si pone lo scopo di riportare all’attenzione del pubblico la produzione artistica di Mario Schifano, e il suo ciclo sulla […]

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Cinema & Serie tv

I Corti sul Lettino: la X edizione della rassegna

I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi è una rassegna internazionale di cortometraggi che unisce la dottrina psicoanalitica alla prassi cinematografica. Dal 3 ottobre al 6 dello stesso mese, si terrà a Napoli, presso il PAN (Palazzo delle Arti a Napoli), la X edizione della rassegna internazionale I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi ideata dal direttore artistico Ignazio Senatore, psichiatra, giornalista e critico cinematografico, organizzata dall’Associazione Movies Event e da Pietro Pizzimento, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e con il sostegno della Regione Campania. I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi: la rassegna e il programma delle giornate La X edizione della rassegna de I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi, si articolerà in 4 giornate nelle quali saranno proiettati 41 cortometraggi selezionati – fra centinaia di lavori proposti – da una giuria composta dagli attori Marina Confalone (presidentessa di giuria), Nando Paone, Massimiliano Gallo e Shalana Santana e verranno consegnate targhe alla carriera a Cristina Donadio, Adele Pandolfi, Gianfranco Gallo, Franco Iavarone e Gianni Ferreri, interpreti, fra l’altro, di alcuni fra i cortometraggi che verranno proiettati durante la rassegna. I cortometraggi della prima giornata si incentrano, nell’intenzione, sul rapporto fra psicoanalista e paziente e intendono “inabissarsi” fra le onde dell’inconscio e della psiche; saranno proiettati: Save di Iván Sáinz-Pardo; Peggie di Rosario Capozzolo; Gray umbrella di Mohammad Postindouz; Because of a little apple di Ksenia Roganova; Tu non c’eri di Cosimo Damiano Damato con Brenno Placido e Piero Pelù; Une place di Arthur Bacry; Triunfadores di Joseba Alfaro; Pajero di Aitor González Iturbe; La risa de las mariposas di Regla Peinado Elliott; In ritardo di Franz Laganà con Cristiana Capotondi e Paolo Rossi; Happy hour di Fabrizio Benvenuto con Paolo Briguglia; El lucero di Patricia Galán, Marcos Álvares; Manicure di Francesco Natale con Adele Pandolfi. I lavori saranno commentati dallo psichiatra Adolfo Ferraro, dalla psicoanalista Rossana Calvano e da Luigi La Monica, selezionatore dei cortometraggi del Festival del Cinema Europeo di Lecce. La seconda giornata sarà una retrospettiva dedicata ad alcuni fra i cortometraggi proiettati nelle precedenti edizioni della rassegna; fra questi: L’amore è un giogo di Andrea Rovetta con Neri Marcorè; Meglio se stai zitta di Elena Bouryka con Valeria Solarino e Donatella Finocchiaro; Swing di Maria Guidone con Giuseppe Battiston; November di Eric Esser; Un uccello molto serio di Lorenza Indovina con Rolando Ravello e Chiara Caselli; Maradona Baby di Nino Sabella; L’ultimo viaggio di Valeria Luchetti con Gigio Alberti, Marina Massironi; Io non ti conosco di Stefano Accorsi con Stefano Accorsi  e Vittoria Puccini. Le pellicole saranno commentate dal critico cinematografico Alberto Castellano, dallo storico del cinema Giuseppe Borrone e da Giuseppe Colella, presidente del Coordinamento Festival Cinematografici della Campania. La terza e la quarta giornata saranno dedicate ai cortometraggi in gara, che concorrono per i premi di: miglior corto, miglior corto straniero, miglior attore, attrice e corto premiato dal pubblico. Di seguito, in dettaglio, l’articolazione delle giornate del 5 e del 6 ottobre: […]

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Culturalmente

Gli Scapigliati: temi, stile ed esponenti della Scapigliatura

Gli Scapigliati – e con essi la Scapigliatura di cui hanno fatto parte – sono stati un gruppo tutto italiano di artisti, musicisti e letterati che verso la seconda metà del XIX secolo per intenzioni simili e concordia di stili e temi furono una sorta di “sperimentalisti”. Accostati da Giosuè Carducci alla cosiddetta “terza generazione del Romanticismo”, gli Scapigliati furono lontani dalle riprese e rifunzionalizzazioni classiche tipicamente carducciane e, al tempo stesso, lontani dai temi patri del Romanticismo italiano incline alle spinte nazionali risorgimentali; lontani, altresì, dalle spinte di stampo classicheggiante e antiromantico (fondate sulla ricerca di equilibrio fra scienza e fede) di Giacomo Zanella, gli Scapigliati tendevano verso i modelli post-romantici provenienti dall’Europa – e si può dire fossero vicini anche al primo Romanticismo soprattutto tedesco per la vicinanza ai temi dell’irrazionale e dell’inquieto – e, in particolare, per similitudine di modi, furono fortemente suggestionati dal Decadentismo francese e per alcuni versi legati al Verismo e al Naturalismo (tra l’altro, pressoché contemporanei alla Scapigliatura). Gli Scapigliati, la Scapigliatura e la nascita del termine La Scapigliatura, nello specifico, non nasce come movimento artistico-letterario con intenti fortemente programmatici: gli Scapigliati sono un gruppo, più o meno coeso, di artisti, letterati e musicisti, prevalentemente milanesi e torinesi, che danno origine a una “visione alternativa” dell’arte e delle lettere rispetto alla tradizione. Sommossi da questioni e sentimenti sociali, gli Scapigliati assunsero il loro eloquente nome dal testo di Cletto Arrighi, pseudonimo anagrammato di Carlo Righetti, scrittore milanese che in un suo romanzo dal titolo La Scapigliatura e il 6 febbraio, del 1862, suggerì il termine (circolante nei salotti già qualche tempo prima della pubblicazione vera e propria del testo). Cosa si intende, letteralmente, per “Scapigliati”? Il termine vuol essere una traduzione della parola francese “bohemien” (letteralmente “boemo”), con il quale si indicava il modo di vivere del popolo boemo, per lo più nomade; il termine, per estensione, iniziò ad indicare uno stile di vita gitano e poi tutti quegli artisti che vivevano d’atteggiamenti e modi zingareschi. Gli Scapigliati lombardi e piemontesi: ragioni storiche e sociali della Scapigliatura La Scapigliatura, si è detto, è modus operandi e vivendi proprio dell’Italia settentrionale, con centro principale a Milano e con esponenti in buona parte anche torinesi. Storicamente, la Scapigliatura si colloca in un periodo di mutamenti profondi: nuovi sistemi filosofici, politici, di pensiero sconquassano precedenti credenze e ideologie e non sempre risulta immediatamente facile arrivare ad un equilibrio; gli Scapigliati, al centro di queste congiunture, si trovano come funamboli incerti sul filo dei tempi: dimidiati fra il “mito del progresso” e la “nostalgia del passato”, non trovano un netto terreno su cui appoggiare certezze. Ecco, allora il “dualismo”, tema centrale e pulsante del loro sentire, uno stato di eterna sospensione fra luce e tenebra, certezza e incertezza, illusione e disincanto, spirito e materia. Gli Scapigliati e la Scapigliatura: temi ed esponenti La Scapigliatura contenne in sé una gran quantità di sentire, anche contrastanti fra di loro (si è parlato, per l’appunto, in precedenza, del tipico sentimento […]

