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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio

Voce ‘e Sirena è il recente lungometraggio (prodotto da C.eT.R.a nel 2017) girato dal regista Sandro Dionisio e interpretato da Cristina Donadio, Rosaria De Cicco e Agostino Chiummariello. In occasione della proiezione del lungometraggio al cinema Delle Palme, abbiamo intervistato il regista. Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio Il filo narrativo lungo cui si svolgono le vicende di Voce ‘e Sirena è l’episodio dolorosissimo dell’incendio a Città della Scienza. In quali termini il bisogno d’espressione emotiva ha preso forma e corpo nella trama registica del lungometraggio? Lo shock visivo ed emotivo che ha provocato in me il bisogno di realizzare Voce ‘e Sirena si è presto tramutato nel  bisogno di  cercare una ragione alla ciclica necessità che Napoli ha di mortificare la propria invincibile bellezza. Ho pensato così ad un dialogo filosofico tra due anime della città, quella popolare borghese, per porre domande più che dare risposte e, nel contempo, tracciare una narrazione non convenzionale della storia di Partenope attraverso le sue icone e le sue voci nobili. Ovviamente altro protagonista del mio racconto sono state le rovine ancora fumanti del rogo: un teatro di allucinata bellezza che ha distanziato il mio racconto oltre che dare alle performance di tutta la troupe un pathos ed una potenza imprevedibile nel kì momento della scrittura del progetto. In Voce ‘e Sirena scorrono, parallele e intrecciate a un tempo, i vissuti di due donne (impersonate da Cristina Donadio e Rosaria De Cicco) e testimonianze “dal vero”; come ha fuso insieme, il disegno registico, queste voci alle «voci più nobili e antiche della storia millenaria della città»? Da anni il mio percorso artistico mi ha portato a sperimentare la contaminazione linguistica e semantica alla ricerca di un nuovo modello di cinema che io chiamo “crossover” più aderente, rispetto al racconto classico, alle realtà meticce della contemporaneità. Il concetto codificato negli anni della nouvelle vague di cinema antitrama mi è sembrato particolarmente attuale e declinabile in contesti di un cinema d’autore low budget volto a pedinare e stanare il reale in vorticoso movimento. Reale, quotidiano, mitologico: come trovano voce e armonia nel suo lungometraggio queste grammatiche del Vero? Da Basile a De Simone a Moscato, Partenope è patria del realismo magico e ogni manifestazione del reale nasconde e comprende nel racconto della Città elementi mitologici o ancestrali: così ho dato voce a progressivi svelamenti dei miei personaggi che rivelassero dietro le fattezze realistiche l’anima misterica e mitologica della città che prende il suo nome da una Sirena. Qual è stato il rapporto che si è creato fra regista e attore durante le riprese? Quali le emozioni profonde che vi hanno legati? Voce ‘e Sirena è stato scritto pensando ai volti ed al temperamento degli attori che lo hanno interpretato; senza la preziosa disponibilità di Rosaria De Cicco, Cristina Donadio e Agostino Chiummariello il film non sarebbe mai stato realizzato. Tutti amici e collaboratori delle mie imprese cinematografiche da  anni: con i tre protagonisti abbiamo rinnovato e saldato un sodalizio umano oltre che artistico grazie […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Rido dunque sono: intervista a Rodolfo Matto

Rido dunque sono. Degli umani aspetti del ridere: dalla risata incondizionata al Clown di Rodolfo Matto è un libro scritto da Rodolfo Matto e pubblicato su Amazon. In occasione della sua presentazione (che si terrà a Napoli nell’ambito della “festa di riapertura della libreria IoCiSto”), abbiamo intervistato l’autore. Rido dunque sono: intervista a Rodolfo Matto Gentile Rodolfo, lei è attore, regista, Clown, insegnante di yoga della risata, gelotologo. Vuol parlarci nel dettaglio delle sue attività di ricerca e sperimentazione? Come dico sempre “Io nacqui Clown”. Come del resto tutti gli esseri umani, siamo nati liberi, senza condizionamenti, maestri dell’empatia e con lo stupore come porta di conoscenza del mondo. Poi con la crescita cominciamo a controllare e a controllarci per difenderci e ne perdiamo in leggerezza ed equilibrio. Dopo aver vissuto un momento estremamente forte, come il terremoto dell’Ottanta, ho deciso di non voler rinunciare alla leggerezza come stile di vita, e da allora è iniziato il mio divertente percorso. Prima la scoperta del mio Clown, poi l’incontro con i temi del sociale, e poi la mia ricerca sul benessere attraverso il ridere, dalla Clownterapia allo Yoga della Risata. Un percorso scandito dalla straordinarietà, quella degli incontri e quella dei luoghi. Condividere la leggerezza e lo straordinario potere dello spirito della risata con chi sta vivendo una condizione difficile, mi ha portato a vivere la gioia in contesti apparentemente lontani, dagli ospedali alle carceri, dalla scuola ai centri anziani, dai dipartimenti di salute mentale ai centri di accoglienza per profughi. E la costante che mi ha sempre guidato è lo stupore dell’incontro, è la bellezza di permettere all’altro di vivere il “qui ed ora” di incontrare se stesso per quello che in realtà è, senza sintomi, pesi ed aggettivi. Creare incontri nel territorio del “non inferno” come diceva Italo Calvino. In questi anni ho scoperto che ridere ci rende liberi, liberi dai vincoli, dalle paure e dal dolore, perché ridere è di quanto più umano possiamo fare nella nostra vita. È innato ed è il primo atto che compiamo nella nostra vita quando da neonati ci accorgiamo di essere vite a loro stanti, di essere individui. Solo noi uomini ridiamo, siamo sul vertice della scala evolutiva perché abbiamo la posizione eretta, perché siamo capaci di articolare un linguaggio strutturato e perché ridiamo. Ridere è una cosa seria, concreta che ci trasforma sia da un punto di vista psicologico sia, soprattutto, da un  punto di vista fisico e fisiologico, come è ampiamente dimostrato dalla PNEI (PsicoNeuro Endocrino Immunologia). Quello che faccio oggi è occuparmi di ben-essere attraverso il ridere, utilizzando la clownterapia, la terapia del ridere, lo Yoga della risata, tenendo gruppi che lavorano sulla “Sostenibile leggerezza dell’essere”, vivendo la sottile utopia di una reale rivoluzione ridanciana. Perché solo in un mondo fatto di relazioni autentiche nutrite dalla profondità della leggerezza, in un mondo in cui si potrà affermare una civiltà fondata sull’empatia, in cui tutti hanno la consapevolezza della propria umanità, tutti avremo la speranza di vivere la nostra propria […]

