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Eroica Fenice

Libri

L’isola della libertà: recensione testo

L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra è il recente testo di Angelo Michele Imbriani pubblicato lo scorso settembre per Il Terebinto edizioni e revisionato a cura di Lorena Caccamo. L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra: il testo Un viaggio, un cammino scrupoloso, attraverso luoghi fisici alla ricerca – intesa come recupero – del concetto di vera libertà: così si può riassumere la volontà dell’autore, il senso, in nuce, del testo. «Dovremmo sapere o capire meglio ciò in cui crediamo, ciò in cui possiamo ancora credere e che dovremmo impegnarci a salvare. Solo così sapremo per cosa dovremmo pregare»: in seno a questa convinzione si apre il testo, e con esso il lungo itinerario lungo la libertà, di Angelo Michele Imbriani; un viaggio che è un resoconto di usi, costumi, tradizioni, luoghi (geografici e della mente) in Gran Bretagna. Perché proprio la Gran Bretagna? L’autore de L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra spiegherà, lungo lo scorrere delle pagine scritte, la sua personalissima versione delle cose, il suo personale modo d’intendere la libertà, enucleando al lettore, di volta in volta, il suo procedere nel pensiero lungo una manciata di giorni: come lui stesso ci testimonia, infatti, passando per le Midlands, per le Cotswolds, per Oxford, Winchester, metaforicamente per la colazione inglese – intesa nella sua dimensione tradizionale e “rituale”, nel senso popolare del termine – e ancora per Salisbury, Londra e i “Clive steps” («La mia strada è precisamente la traversa sulla sinistra che precede Downing Street. Si chiama King Charles Street […] Secondo le indicazioni, la strada devo percorrerla tutta, fin quasi ad arrivare al St. James Park. Prima del parco, vi sono però delle scale, i Clive steps»): proprio questa scala con i suoi gradini – svelerà l’autore – rappresenta la meta di questo suo viaggio: «Avremmo bisogno di una classe dirigente degna», e continua: «Forse una vera classe dirigente non manca semplicemente per difetto di carattere degli uomini e neanche per carenza di formazione e selezione delle élites, che pure è problema serio e grave, ma perché manca l’humus, la comunità e il senso di appartenenza a una comunità, la tradizione comune». E ancora, proseguire il viaggio presso Plymouth: andare in Gran Bretagna per trovare – o meglio, cercare – una coesione popolare? Angelo Michele Imbriani l’ha trovato opportuno. Il centro del concetto di libertà per Angelo Michele Imbriani «Qui […] in compagnia di tutti i nostri fantasmi, torneremo forse in un’altra notte della nostra vita ad attendere la stella del mattino. E la vedremo». Avrà raggiunto, l’autore del libro, col suo viaggio, il centro del concetto di libertà?   Fonte immagine in evidenza: http://amazon.it/dp//?tag=eroifenu-21

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Libri

I quattro maestri: itinerario nell’uomo

I quattro maestri è il recente testo scritto dal teologo e filosofo Vito Mancuso per la casa editrice Garzanti. I quattro maestri: il testo Cos’è vivere? Cos’è la felicità? Il libro – itinerario profondissimo nella spiritualità – di Vito Mancuso sembra tendere metaforicamente le mani al lettore attraverso queste domande introduttive: introduttive perché proprio dalla vita e dalla felicità, dai caratteri durevoli del pensiero di vita e del pensiero di felicità ci si può avvicinare al senso dell’«umano nell’uomo» (di Vasilij Grossman, citazione riportata da Vito Mancuso come colonna portante del suo testo). Un percorso attraverso il senso di vivere e della felicità, un percorso che inizia e tende, nel suo lungo scopo, agli stessi sensi profondi e attraversa le necessarie dimensioni di “pensiero” e di “ragione”. Cos’è vivere? Cos’è la felicità? E ancora: Cos’è la libertà? «Il compito principale dell’esistenza di ognuno: imparare a conoscere lo spazio vuoto della libertà e a muoversi al suo interno al fine di diventare: 1) liberi; 2) giusti; 3) buoni. Vale a dire veramente umani». Attraverso queste parole e i fili che le tengono strutturalmente insieme nella probità dell’essere e del pensare, Vito Mancuso recupera il concetto del filosofo Karl Jaspers per il quale il pensiero umano, nel suo sviluppo storico, si può far discendere da quattro «personalità decisive» (che sono identificate in Socrate, Buddha, Confucio, Gesù): «Come tutte le scelte che presiedono a una selezione, si tratta naturalmente di una scelta opinabile […] Io condivido questa scelta, come dimostra il libro che ho scritto» e passa poi a motivare la ragione del termine «maestri»; a questo punto, alle domande prima formulate se ne aggiungono una quarta e una quinta: Cosa significa essere un maestro di vita? Come si deve vivere? Un libro, I quattro maestri, che dunque – com’è giusto che sia – invita alla riflessione, piuttosto che a fornire risposte “preconfezionate” (e per questo adattabili apparentemente a tutti ma in realtà a nessuno). Entrare «con la mente e con il cuore nel laboratorio dell’etica e della spiritualità»: questo è l’invito dell’autore e la sua volontà nell’accompagnare, tenendo per mano ogni lettore che si avvicina al testo. La prosa – e con essa, in naturale continuazione, il pensiero filosofico, le riflessioni e i ragionamenti – scorre fra reminiscenze di exempla classici e insegnamenti di menti illuminate d’ogni epoca (dall’antichità alla contemporaneità, passando per l’età moderna) e, ancora, ci si apre a domande: «Chi siamo?», forse la più atroce per un essere umano che fa dell’identità – dell’integrità e unicità dell’Io – una “persona”, un “abito”, in contrapposizione all’horror vacui. «[…] fino a quando non cerchi di conoscerti, pensi di conoscerti assai bene e di essere padrone della tua vita; non appena però inizi l’indagine su di te e ti soppesi e ti scavi, senti che non ti conosci e che ignori chi sei veramente». Il quinto maestro: la dimensione intima spirituale Dopo un’imprescindibile introduzione, il testo principia con il ripercorrere elementi peculiari di ognuno dei “quattro maestri” scelti da Mancuso; attraverso l’osservazione diretta […]