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Libri

“Il cadavere ingombrante” di Léo Malet: recensione

Il cadavere ingombrante dello scrittore francese Léo Malet (titolo originale del libro: “L’envahissant cadavre de la plaine Monceau”) è stato recentemente ripubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi Editore, nella collana Darkside. La casa editrice, che ha pubblicato per i suoi tipi nel corrente mese di luglio il testo, ha riproposto al lettore la traduzione dal francese a cura di Giuseppe Pallavicini. Léo Malet e le indagini di Nestor Burma Léo Malet, scrittore del XX secolo, è considerato, insieme a Georges Simenon e André Hélèna, uno degli esponenti più importanti del genere letterario poliziesco francese. Vicino, negli anni ’30 del 1900, al movimento del Surrealismo e a Salvador Dalì e a Jacques Prevert, si rivolse poi al genere del romanzo poliziesco: nel 1943, tratteggiò con la sua penna i caratteri del personaggio di Nestor Burma, l’investigatore privato protagonista, anche de Il cadavere ingombrante-  Le sue storie vengono scelte come partenza per trasposizioni cinematografiche e televisive, in serie poliziesche: le indagini di Nestor Burma, infatti, non sono scritte solo per la trama de Il cadavere ingombrante, bensì fanno parte di una serie di romanzi iniziata nel 1943 con il testo 120, rue de la Gare (tradotto poi in Italia negli anni ’90 del 1990) e completatasi nel 1959 proprio con Il cadavere ingombrante. Autore, inoltre, di una “trilogia nera” e di altri romanzi, Léo Malet fu insignito nel 1948 del Gran Prix de littérature policière (premio annuale assegnato a quello che viene considerato dalla giuria il miglior libro francese giallo pubblicato in quello stesso anno) e nel 1958 del Gran Prix de l’Humour noir, premio letterario che viene riconosciuto a Malet per la serie I nuovi misteri di Parigi (serie, fra l’altro, incentrata sulle indagini di Nestor Burma scritte fra il 1954 e il 1959) in cui, in ognuna di queste indagini, l’azione principale è svolta in una diversa circoscrizione municipale di Parigi. Leo Malet, Nestor Burma e Il cadavere ingombrante: il libro Lo stile singolare di Malet emerge anche attraverso una semplicità sintattica spesso telegrafica, che potrebbe avere, nelle intenzioni, lo scopo di riflettere anche attraverso questa particolare “libertà” dell’uso dell’interpunzione le azioni spesso tese e nervose dei protagonisti: spesso i lunghi respiri sono dedicati alle descrizioni di ambienti o scene mentre per i dialoghi e le riflessioni particolari, l’andamento si fa più spezzato. Il testo inizia con una telefonata: una donna chiama Burma per affidargli un incarico ma, arrivato nella sua casa, l’investigatore trova due cadaveri: quello della donna che l’aveva contattato e quello di suo marito. La polizia sembra aver chiuso subito – e frettolosamente – il caso, mentre Burma continua le proprie indagini scoprendo delle verità “ingombranti”: il caso, dunque, non è da considerarsi chiuso e l’investigatore privato inizia a scendere – e a sprofondare come in una spirale vorticosa – in un groviglio di vizio e corruzione, di inganni, collere e tradimenti. Il caso è stordente e intricatissimo, ma pian piano i fili vengono sbrogliati e la matassa dipanata. Léo Malet: un consiglio per i lettori […]