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Culturalmente

Paradigmi latini: costruzione, particolarità, flessioni

In grammatica, un paradigma (etimologicamente “modello”) è uno schema che fornisce informazioni sulla flessione nominale e sulla flessione verbale degli elementi variabili del discorso. In particolare, nella lingua latina, se il paradigma è modello di flessioni nominali, esso occorre alla definizione delle declinazioni; se il paradigma è modello di flessioni verbali, occorre alla definizione delle coniugazioni. I paradigmi latini sono, dunque, nominali e verbali. La lingua latina conosce diversi paradigmi grammaticali: innanzitutto, i sostantivi seguono – oltre alle flessioni in genere e numero presenti anche in italiano – una forma flessiva particolare, la declinazione, che indica la funzione logica all’interno di un periodo, assunta da un elemento della frase stessa; l’italiano manca di declinazioni e “sostituisce” i casi latini (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ablativo) attraverso l’uso di preposizioni che introducono i relativi complementi logici. Ciò che accade con i sostantivi, similmente, avviene con pronomi, aggettivi e verbi: tutti gli elementi variabili del discorso e cioè tutti quelli che ammetto flessione, hanno paradigmi propri che li rappresentano, classificati in gruppi di declinazioni (sostantivi, pronomi), classi (aggettivi), coniugazioni (verbi). Paradigmi latini: i paradigmi verbali I paradigmi verbali in latino sono forme complesse costituite, di norma, da cinque forme flessive (in diatesi attiva): la prima persona singolare del tempo presente del modo indicativo, la seconda persona singolare dello stesso tempo presente del modo indicativo, la prima persona singolare del tempo perfetto del modo indicativo, il modo supino, il modo infinito al tempo presente. Sull’indicativo e i suoi tempi e sull’infinito, non c’è molto da spiegare a chi conosce bene la grammatica italiana: tali modi e tempi latini hanno pressoché il medesimo significato di quello che hanno i corrispettivi modi e tempi in italiano (due parole forse, sul perfetto che non corrisponde ad un solo tempo verbale italiano ma può assumere valore di passato prossimo, passato remoto, trapassato remoto); per quanto riguarda il supino, bisogna sapere che tale modo verbale indica, in latino, è precisamente un nome verbale che, di conseguenza, segue, nella propria flessione, una declinazione nominale; non consta dei regolari sei casi ma esclusivamente di due, in funzione dei valori logico-sintattici che esprime: esso, declinato all’accusativo, ha valore finale (supino attivo), declinato all’ablativo – precisamente ablativo di limitazione – ha valore limitativo (supino passivo). Alla regolare forma paradigmatica prima ricordata, fanno eccezione alcuni particolari gruppi verbali fra cui i verbi deponenti (che hanno diatesi passiva ma significato attivo e ammettendo flessioni verbali attive solo per le costruzioni del participio presente, del participio futuro, dell’infinito futuro, del gerundio e del supino attivo, sono costituiti da un paradigma improntato sulle flessioni proprie della diatesi passiva) e i verbi difettivi che mancano, “difettano”, di alcuni elementi paradigmatici (e riportano, dunque, meno delle regolari cinque voci paradigmatiche del verbo latino). Fra i verbi difettivi possono distinguersi, inoltre, i verbi che presentano esclusivamente le voci derivanti dal tema del perfetto e i verbi impersonali. Paradigmi latini particolari sono anche i paradigmi dei verbi anomali (o irregolari), suddivisi fra verbi che presentano temi diversi fra loro nelle vari […]

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Libri

8 e un quarto: il nuovo libro di Paquito Catanzaro

8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere | Recensione 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere è un libro scritto da Paquito Catanzaro edito dalla casa editrice Homo Scrivens. La struttura del nuovo libro di Catanzaro Il testo di Paquito Catanzaro parte da una spinosa questione, impossibile (almeno in apparenza) da risolvere: la messa in scena di uno sceneggiato che sembra non avere le minime speranze di riuscita. Gruppo attori “scalcinato”, risorse economiche circoscritte, sceneggiatura vacillante e malsicura: insomma, tutte le premesse per mettere insieme un prodotto cinematografico che “regga” e sia “credibile” sono messe in discussione. Eppure, quando tutto sembra perduto, resta il proverbio “volere è potere“. Forse così, attraverso questo adagio, potrebbe essere riassunto il fine dell’azione scenica e di quella narrativa che inventa e imbastisce Paquito Catanzaro per il suo 8 e un quarto, La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere. La trama, veloce, molto semplice (non per questo banale, anzi intricata a suo modo, aderente sicuramente alla materia di cui tratta e vicinissima con le sue dilatazioni e compressioni a tante tecniche televisive e pur cinematografiche) ci accompagna in uno spaccato opaco di cinema e televisione: un regista, con un sogno di gloria infranto, “costretto” dal suo produttore ad occuparsi di un prodotto televisivo di cui riconosce limiti e storture; lo stesso regista che, dopo varie peripezie, giungerà ad una nuova visione delle cose, non necessariamente inerenti a ciò che è stato ma ad una consapevolezza diversa di se stesso. Paquito Catanzaro scioglie via via, nel corso delle sue pagine, i nodi narrativi che nelle sequenze precedenti aveva intrecciato, come un tessitore che dinanzi a un telaio sa con scioltezza e sicurezza muovere le proprie dita e fra trame e orditi ci mostra infine il disegno compositivo già ben definito dal principio nella sua mente creativa. Ciò che balza subito alla lettura del testo di Paquito Catanzaro è la coerenza fra situazione e descrizione resa dal legante del linguaggio: scorretto, come scorretto è l’ambiente che l’autore stesso ha ideato e realizzato lungo le pagine di questo libro; opaco, come opaca è la condotta di una parte dei personaggi. 8 e un quarto e la morale per cui “dal letame nascono i fiori” Opacità e scorrettezza, si diceva; eppure dalla morale di 8 e un quarto, La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere, Paquito Catanzaro fa emergere del buono perché “dal letame nascono i fiori” (cito Fabrizio de André e parafraso un’espressione – di gran lunga più “colorita” di questa – presente altresì nel testo di Catanzaro): e infatti la trama inizialmente “farraginosa” di ‘O Vesuvio ‘nnammurato (questo il titolo del “telepanettone” che dev’essere messo in scena) e il gruppo attoriale, in un primo momento “scalcinato”, sono l’occasione per spunti e riflessioni su cui i personaggi tutti del libro – e il regista protagonista in primis – si troveranno a confrontarsi. Fonte dell’immagine in evidenza: […]