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Culturalmente

Distesa di papaveri: sogno e stupore

Distesa di papaveri Una tela verde immensa, ariosa, dipinta di punti profumati di rosso: una distesa di papaveri comuni – o rosolacci – si presenta così, all’occhio dell’uomo che vede e non sa cosa guarda davvero. Sogno, desiderio, speranza, illusione, dolore, vita, rinascita? Cos’è un papavero nell’immaginario collettivo, nell’inconscio – in conosciuto e profondissimo – dell’individuo? La bellezza selvatica del papavero che cresce spontaneo nei campi e ai lati di strade quasi a segnarne i cammini, ha origini antiche. Cantato da vari poeti, il papavero è il fiore del sonno, dell’oblio, della dimenticanza, e pure delle passioni profonde (associate al rosso intenso, sanguigno) e dell’orgoglio sopito, della consolazione dal dolore. La notte coronata di papaveri e i fasci di grano e papaveri: sono solo due delle immagini legate a questo fiore e di reminiscenze antiche dai culti e dalle poesie romane. Il papavero rosso è il papavero comune, ma altre tinte pastellano questo mitico fiore: papaveri gialli, papaveri bianchi, papaveri rosa, e ognuno con un proprio significato tipico, nel linguaggio dei fiori: petali tra il rosa e il viola per la serenità, petali gialli per auguri propizi, petali bianchi – ahimè – legati alla sfortuna. Tipici colori, inoltre, adornano altrettante tipiche aree geografiche d’appartenenza e da esse prendono il nome: l’escolzia della California, ossia il papaver californicum (che necessita di porzioni di terra soleggiata e di temperature dal caldo al fresco, mal sopportando il rigore frigido, ed è un buon rimedio fitoterapico all’insonnia) e il papavero orientale, originario dell’Europa settentrionale, dell’America e dell’Asia (che necessita, altresì, di sole e luce per fiorire, per cui sono da evitare le aree vastamente ombreggiate, perniciose alla proliferazione floreale, seppur tollerano il freddo, ma non l’algore, ancora pernicioso per la loro esistenza). Ancora sull’escolzia – non solo nella sua variante californiana – ricordiamo che è una pianta erbacea affine al papavero e nelle tonalità del giallo, bianco e rosso, si trova a crescere spontanea nei campi incolti, fra cui anche le distese erbose italiane; come la varietà orientale del papavero, dallo stelo alto e flessuoso, lungo, e dai petali variamente tinti, dal bianco fino al viola scuro. Il papavero: storia di un fiore Il papavero, classificato nel dominio Eukaryota, nel regno delle piante, divisione delle magnoliophyta, nella classe magnoliopsida, ordine dei papaveri e delle ranuncolacee angiosperme, famiglia delle papaveracee, annovera molte varietà di se stesso. Si ricordavano prima il papavero orientale e l’escolzia californica, ma tanti ancora se ne ricordino, fra cui il papavero alpino (papaver alpinum), il papavero d’Islanda (papaver nudicaule), il papaver setosum, il papaver hybridum… Molti fiori delle papaveracee, in quanto appartenenti alla flora massicola, fioriscono e vivono spontanei, selvatici, nel pungente grano, mentre altri sono coltivati. Delle virtù e proprietà fitoterapiche si è parlato riguardo l’escolzia: sul papaver rhoeas e sul papaver somniferum, c’è ancora da dire. Aggiungo, in questa sede, solo alcune righe: il papavero rosso dei prati (papaver rhoeas), o rosolaccio, è fra le piante erbacee con alto tasso sedativo, per cui favorisce il sopore e allevia gli stati […]

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Musica

Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore

Intervista al cantautore Gianluca De Rubertis. Gianluca De Rubertis è un musicista e cantautore italiano. La violenza della luce è il suo nuovo album, inciso per la Sony Music e reperibile dallo scorso 23 ottobre. In occasione dell’album, abbiamo intervistato il cantautore leccese, polistrumentista, voce solista e già cofondatore del gruppo Studiodiavoli (insieme a Matilde De Rubertis , a Riccardo Schirinzi ea Giancarlo Belgiorno ) e membro del duo Il Genio insieme ad Alessandra Contini. Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore Gianluca, come nasce il tuo percorso musicale? Molti anni fa, con una pianola giocattolo, un’adolescenza passata a suonare gli organi a canne nelle chiese. Vuoi introdurci alla tua musica ? Direi che va ascoltata, come potrei introdurvici a forza? Cosa segna per te La violenza della luce ? Cosa vuoi comunicare ai tuoi ascoltatori? Non credo che si abbia la volontà precisa di comunicare qualcosa che si è stabilito: sarebbe un po ‘come tradire quell’afflato meraviglioso che ti coglie quando scrivi qualcosa di veramente nuovo. Questo disco è sicuramente importante per me, credo di aver realizzato qualcosa che riesce a penetrare i cuori degli altri. L’album è il primo realizzato attraverso l’etichetta Sony Music; cosa ti aspetti da questo “nuovo inizio”? Per esperienza ti dico che è sempre ottimo cosa non avere alcuna aspettativa, meglio concentrarsi nel lavoro e cercare di raccogliere il massimo possibile da quello che hai seminato. Ricordi ai nostri lettori i primi appuntamenti itineranti in cui ti esibirai e presenterai La violenza della luce ? Qui di itinerante mi pare che ci sia ben poco, il periodo non consente quasi nulla, ma mi sto organizzando per dei live su piattaforme stream e qualche presentazione in store indipendenti. Vuoi anticipare ai nostri lettori i tuoi prossimi progetti musicali? Spero che dalla primavera si possa tornare live , lavorerò incessantemente per regalare a questo disco un tour . Ringraziando Gianluca De Rubertis , ricordiamo il collegamento ipertestuale alla sua pagina telematica personale: https://www.gianlucaderubertis.it/ Fonte immagine in evidenza: Ufficio stampa

