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Eroica Fenice

Napoli e Dintorni

Festival del cinema di Castel Volturno: la II edizione

Festival del cinema di Castel Volturno: la seconda edizione Nei giorni fra l’11 novembre e il 15 dello stesso mese, si è svolta la II edizione del Festival del cinema di Castel Volturno; alla rassegna è seguita una serata di gala – durante la quale sono stati assegnati i premi della stessa rassegna – svoltasi all’“IMAT” (Italian Maritime Academy Technologies). Così come da comunicato stampa, si riportano le parole di Fabrizio Monticelli, Amministratore Unico dell’Istituto IMAT: «L’IMAT ha sposato questo progetto dalla prima edizione; quando gli organizzatori ce ne hanno parlato, abbiamo subito intuito che potesse essere un’idea estremamente interessante per la valorizzazione del territorio. Non a caso anche il nostro progetto è basato sulla responsabilità sociale d’impresa che tende a valorizzare i contenuti migliori del territorio». La II edizione del Festival e il premio speciale “Carlo Croccolo” La rassegna del cinema di Castel Volturno, presentata per questa II edizione da Fabiana Sera, si è aperta con una proiezione di commemorazione verso l’attore (e direttore artistico – insieme a Daniela Cenciotti – della I edizione del festival del cinema di Castel Volturno) Carlo Croccolo e con l’organizzazione (allestita dagli studenti dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castel Volturno) di una mostra a lui dedicata; ricordando l’attore, inoltre, è stato istituito un premio speciale, a lui intitolato, che è stato consegnato ad un giovane talento che, secondo il pensiero dello stesso Carlo Croccolo, maggiormente possa incarnare l’idea di artista “a tutto tondo”; in questa occasione, si è scelto di assegnare il premio “Carlo Croccolo” alla “cantattrice” Viviana Cangiano, giovane talento partenopeo conosciuta, tra le altre cose, per aver preso parte alla recentissima pellicola di Mario Martone Il Sindaco del Rione Sanità e per aver formato, insieme alla collega Serena Pisa, il fortunato duo Ebbanesis con cui le due artiste propongono particolari rivisitazioni (per arrangiamenti, stili, ritmi, contaminazioni musicali)  delle canzoni della tradizione canora e musicale partenopea; a consegnare il premio è stata la direttrice artistica della II edizione del festival, Daniela Cenciotti (moglie di Carlo Croccolo) che, come ricordato nel comunicato stampa, ha dichiarato: «Abbiamo scelto di dare questo riconoscimento a  Viviana  perché è una ragazza dai più talenti che si esprimono tanto su di un palcoscenico quanto dietro una macchina da presa. Siamo molto felici che questo primo premio dedicato a Carlo Croccolo lo riceva lei convinti che incarni perfettamente lo spirito artistico di Carlo e con l’augurio di una lunga, e sempre più florida, carriera».   Festival del cinema di Castel Volturno: la serata di premiazione Le premiazioni sono state intervallate da momenti musicali in cui si sono esibiti la cantrattrice Patrizia Spinosi e il musicista Michele Bonè. Di seguito l’elenco dei premi di categoria e dei premiati: –Miglior lungometraggio: The Uncle di Hiyoung-Yin Kim; -Migliore fotografia a Francesco Morra per Uocchie c’arraggiunate di Paolo Cipolletta; -Migliore sceneggiatura ad Alfredo Mazzara e Matteo Festa per Ragù noir di Alfredo Mazzara; -Miglior attore a Stefano Fresi per Nina di Sabina Pariante; -Migliore attrice a Svetalana Bukhtoyarova  per Because a little […]