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Libri

8 e un quarto: intervista all’autore Paquito Catanzaro

8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere è il nuovo libro (recentemente pubblicato dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens) scritto da Paquito Catanzaro. In occasione della pubblicazione del testo, abbiamo intervistato l’autore. 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere: intervista a Paquito Catanzaro Paquito, le attività interessantissime che curi sono numerose: scrittore, presentatore televisivo e radiofonico, organizzatore di eventi culturali e teatrali, docente di scrittura; vuoi parlarcene nel dettaglio? Citando Pirandello direi mi potrei definire “Uno, nessuno e centomila”. Scherzi a parte, il mio sogno è sempre stato quello di lavorare come operatore culturale, pertanto ho cercato di trasformare i miei numerosi interessi in una professione. Un obiettivo che sto riuscendo a concretizzare con tanti sacrifici (il tempo per me stesso è sempre poco), con una costante formazione (ho frequentato e frequento corsi di scrittura, di recitazione e di altre discipline), ma pure con dedizione e con una passione che si autoalimenta evento dopo evento. Nei tuoi testi compare spesso il tema della sfida (penso a Centomila copie vendute e a Quattrotretre, oltre che ad 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere): cosa rappresenta per te l’ostacolo e l’orizzonte che dietro esso – oltre esso – si profila? Dante, Hermes e Flavio hanno in comune il desiderio di realizzare un sogno. Per poter raggiungere questo traguardo devono necessariamente darsi da fare. Si mettono in gioco e sono consapevoli di due cose: 1) non sarà così semplice realizzare questo sogno; 2) dovranno dare il 100% senza mollare un istante. Questo è il mio modo di fare e questo è quel che mi ripeto ogni volta che mi metto alla prova, tanto nella scrittura quanto nel teatro. Per quel che concerne l’orizzonte uso una parafrasi marinaresca: ho sempre lo sguardo rivolto a nord, ma mi concedo – di tanto in tanto – qualche digressione, puntando gli occhi verso le stelle. Nel tuo libro 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere ricordi: «La commedia è una cosa seria. Mica sono tutti bravi a far ridere»; quali sono i modelli comici a cui ti ispiri? Dal punto di vista della scrittura: Pino Imperatore, Stefano Benni e Andrea Vitali. Tre Scrittori (uso volutamente la lettera maiuscola) in grado di far ridere senza dover ricorrere alla banalità. La loro è una comicità intelligente, un’ironia in grado di farti riflettere (penso a Pino Imperatore che sbeffeggia la camorra nella saga degli “Esposito” oppure a Benni che dà voce a un disabile – in “Achille piè veloce” – capace come pochi di prendersi in giro da solo). Dal punto di vista televisivo, confesso che la serie “Boris” mi ha conquistato e ha ispirato diverse dinamiche del romanzo. Su 8 e un quarto ho scritto, fra l’altro, che mi pare costruito attorno all’adagio “volere è potere”; quanto ritrovi, da autore, in queste mie parole di lettrice delle […]

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Libri

Peppino di Capri e i suoi Rockers: la recensione del libro

Peppino di Capri e i suoi Rockers è un libro di Gianmarco Cilento, introdotto dalla prefazione di Mimmo di Francia e pubblicato recentemente dalla casa editrice napoletana Graus Editore. L’attenzione dell’autore del libro (inserito nella collana Personaggi, diretta da Roberta Beolchi) è tutta concentrata intorno al decennio del 1954-1968, lasso di tempo d’origine e genesi del gruppo musicale campano e per questo momento profondissimo su cui riflettere. Peppino di Capri e i suoi Rockers: i nuclei tematici Il testo si articola lungo un percorso biografico-narrativo-musicale che va, come si è detto, dal 1954 al 1968, e che segue le fasi di nascita e sviluppo del gruppo di Peppino di Capri e i suoi Rockers. Cilento fa partire la sua riflessione – attentamente sviluppata e articolata lungo le pagine e i capitoli che compongono il suo testo – dagli esordi del gruppo campano, ricordandone la nascita e la genesi, gli sviluppi e le articolazioni interne, ripercorrendone le fasi di crescita umana e artistica, per poi passare al ricordo delle varie fasi dell’articolata vicenda musicale di cui Peppino di Capri e il suo gruppo sono protagonisti. Cilento ricorda, attraverso uno studio sul materiale televisivo e sul materiale discografico (che ne costituiscono le primarie fonti da cui l’autore ha tratto materia per il suo lavoro) le varie e complesse vicende – la costituzione del gruppo, gli allontanamenti, gli scioglimenti, gli arricchimenti, i riavvicinamenti – che portano dalla formazione di Peppino di Capri e i suoi Rockers alla formazione di Peppino di Capri e i suoi nuovi Rockers. Un viaggio, un tenersi per mano lungo il pentagramma delle note, quello che offre Gianmarco Cilento ai lettori che vorranno leggere le sue pagine, attente e appassionate che ci restituiscono un’identità, quella dello stesso Cilento, di un autore col piglio del conoscitore appassionato nei confronti della materia trattata. E la materia trattata in questo caso è data dalla voce e della musica di Peppino di Capri e del suo gruppo musicale, un tutt’uno, un unicum identitario, piuttosto che un doppio formato da una voce solista accompagnata (e solo accompagnata, non fusa) da un gruppo di musicisti. Ed è questo uno dei vari punti su cui Cilento ritorna a più riprese lungo lo svolgimento del suo testo. Peppino di Capri e i suoi Rockers:una biografia attraverso la musica Gianmarco Cilento apre il suo libro con una lunga introduzione che dà al lettore una larga e intensa descrizione di ciò che fu degli inizi della carriera musicale di Peppino di Capri, prima come pianista, poi come cantante, a partire dalla formazione del gruppo Capri Boys fino al gruppo Peppino di Capri e i suoi Rockers. Tante le canzoni – e i rifacimenti e i riarrangiamenti musicali – ricordate nel testo di Cilento. Come non ricordare, fra le altre, Roberta, la sentimentale Roberta: uno spazio particolare è dedicato al ricordo delle vicende musicali e biografiche intrecciate a questo testo musicale e tanti gli aneddoti che vengono ad intrecciarsi fra le vicende autobiografiche del cantante e dei suoi musicisti e […]