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Libri

Il gentiluomo inglese: recensione del libro

Il gentiluomo inglese è un libro di recente pubblicazione (giugno 2020) edito dalla casa editrice Valtrend editore (per la collana Romanzo storico). Il testo, scritto da Lucia e Maria Scerrato e liberamente ispirato alla vita di Thomas Ashby, può ascriversi al genere della narrativa storica. Il gentiluomo inglese: il testo Il gentiluomo inglese, fedelmente a quanto segnalatoci già in seconda di copertina («È un racconto che attraversa un secolo di storia e che mescola una realtà attentamente ricostruita ad una buona dose di finzione narrativa») è un testo intessuto “dal vero”: di fianco alla fictio letteraria – fatta di intrecci narrativi d’invenzione – corre la realtà storica, piano d’appoggio per la trama del testo. La favola del romanzo, incuneato in un preciso contesto storico, vuole innestarsi nelle storie veridiche dell’archeologo Thomas Ashby, direttore dell’Accademia Britannica di Roma (centro di studi per l’archeologia, la storia e la cultura dell’Italia e per l’arte e l’architettura contemporanee) e autore di monografie di archeologia e di numerosi contributi scientifici in topografia antica, architettura rinascimentale e urbanistica laziale. Di rilievo particolare è, inoltre, la commistione linguistica operata dalle autrici, che fa de Il gentiluomo inglese un esempio di testo in cui le autrici scelgono di cimentarsi nella tecnica narrativa della commutazione di codice, ripresa di un certo stile neorealista o verista di letteratura che ricalca il fenomeno linguistico omonimo. Insieme alla storia, all’arte, alla cultura, le autrici Lucia e Maria Scerrato, parlano di amore: è proprio questo sentimento a bagnare le pagine, una a una, man mano che la storia va avanti, man mano che la storia scende nel profondo; e l’amore è ciò che muove le vicende, che ne è l’aire: le due protagoniste – fanciulle omonime delle due autrici – vengono introdotte nei ricordi della loro cara zia – ricordi d’amore – attraverso l’apertura di una vecchia scatola contenente memorie: carteggi e lacerti diaristici che, seppur taciti, “interloquiscono” con le giovani fino al punto di motivare la ricerca dell’oggetto del romanzo: «E aprì il suo cuore per regalarci l’incanto di una narrazione intensa ed emozionante che, giorno dopo giorno, ci avrebbe avvinte per tutta quell’estate». Lo sviluppo delle vicende, si diceva, ha il suo abbrivo nella condivisione dei ricordi e nella scoperta di una storia, custode discreta e fedele di memorie del tempo che fu: un nodo classico, nella narrativa di questo genere, che porta a esiti tutti inscritti nel filone amoroso; questo sviluppo culmina in una conclusione che ci riporta praticamente al punto d’inizio: una sorta di spirale ci accompagna, ci sospinge e ci trattiene, per nulla lineare, come per nulla lineare è l’andamento personalissimo ed emotivamente denso del fenomeno mnestico, del ricordo («Quarant’anni dopo due donne si incontrarono per tornare ai tempi della loro adolescenza […] Si accomodarono alla scrivania, trassero dallo scrigno di latta le carte ingiallite dal tempo e si apprestarono a scrivere»). Un fatto particolare assume la scelta di iniziare la scrittura evocando, per mezzo di citazione, alcuni versi dell’intensissima poesia-canzone scritta da Mogol per le altrettanto intensissime musica e voce di Lucio Battisti: è con i passi di Pensieri e parole che […]

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Libri

Il coltellino svizzero: per capirsi, per capire di Annamaria Testa

Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia, di recente pubblicazione per i tipi Garzanti, raccoglie – rivisti e declinati per l’occasione – vari testi scritti da Annamaria Testa per gli spazi digitali nuovoeutile.it ed internazionale.it. Il coltellino svizzero: il testo Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia è, si diceva, una raccolta di testi già pubblicati – in forma digitale – da Annamaria Testa, docente universitaria, esperta di comunicazione e creatività e scrittrice e saggista; nonostante ciò, il testo non risulta una raccolta sic et simpliciter: la stessa autrice ci informa di aver «aggiornato, riscritto, aggiunto spiegazioni […] riordinato tutto quanto, cercando di rendere espliciti i fili di ragionamento che legano un argomento all’altro o che associano, per contiguità o per contrasto, un’idea all’altra»; la struttura del testo, infatti, offre al lettore una chiara ripartizione: se la prima parte riflette e vuole indagare intorno alla dimensione intrapersonale dell’uomo, la seconda si sofferma sulla sua dimensione interpersonale. Definizioni quali «porre una domanda significa entrare in una relazione di scambio», ci introducono ai vari tipi di domande, alla loro individuazione e funzione emotivo-conoscitiva, per poi farci avventurare nei concetti di azione, di inganno, di capacità e di incapacità, nel concetto di equivoco. Annamaria Testa tocca vari campi della mente e della dimensione umana: parla di metacognizione, di associazionismo, di emozioni, di creatività, di personalità, di motivazione e delle loro implicazioni e applicazioni pratiche nella sfera educativa che costituiscono il sentiero lungo cui si muove agevole l’autrice de Il coltellino svizzero: un’agevolezza, la sua, permessa da un’abile dialettica, da un abile uso della comunicazione; e proprio intorno al concetto di comunicazione si svolge la seconda parte del testo, comunicazione intesa nel suo più intimo significato: fondamentale veicolo della relazione interpersonale. Comunicazione e azioni comuni Comunicare vuol dire entrare in comunicazione – appunto – col prossimo, in un flusso continuo di individualità e alterità: non sempre, però, l’individuo fa un uso corretto ed adeguato del comunicare, in quanto spesso ne è perniciosamente e fatalmente sopraffatto, come invischiato in tela di ragno rischiosissima, ne è spesso soggetto passivo: è questo uno fra i pericoli seri derivanti da una cattiva fruizione delle informazioni e dalle dipendenze nei confronti del cosiddetto consenso digitale; Annamaria Testa riflette con larghe parentesi e profondi interrogativi su questa piaga della socio-psicologia contemporanea e allo stesso tempo segue un percorso che si aggira nell’ombroso e pericoloso limen fra potere e consenso, fra reputazione e discredito, fra disponibilità d’informazioni ed elaborazioni cognitive adeguatamente costruite. Su tutte – interessantissime – cito una frase della studiosa che forse può essere la chiave di volta dell’intero testo: «Ricordare per me è un fatto di igiene mentale e sentimentale»; leggendo Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia, ogni lettore – credo – può applicare questa frase ad ognuno dei singoli contributi che formano il volume: il ricordo come base genetica della psiche, come evoluzione dei suoi […]