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Culturalmente

Fra le rime «aspre e chiocce»: il conte Ugolino della Gherardesca

Il conte Ugolino della Gherardesca è uno dei personaggi che “popolano” la Commedia dantesca; in particolare, Dante incontra questa figura in una delle zone più tetre e “sozze” dell’Inferno: il cerchio dei traditori. Come ben si sa i personaggi cantati da Dante nelle sue terzine non sono tutti personaggi carpiti dalle tradizioni letterarie a lui note, anzi molti appartengono alla realtà – vuoi per com’era davvero, vuoi declinata per scopi poetico-didascalici – da lui stesso conosciuta; il conte Ugolino è uno di questi personaggi. Il Conte Ugolino della Gherardesca: il personaggio storico Ugolino della Gherardesca, era conte di Donoratico e appartenente ad una famiglia di antico casato; egli era signore di una parte del regno di Cagliari e fra i primi della città di Pisa. Di appartenza ghibellina, si alleò poi con la parte guelfa al fianco dei Visconti per questioni legati ai suoi feudi in Sardegna, feudi di cui non voleva pagare i tributi al Comune di Pisa. Venne per questo motivo accusato e bandito dalla città, ma dopo la battaglia della Meloria del 1284 – e in seguito al timore di Pisa nei confronti della lega di Genova – il conte Ugolino della Gherardesca fu riammesso nella città anche tramite l’appoggio della Lega guelfa e venne creato prima podestà nello stesso anno del 1284 e poi capitano del popolo nel 1285. In quel periodo si trovò contro associate le città di Genova, Lucca e Firenze, tutte di parte guelfa, e decise, per arginare almeno in parte la guerra, di cedere a Firenze alcuni castelli e Pontedera e a Lucca le zone di Viareggio e Ripafratta; con Genova la guerra continuava. Nel 1285 alla signoria di Ugolino della Gherardesca venne ammesso Ugolino Visconti, forse mossa questa voluta sempre in seno ad un qualche spiraglio di pace eppure nel 1287 fra i due si incrinarono i rapporti – forse anche in seguito al breve communis Pisani e al breve populi Pisani – fino al 1288 in cui parve che reggessero entrambi la signoria. Nello stesso anno, però, la parte ghibellina dei pisani, fra cui l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e le famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi spodestarono Ugolino della Gherardesca, accusandolo di tradimento, dopo che questi si era alleato con loro nell’intento di cacciare dalla signoria Ugolino Visconti. L’accusa di tradimento portò Ugolino della Gherardesca alla prigionia fino al 1289, anno in cui fu lasciato all’inedia. L’arcivescovo degli Ubaldini condannò alla prigionia (nella Torre sulla piazza degli Anziani di Pisa) anche i figli di Ugolino della Gherardesca, Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e Nino; la porta sbarrata della prigione venne aperta solo per traslare i corpi e seppellirli presso il convento di San Francesco a Pisa. Il Conte Ugolino della Gherardesca nella Divina Commedia Alla conclusione del XXXII canto dell’Inferno, Dante si trova con Virgilio nel IX cerchio, quello dei traditori e, in particolar modo sta sul limitare fra la prima zona (la Caina, dove sono puniti i traditori dei parenti) e la seconda (Antenora, preposta ai traditori della […]

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Musica

Mimas Music Festival: intervista a Luciano Ruotolo

Dal 21 al 31 agosto, nell’isola di Procida, si terrà il Mimas Music Festival, un evento organizzato dall’Associazione musicale Mousikè, cofondata dal maestro di pianoforte Luciano Ruotolo, che vedrà piacevolmente impegnati studenti e studiosi dell’arte musicale. Il festival sarà articolato in giornate in cui sarà possibile apprendere da maestri di musica di fama internazionale, e suonare al loro fianco, in un percorso che non solo avrà per protagonisti giovani talenti, ma che darà anche la possibilità a quanti vorranno e potranno di perfezionare praticamente la loro conoscenza musicale. In occasione dei preparativi per il Mimas Music Festival, abbiamo intervistato il pianista Luciano Ruotolo, direttore artistico del Festival. Intervista al maestro Luciano Ruotolo Luciano, tu sei cofondatore dell’Associazione Mousikè e della Accademia Musicale Europea: vuoi parlarci nello specifico degli intenti di questi due progetti, delle iniziative promosse e delle manifestazioni culturali in cui siete impegnati? L’Associazione Mousikè è stata fondata con il Soprano Romina Casucci e nasce nel 2008 con lo scopo di creare un nuovo circuito musicale fondato sull’eccellenza e sulla valorizzazione di giovani musicisti, rendendoli protagonisti all’interno dello scenario nazionale ed internazionale attraverso l’ideazione di rassegne, laboratori, masterclass, corsi ordinari di alta formazione musicale ed è impegnata nella divulgazione della musica considerata come un mezzo necessario alla crescita ed alla formazione sociale. All’interno dello Splendido Palazzo Venezia Napoli, ex sede dell’Ambasciata Veneta nel Regno di Napoli, abbiamo fondato per questo scopo l’Accademia Musicale Europea. La volontà di essere protagonista, oltre che partecipe, di un lavoro che abbracciasse musica e canto a Napoli e che si spingesse fuori dai confini nazionali, mescolando antico e moderno, nostrano e straniero: come è nata l’idea e cosa ti ha spinto a portarla avanti? Sono profondamente convinto che la Musica detta ‘Classica’ ha una potenza in grado di arrivare a chiunque, senza differenze e Napoli è stata la culla della Musica e riferimento in tutto il mondo. Vogliamo riportare la nostra realtà al livello che merita mettendo tutte le nostre capacità al meglio. Il Canto è la prima forma di Musica che ognuno di noi attua, non a caso la grande scuola pianistica Napoletana nasce da L’Arte del Canto applicata al Pianoforte di S. Thalberg. Questi sono stati i primi due grandi binari dai quali è partito il nostro progetto. L’occasione per questa intervista è nata in seguito alla notizia dell’organizzazione del Mimas Music Festival: quali sono i punti salienti dell’evento e come si articolerà nello specifico? Prima di tutto voglio esprimere la mia gioia per questo progetto perché amo particolarmente Procida, sede del Festival. Il titolo “Mimas” l’ho scelto per richiamare l’origine primordiale e mitica dell’isola rievocando il Titano sepolto nella leggenda a Procida. Abbiamo proposto la collaborazione all’Amministrazione di Procida trovando un entusiasmo particolare che ci ha portato a creare questo momento insieme; voglio ringraziare l’Assessore Nico Granito ed il Consigliere con delega al Turismo Giovanni Scotto di Carlo per la grande disponibilità. Il Festival si svolgerà dal 21 al 31 agosto con Maestri e studenti provenienti da diverse parti del Mondo, […]