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Culturalmente

Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Culturalmente

Cattività avignonese: significato e storia

Con il termine di cattività – letteralmente “prigionia” – avignonese, si identifica il periodo storico (politico, economico, religioso e sociale) che va dal 1309 al 1377 e che definisce l’allontanamento della sede papale (curia e corte) da Roma ad Avignone, nella regione della Provenza, in Francia. La cattività avignonese: i fatti storici Prima di parlare di cattività avignonese bisogna comprenderne le cause profonde che affondano le proprie radici in questioni politico-economiche. Con la salita al soglio pontificio del papa Bonifacio VIII nel 1294 – seguita all’abdicazione di Celestino V (il papa che compì «il gran rifiuto», come scrive Dante Alighieri nella I cantica della sua Commedia) – i rapporti della Francia del re Filippo IV e dell’aristocrazia romana della famiglia Colonna nei confronti della Chiesa romana si incrinarono per questioni di potere temporale; il re francese decise di imporre una tassazione economica da estendere ai possedimenti della Chiesa e Bonifacio VIII emanò, nel 1302, la bolla Unam sanctam con la quale fissava la supremazia del potere papale su qualsiasi altra monarchia; a ciò seguì una ribellione del re che portò all’ordine di cattura del papa (alla cui cattura prese parte la famiglia dei Colonna): il papa venne tenuto prigioniero ad Anagni per qualche giorno (periodo che prende il nome di “schiaffo di Anagni”, “schiaffo” nella sua accezione morale, non fisica). A Bonifacio VIII seguì prima Benedetto XI, poi Clemente V, il quale nel 1305 si sottomise al volere francese e trasferì la Curia romana in territorio francese; in un primo momento il papa fu a Bordeaux, città in cui Bertrand de Got (prima di assumere il nome pontificio di Clemente V) era arcivescovo, poi si spostò a Poitiers e infine venne scelta nel 1309 la città di Avignone, feudo della dinastia dei D’Angiò, fra l’altro re di Napoli; venne, inoltre, soppresso l’Ordine dei Templari, per volere ancora di Filippo IV. Con l’insediamento della sede pontificia ad Avignone – sotto il potere della famiglia D’Angiò – Clemente V ottenne un avvicinamento al feudo pontificio del Contado Venassino, nella cui capitale pose la propria residenza. Cattività avignonese: le fasi Dal 1309, anno del trasferimento ad Avignone della Curia romana, al 1377, anno del ritorno della Chiesa a Roma, vi furono vari tentativi di rientro in Italia (con i papi Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V): poi con il papa Gregorio IX vi fu il definitivo rientro della Curia pontificia a Roma, nel 1377. Di seguito l’elenco dei papi (e degli antipapi) che furono ad Avignone durante la “cattività avignonese” e l’indicazione della durata del loro pontificato: Clemente V – 1305-1314; Giovanni XXII – 1316-1334; Niccolò V (antipapa) – 1328-1330; Benedetto XII – 1334-1342; Clemente VI – 1342-1352; Innocenzo VI – 1352-1362; Urbano V – 1362-1370; Gregorio IX – 1370-1378; Clemente VII (antipapa) – 1378-1392; Benedetto XIII (antipapa) – 1394-1423. La cattività avignonese: la nascita del termine Il termine cattività avignonese fu indirettamente introdotto da Francesco Petrarca che nel sonetto CXIV dei suoi Rerum Vulgarium Fragmenta paragona la prigionia […]

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Libri

Il manifesto del comunismo digitale di Michele Tripodi

Il giorno 30 novembre è stato presentato alla stampa il testo Il manifesto del comunismo digitale, scritto da Michele Tripodi e pubblicato per Cavinato Editore International. Il manifesto del comunismo digitale: alcune tematiche salienti Il manifesto del comunismo digitale si presenta come un libretto di riflessione – sociale, politica, economica – su quella che è la storia del comunismo dagli albori a oggi e sul suo perpetuo scontro verso il capitalismo. L’intenzione dell’autore è quella di mettere in risalto gli aspetti negativi del capitalismo ( «un ricatto continuo praticato dal forte sul più debole e sulla illusione di uno scambio di utilità, che tuttavia risulta sempre impari. Per il forte l’utilità è reale, è profitto, per il debole è solo illusione e sotto-compenso che non lo libera dallo stato di soggezione in cui, secondo questo automatismo infinito, si ritroverà per tutta la vita», scrive l’autore), indirizzando i lettori verso le dottrine – sociali, politiche, economiche – comuniste. Alla parentesi storica sul comunismo e sul capitalismo, seguono capitoli densi in cui si argomenta circa gli esiti del secondo («un incastro pieno di sbarramenti, trappole», scrive ancora l’autore) e le prospettive del primo in direzione collaborativa («una società “comunista” nel senso letterale del termine, ovvero capace di “mettere in comune” tutto, dai pensieri alle idee delle persone, dalle teorie ai bisogni dei popoli»). Gli aspetti particolari della sua trattazione sono rivolti alla questione del capitalismo come “contraddizione interna”, basata fra l’altro su strane e distorte logiche economiche, anelli malmessi di catene che producono «ricchezza vacua all’infinito in un processo senza fine e senza freni»; anelli e catene che, inevitabilmente, portano al ripetersi ciclico e drammatico della «crisi di ritorno che pesa esclusivamente sulle giovani e future generazioni […] Il capitalismo, avendo esaurito le risorse, in questa fase si sta nutrendo del futuro di milioni di giovani, alimentandosi con la linfa che dovrebbe servire alla loro crescita e, irreversibilmente, bloccandola». Consequenzialmente, Michele Tripodi affronta il tema della speculazione finanziaria come matrice della bancarotta, un tema fra l’altro che mi riporta alla mente i ben articolati saggi e le profonde riflessioni di Zigmut Bauman; in particolare nel Capitalismo parassitario, il tema che il pensatore e sociologo è quello del fantasma creditizio e dell’indebitamento esponenziale che induce alla depressione economica e con essa alla contemporanea “depressione umana”. I pericoli di questo tipo di “capitalismo aggressivo” (o “parassitario”, riprendendo l’espressione di Bauman) si estendono ferali dal campo socio-economico al profondissimo humus umano tutto: «il clima e le dinamiche insediative ed antropologiche» – scrive Tripodi – e l’ambiente naturale e sociale, l’esistenza umana stessa viene minacciata e distrutta; un concetto che riprende grosso modo nella sostanza ciò che già, fra l’altro, aveva a chiare lettere espresso Bauman nel testo precedentemente ricordato (mantenendoci, ancora, su un dialogo fra i due scritti): «Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare […]