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Libri

Napoli Metro per Metro: intervista alle autrici

Napoli Metro per Metro è una guida alle metropolitane artistiche di Napoli; il testo, scritto da Roberta De Risi e Alessia De Michele (entrambe architetti) e presentato alla fiera Ricomincio dai libri, è un «racconto della città, svelata da un insolito punto di vista», ossia attraverso le fermate artistiche delle cosiddette “stazioni dell’arte”. Abbiamo intervistato le due autrici architetti che, fra l’altro, a breve (il prossimo 11 novembre), parteciperanno alla Conferenza Internazionale “L’Architettura della nuova mobilità” (Milano, Sala Reale della stazione Centrale). Napoli Metro per Metro: intervista alle autrici Gentilissime Roberta ed Alessia, mi piacerebbe partire dal titolo della vostra guida: Napoli Metro per Metro: un evidente gioco di parole… cosa vuol dire per voi “Napoli Metro per Metro”? Che significato ha avuto per voi la stesura di questa guida e cosa intendete comunicare ed offrire al lettore-viaggiatore? Una start up al femminile, un’amicizia decennale, questo il segreto della far art. Siamo due amiche di poco più di 30 anni, compagne di banco dalle scuole medie. Così abbiamo deciso di rendere la nostra amicizia la base per un lavoro appagante e sempre più stimolante costituendo, nel 2017, la FAR art srls, dalle iniziali dei nostri nomi, Alessia e Roberta, e dal gioco di parole “fare arte”; nome simpatico quanto ambizioso. La nostra formazione classica, la laurea in architettura e il legame sviscerato con la nostra città hanno fatto il resto. Il nostro progetto nasce così. Scoprire Napoli metro per metro vuol dire spaziare tra Arte, Architettura e Archeologia nonché conoscere curiosità, miti, usanze e sapori del popolo partenopeo, attraverso un percorso inedito e utilizzando un servizio pubblico con zero emissioni ambientali. Napoli Metro per Metro è partita dalla descrizione della Linea 1 della metropolitana napoletana fino alla 6: raccontateci come si articola, per voi, questo “viaggio”. Napoli Metro per Metro è il racconto della città, svelata da un insolito punto di vista: le stazioni dell’arte. Queste non sono più solo un mezzo di trasporto ma diventano esse stesse un luogo di interesse; le 22 stazioni della metropolitana dell’arte della nostra città contano più di 200 opere di artisti famosi a livello internazionale e portano la firma di archistar tra cui Mendini, Rogers, Podrecca, Kollhoff, Siola, Tagliabue per citarne qualcuno. Dopo la prima pubblicazione relativa alla Linea 1, si amplia la collana Napoli Metro per Metro con il racconto della città attraverso la linea 6 della metropolitana cittadina. La “Far art” dopo aver raccontato il sopra e il sotto della città di Napoli, dalla stazione Vanvitelli alla stazione Garibaldi, quindi dal quartiere Vomero al Centro storico per la linea 1, completa l’anello di percorrenza arrivando fino a Fuorigrotta, passando per Mergellina fino alla porta della città via mare con la stazione di Municipio. La Linea 6 della metropolitana dell’arte è la somma della Stazione di Mergellina, le tre stazioni di Fuorigrotta, realizzate nel 2007 ad opera dell’architetto Siola, che hanno dato un forte impulso e un nuovo impatto urbanistico al quartiere, la stazione di Municipio, opera degli arch.tti A. Siza e […]