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Libri

Il periplo della Sardegna in 20 giorni: recensione

Il periplo della Sardegna in 20 giorni è un libro scritto da Alberto Priori (medico neurologo, ricercatore, professore) e Silvia Fanni (tecnica archeologa, sommozzatrice, pedagogista), edito dalla casa editrice – specializzata in pubblicazioni a carattere nautico scientifico – Il Frangente edizioni, con la prefazione del trombettista e flicornista Paolo Fresu. Il periplo della Sardegna: il libro Dopo una composita e riassuntiva introduzione che vale quasi come avvertenza preliminare ai lettori-naviganti del periplo, il testo inizia con la narrazione di abitudini e tradizioni sarde a partire dalla costa meridionale dell’isola a cui seguono, nell’ordine, le narrazioni relative alla costa orientale, a quella settentrionale e alla costa occidentale; la scelta di svolgere l’itinerario nautico in senso antiorario viene spiegato nell’introduzione, attraverso una duplice esposizione, dagli autori: «Facendo rotta verso nord […] è probabile trovarsi il Maestrale, vento dominante sulla costa occidentale, in prua, cosa che potrebbe costringere a navigare senza ripari sicuri per circa una cinquantina di miglia fino a Oristano […] Ci sono, inoltre, motivi di carattere “psicologico”: come avremo modo di vedere più avanti la costa occidentale, nella sua selvaggia bellezza, è frequentata assai poco sia per mare che per terra […] Abbiamo quindi pianificato la crociera secondo il principio di abituare gradualmente l’equipaggio, passando dalle rotte e dalle spiagge più frequentate nei primi giorni di solitaria, all’aspra e selvaggia bellezza della costa nordoccidentale e occidentale delle ultime tappe». Desiderio di mare, di vele gonfie di vento e narici dischiuse ai profumi di acqua e salsedine: chi ama il mare è dolcemente chiamato a ripercorrere con la mente il viaggio – fatto di luoghi e di emozioni – descritto ne Il periplo della Sardegna in 20 giorni. Dalla costa meridionale della Sardegna, si diceva, ha inizio questa circumnavigazione dell’isola e contestualmente il periplo, il racconto della navigazione; Alberto Priori e Silvia Fanni propongono, attraverso la loro opera, un «taccuino» di appunti di viaggio – «luoghi ed emozioni», come segnala fra l’altro il sottotitolo scelto dagli autori – in cui approfondimenti e dettagli nautici si alternano a descrizioni in cui si coniugano – riprendendo le parole di Paolo Fresu – «passione del viaggio con il bisogno di raccontare la bellezza che ci circonda». Piatti tipici, storia, cultura e tradizioni della pastorizia sarda e sinossi storiche introducono Il periplo della Sardegna in 20 giorni, con l’intento di far immergere il lettore nell’esperienza della lettura del viaggio per mare e col tacito invito a navigare per quel mare di Sardegna descritto, per viverne davvero i luoghi, per percepirne le profonde emozioni; un percorso che, di pagina in pagina, di onda in onda, di approdo in approdo, accompagna verso paesaggi naturali e insediamenti umani, invitando alla bellezza e al rispetto dei luoghi. Luoghi ed emozioni Il senso di ciò che Il periplo della Sardegna in 20 giorni trasfonde, in conclusione, può riassumersi nel seguente passo che cito direttamente dall’Epilogo del testo: «Spenti i motori, sistemata la barca, riguardiamo le nostre fotografie, i disegni, gli appunti […] il senso di solitudine che, a parte qualche decina […]

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Libri

Katharine Kilalea: Va tutto bene, signor Field | Recensione

Va tutto bene, signor Field, scritto da Katharine Kilalea, è fra i recenti titoli messi in pubblicazione (lo scorso agosto) dalla casa editrice Fazi editore (per la traduzione in italiano di Silvia Castoldi). Va tutto bene, signor Field di Katharine Kilalea: recensione Con Va tutto bene, signor Field, Fazi editore pubblica un testo dell’autrice sudafricana Katharine Kilalea. La trama del romanzo intende seguire le direttrici di alcune di quelle che sono le voci proprie dell’anima: musica, silenzio, emozioni. Queste le “voci” che permeano il testo, questi gli aspetti di un uomo che può essere specchio di altri uomini. La musica e la riflessione sulle emozioni sono messe insieme attraverso il medium dell’architettura: il concetto d’arte, dunque, si comprende, permea il testo, declinandosi, attraverso la penna dell’autrice, nelle sue plurime forme e svariate manifestazioni. Suono e luce sono le prime esperienze sensoriali che le righe di Katharine Kilalea rievocano dalla memoria del lettore: una casa in cui ombre, luci, forme, impressioni, suoni e silenzi iniziano a stagliarsi sulla pupilla di chi guarda e ascolta; e chi guarda e ascolta è il protagonista, il cui filo narrativo si muove lungo il discorso in prima persona, cosicché il lettore possa entrare direttamente nella scena attraverso il personaggio protagonista: ed è proprio attraverso l’uso narrativo di questa diegesi interna che sembra sottolinearsi ed intensificarsi la volontà di speculazione intima, introspettiva, del lungo racconto. Oltre allo sfondo naturale, ambientale, in cui si muovono e “vivono” i personaggi pensati e costruiti dall’autrice (e del cui bios la presenza palese è data dalle grandi sezioni che compongono il testo che si svolgono lungo l’avvicendarsi delle quattro stagioni – ulteriore riferimento musicale? – e che segnano lo stato d’animo che le permea), c’è un elemento antropico che risulta essere quasi un ulteriore personaggio di Va tutto bene, signor Field: la casa, la costruzione architettonica che “accoglie” come fosse involucro, bolla di separazione dell’individuo dal resto, i pensieri e le azioni del protagonista e dei personaggi comprimari che vi ruotano intorno, si fa imprescindibile presenza spaziale al fine di ricollegare e comprendere le vicende – interiori ed esteriori – che si svolgono via via attraverso la trama del testo. Più di un ritmo narrativo caratterizza il testo e questo “dinamismo musicale” conferisce un andamento non piatto: periodi e “fraseggi” lenti si interpongono a momenti narrativi più veloci, creando una curva che bene si innesta al personaggio (fra lo stile dialettico pensato da Katharine Kilalea per il suo personaggio e la professione di musicista e concertista del personaggio stesso risalta, in altre parole, un grado di coerenza). La lentezza di certi passaggi narrativi permette al lettore di ristare in personalissime sensazioni evocate a livello cerebrale: memoria ecoica, memoria iconica, memoria aptica sembrano riuscire ad emergere permettendo al lettore di recuperare – e rielaborare – a livello conscio sensazioni vissute ed emozioni pregresse; sensazioni ed emozioni pregresse assolutamente personali per ogni lettore, prodotti esperienziali ed elaborazioni individuali che possono “rivivere” solo attraverso un rispetto dei tempi talamici in termini di azione […]