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Comunicati stampa

La luce del Natale 2018: il Natale a Minori

La luce del Natale 2018 (rassegna natalizia minorese quest’anno alla sua X edizione), si svolge dal 16 novembre al 13 gennaio e presenta un ricco programma di eventi e attività. Esibizioni musicali, spettacoli (fra cui La cantata dei pastori e Napoli Milionaria), cerimonie religiose e inaugurazioni di interessantissimi momenti artistico-poetici: tutto ciò è La luce del Natale 2018, un lungo procedere fra musica, arte, poesia, danza, religione nella cornice affascinante del comune di Minori (in provincia di Salerno). La luce del Natale 2018: fra gli spettacoli in programma, La cantata dei pastori e Napoli Milionaria Fra gli spettacoli proposti ne La luce del Natale 2018, si ricordano La cantata dei pastori, con Peppe Barra (che ne cura anche la regia) nel ruolo di Sarchiapone (sulla musica originale e sui testi di Roberto De Simone) e Napoli Milionaria (sull’originale opera di Eduardo De Filippo) messa in scena – nell’ambito de La luce del Natale 2018 – dalla Compagnia teatrale “Il Proscenio”. (Il programma è finanziato dalla Regione Campania con l’intento di valorizzare le chiese barocche monumentali della Campania). La cantata dei Pastori sarà messa in scena il giorno 11 dicembre alle ore 20.30 presso la basilica di Santa Trofimena di Minori, in collaborazione con la Regione Campania, la Società Campana Beni Culturali, l’Arcidiocesi di Amalfi – Cava de’ Tirreni e la Parrocchia di Santa Trofimena di Minori. La regia dello spettacolo è curata da Peppe Barra (che interpreta nella Cantata dei pastori il personaggio di Sarchiapone), le musiche sono di Roberto De Simone, Lino Cannavacciuolo, Paolo Del Vecchio e Luca Urciuolo. Lo spettacolo rappresenta con rimaneggiamenti e reinterpretazioni l’originale opera di Andrea Perrucci (scritta nel 1698), che rappresenta uno dei testi precipui del teatro barocco partenopeo. Napoli milionaria sarà reinterpretata dalla Compagnia Il Proscenio per 8 serate (25, 26, 29, 30 dicembre; 1, 2, 3, 6 gennaio) presso il Palazzo delle Arti di Minori (è necessaria la prenotazione al numero telefonico 089877087, uffici della ProLoco di Minori). Fra gli interpreti: Andrea Reale, Salvatore Bonito, Valerio D’Amato, Antonio Proto, Enzo Oddo, Anna Dumas, Trofimena Bonito, Annamaria Esposito, Luciana Esposito, Antonietta Caproglione, Mattia Ruocco, Giovanni Citarella, Antonio Mansi, Federica Civale, Armando Malafronte; regia di Lucia Amato. La luce del Natale 2018: la rassegna in dettaglio 16 novembre ore 16.00 – Basilica di Santa Trofimena Inizio della seconda fase della Peregrinatio delle Sacre Reliquie nei paesi della Costiera (Agerola, Furore, Conca de’ Marini, frazioni di Amalfi, Praiano, Positano, Amalfi centro ed Atrani). 24 novembre ore 19.30 – Piazza Umberto I Accoglienza delle Sacre Reliquie di Santa Trofimena rientranti da Atrani e Cerimonia di accensione dell’Albero di Natale – Processione fino alla Basilica di Santa Trofimena. Esibizione del gruppo “Symphonia Costa d’Amalfi”. 25 novembre ore 16.30 – Centro storico e Piazza Umberto I Secondo Raduno Zampognaro “I Suoni del Natale” – musiche e canti tradizionali natalizi con la partecipazione di gruppi di zampognari; ore 19.00 – Sagrato della Basilica di Santa Trofimena Esibizione dei gruppi di zampognari 27 novembre ore 18.00 – Basilica di Santa Trofimena Solenne chiusura […]

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Libri

Folkville: il nuovo romanzo di Giancarlo Marino

Folkville. Cronache da una città leggendaria è il nuovo romanzo di Giancarlo Marino edito con la casa editrice Homo Scrivens. Folkville. Cronache da una città leggendaria: l’intreccio Folkville. Cronache da una città leggendaria è sicuramente un libro complesso e l’espressione “sui generis” lo descriverebbe forse perfettamente, in quanto difficilmente identificabile in una determinata categoria narrativa; tutto in Folkville diviene altro, modificandosi in caleidoscopici – e psichedelici, oso dire – intrecci di parole, concetti, generi e loci narrativi. D’altronde, lo stesso Giancarlo ha esplicitamente affermato per il suo libro (in una recente intervista che ha rilasciato per il nostro giornale): «Quello di Folkville è un mondo immaginario che, però, affonda le sue radici nella realtà della tradizione orale occidentale, in particolare nel folklore urbano» e continua immaginando che «i lettori si lascino trascinare dal ritmo e dalle fantasmagorie di questo romanzo». Ritmi veloci, improvvisi cambi di “rotta”, nel mare magnum della narrazione picaresca dove tanto confluisce in un caos che è pur ordine («Scrivere significa cercare un principio di ordine di fronte a una realtà assurda, che ordine non ha», cito ancora Giancarlo). Folkville. Cronache da una città leggendaria: la struttura del libro Cos’è, in sostanza, Folkville. Cronache da una città leggendaria? Cosa vuole comunicarci l’autore e quali gli strumenti narrativi e retorici di cui si serve? Si parta dalla trama: essa si snoda lungo la direttrice della fantasia e della “leggenda metropolitana”; il filo sotteso è quello del “così mi è stato detto” espresso dalla frase – che Giancarlo ripete a più riprese nel suo romanzo – “o almeno così ha detto l’amico di un mio amico”, declinata al tempo presente o al passato prossimo; ed è proprio in quei “o almeno così dice” e “o almeno così ha detto” che sembra racchiudersi il senso del testo: un parlare per favole e leggende, tramandate a voce, mai verificate (perché inesistenti) ma accolte per vere fedeli all’adagio del “non è vero ma (forse) ci credo”. Da notare la suddivisione delle scene narrative non in capitoli (canonici per un romanzo) ma in tavole: coerente scelta dell’autore che descrive le “avventure” del protagonista (gestore di una fumetteria) che vagola nel fantasioso – e spaventoso – mondo delle leggende metropolitane. Non solo: orrore, fantascienza, assurdo e demenziale si incrociano bisecandosi e dando origine ad una materia poliforme; si ritrova tanto nel crogiolo che Giancarlo Marino mostra al lettore (quello stesso crogiolo da cui lui stesso, d’altronde ha tratto materiale per  suo testo). Surreale, fantasmagorico, scorretto e perturbante: un testo sui generis (si è già detto) in cui a qualcuna delle strane storie raccontate viene addotto un “forse perché così ha deciso il tizio che mi ha raccontato questa storia”. È tutto un groviglio di racconti incastrati in altri racconti, piccole storielle introdotte ex abrupto che dilatano il corso della storia principale. Ma la leggenda è così: un continuo andare e tornare, un continuo partire da un centro e spostarsi diagonalmente verso la periferia, fra linee sghembe di pensiero e alternative tangenti al cerchio della realtà. Folkville. Cronache da […]