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Cinema & Serie tv

Cortometraggio Abbasc’: intervista a Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni

Il 27 aprile scorso è stato presentato, presso le sala de Al Blu di Prussia, a Napoli, il cortometraggio  scritto da Claudia Fiorito e diretto da Lorenzo Buongiovanni. La trama è semplice, ma al tempo stesso intrigante: una donna alacre si prodiga con atti e gesti di utilità pubblica e senso civico nel quartiere in cui abita. Questi suoi comportamenti vengono recepiti in maniera contrastante dalle vicine, tra cui una in particolare che è convinta che la donna, dietro la sua solerzia, nasconda la necessità d’espiare un proprio senso di colpa. Abbiamo intervistato Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni e abbiamo posto loro alcune domande a proposito del lavoro che hanno diretto. Abbasc’: l’intervista L’idea del cortometraggio, della sua trama e delle sue implicazioni sociali e psicologiche nasce a partire da un’esperienza vissuta da Claudia Fiorito. In che termini esperienza reale e filtro cinematografico si sono incontrati? Quali elementi sono stati modificati, sottolineati, rivoluzionati nella sceneggiatura? Claudia Fiorito – Alcuni anni fa vidi un servizio al telegiornale che riportava di una donna che nel tempo libero si dedicava alla pulizia degli spazi pubblici nel vicinato. Agli intervistati, residenti del quartiere, la cosa sembrava far piacere: erano tutti ammirati dalla solerzia della signora, già un po’ avanti negli anni. E poi sentii la notizia della fontana di Monteoliveto, periodicamente imbrattata di graffiti, ripulita da un gruppo di volontari: il riscontro in questo caso non fu positivo e il gruppo venne segnalato alla soprintendenza da un comitato cittadino. È da questi fatti che nasce l’idea di Abbasc’, che ho scritto – più che nel tentativo di una denuncia sociale – partendo dal mio interesse per l’umano, dalla curiosità per come sarebbe andata se la polemica fosse nata dalle azioni della volenterosa signora, se tra gli intervistati si fosse instillato un sottile senso di colpa, un sentimento di invidia. Penso che sarebbe successo qualcosa di simile alla sceneggiatura che ho scritto. La pellicola gira intorno a un dualismo: opera buona e senso di colpa. Quale l’intentio princeps dietro la regia e la sceneggiatura di Abbasc’? Lorenzo Buongiovanni – È la coscienza delle tre donne che mi interessava. Una delle donne (Annamaria, interpretata da Liliana Palermo) spiega le sue ragioni, limpida, senza mezzi termini; però è quella che vediamo solo alla fine. L’altra è la protagonista (Tina, interpretata da Rosaria De Cicco); seguiamo la sua vita ma le sue intenzioni rimangono nell’ombra. Anche la sorella (Maria, interpretata da Maria Rosaria Virgili) sembra non conoscere questa intenzione. Però lei ha un’altra coscienza, è l’unica cosa che le distingue davvero. Claudia Fiorito – Mi “solleticava” la creazione di una storia dai risvolti estremi ma anche probabili; per citare Paolo Sorrentino: “il cinema è eccezionale nel reale”. I personaggi di Abbasc’ hanno vite comuni: non sono eroi o “super cattivi” da film della Marvel, tuttavia riescono a creare dinamiche complesse facendo nascere da un gesto di bontà disinteressata una ragione per scatenare una guerra. È un tipo di situazione in cui chiunque potrebbe ritrovarsi, anche se speriamo che non […]

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Libri

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: intervista al curatore

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone è un progetto fotografico e di indagine sociale molto interessante, basato sull’osservazione diretta delle vite che animano la città di Napoli. Cosa vuol dire essere napoletani? Cosa significa far parte del ricco tessuto urbano e umano partenopeo? Cosa vuol dire Napoli? La “gente di Napoli” si mostra e attraverso le fotografie e le didascalie ad ognuna di esse dà la propria risposta quasi simbolicamente “rivolgendosi” all’obiettivo fotografico che la “osserva” e silenziosamente la “interroga”. Uno studio “combinato”, fra discipline umane e fotografiche, dunque, da cui è nato un libro, presentato recentemente al PAN; un progetto perpetuamente in fieri, dato che può svilupparsi e quindi modificarsi costantemente insieme all’uomo e alla società. Abbiamo intervistato Vincenzo De Simone, fotografo e psicologo, curatore del libro e del progetto. La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: l’intervista Da un punto di vista “tecnico”, cos’è e come appare, nelle intenzioni, il progetto La gente di Napoli? Quali sono stati gli esiti della ricerca fino ad oggi condotta? La gente di Napoli è un progetto nato dall’amore per la propria città, per la cultura, per le innumerevoli sfaccettature di un luogo che vive di una complessità intrinseca che lo rende sociologicamente unico. È un amore quasi romantico per il proprio territorio, che come tale si trasforma in necessità di conoscere, sviscerare, approfondire. Napoli è una mescolanza fra pensieri molto diversi fra loro, quasi caotici. C’è da dire che è un campo di studio molto difficile da formalizzare e che poi, in realtà, formalizzato eccessivamente potrebbe anche portare a perdere varie sfaccettature che fanno parte del napoletano. Abbiamo raccolto testimonianze che erano l’una l’opposta dell’altra e che rappresentavano la personalissima opinione di ciascun individuo. Dalle varie co-occorrenze analizzate, i dati ottenuti sembrerebbero confermare l’ipotesi secondo la quale le caratteristiche personali dei soggetti abbiano un peso nel tipo di opinione formulata su Napoli. I risultati mostrano, infatti, una distribuzione netta dei risultati rispetto alle diverse variabili considerate: ad esempio, prendendo in esame la variabile “età”, è possibile osservare una marcata prevalenza dei pensieri formulati. Tale prevalenza  non si riflette unicamente nel carattere positivo/negativo delle risposte, bensì sembrerebbe suggerire un’estremizzazione delle risposte nei più giovani e una tendenza, in età più avanzata, ad una riflessione più orientata verso sentimenti nostalgici o di rivalutazione. Il progetto La gente di Napoli mescola l’arte fotografica allo studio psicologico e sociologico; quanto queste discipline hanno in comune? La fotografia ha un legame strettissimo con la psicologia e la sociologia: racconta tutto di te, delle persone e dei paesaggi che fotografi. Da psicologo trovo interessante creare immagini che trasmettano un messaggio, un’idea riguardo il comportamento umano, riguardo le emozioni e le relazioni. C’è sempre una storia che merita di essere raccontata e questo è quello che cerco di perseguire con il mio progetto. Con la sua creazione mi avvicinavo per la prima volta al mondo del ritratto, lo specchio dell’anima. Lo studio accademico risulta indispensabile per poter codificare emozioni, sensazioni e modi di fare degli intervistati. […]