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Cucina e Salute

Il sistema circolatorio (apparato cardio-vascolare): scopriamolo insieme

Il sistema circolatorio (definito anche apparato cardio-vascolare) è uno fra i più importanti sistemi dell’organismo atto al mantenimento delle funzioni vitali. Il sistema circolatorio è costituito dal muscolo cardiaco – il cuore – a cui afferiscono arterie e vene – i vasi sanguigni – deputate al trasporto del sangue verso le sedi principali e periferiche dell’organismo; il sistema circolatorio cardio-vascolare si trova in stretta correlazione con altri due fondamentali sistemi dell’organismo che sono il sistema linfatico (deputato al trasporto della linfa) e il sistema nervoso (cervello, midollo spinale, organi di senso, tessuti nervosi): essi, sotto le strette influenze degli ormoni, regolano anche a livello emotivo le risposte dell’organismo a determinati stimoli esterni. Il sistema circolatorio e l’effetto delle emozioni Troppo spesso alla prova dei fatti si riscontra che una purtroppo nutrita schiera di operatori medici tende a sottovalutare il rischio delle emozioni negative su cuore, cervello e drenaggio linfatico; liquidata come “stress”, la sindrome da somatizzazione è in realtà fenomeno molto preoccupante per la salute dell’organismo. Per somatizzazione si intende la manifestazione fisica reale di stati di malessere e disturbi vari che alla prova diagnostica non presentano anomalie, però è semplice comprendere come, la somatizzazione, non è un problema fisico (ma nella maggior parte dei casi può essere spia di un gravissimo disagio psicologico, quindi per nulla trascurabile o da sottovalutare), può degenerare in disturbo fisico grave: ciò che gran parte della classe medica sembra, purtroppo, alla prova dei fatti ignorare, infatti, è l’influenza che le emozioni negative generano, a volte come stille silenti di veleno, all’interno del corpo umano. Il sistema circolatorio: cenni sulla costituzione Il sistema circolatorio è costituito da vasi (arterie e vene) che trasportano il sangue sia dal muscolo cardiaco verso le aree periferiche (organi e tessuti) del corpo sia dalle zone periferiche al centro, ossia nel muscolo cardiaco; nel primo caso, i vasi deputati al trasporto di sangue (ricco d’ossigeno) sono le arterie (per questo motivo si parla di sangue arterioso), nel secondo caso, i vasi deputati al trasporto di sangue (deossigenato e in prevalenza ad anidride carbonica) sono le vene cave (per questo si parla di sangue venoso). Il cuore, attraverso movimenti euritmici, alterna rilassamenti diastolici a contrazioni sistoliche; diastole e sistole avvengono all’interno degli atri e dei ventricoli (due atri e due ventricoli che fanno del cuore un muscolo “quadripartito”) e permettono al sangue di attraversare le cosiddette valvole cardiache: battiti normali del cuore permettono l’attraversamento delle valvole (distinte in tricuspide, mitrale, polmonare, aortica) da parte del sangue, in maniera tale da impedire – tramite un meccanismo di corretta apertura-chiusura – il ristagno di sangue nelle valvole o il traboccamento di esso in senso “antianatomico”. La forza con cui il cuore pompa sangue attraverso i movimenti sincroni di sistole e diastole, definisce la pressione arteriosa; quando misuriamo la pressione con fonendoscopio e sfigmomanometro, tracciamo i risultati della pressione sistolica (pressione arteriosa massima) e della pressione diastolica (pressione arteriosa minima): i valori di “massima” e “minima” forniscono dati utili (seppure non esaustivi) sulla salute […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Candlelight Experience: un nuovo evento NOMEA