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Libri

Folkville: intervista all’autore Giancarlo Marino

Folkville. Cronache da una città leggendaria è il nuovo libro (di recente pubblicazione) di Giancarlo Marino. Edito per la casa editrice Homo Scrivens (di cui Giancarlo fa parte e per cui organizza laboratori di scrittura creativa e attività varie), Folkville. Cronache da una città leggendaria è stato presentato per la prima volta lo scorso ottobre al Teatro Bellini di Napoli e nuovamente presentato, il 20 novembre, nella struttura dell’Hotel Parker’s sita al corso Vittorio Emanuele (a Napoli). Per l’occasione, abbiamo intervistato l’autore, Giancarlo Marino. Folkville. Cronache da una città leggendaria: intervista a Giancarlo Marino Folkville. Cronache da una città leggendaria è un libro “bizzarro”: un po’ come per l’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0 (permettimi il parallelo), anche qui ritroviamo una realtà alternativa in cui tutto esiste in virtù dell’immaginazione. Com’è stato creare questo surreale mondo di fantasia? Quello di Folkville è un mondo immaginario che, però, affonda le sue radici nella realtà della tradizione orale occidentale, in particolare nel folklore urbano. Il romanzo è frutto di uno studio accurato delle leggende metropolitane diffuse in Europa e nelle Americhe (ma in alcuni casi in tutto il mondo: si pensi a una figura come il Bigfoot americano che ha i suoi corrispettivi nello yeti dell’Himalaya o negli Agogwe dell’Africa Orientale). La soluzione più semplice sarebbe stata quella di una raccolta di racconti dove reinterpretare questi archetipi; invece, ho preferito complicarmi la vita e costruire una trama romanzesca (Charlie, il giovane proprietario di una fumetteria che va alla ricerca della sua ragazza e del suo socio scomparsi) nella quale inserire i riferimenti alle leggende tramite una serie di peripezie. Insomma, ho voluto scrivere il mio personale “viaggio nel Paese delle meraviglie metropolitane”. Ancora sul tema di Folkville e sul carattere della possibilità e della finzione: quanto ti piace “giocare” a “rimescolare le carte”? Folkville è essenzialmente un romanzo postmoderno, in cui il citazionismo si fa vero e proprio gioco combinatorio mescolando riferimenti cosiddetti “alti” (Carroll, Lovecraft) e “bassi” (fumetti, serie TV etc.). Devo ammettere di essermi divertito a scrivere questo libro (per quanto sia possibile, in un’attività probante dal punto di vista delle energie psicologiche, qual è la scrittura) e mi auguro che i lettori si lascino trascinare dal ritmo e dalle fantasmagorie di questo romanzo. La letteratura è profondamente anche questo: costruire castelli di sabbia sulle rocce e castelli di rocce sulla sabbia; quanto ritrovi di questa mia definizione in Folkville? Ci ritrovo molto, in quanto Folkville vuole essere anche un omaggio alle letture che ho amato e che amo tuttora. Il romanzo di avventura, horror ma anche l’umorismo di un certo cinema di Tim Burton e dei fumetti della famiglia Addams (giusto per citare due riferimenti più espliciti). Venendo a una considerazione più generale, fare letteratura è essenzialmente un atto di ribellione, forse non in senso strettamente politico e sociale, ma di certo esistenziale. Scrivere significa cercare un principio di ordine di fronte a una realtà assurda, che ordine non ha. Quindi vuol dire erigere castelli di roccia su fondamenta fragili; ma al contempo, […]

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Culturalmente

Paola De Rosa e i suoi acquerelli (per Colour beginning)

Colour beginning è il titolo di un’esposizione artistica della pittrice (e architetto) Paola De Rosa, un’esposizione (inserita all’interno della III edizione della manifestazione artistico-culturale Rome Art Week) che ha visto come protagonista un ciclo di ritratti acquerellati a cui Paola De  Rosa si è dedicata con intensa profondità. Colour beginning (e non solo): un dialogo con Paola De Rosa Colour beginning non è che una parentesi del rapporto che Paola intrattiene con l’acquerello, intenso e produttivo: «un rapporto continuo, lunghissimo e profondo; il mezzo che ha coinvolto prima la pittura, come strumento intuitivo, e poi l’architettura, come strumento di pensiero. Perché l’acquerello ha una duplice caratteristica: può essere gestuale e rapido nel “macchiare”, riflessivo e lento nel “velare”. I due aspetti, però, possono fondersi; in questo senso Colour beginning è una “macchia” che “riflette” sul colore», ci dice. Un abbraccio felice e cangiante fra tinte immerse nell’acqua: un acquerello poeticamente può essere questo, un fluire dei sensi in volute armoniche, fino a che, intridendo – e gonfiando – le setole del pennello, le tinte si stendono sopra il supporto cartaceo che le accoglie. La tecnica della creazione ad acquerello è polivalente, poliforme, “improvvisa”, ma segue prassi ben definite: «è come dici tu; sulla macchia e sulla velatura c’è un margine di controllo, soprattutto sulla seconda, ma l’acquerello, a mio avviso, più di ogni altra tecnica artistica, fatta eccezione per la fotografia a cui io per altro lo assimilo, porta con sé molto degli stati ambientali, fisici e psichici del momento e questa sua contingenza e sensibilità lo rendono particolarmente vivace», ricorda l’autrice. Ma quali sono, per l’acquerello, i soggetti preferiti da Paola De Rosa? Quali gli elementi attraverso cui veicola il suo messaggio d’artista? È lo sguardo, lo sguardo dell’uomo e dell’artista – sia egli poeta, musicista, pittore – ciò che l’affascina; perché lo sguardo? In esso si cela l’immenso – e l’inconosciuto e (inconoscibile, forse) – mare del sé, dell’essere umano, del suo inconscio, della sua più profonda essenza creativa: «il Metronomo di Man Ray, uno degli artisti che ho ritratto in Colour Beginning, è diventato per me l’occhio che sente. Cosa intendo dire. L’occhio è l’organo che ci restituisce tutti i sensi: l’occhio vede, parla, sente, tocca, assapora e si fa sguardo dei sensi più interni, vale a dire dell’anima», soggiunge Paola. Una serie di suoi ritratti acquerellati sono corredati da alcuni versi, da alcuni pensieri e frasi, costruendo, così, un dittico fra parola e immagine: «la pittura è la poesia della visione», aveva ricordato l’artista riprendendo un pensiero del pittore James Abbott McNeill Whistler; un’altra serie di acquerelli è eseguita tutta sulla tinta del violetto: «ti stai riferendo al colore caput mortuum violet, il rosso-arancio-violaceo che ho scelto per una serie di ritratti ad acquerello: il punto dove il blu si brucia nel giallo come una sanguigna»; il più recente ciclo (formato dai lavori scelti per Colour beginning), segue norme cromatiche ispirate alla teoria dei colori di Goethe: «che si incardina sui due estremi, il giallo e […]