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Comunicati stampa

Fisciano Brain Camp: l’Università incontra il lavoro

Fisciano Brain Camp è una manifestazione, giunta alla sua II edizione, che si terrà dal 23 al 25 maggio presso il Teatro d’Ateneo dell’Università degli Studi di Salerno. L’intento della manifestazione è quello di creare un ponte fra Università e occasioni e possibilità lavorative. Le aziende si presenteranno attraverso laboratori di approfondimento e seminari dedicati a nuove professioni e tecniche di ricerca attiva del lavoro. Il progetto è promosso dal Comune di Fisciano in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno, con l’Associazione Vivi Unisa, con Dlivemedia e con Zon Service. La manifestazione si concluderà con il Festival Vivi Unisa di Notte, evento musicale alla sua IX edizione. Fisciano Brain Camp: l’iniziativa Fisciano Brain Camp vuole mostrare quale sia il panorama aziendale locale e nazionale dando l’opportunità ai giovani di utilizzare le proprie capacità per costruire il proprio futuro. L’evento è concepito come un campus diffuso fra il territorio comunale e gli spazi universitari, in cui si alternano attività e iniziative. Per partecipare alla manifestazione è necessario iscriversi attraverso il sito www.fiscianobraincamp.it tramite la piattaforma realizzata in collaborazione con Zon Service. Fisciano Brain Camp: l’intento di avvicinare il lavoro ai giovani Gli obiettivi dell’evento sono tutti legati alla questione dell’inserimento dei giovani nel lavoro: essi sono concepiti, dunque, al fine di favorire l’incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, indirizzare i giovani verso le nuove professioni, stimolare l’attitudine alla cooperazione, selezionare idee e progetti per lo sviluppo sostenibile, rendere la comunità di riferimento più aperta e dinamica. All’interno della manifestazione verranno offerte opportunità di lavoro, di formazione e di consulenza sulla possibile futura professione partendo dai contesti aziendali locali e aprendosi a quelli nazionali. L’iniziativa avrà la forma del convegno e sarà un’occasione per assistere ad un dialogo fra i protagonisti della politica regionale e locale, delle aziende, delle istituzioni universitarie e della società. Fisciano Brain Camp: il programma Le giornate dedicate al Fisciano Brain Camp saranno articolate nel seguente modo: 23 maggio: in mattinata sarà tenuto un convegno istituzionale che introdurrà la manifestazione e tratterà le tematiche su cui sarà articolata la manifestazione; una breve videoproiezione presenterà le aziende partecipanti; nel pomeriggio vi saranno le selezioni per intraprendere un tirocinio formativo presso la stazione radiofonica Radio Base (per iscriversi alle selezioni, accedere alla piattaforma dedicata sul sito www.fiscianobraincamp.it). 24 e 25 maggio: incontri dedicati ai giovani alla ricerca di un lavoro e possibilità di colloqui con le aziende.

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Eventi/Mostre/Convegni

La gente di Napoli: la presentazione del libro al PAN

Il 14 maggio al PAN, palazzo delle Arti di Napoli, è stato presentato, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, il volume La gente di Napoli – Humans of Naples, curato da Vincenzo De Simone, con la prefazione di Paolo Chiariello e con le illustrazioni di Gioia Romanelli. Alla realizzazione del libro hanno, inoltre, collaborato Vittorio Sarnelli, Virginia Santoro, Ciro Pizzo e Massimo di Roberto; alla pubblicazione del volume hanno contribuito la pasticceria Mennella e l’associazione Napoli da Vivere. La gente di Napoli – Humans of Naples: il progetto Il libro La gente di Napoli – Humans of Naples, patrocinato dal Comune di Napoli, nasce dal progetto fotografico e di indagine psicosociale La gente di Napoli, i volti e le storie dei napoletani, patrocinato dal Comune di San Giorgio a Cremano, dall’Assessorato all’Assistenza sociale della Regione Campania e dal Consiglio Regionale della Campania: tale progetto, che prende spunto dall’omologo progetto Humans of New York, di Brandon Stanton, mira a ricostruire, come tessere di un mosaico, i fili delle rete culturale e sociale di Napoli. Attraverso fotografie e pensieri, propri dei soggetti ritratti e che fissano idee, speranze, progetti personali, lo scopo di Humans of Naples è quello di rintracciare un sostrato comune, di delineare una costante sociale e analizzare, indagando in chiave psicosociale, l’umanità che popola Napoli. La gente di Napoli – Human of Naples: la presentazione La presentazione del volume La gente di Napoli – Humans of Naples si è spiegata attraverso gli interventi  dello psicologo e fotografo Vincenzo De Simone, del sindaco del Comune di Napoli Luigi de Magistris, del sociologo e docente dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa Ciro Pizzo, dello psicologo e docente del medesimo Ateneo napoletano Massimo di Roberto, dell’Assessore ai Giovani e alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli Alessandra Clemente, del giornalista e scrittore Paolo Chiariello e dello psicologo Vittorio Sarnelli. Ha aperto l’incontro Luca Espinosa. I vari e intensi interventi hanno affrontato temi profondi e aspetti importanti del libro: l’umanità che popola Napoli e dello spazio sociale che vivono, la costruzione di un’immagine di ciò che sentiamo, un armonioso coacervo di diversità, la necessità di partecipare alla vita di Napoli, alla crescita sociale come diritto e insieme dovere del singolo attraverso la cultura e l’umanità. E ancora, la presenza di una matrice comune, di un sostrato territoriale, di un demarcatore sociale, di un’identità collettiva. Essere “gente di Napoli” vuol dire appartenervi: in che maniera, in quali termini e in che misura questo avviene, questo si esplica e questo significa per i partenopei, siano essi d’adozione o di origine, è uno dei temi fondamentali della ricerca psicosociale condotta dai curatori e autori del libro e che si articola attraverso un linguaggio combinato fatto di immagini, sensazioni, parole. Un progetto di giovani studiosi, La gente di Napoli, un progetto ancora, e forse sempre, in fieri: impossibile mettere un punto fermo allo studio della società e dell’uomo, in perenne e continuo divenire, in un percorso dinamico che passa anche […]