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Libri

La frontiera spaesata: recensione del testo

La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani è il titolo del recente testo – pubblicato lo scorso luglio –  scritto da Giuseppe Samonà, edito per i tipi di Exorma Edizioni ed inserito nella collana “Scritti Traversi”. La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani: il testo La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani è innanzitutto un percorso “messo su carta”, una sorta di piccola mappa raccontata, in cui i luoghi e le storie si mescolano; allora l’idea di frontiera si riformula divenendo sintesi del suo contrario ontologico e semantico: una frontiera, dunque, «che non è una linea ma uno spazio disteso, fluido, dai contorni sfumati, in cui coabitano e si mescolano genti, lingue e culture». «Dove iniziano? Dove finiscono i Balcani?», si chiede l’autore e la sua non può essere una domanda geograficamente intesa; non i Balcani come monti chiaramente definiti dal punto di vista geografico, bensì i Balcani come idea, come agglomerato, come luogo di incontro di lingue, culture, paesi, che ivi coabitano. È «un tenersi all’elastico», riprendendo le parole dell’autore che evidentemente allude ai legami e alle influenze che coesistono fra i popoli “dei confini”. Una lettura “di sbieco”, “di traverso”, in cui si resta sempre in equilibrio precario fra un “cis-” e un “trans-”, fra un al di qua e un al di là del Balcani: una realtà plurima che l’autore più volte descrive come “indefinibile”. La penisola balcanica Dei popoli balcanici, dei paesi balcanici, spesso si dice come se fosse una sola grande identità, una sola grande realtà monoculturale; ciò che invece risalta attraverso le pagine di questa insolita guida di viaggio è il contrario: l’attenzione è posta sulla pluralità, sul mosaico di genti e di luoghi e sulle loro identitarie peculiarità, sul carattere policulturale, che non è annullamento del tutto in favore del singolo, piuttosto identificazione del singolo nel tutto. Geograficamente, la catena montuosa dei Balcani attraversa la Serbia e la Bulgaria, ma, per estensione, con il termine Balcani si indica tutto il territorio della penisola balcanica di cui fanno ora parte gli Stati indipendenti della Bulgaria, della Grecia, di parte della Turchia, della Croazia, della Serbia, del Montenegro, della Macedonia, della Slovenia, dell’Albania, della Bosnia-Erzegovina, del Kosovo, della Romania e della Moldavia (Romania e Moldavia ritenute da alcuni storici confacenti parte della penisola balcanica in termini storico-politici). Le vicende storiche che hanno attraversato questi popoli e le loro azioni di indipendenza si sono svolte lungo un arco temporale della durata di diversi secoli e hanno portato alla costituzione di un mosaico di popolazioni separate politicamente ma correlate da taluni profondi tratti storici e socio-culturali. Giuseppe Samonà: l’autore del testo Giuseppe Samonà è dottore in Storia delle religioni antiche, ha insegnato a Parigi, New York e Montréal, è cofondatore della rivista franco-italiana Altritaliani e condirettore della rivista transculturale franco-canadese ViceVersa; fra i suoi libri, oltre a La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani, si leggono, fra gli altri: Gli itinerari sacri dell’aedo: Ricerca storico-religiosa sui cantori omerici, Il […]

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Libri

Gocce di Lavinia Alberti: recensione e intervista all’autrice

Gocce è una silloge scritta da Lavinia Alberti e pubblicata per Controluna edizioni di poesia (durante lo scorso gennaio); il testo che si apre con la prefazione di Giuseppe Barbera può definirsi – e ricalco le parole del prefatore – una raccolta di «suggestioni spontanee […] ridondanze e nenie». Gocce: il testo di Lavinia Alberti Suggestioni spontanee, si diceva: in Gocce troviamo, infatti, scorrendo nella lettura, un ripetersi di parole e suoni che ripercorrono lo schiudersi continuo di emozioni «ingenue e lontane» attraverso il rinnovarsi di «morbide intuizioni di senso». Bagliori, Fantasmi, Frammenti, Tutto dentro me, Epilogo: questi, nell’ordine, i titoli delle parti in cui è diviso il testo e in cui sono distribuite e radunate le varie composizioni; una sorta di percorso personalissimo e cinetico in cui fra luci e ombre si muovono i versi, le percezioni intime e le intuizioni di Lavinia Alberti. È suggestiva la scelta di definire “atti” le suddette parti, quasi a dare una patina teatrale al testo, una sorta di volontà di coscienza del fenomenico e mutevole e, al contempo, una ricerca di conoscenza definita del reale: forse anche in tal senso trova ragione d’essere l’epigrafe scelta, tratta da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa («La mia anima è una misteriosa orchestra: non so quali strumenti suonino e stridano, dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco solo come una sinfonia»): un’orchestra di suoni fra le maschere plurime della vista. Intervista a Lavinia Alberti Gentile Lavinia, come nasce la tua scrittura? Come concepisci i tuoi versi? Ho sempre avuto una grande passione per la scrittura: questa si è consolidata in un momento molto particolare della mia vita, nel 2018, anno di profondi cambiamenti per me, in cui il mio sentire ha preso una piega nuova. La svolta, che è quella che ha poi dato vita alla silloge, è avvenuta quasi per caso, un pomeriggio di febbraio, quando, presa da un amaro sconforto e una profonda delusione sentimentale, ho sentito una profonda esigenza interiore, quasi un richiamo, un istinto e un desiderio profondo di sfogare determinati vissuti, di metterli su carta. Più scrivevo e più mi rendevo conto che trovavo sempre nuovi spunti per scrivere versi; affioravano prepotentemente nella mia mente volti, immagini di vita quotidiana, gesti… ed è così che nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata a comporre 65 poesie. A quel punto è nata in me la voglia di pubblicare una raccolta che ho scelto di intitolare “Gocce”, proprio perché queste poesie sono nate simbolicamente goccia dopo goccia, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno. Concepisco i miei versi come una fonte di guarigione e dunque con una funzione terapeutica, catartica. La poesia è per me uno strumento potentissimo che mi permette di esplorare i meandri della mia mente, i miei processi consci e inconsci, le mie ombre e le mie luci. È un mezzo che mi ha dato la possibilità di guardare in modo nudo e crudo le parti di me che ho sempre lasciato in penombra. Grazie […]