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Comunicati stampa

Premio Cartagine 2018: fra i vincitori Luciano Ruotolo

Il Premio Cartagine, istituito nel 2001, è un premio rivolto a personalità che, in diverse declinazioni della cultura e del sapere, si sono distinte – in Italia e all’Estero, indistintamente  – per le loro attività divulgative e intellettuali. Il Premio Internazionale Cartagine conferito a Luciano Ruotolo Il 19 ottobre scorso si è tenuta, presso la Sala Protomoteca in Piazza Campidoglio, a Roma, la cerimonia di premiazione del Premio Internazionale Cartagine 2.0 2018; alla cerimonia ha preso parte anche Luciano Ruotolo, maestro di pianoforte e direttore artistico (e curatore di interessanti manifestazioni ed eventi musicali fra cui il Mimas Music Festival, svoltosi a Procida dal 21 al 31 agosto scorsi) nonché cofondatore dell’Associazione Mousikè e dell’Accademia Musicale Europea («un circuito musicale basato sull’eccellenza e sulla valorizzazione di giovani musicisti, rendendoli protagonisti all’interno dello scenario nazionale ed internazionale attraverso l’ideazione di rassegne, laboratori, masterclass, corsi ordinari di alta formazione musicale ed è impegnata nella divulgazione della musica considerata come un mezzo necessario alla crescita ed alla formazione sociale», aveva lui stesso affermato in una piacevolissima ed interessante intervista pubblicata qualche mese fa, sempre qui, per Eroica Fenice). Luciano Ruotolo si è formato artisticamente presso il Conservatorio San Pietro a Majella, di Napoli, e presso l’Accademia del Teatro alla Scala, di Milano, e come si ricordava, affianca alla carriera pianistica, quella di Direttore Artistico rivestendo prestigiosi incarichi in ambito musicale. Luciano Ruotolo e il Premio Cartagine Ho avuto modo di conoscere Luciano al Palazzo Venezia di Napoli, dove il maestro tiene un corso di pianoforte; lì, in quella cornice storica ed artistica – e colma di pace e tranquillità, un locus amoenus in cui il fascino delle note del pianoforte fra il vento e lo stormire delle chiome degli alberi rievoca suggestioni profonde – Luciano si dedica alle sue lezioni di pianoforte con amore e dedizione, lì tiene concerti-saggio con i suoi allievi di pianoforte e concerti (fra cui una suggestiva serata fra il suo pianoforte e la voce del soprano Romina Casucci) e da lì sono partiti molti dei progetti e delle idee che hanno avuto risonanza internazionale. Da qui, da questo spirito internazionale della sua arte musicale, la motivazione del Premio Cartagine conferito a Luciano Ruotolo: “[…] La sua Arte Pianistica, viene acclamata in tour in Europa e negli USA. Ideatore di prestigiosi Festival a centri di Alta Formazione è impegnato nella divulgazione della Musica […] in virtù dei meriti acquisiti rappresenta uno dei massimi e più noti esponenti in Italia e all’Estero del Panorama Musicale […]”. Cosa significa per Luciano Ruotolo questo premio? «Il Premio rappresenta per me prima di tutto un’enorme sorpresa: è arrivato come un fulmine a ciel sereno; è un riconoscimento davvero importante considerando l’albo d’onore precedente ed il respiro internazionale. Mi ha molto emozionato, come primo impatto, alimentando la consapevolezza che il solco tracciato, con tanta passione,  è quello giusto. Viviamo in una società velocissima, a tratti cinica, dove l’Arte e la sua Bellezza vengono spesso piegate per logiche di mercato: noi proviamo, e parlo al […]

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Comunicati stampa

Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2018/2019

Il 31 ottobre si è tenuta la presentazione stampa del nuovo cartellone – stagione teatrale 2018/2019 – del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2018/2019 L’offerta del cartellone della stagione 2018/2019 del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli è – come del resto di consueto – molto ricca e variegata; ci sarà – come novità di quest’anno – una sezione teatrale dedicata ai bambini (“La lanterna magica”), oltre a laboratori e spettacoli vari (suddivisi fra spettacoli in abbonamento, a loro volta tripartiti in tre sezioni – “Il Teatro Rinnovato”, “I Teatri Comici”, “Il Teatro in Musica”, “Il Teatro Danza” – di vario interesse e in spettacoli fuori abbonamento) ed a una sezione radiofonica. Sui laboratori ospitati al Nuovo Teatro Sancarluccio, si ricordano i corsi sulle tecniche di recitazione del dramma antico, a cura dell’Accademia Magna Graecia di Paestum (con sede distaccata al Nuovo Teatro Sancarluccio e la cui direzione artistica è affidata a Sarah Falanga; per informazioni: [email protected]), e i corsi del laboratorio cinematografico e teatrale permanente, a cura della Falegnameria dell’attore (diretta da Gigliola De Feo; per informazioni: rivolgersi al Nuovo Teatro Sancarluccio); continuerà, poi, il rapporto fra Onda Web radio e il Nuovo Teatro Sancarluccio, con lo spazio radiofonico Onda Web Radio Live, in cui verrà dato spazio agli artisti che si esibiranno poi al Sancarluccio. Un cartellone, dunque, ricco, variegato, interessante, in cui muoversi scegliendo attività e spettacoli in linea con le proprie corde. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2018/2019 in dettaglio Sezione “La lanterna magica” (teatro per l’infanzia): Storia di uno schiaccianoci, Compagnia Il Teatro nel Baule (debutto nazionale), liberamente tratto da Lo schiaccianoci, Progetto Vincitore del Bando Residenze Mu.d. di Teatri Associati, da un’idea di Simona Di Maio, regia e drammaturgia Sebastiano Coticelli e Simona Di Maio, con Luca Di Tommaso e Simona Di Maio (23 dicembre 2018); Un mare di desideri, Compagnia Trasformazione Animata Spettacolo + laboratorio, favola animata di Ciro Arancini e Claudia Riccardo (6 gennaio 2019); Le briciole di Pollicino, Compagnia BabaJaga, spettacolo di teatro d’attore e narrazione liberamente tratto dalla fiaba di Charles Perrault, Menzione speciale Premio Nazionale di Teatro Ragazzi “Otello Sarzi” 2015 per lo stile garbato della narrazione e per l’essenzialità dei materiali scenici derivati direttamente dalla natura, di e con Chiara Tabaroni (3 febbraio 2019); Dov’è finito il principe azzurro, Compagnia Il Teatro nel Baule, di e con Simona Di Maio e Sebastiano Coticelli (10 marzo 2019); Liombruno, il mondo delle favole, di Italo Calvino, con Francesco D’Atena, Daniele Dono, Maria Elena Lazzarotto, Gilda Sacco, musiche Maria Elena Lazzarotto, regia  Francesco D’Atena, Maria Elena Lazzarotto (28 aprile 2019); I racconti di Fernando, Teatro Bertolt Brecht, Incubi, lazzi e sogni di Cetrulo Pulcinella, di e con Maurizio Stammati, burattini di Carlo De Meo (19 maggio 2019). Sezione “Il Teatro Rinnovato”: Mamma Mà!, di Massimo Andrei con Daniela Ioia per la regia di Gennaro Silvestro (22 novembre 2018); Io sono Claudia, scritto e diretto da Eduardo Cocciardo coprotagonista della rappresentazione insieme ad Anna Monti e Salvio di […]