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Libri

“Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio”, la scuola secondo Maria Teresa Serafini

Qual è il rapporto fra scuola e famiglia? Fra genitori, studenti e insegnanti? Quali gli approcci e i modelli da seguire e intraprendere per il benessere a scuola? Maria Teresa Serafini analizza queste tematiche nel suo volume Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio, testo illustrato da Viviana Lagazzi e pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo. Il libro Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio Maria Teresa Serafini svolge un discorso rivolto ai genitori degli studenti affinché intraprendano un percorso rivolto al benessere psicologico dei propri figli che sia a sua volta benefico per il contesto in cui si trovano: “spalleggiare” i propri figli a oltranza, nonostante tutto, non è certo di aiuto, anzi è un comportamento del tutto nocivo; la scelta giusta risiede in un atteggiamento di autorevolezza e non di autoritarismo o permissivismo. Serafini analizza vari tipi di comportamenti di genitori, vari archetipi di famiglia, esponendo i pro e i contro di questo e di quel modus vivendi e operandi e gli effetti che essi ingenerano, inevitabilmente, sui figli. Una riflessione sugli stili educativi, con attenzione a quelli che saranno di volta in volta gli effetti psicologici sul figlio-discente, apre, di conseguenza, la via a quello che è il rapporto studente e scuola. Il dialogo e la compartecipazione, figli entrambi dell’autorevolezza, del rispetto dei ruoli e della stima vicendevole e interpersonale, sono i comportamenti vincenti di crescita e benessere, personale e sociale. Il libro Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio: i temi Lo scritto di Maria Teresa Serafini è trapunto di esempi, di domande, di riflessioni. L’andamento della prosa è semplice, chiaro e d’effetto. Un testo che sembra tratteggiare una linea per i genitori al fine di far crescere figli educati al rispetto di loro stessi e del prossimo ancor prima che consapevoli studenti e che evidenzia la necessità della socializzazione, contro il pernicioso e presente individualismo e che agisca da freno, funga da argine, ai modelli “liquidi” di crescita e che favorisca il rispetto di regole autorevolmente strutturate, codificate e condivise. Larga parte del testo si sofferma su questioni prettamente psicopedagogiche: le strategie educative, la riflessione sulle intelligenze multiple, l’attenzione alle inclinazioni caratteriali e lo sviluppo della creatività. Serafini ci ricorda che l’educazione passa sempre attraverso attenzione e consapevolezza, mai attraverso regimi autoritari e permissivismo. Il libro Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio: la struttura Se da un lato l’autrice di Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio si rivolge ai genitori, dall’altro si rivolge agli insegnanti: dopo la riflessione sui modelli genitoriali, si rivolge ai modelli di insegnamento. Similmente alla linea seguita per i genitori, il discorso si rivolge ai comportamenti degli insegnanti, delineando di volta in volta quali risultano essere gli effetti che essi ingenerano nello studente e sulla classe. Un lavoro di collaborazione, un rapporto reciproco e uno scambio mutuo di pareri, riflessioni e competenze: ecco l’idea che delinea  Maria Teresa Serafini e che interessa quel segmento fondamentale nella crescita dell’adolescente: […]