Candlelight Experience: un nuovo suggestivo evento artistico-creativo a cura della società NOMEA (società di eventi musicali e artistici «di ispirazione creativa»). Venerdì 1° novembre, al Palazzo Venezia di Napoli (Via Benedetto Croce, 19), Luciano Ruotolo e la sua NOMEA Eventi (insieme al presidente del Palazzo Venezia, Gennaro Buccino) ha realizzato una nuova suggestiva serata fra musica, danza e storia. La serata – fra l’altro successiva al recentissimo e favorevole risultato di PizzArt (organizzato dalla stessa società NOMEA, per l’occasione in collaborazione con la Pizzeria Condurro, e accolto negli spazi del Palazzo Venezia) – si è rivelata anch’essa un’ottima scelta artistico-creativa. Candlelight Experience: espressioni coreutico-musicali a lume di candela Partecipare alla serata è stata sicuramente un’esperienza affascinante e molto suggestiva: le luci vibranti e delicatissime delle fiammelle di candela hanno accompagnato già dall’ingresso i partecipanti; dopo aver attraversato un percorso di piccole luci in salita (scalinate dai gradini illuminati), corridoi in penombra e lo spazio della Casina Pompeiana immersa nel buio della notte sorretto dalle timide ma vivissime fiammelle, lo sguardo si è aperto verso il giardino pensile illuminato da lucerne, candele e lumini che, nella penombra della notte, hanno “accompagnato” le esibizioni artistiche del sassofonista Gabriele Gargiulo e della danzatrice Monica Cristiano. Le serate a lume di candela  e il progetto artistico di NOMEA Eventi Candlelight Experience è una delle prime manifestazioni di NOMEA: la società, infatti, fondata quest’anno, ha inaugurato le sue attività a partire dallo scorso 9 giugno, con l’organizzazione della rassegna artistico-musicale Sinfonie sul mare (svoltasi nello spiazzo panoramico (sul golfo) del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a Portici) e dopo alcuni mesi ha già riscosso (e non solo con Candlelight Experience), un notevole successo; basti pensare che, nei mesi estivi fra luglio e agosto, molte sono state le iniziative curate e ogni volta diverse per contenuti, ambientazioni, scelte organizzative e prodotti completi. Lungi da stagnanti serialità, NOMEA propone ogni volta costrutti d’esperienze artistiche di vibrante intensità emotiva costantemente in fieri. Merito soprattutto delle idee degli organizzatori, che, esperti d’arte, musica e creatività, hanno lavorato (e lavorano costantemente) al progetto NOMEA con vivo entusiasmo. Merito di Luciano Ruotolo, maestro di pianoforte, amministratore delegato della società NOMEA e suo cofondatore, che, partendo dalla gestione artistica di iniziative precipuamente musicali, è arrivato a proporre progetti creativi che abbracciano in equa misura arte visiva, espressione artistica corporea (danza, teatro), musica (sonorità e canto) e tradizioni popolari; non solo Luciano Ruotolo attraverso NOMEA riunisce i partecipanti dei suoi eventi in atmosfere suggestive per ambientazioni scelte e per affascinanti fusioni artistiche commiste, ma, in più, permette l’immersione, la congiunzione dei partecipanti alle profondissime radici storico-culturali napoletane (si pensi, oltre alla serata Candlelight Experience svoltasi al Palazzo Venezia nella centralissima, antica e storica Spaccanapoli, agli eventi musicali organizzati al museo di Pietrarsa (a Portici), e al Camposanto delle Fontanelle). NOMEA è, si può dire consapevolmente, un progetto in costante evoluzione e sperimentazione continua; basti pensare proprio a Candlelight experience: un evento che, alla sua terza messa in opera, lungi dall’essere sempre lo stesso, […]

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Riflessioni culturali

Cos’è il pH: fra acidi, basi e soluzioni

Cos’è il pH? Con la notazione chimica di pH si indica la grandezza di misura dell’acidità e della basicità di una soluzione acquosa. Cos’è il pH e come si misura la potenza d’idrogeno Il pH esprime, precisamente, l’attività degli ioni d’idrogeno ed è rappresentata dalla formula pH= -log [H+]; in base alla concentrazione di tali ioni all’interno delle soluzioni acquose è possibile distinguere, tramite potenziometro (detto anche “piaccametro”, da pHmetro) tra soluzioni neutre (il cui pH è uguale a 7), tra soluzioni acide (il cui pH è minore di 7) e tra soluzioni basiche (il cui pH è maggiore di 7). Il motivo per cui il numero 7 diviene numero di riferimento per la distinzione e il calcolo del pH delle soluzioni risiede nel fatto che si prende come riferimento il seguente prodotto ionico dell’acqua (che nella sostanza acquosa pura presenta bilanciamento della concentrazione degli ioni di idrogeno con la concentrazione degli ioni di idrossido): [H+]= 10-7. Il pH nell’attività macrocellulare e nell’uomo La misurazione del pH risulta di fondamentale importanza – essendo la potenza d’idrogeno responsabile di varie attività macrocellulari e cellulari – anche nella conoscenza medica dell’uomo e nella farmacologia. Nell’uomo il pH non è uguale in valore unitario, ciò vuol dire che in base alla regione dei corpo da studiare, la concentrazione degli ioni è diversa, in seguito alla pluralità dei processi biologici e chimici che avvengono all’interno delle cellule umane; inoltre, il pH risulta essere variabile da individuo a individuo poiché suscettibile a fenomeni tanto endogeni quanto esogeni; il calcolo e la valutazione del pH, quindi, in alcuni casi è cosa assolutamente e strettamente personale, in altri casi si può ragionare per grandi linee e per gruppi. Quando dall’analisi potenziometrica il pH, in un determinato soggetto e per un periodo più o meno variabile, differisce dai valori di riferimento, si parla di alterazione di pH e, rispetto al valore di riferimento, quel determinato ambiente biochimico risulterà ad alterazione acida o basica, a seconda dell’alterazione (minore o maggiore del valore preso come riferimento); ad esempio, di norma, la pelle ha un pH che oscilla fra valori acidi e valori neutri, il sangue ha un pH alcalino (sue alterazioni provocano l’acidosi ematica e l’alcalosi ematica, entrambe nocumento per la salute umana e potenzialmente ferali), e alcalino risulta anche, in condizioni salutari, il pH dei tessuti dell’organismo. Al fine del proprio corretto funzionamento, l’organismo attua meccanismi automatici di equilibrio acido-base che è necessario per la salute umana: squilibri in tal senso, si diceva, portano a problemi di salute di varia intensità che, se alterano il valore di 7,4 del pH ematico, causano gravissime condizioni patologiche, quali l’acidosi metabolica e l’alcalosi metabolica. Il “pH delle emozioni” Cos’è il pH delle emozioni? Partendo dalla definizione di acido – sostanza che, dissociandosi, fornisce ioni idrogeno, oppure che è capace di aumentare la concentrazione degli ioni di idrogeno – e dalla definizione di base – sostanza che, dissociandosi, fornisce ioni idrossile, oppure che è capace di aumentare la concentrazione degli ioni idrossile – si […]