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Napol e Dintorni

C’è qualcuno alla porta: intervista ad Andrea Lucchetta

Il 3 e il 4 novembre sarà in scena, al Teatro Nuovo di Napoli, lo spettacolo C’è qualcuno alla porta [I atto – Il Calapranzi (di Harold Pinter), regia di Andrea Lucchetta, con Marco Fanizzi e Vincenzo Grassi; II atto – Vecchi tempi (di Harold Pinter), regia di Luigi Siracusa, con Cecilia Bertozzi, Michele Enrico Montesano e Sofia Panizzi], scene: Mauro Rea; musiche: Paolo Improta. Abbiamo intervistato, a questo proposito, il regista Andrea Lucchetta. C’è qualcuno alla porta: intervista al regista Andrea Lucchetta Andrea, parlaci del tuo lavoro e delle tue esperienze teatrali. Ho cominciato a studiare come attore presso la “Palestra dell’Attore” (scuola di formazione teatrale del Teatro Diana) all’età di dieci anni. Quattro anni dopo, un mio carissimo amico e collega ed io decidemmo di formare una piccola compagnia teatrale assieme ad altri attori che frequentavano la scuola; abbiamo cominciato con il teatro amatoriale e dialettale; dopo qualche anno, abbiamo vinto il Festival del Teatro Amatoriale, organizzato dal Teatro Totò che ci ha dato la possibilità di partecipare alla Rassegna Ridere 2015 presso il Maschio Angioino. L’anno dopo decidemmo di abbandonare il teatro comico e dialettale e ci siamo messi in gioco con un testo di J.B. Prestley “Ispettore in casa Bearling”, un giallo inglese che abbiamo avuto la fortuna e l’onore di mettere in scena al Teatro Nuovo. Successivamente mi sono cimentato nella drammaturgia, scrivendo un riadattamento teatrale del romanzo “Cecità” di Josè Saramago che ho messo in scena due anni fa al Teatro Nuovo: il progetto di “Cecità” mi ha permesso subito dopo il diploma di entrare nel corso di regia dell’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, la quale mi sta dando la possibilità di entrare in contatto con grandissimi maestri e professionisti dai quali non posso far altro che trarre grandi insegnamenti. Grazie all’Accademia, a settembre, ho avuto modo di mettere in scena, al Teatro India-Teatro di Roma, “Delphi Park”, riadattamento del racconto “La morte della Pizia” di Friedrich Durrenmatt: grazie a quest’esperienza e agli attori con i quali ho lavorato, ho trovato una mia impostazione di lavoro teatrale, che è una sintesi tra estetica teatrale e concretezza dei fatti narrati: questi due elementi mi danno modo di dedicarmi a 360° sulla direzione dell’attore e sulla gestione dello spazio e della coerenza scenica, elementi di fondamentale importanza per il mio modo di fare teatro. Sempre in circostanze accademiche ho affrontato il testo che vedrete in scena sabato e domenica al Teatro Nuovo.  Lo spettacolo C’è qualcuno alla porta si articola in due momenti scenici, due atti separati ma che, proposti in un’unica messa in scena, interloquiscono fra loro; come “dialogano” le parti (e quanto ti sei confrontato con Luigi Siracusa, regista del secondo atto)? Luigi Siracusa è il mio compagno di corso. Con lui, in Accademia, abbiamo affrontato e studiato Pinter, ipotizzando delle messe in scena, a scopi didattici, con dei limiti ben precisi, ovvero: durata di massimo 40 minuti, 3 attori, tempi di montaggio e smontaggio della scena molto brevi. Da quest’esercizio sono nate le nostre due regie. […]

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Eventi nazionali

Rome Art Week e gli acquerelli di Paola De Rosa

Rome Art Week è una manifestazione artistica (quest’anno nella sua III edizione) che si terrà dal 22 al 27 ottobre nella capitale italiana. Rome Art Week: una panoramica sull’iniziativa Rome Art Week è una prossemica sull’arte attraverso lo sguardo dei suoi protagonisti: oltre alla partecipazione di gallerie, fondazioni, curatori, critici d’arte, associazioni e musei, l’iniziativa vede protagonisti gli artisti che, aprendo letteralmente i loro studi ai visitatori, mostrano loro il luogo in cui sono concepite e nascono le proprie creazioni. Un viaggio al centro dell’arte, si potrebbe dire: un percorso – fisico e artistico – lungo cui entrare in contatto con praxis e ratio creativa degli artisti che espongono le loro opere proprio laddove sono state nutrite e curate. Colour beginning: gli acquerelli di Paola De Rosa alla Rome Art Week Fra gli artisti partecipanti all’evento, anche la pittrice Paola De Rosa che offrirà ai visitatori – aprendo loro il 27 ottobre il proprio studio – un proprio ciclo di affascinanti ritratti acquerellati dal titolo Colour beginning. Un titolo allusivo per questi suoi ritratti (acquerellati con delicatezza e al tempo stesso forza tecnica) se si pensa all’omonimo lavoro ad acquerello di William Turner, con cui l’autore si “immerge” nel colore come proiezione dell’intimo. Studio sui colori, loro intimo intreccio con le sensazioni umane, e profondità: è questo il sostrato da cui si muove l’intentio – e l’inventio – di Paola De Rosa, il senso da cui si dipana il tema ricorrente di questi suoi acquerelli; ed ecco la profondità di uno sguardo rapito dall’atto creativo, a sua volta “rapito”, colto, dalla mano di Paola De Rosa, attraverso l’abbraccio fluente delle sue tinte mescolate nell’acqua. Un ciclo di acquerelli su pittori – raffiguranti, fra gli altri, Amedeo Modigliani, Salvador Dalì, Marc Chagall, Andy Wharol – realizzati da una pittrice: un giro armonico di inizi e ritorni; un cerchio artistico che ha la capacità di offrire, all’osservatore, un duplice canale interpretativo di cui l’acquerello si fa mezzo attraverso due fuochi visivi: l’occhio di Paola De Rosa nel cogliere lo sguardo – e con esso quella caratteristica scintilla del fuoco creativo – del pittore che crea e l’occhio di questi, eternamente presente nell’essenza stessa della sua opera. Colour beginning: percorsi fra acquerello e jazz Itinerari di andate e ritorni, fra autori e opere, fra acquerello e tinte, fra arte e musica: «Così come la musica è la poesia del suono, così la pittura è la poesia della  visione» (come Paola De Rosa ricorda riprendendo un pensiero di James Abbott McNeill Whistler) e come sottofondo musicale ai propri ritratti, la voce di Tiziana Cavone (accompagnata dalla chitarra di Alessandro Cicala, dal basso elettrico e dal contrabbasso di Vincenzo Iantorno e alla batteria di Francesco Benedetti), che fra note jazz e partiture (tratte fra i repertori, fra gli altri, di George e Ira Gershwin, Eddie Jefferson, Bobby Timmons e Mongo Santamaria), si inscrive armonicamente nel percorso tracciato per Colour Beginning. Tiziana Cavone (docente di musica alle scuole elementari, membro di importanti formazioni corali e solista impegnata […]

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