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Eventi/Mostre/Convegni

TrentaTram: Festival per giovani compagnie teatrali

TrentaTram è il titolo di una bella iniziativa, quest’anno alla sua I edizione, nata al TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica) di Napoli e in cartellone dal 10 al 27 maggio. Un festival che vede in scena 11 spettacoli, scelti tramite un bando pubblico sul territorio nazionale italiano, interpretati e diretti da artisti e registi tutti al di sotto del trentesimo anno di età. Come espresso dal direttore artistico del TRAM, Mirko Di Martino, il TrentaTram ha l’intento di «dare visibilità ai giovani, di sostenerli e incoraggiarli nel loro percorso di crescita» dato che il «teatro del futuro è nelle mani delle giovani compagnie teatrali»: bene così, dare un’opportunità a questi artisti e dedicare uno spazio dedicato esclusivamente per loro. TrentaTram: la scena ai giovani, il voto al pubblico e agli esperti Il concorso teatrale si sviluppa in maniera per certi versi analoga a quanto accaduto con un’altra bella e interessante iniziativa svoltasi al TRAM, le “sfide” di Teatro Match: in questa manifestazione, vengono messi a confronto due autori teatrali, “difesi” tramite una serie di letture di brani estratti dai loro testi, tramite una serie di spezzoni cinematografici o riprese video in teatro di rifacimenti d’autore e tramite la “difesa” in loco, nella sala del Teatro di due “difensori”, con il pubblico presente munito di palette colorate per votare. TrentaTram, presenta un meccanismo di voto analogo per certi versi, con la presenza ancora una volta del pubblico, affiancato, però, da una giuria di “esperti del settore”. Come descritto in cartella stampa, le modalità delle votazioni saranno, così, molto semplici e chiare: “A valutare gli spettacoli in concorso ci saranno due giurie, una composta da esperti del settore e l’altra da spettatori: la compagnia vincitrice potrà portare in scena il proprio spettacolo nella stagione 2018/19 del TRAM. Ci saranno, inoltre, premi e riconoscimenti per le diverse categorie artistiche”. TrentaTram: il programma Il programma degli spettacoli proposti spazia tra rivisitazioni, libere ispirazioni, reinterpretazioni e testi inediti, scritti ex novo: un cartellone vario e interessante, come spesso il TRAM ha proposto e propone ai suoi spettatori. Ecco di seguito gli spettacoli in concorso: 10 maggio, ore 21.00:    6 marzo 1938 di Guglielmo Lipari 11 maggio, ore 21.00:    Audizione di Chiara Arrigoni 12 maggio, ore 21.00:    Capinera di Rosy Bonfiglio 13 maggio, ore 18.00:    Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia 17 maggio, ore 21.00:    Fortuna di Alessandro Sesti 18 maggio, ore 21.00:    3some di Tommaso Fermariello 19 maggio, ore 21.00:    L’imbroglietto di Niccolò Matcovich 20 maggio, ore 18.00:    Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano 25 maggio, ore 21.00:    La regola di Elia di Antonio Magliaro 26 maggio, ore 21.00:    Bagarìa di Francesco Rivieccio 27 maggio, ore 18.00:    Specchio rotto di Sharon Amato I biglietti del festival possono essere acquistati e prenotati direttamente dal sito. Si ricorda, anche, la possibilità di offerte con l’acquisto di una tessera valevole per il Festival. Per questa informazione si rimanda a uno dei contatti del botteghino presenti sul sito del teatro TRAM.

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Eventi/Mostre/Convegni

Presentazione del volume “Dopo Eduardo” al Mercadante

Lunedì 23 aprile, al foyer del Teatro Mercadante di Napoli, si è tenuta la presentazione del libro Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli, curato dalla giornalista Luciana Libero e sponsorizzato dalla Fondazione Eduardo De Filippo. Il libro, primo volume della Collana Teatro della Serie Oro della casa editrice Apeiron, ideata e diretta dalla giornalista Anita Curci, è stato presentato dalla stessa Casa Editrice Apeiron e dal Teatro Stabile di Napoli. Il volume Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli Il libro, curato dalla giornalista, studiosa e critica teatrale Luciana Libero, è un’antologia critica sul teatro a Napoli dagli anni ‘80 del 1900 fino ai giorni nostri. Il volume segue nelle intenzioni il precedente testo di Luciana Libero in cui la studiosa aveva raccolto riflessioni critiche e indagini proprio sulla Nuova Drammaturgia napoletana. Con Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli, si ampliano i discorsi ritornando e rinnovando questioni e riflessioni intorno all’argomento del teatro post-eduardiano. La presentazione di Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli La presentazione, scandita in letture di brani a cura degli autori e di attori e moderata da Sergio Marra, responsabile dell’Ufficio stampa del Teatro Stabile di Napoli, si è aperta con i saluti di Luca De Fusco, regista e direttore dello stesso Teatro Stabile, e con gli interventi del critico teatrale Giulio Baffi, della giornalista Titti Marrone, del drammaturgo napoletano Manlio Santanelli, della giornalista Anita Curci e della stessa Luciana Libero. La presentazione è proseguita con letture di brani tratti da Scannasurice di Enzo Moscato, da Saro e la rosa di Francesco Silvestri, Donne di potere di Fortunato Calvino, L’abito della sposa di Mario Gelardi e Mal’essere di Davide Iodice: nell’ordine, hanno prestato le loro voci, tra gli altri, e le loro interpretazioni, Imma Villa, Maria Basile Scarpetta, Rosaria De Cicco, Rita Montes, Roberta De Pasquale, Gennaro Maresca e gli interpreti e autori del lavoro collettivo, di trascrittura – riscrittura, Mal’essere. Aspetti del libro Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli approfonditi durante la presentazione Durante la presentazione del volume gli aspetti su cui si è soffermata l’attenzione sono stati soprattutto la presenza imprescindibile in senso teatrale della parola e della presenza dello stile e dei concetti eduardiani e della poderosa mole, come ricorda Luca De Fusco, di drammaturgia napoletana di qualità in età contemporanea. Le riflessioni si sono catalizzate intorno a quello che è, teatralmente, il post-Eduardo, la concezione del teatro e della drammaturgia negli anni successivi al maestro De Filippo. «Tradizione e tradimento», come ha metaforicamente espresso Manlio Santanelli, un’indagine fra ciò che è e ciò che è stato, un tentativo di lettura che intrecci e differenzi, al tempo stesso, passato e presente teatrale. Una «autobiografia generazionale condivisa», come ha detto Titti Marrone, della grande famiglia teatrale, fatta di ritmi e suggestioni, di vibrazioni e movimenti, di frenesia, riflessioni e vivacità.