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Notizie curiose

Diatomea: costituzione, ambiente, classificazione

La diatomea è una microalga acquatica che prolifera sia in acqua dolce che in acqua salata e in ambienti salmastri, su terreni umidi e nei climi rigidi e rappresenta una fra le più importanti fonti di ossigeno della Terra. Appartenenti al regno protista (divisione Bacillariophyte e classe delle Bacillariophyceae), le diatomee sono alghe brune unicellulari eucariotiche ed autotrofi che vivono tanto isolate quanto in colonie numerose. Diatomee: generi e specie A seconda dell’ambiente acquatico in cui si trovano e a seconda delle caratteristiche chimiche, fisiche, idrologiche e geografiche in cui vivono e proliferano, le diatomee possono essere catalogate in diverse specie e generi. Per l’identificazione di una diatomea, e per la sottoclassificazione in genere e specie, bisogna innanzitutto procedere con l’osservazione al microscopio al fine di valutare la dimensione, la forma e la disposizione di alcuni elementi fondamentali: si parte dall’osservazione del frustulo, ossia la parete cellulare delle diatomee (composta in prevalenza da silice amorfa idrata), e si osservano le sue placche valvari (il frustulo è costituito da un’epivalva, ossia la valva superiore, e da un’ipovalva, ossia una valva inferiore) sulla cui superficie si ritrovano delle strie, diversificate in coste, pori e alveoli; l’osservazione – e la valutazione – di questi elementi dà la possibilità di comprendere di fronte a quale specie e genere di diatomea ci troviamo. Diatomee: la struttura cellulare Si è detto che le diatomee sono costituite da una parete cellulare detta frustulo che presenta placche valvari superficiali a loro volta “ornate” da strie (coste, pori, alveoli); osservando al microscopio una diatomea possiamo studiare tanto la vista valvare (una prospettiva visiva in cui osserviamo al contempo superficie superiore e superficie inferiore del frustulo) quanto la vista connettivale (una prospettiva “laterale” in cui del frustulo sono visibili, sovrapposte, entrambe le valve); alcune specie di diatomee presentano, inoltre, sul loro proprio frustulo una fenditura di struttura complessa – denominata rafe – che forma noduli centrali ala struttura principale e le cui forme e dimensioni, variando in base al genere e alla specie delle diatomee, forniscono informazioni ulteriori al fine della classificazione delle stesse. Diatomea: classificazioni d’ordine e specie A seconda di simmetria e morfologia del frustulo e a seconda degli elementi superficiali delle strie, è possibile suddividere le diatomee nell’ordine delle Biddulphiales (detto anche ordine delle Centralis) e nell’ordine delle Bacillariales (detto anche ordine delle Pennales): del primo fanno ordine parte le diatomee centriche, che sono costituite da simmetria raggiata, mancano di rafe e sono principalmente alghe di ambiente marino, mentre del secondo ordine fanno parte le diatomee pennate, che presentano valve a simmetria bilaterale rispetto alla struttura longitudinale, possono presentare rafe o meno – classificate in arafidee (se mancano di rafe), monorafidee (presenza di rafe su di una sola valva), birafidee (presenza di rafe su entrambe le valve) – e sono caratterizzate da un frustulo ellittico, bastoncellare o a “navetta” e proliferano in ambienti acquatici di varia natura; fra le diatomee pennate bentoniche, inoltre – sottoclassificabili in epilitiche, epifitiche, epipeliche, epipsammiche ed epizoiche – molte vengono ad essere […]