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Libri

Accadde domani: le “predizioni” di Luciano De Crescenzo

Accadde domani. Scritti quasi profetici è un testo recentemente pubblicato dalla casa editrice Mondadori e pensato dalla figlia Paola De Crescenzo; il testo, che raccoglie brevi racconti-riflessioni di Luciano De Crescenzo, esprime alcuni dei temi più cari al pensatore quali Napoli, la Verità, il Tempo. Accadde domani: pensieri sull’essere e sul “potrebbe essere” Come acutamente scrive Paola De Crescenzo: «ciò che oggi non è non è detto che non sarà»; non esiste dunque – per fortuna – utopia come – e purtroppo – non esiste distopia. Con Accadde domani. Scritti quasi profetici si presenta e si offre al lettore uno spaccato di vita che c’era e che c’è e, al contempo, una proiezione di ciò che sarebbe potuto essere e che molto spesso è accaduto («ho deciso di selezionare e raccogliere questi suoi articoli in un unico libro, per ripercorrere le riflessioni di un uomo che ha osservato il mondo con curiosità, ma soprattutto ha provato a spiegarlo ai suoi lettori, invitandoli a ragionare su ciò che sarebbe accaduto nel prossimo futuro», scrive sempre Paola De Crescenzo riferendosi al testo). Un senso divinatorio, o meglio, una capacità predittiva di Luciano De Crescenzo nutrita da acute e attente riflessioni sul tempo e sulla storia del tempo. Il testo, che nasce come raccolta di articoli più o meno brevi (ma contenutisticamente densissimi) scritti e pubblicati da Luciano De Crescenzo fra il 1977 e il 2002 e recuperati dalla figlia Paola dall’archivio personale del padre, si compone di racconti-riflessioni che volente o nolente mettono di fronte a una realtà tanto buona quanto cattiva, in ogni caso tratta dal vero. La cronaca ha sempre avuto un posto di primaria importanza nella vita di De Crescenzo (Paola ricorda: «Era solito svegliarsi molto presto al mattino per andare in edicola e comprare i principali quotidiani, perché iniziare la giornata senza era impensabile. […] Mi sembra ancora di vederlo intento a leggere sulla sua poltrona») e per questo il suo occhio si fa lungimirante così come la sua mente, fine analizzatrice degli eventi e delle cose: è attraverso la cronaca che si fa la Storia, attraverso i fatti conosciuti solo dai vivi che si fa la storia conosciuta anche dai posteri (e solo per i posteri imbalsamata, non più viva né pulsante). Cronaca e filosofia sembrano avere a un tempo fini simillimi, nell’osservazione del presente; ancora Paola De Crescenzo affida alle pagine del libro un suo ricordo, riferito al padre: «il concetto di tempo, filosoficamente parlando, è di sicuro uno dei temi sui quali ha ragionato di più nel corso della sua lunga carriera di scrittore […] Ho trascorso buona parte della mia vita ad ascoltare mio padre parlare di filosofia, e se c’è una cosa che mi ha insegnato è che dovremmo essere padroni del presente e non schiavi del futuro. Diceva: “La macchina bella, il titolo accademico, la tribuna d’onore e tutte le mille comodità inventate dal consumismo altro non sono che gradini, gradini di una scala di valori, che il potere ha creato per […]

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Libri

La quarta dimensione del tempo: recensione

La quarta dimensione del tempo è il recente libro di Ilaria Mainardi pubblicato per i tipi di Les Flâneurs edizioni. La quarta dimensione del tempo: il testo Nel suo testo, Ilaria Mainardi narra una storia che intreccia presente e passato in un continuo flusso narrativo: tempo della narrazione e tempo della storia s’aggrovigliano tenendo, attraverso lo svolgimento dei vari capitoli, le due linee cronologiche “sovrapposte”: un continuo ritorno nel presente – e sul presente – del passato, che significa, per il protagonista, un insieme di fili lasciati cascanti, mai ricuperati, nella trama intensissima e fitta della vita. Una trama che, attraverso una metaforica linea del tempo, si presenta ai lettori come curva e ritorta con elementi, situazioni, contesti ed eventi che più volte si frammentano mutuamente e mutuamente si intersecano, mai uguali nella sostanza, ma similari per taluni versi; una trama che, inanellando successivi e plurimi giri d’andata e ritorno, ha di certo solo il punto da cui si parte e il punto in cui si arriva – parafrasando e riprendendo una frase della stessa autrice – mentre vario e incerto è il percorso, il viaggio affrontato dai personaggi: un viaggio “fisico” e contemporaneamente un percorso “a ritroso nel passato” per i protagonisti. Al contempo una costruzione varia dei tratti caratteriali e psicologici dei personaggi stessi messi insieme da Mainardi che tanto sembra avere in comune con certe sceneggiature (e dall’arte cinematografica, fra l’altro, la stessa autrice ci informa di essere attratta). Un passato che torna attraverso i nodi e le onde del tempo, dunque: il protagonista, un uomo con un passato tenuto per sé, torna a fare i conti con una parte della sua vita che aveva tenuto dentro, all’interno delle pieghe – e delle piaghe – del suo inespresso vissuto. Un viaggio a ritroso nel tempo per recuperare i frammenti di un passato lasciato e lacerato a metà, un viaggio attraverso posti fisici, luoghi interiori, situazioni vissute e rivissute, un viaggio attraverso persone (nuovi incontri, vecchi affetti): a ritroso, insomma, che è poi, anzitutto, anche un viaggio dentro il sé stesso. Ilaria Mainardi ha pensato e ideato, poi scritto, una storia che tutta si basa sul tempo, sullo scorrere del tempo, lungo una duplice intenzione e interpretazione: il tempo nel suo flusso fisico cronologico e obiettivo e il tempo nella sua dimensione soggettiva, convenzionale, relativa. Una percezione interna del tempo e una percezione del tempo interno: due linee che, pur presupponendo posizioni soggettive, assumono il loro spessore di concetti diversi, seppure profondamente in limine, profondamente “osmotici”. La concezione relativa del tempo Il titolo scelto dall’autrice per il suo testo, rimanda chiaramente a ciò che il suo La quarta dimensione del tempo vuole essere: se applichiamo il concetto fisico di quarta dimensione del tempo (afferente alla teoria della relatività), infatti, ritroviamo un possibile calco per il contenuto e le intenzioni che emergono leggendo il libro. In altre parole, una dimensione spazio-temporale in cui occorrono e coesistono gli eventi: nel caso del testo di Ilaria Mainardi, una “quarta dimensione” di quella emotiva, […]

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Comunicati stampa

Napule sta ccà: pizzeria e friggitoria di prossima apertura

“Napule sta ccà” è la pizzeria e friggitoria di prossima apertura di Daniel Giò; il locale è sito in Viale Margherita, 53 a Ponticelli (Napoli) ed è la realizzazione materiale di quello che il suo proprietario afferma essere – come citato nel comunicato – «il sogno più ambito»; ospiti di Daniel Giò «giovane pizzaiolo con collaudata esperienza e professionalità» (la citazione è ancora tratta dal comunicato stampa), saranno Teresa Iorio (campionessa mondiale di pizza per la categoria Specialità Tradizionale Garantita, nel 2015, e di pizza fritta, nel 2017) e Gennaro D’Aria (personaggio televisivo e attore attraverso la maschera “culinaria” di Gennaro ‘o masto d’’a pizza e autore d’articoli gastronomici) che effettuerà aperture sceniche di bottiglie di spumante attraverso la tecnica del sabrage (in italiano, letteralmente, “sciabolata”). Specialità tradizionale garantita: la qualifica della pizza napoletana L’attestazione di specificità “Pizza Napoletana” STG (pizza napoletana specialità tradizionale garantita) prevede adesioni al disciplinare di produzione concernente specifiche rispetto a plurimi elementi, quali gli ingredienti del prodotto, il metodo di produzione e di lavorazione, le caratteristiche del prodotto finale (descrizione e aspetto) e la conservazione; viene indicato nel disciplinare anche il logo che caratterizza la vera pizza napoletana come Specialità Tradizionale Garantita e i suoi colori e i caratteri tipografici che lo rappresentano ed individuano. Napule sta ccà: l’apertura L’inaugurazione del locale (pizzeria e friggitoria) è fissata per il prossimo giovedì 16 luglio, alle ore 20.30; la serata prevede degustazione di prodotti tipici e torta augurale. Immagine in evidenza: da comunicato stampa