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Recensioni

Varietà – per sfuggire al destino: al teatro Sancarluccio

Varietà – per sfuggire al destino è uno spettacolo in scena dal 20 al 22 aprile, al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, scritto e diretto da Gennaro Monti e interpretato da Matteo Mauriello, Laura Lazzari, Sonia De Rosa e con la partecipazione del maestro Gerardo Buonocore, al pianoforte, direttore, questi, delle musiche e degli arrangiamenti. Lo spettacolo Varietà – per sfuggire al destino Varietà – per sfuggire al destino si presenta, come di consueto negli spettacoli interpretati da Matteo Mauriello, una riuscita e ben congegnata contaminazione fra diversi stili e generi in cui in aggiunta a più riprese dialogano apertamente e piacevolmente canto e recitazione, pantomima e musicalità.  E, come di consueto, Matteo Mauriello non si fa mancar niente entro la varietà delle maschere sceniche e mimiche di cui, di volta in volta, di spettacolo in spettacolo, dispone trasformandosi in un camaleontico interprete al fianco dei suoi altrettanto camaleontici compagni sul palcoscenico, Laura Lazzari, Sonia De Rosa e Giovanni Monti. Varietà – per sfuggire al destino: gli interpreti L’energia nello spettacolo non è risparmiata: veloci scambi di battute, un susseguirsi di gesti, parole, ritmi, musiche, queste sapientemente arrangiate dal maestro Gerardo Buonocore, il tutto alternato a momenti di  riflessione metateatrale sui vezzi e i “patimenti” del mestiere della recitazione. Gli interpreti tutti e Gennaro Monti, autore dei testi di Varietà – per sfuggire al destino, oltre che interprete dello stesso, hanno portato in scena una riflessione sulla “psicopatologia” che può colpire un attore, la sua necessità di spazio, spazio scenico, e il suo bisogno di “farsi strada” in mezzo ad altri. Tutto ciò, in un livello di sostrato interpretativo, suggerisce un messaggio particolare e attento: il silenzio e la malinconia, se non anche il dolore e la solitudine, che può celarsi dietro a un evento apparentemente allegro e “dionisiaco”, costruito ad hoc affinché sia tale. Varietà – per sfuggire al destino: i messaggi La trama dello spettacolo, molto semplice ma non per questo superficiale, si muove intorno alle vicende di un manipolo di attori che, per un “gioco” del destino, un “colpo di dadi” della fortuna, si ritrovano, in una dolce amara “girandola” di brani da recitare, in un turbinio di pezzi l’uno successivo all’altro. E dopo tutte le voci, le luci, i suoni, i rumori, Varietà – per sfuggire al destino si chiude così come si era aperto, in un gioco di opposizione fra ciò che è e ciò che appare: il buio che scende, l’immobilità e il silenzio.

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Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Archè alla Galleria d’Arte Serio: intervista a Paola De Rosa

Dal 22 febbraio al 2 marzo è visitabile, alla Galleria d’Arte Serio di Napoli a via Oberdan, la Mostra Archè: dipinti e disegni d’architettura dell’architetto Paola De Rosa e curata da Danilo Russo. Eroica Fenice ha intervistato  l’artista autrice della Mostra Archè esposta nella Galleria d’Arte Serio  Gentile architetto, vuol parlarci del suo percorso artistico e professionale? È un percorso apparentemente tortuoso. Ho scelto la pittura all’età di dieci anni. Ho fatto gli studi artistici ma, a 18 anni, ho capito che mancava qualcosa, o meglio, che c’era una mano ma non una testa in grado di rispondere a una “semplice” domanda: cosa dipingere? Non “come dipingere”, ma “cosa dipingere”. Questa sospensione dolorosa la riversai nell’architettura. Mi iscrissi alla facoltà di architettura non dimenticando mai di essere una pittrice. Oggi osservo che, mentre stavo studiando, stavo anche rispondendo. Senza saperlo, nei miei “disegni tecnici” scrivevo la risposta. Ho svolto la professione di architetto, prediligendo soprattutto il cantiere. Ho aspettato che la mano e la testa si ritrovassero e ho ripreso a dipingere. Era più o meno il 2008. Cosa dipingere? Il vero dal vero. Un gioco di parole per esprimere due concetti fondamentali: il cosa, che coincide con il tema religioso, cioè il Vero, e il come, che coincide con gli oggetti quotidiani con cui opero dal vero. Ho cominciato, così, a costruire le mie prime nature morte. Per la costruzione di questi dipinti, è stato decisivo l’utilizzo di un quotidiano – L’Osservatore Romano – prezioso nel suggerirmi contenuti e immagini e fondamento dello spazio compositivo che andavo costruendo. Ho proseguito, poi, per cicli pittorici immaginando sempre ogni singola opera come una natura morta allegorica. In questi cicli, l’utilizzo del quotidiano ha perso, via via, la sua funzione originaria per trasformarsi sempre più in una griglia geometrica. Archè: di cosa ci “parlano” le opere esposte nella sua mostra ?  Quali i messaggi sottesi dietro ogni creazione? Archè, nella volontà del curatore Danilo Russo, propone una raccolta di lavori che copre temporalmente gran parte della mia produzione pittorica, ponendo l’attenzione su tutto il processo che accompagna la realizzazione dei dipinti: disegni preparatori e acquerelli. Tutto il materiale “parla” di una ricerca spaziale dove porre gli “oggetti trovati” che sono, spesso, torsoli di mela modellati con il coltello, ossi del macello, libri, frasi, immagini. Ribadisco che il tema religioso non è il fine delle mie opere, il messaggio sotteso, ma è la spinta creativa: si parte dal titolo, si entra nella spazio del dipinto, si interrogano i suoi oggetti e si può  terminare il viaggio con l’osservare una semplice natura morta, con le sue forme i suoi colori le sue geometrie. L’uso della forma, del colore, della linea, del linguaggio e degli strumenti dell’arte e dell’architettura: come si presenta Archè? I dipinti in mostra sono realizzati in modo “artigianale”: su una tela applicata ad un telaio interinale stendo una preparazione a base di gesso e colla di coniglio – come si usava nel ‘400 – sulla quale dipingo utilizzando terre e pigmenti da me macinati. […]

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