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Riflessioni culturali

La legge di Dirac e la correlazione quantistica

La legge di Dirac riguarda una particolare teoria della meccanica quantistica e descrive un’equazione d’onda relativa al moto dei fermioni (particelle dotate di spin – unità di misura quantica – seminterno). La legge di Dirac e una sua “deformazione” amorosa Spesso la legge di Dirac viene confusa con una “equazione amorosa” arbitraria, che non ha a che fare con la vera equazione della correlazione quantistica (in inglese “quantum entanglement”). La definizione in questione è, pressoché, la seguente: “Due (o più) sistemi che dapprima interagiscono tra loro e poi si trovano separati (per un qualsiasi motivo), non possono più essere descritti come sistemi distinti, ma devono essere considerati come un unico sistema, risultante della sovrapposizione dei dati sistemi; qualunque sia la distanza dei due sistemi, quindi, essi continueranno ad “influenzarsi” vicendevolmente, restando di fatto correlati”. Essa è corretta da un punto di vista linguistico e affettivo e ripercorre, grosso modo, il corretto concetto fisico-matematico che Dirac esprime con la sua equazione (nella cui costruzione formulare, fra l’altro, non si accenna né alle oscillazioni né al fenomeno di correlazione, ma ci si rivolge al comportamento particellare all’interno del “mare di quanti”); il punto è: Paul Dirac costruisce le sue ipotesi e formule in un contesto infinitesimale – parla dei fermioni, particelle infinitesimali di materia – e non di macrostrutture organiche umane o di neuroscienza; in altre parole, quindi, la legge di Dirac è valida solo per i sistemi quantistici (nulla dice sugli ordini macroscopici e macrocellulari). La spiegazione per cui due persone che hanno compiuto – o che stanno compiendo – un percorso insieme di vita e di amore si trovano arricchiti l’uno della prospettiva (o di un elemento, fosse anche uno solo, appartenente al corredo cognitivo-comportamentale) dell’altro, risiede piuttosto in una delle tante dimostrazioni pratiche delle teorie antropo-psico-pedagogiche e, per taluni aspetti, legata a questioni proprie della neuroscienza. L’innamoramento come coesione, imitazione, influenza reciproca L’influenza che una persona ha su di un’altra condiziona in maniera più o meno evidente il comportamento dell’uno e dell’altro. Chi, con reazioni di accomodamento o di repulsione, può dire di non essere condizionato, nell’uno o nell’altro caso, da variabili tanto esterne (quali l’ambiente), tanto interne (quali le proprie emozioni)? Proprio al riguardo della forza di attrazione, anche inconscia, a cui è sottoposta vicendevolmente la psiche degli innamorati, tante teorie psicoanalitiche si esprimono; resterà, insomma, sempre nel cuore dell’uno e dell’altro, e nelle loro menti, la particella infinitesimale della loro essenza e chi non ha provato almeno una volta nella vita questa sensazione? La bellissima sensazione di appartenenza all’affetto. Scambiarsi vicendevolmente, per gli innamorati – ma allarghiamo il discorso dell’amore erotico  esclusivo a tutte le forme d’amore affettuose – particelle del proprio io, diviene condivisione dell’esperienza vitale che reca in se stessa l’eco del “per sempre”. Allora, in questi termini, parlare di correlazione, viene da sé, e correttamente; ma la legge fisica di Dirac (e non la sua affermazione e deformazione “amorosa”, si badi) è altra cosa. La legge di Dirac: la formulazione corretta dell’equazione d’onda La corretta […]