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Libri

Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo: il saggio

Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo è un saggio (di recentissima pubblicazione) scritto da Alberto Castellano e Filomena Saggiomo per Phoenix Publishing. Il testo, che vuole ripercorrere e analizzare le fasi salienti e i significati critici del cortometraggio Film di Samuel Beckett, si sviluppa su assi plurimi, fra i quali la direttrice linguistico-semiologica e quello cinematografico-interpretativa. Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo: il testo di Alberto Castellano e Filomena Saggiomo Dopo una premessa sulla genesi di Film «prima e unica esperienza o forse meglio avventura di Samuel Beckett […] un cortometraggio senza dialoghi, praticamente muto», Alberto Castellano si avventura, con fare lesto e destro, nel senso più profondo dell’opera di Beckett: partendo dalla constatazione sul titolo che sembrerebbe «richiamare l’attenzione dello spettatore anzitutto sulla sua forma», si ferma poi sulla riflessione analitica degli elementi salienti su cui è costruito il cortometraggio; viene, così, subito posta l’attenzione sulla vista, canale sensoriale privilegiato dal cortometraggio: «La colonna visiva viene per così dire annunciata dalla prima sequenza: un occhio che si apre. Primissimo piano dell’occhio, strumento e simbolo della percezione visiva»; la vista, quindi, elemento fondamentale e fondativo dell’opera cinematografica, non solo di Film ma delle pellicole stesse: l’occhio è, infatti, il soggetto ontologico d’ogni opera cinematografica, in quanto essa esiste finché c’è occhio disposto a guardarla e a prenderne, teatralmente, parte da spettatore ma anche da personaggio, per così dire, ulteriore, se consideriamo il coinvolgimento di questi nell’azione scenica. L’intuizione di Beckett, dunque (ed è su questa linea che la riflessione si muove maggiormente) rende Film un cortometraggio significativo sul fare cinema. Le linee seguite da Alberto Castellano e da Filomena Saggiomo per lo sviluppo di Beckett e il suo Film. Un silenzio visivo, come si diceva, risultano plurime: innanzitutto una riflessione semiologica (nella prima parte del testo), poi ricostruzioni analitiche intorno all’opera di restauro della pellicola (a cui segue, intrecciandosi, un’intervista a Ross Lipman) e ancora un saggio acuto di Alberto Castellano sul testo e sulle implicazioni che esso porta con sé; nella terza parte, poi, un’appendice dà spazio a due idee di Antonello Paliotti, musicalmente “sui generis”. Film fra silenzio, suono e vista La vista è, come si è detto, il canale precipuo della comunicazione cinematografica: attraverso lo sguardo i fotogrammi che scorrono hanno ragione d’esistere; una pellicola muta può “prendere vita”, certamente – e la storia del cinema ci dimostra largamente che i silenzi sono parte integrante, se non fondamentale, imprescindibile, indiscutibile, di una pellicola ben fatta – ma una pellicola invisibile (cioè impercettibile all’occhio umano) è di per sé “priva di vita”: il nostro occhio al di qua dello schermo televisivo segue quindi indefesso i protagonisti al di là, un gigantesco occhio onnisciente che “grava” sulle attività dei personaggi, minuscoli, sotto il peso di quest’occhio indagatore – Cosa faranno  i personaggi? Chi sono? Chi incontreranno? Dove vanno? – che mai li lascia “liberi”, e non potrebbe farlo, altrimenti la pellicola non esisterebbe, cinematograficamente parlando; un po’ come vale con i libri: che vita avrebbero […]

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Libri

Calma e quieta è la notte: il romanzo di Vittorio de Martino

“Calma e quieta è la notte. La leggenda dei bagni di Szigetvár”: recensione del nuovo libro di Vittorio de Martino “Calma e quieta è la notte. La leggenda dei bagni di Szigetvár” è un romanzo scritto da Vittorio de Martino e di recente pubblicazione, nell’aprile 2019, per la casa editrice La Lepre edizioni; poco dopo la pubblicazione, a inizio di questo anno in corso, il testo è risultato vincitore del primo premio per la sezione narrativa edita alla XII edizione del Premio Letterario Nazionale “Nicola Zingarelli”. Calma e quieta è la notte: il tempo, la storia, l’inganno, il silenzio «Voi, che siete vecchio, lo sapete se esiste un punto, un luogo fisico del corpo dove il desiderio della carne si trasforma in illusione delle anime?». Illusione, sogno, sospensione del tempo della storia, sopore, racconto, silenzio: il romanzo di Vittorio de Martino (pianista, danzatore, assistente di regia per Eduardo De Filippo e Giancarlo Menotti, insegnante, guida) si intreccia col doppio filo sottilissimo dell’inganno; un inganno che è inganno dei sensi, che è inganno della parola. Un canto di sirena, suadente ma rischiosissimo, una tela di ragno, scintillante ma assai pericolosa, da cui e in cui il vecchio protagonista di queste “notti d’Oriente” e con lui i lettori ammessi a partecipare a patto del silenzio, si ritrovano, senza accorgersene, rapiti. Un vecchio imbalsamatore ogni notte attende che una giovane voce gli parli, per raccontargli una storia, lì, nei bagni di Szigetvár, lì, in quel luogo fumoso sospeso dal tempo, dalla Storia: e così, in questa sospensione fatta di attese e ritrovi, le storie narrate possono sciogliersi. Inganno, illusione: pagina dopo pagina, notte dopo notte, si è avvinti alla vicenda, storie nella Storia; per certi versi, vicende in cui inizio e fine si toccano, si incrociano, coincidono, si perdono, si ritrovano e per altri versi, vicende che non esistono. “Una storia nella storia ed una storia nella Storia“: un romanzo – dai tipici caratteri della novella romanzesca storica e avventurosa – in cui novelle e racconti si inseriscono in una cornice superiore alle stesse e che si snoda nella Storia. Avventura, erranza, vagheggiamenti e perdizioni, arrivi, partenze e ritorni, agnizioni e scomparse, peripezie, ritrovamenti: niente è come sembra o almeno così pare; in altre parole, ciò che sembra non è e ciò che è non sembra. O forse no? Chissà… Cos’è un’illusione? Vittorio de Martino col suo “Calma e quieta è la notte. La leggenda dei bagni di Szigetvár,” nel vapore delle terme sparge fumo d’illusione letteraria, con i suoi salti e giri, con le sue giravolte e i suoi capovolgimenti condensati nelle pagine conclusive del testo. Qual è la verità, che poi è fictio letteraria? Ad ogni lettore sia lecita la propria versione.     Fonte immagine in evidenza: http://www.lalepreedizioni.com/archivio/libri/copertinaBig_131.png

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Libri

La lettera di Pietro di Aldo Amabile: recensione

La lettera di Pietro. La genesi del Secondo Medioevo è un testo breve – ma non per questo non denso di riflessioni – scritto da Aldo Amabile per Articoli Liberi. La lettera di Pietro. La genesi del Secondo Medioevo: il testo Distopia o triste e pericolosa attualità? Con il suo La lettera di Pietro. La genesi del Secondo Medioevo, Aldo Amabile firma un testo in cui, come purtroppo spesso è accaduto e accade, la fantasia stravolta è aberrante anticipazione della realtà storica. La Storia, magistra vitae, senza la politica non è che una guida sola, senza seguito, e la politica senza Storia non è che massa alla sbaraglio: parafrasando un concetto carissimo al Manzoni, si appura con sconforto immenso come nel mondo immaginato da Aldo Amabile manchino proprio queste due dimensioni fondamentali dell’esistenza e della convivenza sociale. Un mondo distorto, totalmente al contrario rispetto ai sani principi e veri di uguaglianza sociale e di legalità, in cui si muove il protagonista di questa storia, un giovane “rivoluzionario” che vorrebbe sovvertire l’andamento del suo tempo; niente è da salvare: la corruzione, così come la connivenza, incentivate, volute, legalizzate. La legalità e l’onestà, allora, in un mondo dove il capo è al posto dei piedi e i piedi sono al posto del capo, sottosopra, stravolti, rovesciati, presto diventano crimini da perseguire, cosicché onesti e meritevoli sono, come in un ossimoro, emarginati e delinquenti, persone da cui tenersi alla larga e dai cui comportamenti retti e probi guardarsi bene: sconcerto e sconforto, quindi, pagina dopo pagina, il testo ci infonde. In un luogo del genere – e degenere – anche la considerazione sociale risulta rovesciata (diversamente non potrebbe essere in un mondo al contrario): l’ultimo strato sociale, quello più basso, infimo ed infido, quello della miseria e della meschinità, in cui sono compresi «emarginati e delinquenti» è, come si diceva prima, quello che in realtà dovrebbe rifulgere, ossia lo stato degli onesti. Un testo lugubre e buio, scritto con estrema semplicità sintattica che sembra marcare la condizione allucinata del soggiogamento, un testo senza speranza di luce alcuna, se persino un colpo di Stato improntato alla rivoluzionaria presa dell’onestà fallisce. Eppure, vorrei aggiungere e suggerire alcune riflessioni, spiragli di luce sociale fra le ombre che tetre s’addensano e minacciano. L’importanza della parola «Medioevo» Aldo Amabile utilizza la parola “medioevo” più di una volta nel suo La lettera di Pietro. La genesi del secondo Medioevo: la prima, nel sottotitolo, poi nel testo. Dunque, una parola su cui ci spinge consapevolmente o inconsapevolmente a riflettere. Il significato di “Medioevo” è quanto mai vario e complesso: tralasciando il luogo comune dell’età come “secolo buio”, l’età segna, da un punto di vista storico, una fioritura in vari campi dell’arte, della politica e del sapere; e, da un punto di vista linguistico, un’epoca di passaggio. Come leggere allora quel concetto di «genesi del secondo Medioevo»? In senso comune, non andrebbe bene, perché i fatti narrati sono già in corso, quindi non si tratterebbe di una genesi, piuttosto di una […]

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Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo

Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo è un libro a carattere saggistico-divulgativo scritto da John Biguenet e tradotto in italiano da Naike Agata La Biunda. Il testo pubblicato da Il Saggiatore e inserito nella collana Piccola Cultura è stato presente fra i testi che la casa editrice ha proposto in fruizione digitale gratuita in seno all’iniziativa “Solidarietà digitale”. Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo Il testo di Biguenet riflette sui significati attribuiti dalla psiche umana – e dall’istinto animale, generalizzando alcuni aspetti della questione – al silenzio. Cos’è il silenzio? Domanda semplice, ma solo nell’apparenza: il silenzio è concentrazione, calma, riflessione, pace, equilibrio interiore, e, al contempo, è mistero, ansia, paura, angoscia: esso è e non è, contemporaneamente, la sua essenza come presenza e come assenza, come bene e come male, come gioia e come dolore. Il silenzio come sospensione della parola, implica, per contralto, che la parola vi conviva, coesista. Cos’è il silenzio? Ponendoci questa domanda, ben presto comprendiamo che ci stiamo avventurando in quell’intricatissimo – e umanamente inconcepibile – labirinto che è il vertiginoso abisso del silenzio. Comprendiamo che la mente, la ragione, la ratio umana incespica, inciampa, arranca, arretra, lungo l’erto e faticosissimo sentiero non tracciato del significato e della significanza del lessema “silenzio”. La psiche attribuisce plurimi significati alla manifestazione silenziosa e plurime associazioni costruisce, secondo logiche attributive, predittive, socialmente partecipate (perché socio-culturalmente indotte e psico-evoluzionisticamente tradotte) o personalissime, individuali. In questa selva ospitale ma scurissima ci si introduce, quando con lumino fra le ombre alla mano, si cercano i nodi fra le sinuose maglie della rete del silenzio che ci avvolge. Suono, rumore, silenzio Cos’è il silenzio? John Biguenet si sofferma sulla medaglia e i suoi rovesci, osserva la luna e il lato oscuro della casta diva inargentata: il silenzio come sospensione volontaria della parola e il silenzio come solitudine (nei casi estremi il silenzio come abbandono, coercizione). Il silenzio rappresentato dalla parola impone, coarta, e il silenzio rappresentato dall’annullamento della parola, il silenzio “solido” della nostalgia e della melanconia. Il testo Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo, si sofferma anche sul valore e sul senso che il significato del silenzio assume nell’arte – iconica, musicale, letteraria, drammatica – e sulla primaria importanza della gestualità, della mimica nella comunicazione del silenzio. In questo solco d’indagine divulgativa che l’autore percorre, credo possano bene inserirsi anche i paragrafi dedicati al silenzio nostalgico della fotografia e al silenzio indifferente e imperturbabile – per questo altamente perturbante – delle bambole e degli oggetti inanimati antropomorfizzati. E ancora, la parola come rafforzamento del silenzio («mettere a tacere»), il silenzio come rafforzamento di patti, di legami (il silenzio e il mistero, il silenzio e il segreto…): non vi è silenzio senza parola e non vi è parola senza silenzio. La loro esistenza è duplice e mutua, coesiste nella scansione ritmica di pausa e suono, parola e silenzio: la presenza di una segna la preesistenza dell’altra e viceversa, scambievolmente. Il suono può esistere solo […]

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