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Libri

Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud: a cura di Delia Dattilo

Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud è una recente pubblicazione a cura di Delia Dattilo che riunisce alcuni contributi saggistici di Emiliano Battistini, Carmela Bilotto, Pierfranco Bruni, Cinzia Citraro, Francesco Michi, Armando Orlando, Costantino Rizzuti e della stessa Delia Dattilo. Il volume è stato pubblicato per Ferrari Editore. «I suoni configurano la memoria a furia di solchi»: è in seno a questa concezione di vita che il testo (preceduto dalla presentazione a cura dell’Associazione Culturale Tecné, sostenitrice del progetto, e dall’introduzione di Delia Dattilo) deve essere “vissuto”. “Fonofanie”, che è come dire “apparizioni sonore, suoni manifesti”: il suono che si fa “immagine”, che appare, che si manifesta, l’udito che si “con-fonde” alla vista in una riappropriata consapevolezza del sé; la ricerca, la consapevolezza e la tutela del “paesaggio sonoro“: è questo uno fra i punti precipui degli studi – in fieri, come precisato dalla curatrice del testo – condotti e presentati in Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud. Paesaggio, suono, Sud: ecco il terzo elemento imprescindibile dell’architettura portante del testo, il meridione italiano e in particolare le terre della Calabria. Fonofanie – paesaggi sonori / passaggi a Sud: Delia Dattilo e gli altri contributi Nelle sue pagine introduttive, Delia Dattilo espone attentamente il profondissimo valore che intride il concetto di “memoria sonora“: una componente fondamentale per l’uomo, uno dei legami che lo tengono “radicato” nella Natura. Il suono, con le sue modulazioni e vibrazioni spontanee e naturali – e con le sue consapevoli complessità coreutico-musicali – ha sicuramente un’importanza sostanziale all’interno del distico ontologico uomo-ambiente; in virtù di ciò, possiamo comprendere anche l”importanza della “passeggiata sonora” ricordata, fra gli altri, da Francesco Michi: «un paesaggio sonoro è in costante variazione: esso esiste nel tempo. Ciò che ascolto adesso, probabilmente non avrei potuto ascoltarlo qualche minuto prima e chissà se potrò mai riascoltarlo dopo […] Nell’ascolto del paesaggio sonoro siamo chiamati a porre attenzione alle differenze, al prima e al dopo, certo, ma anche a come un certo suono costante venga percepito da punti d’ascolto diversi». Il suono, “esiste”, persiste, si trasforma, trasforma se stesso acquisendo “voci” diverse e contemporaneamente può essere percepito in maniera del tutto soggettiva da ricevente uditivo a ricevente uditivo, in base a svariate variabili fra cui stati d’animo, predisposizioni culturali, inclinazioni personali. Ancora sul discorso del “paesaggio sonoro“, si concentrano le riflessioni dei coautori del testo attenti al trinomio uomo – ambiente – suono, trinomio che si fa quasi trilogia sinonimica: ognuno dei tre termini fuso e “con-fuso” negli altri, si fa tutt’uno, reinterpretazione profondissima di se stesso. Emiliano Battistini analizza inoltre il danno che l’inquinamento acustico produce sull’uomo: «Oggi scambiamo troppe immagini, troppe parole, troppi suoni […] Per il fatto che a livello percettivo, e più in generale semiotico, il senso nasce dalle differenze, la perdita delle differenze porta verso una perdita di senso: se i nostri sensi sono afflitti, non possiamo più produrre significati e, infine, non sappiamo più dove andare, in quale direzione dirigerci». Ecco, allora, l’avanzamento non sempre […]

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Libri

M’assale malinconia, il nuovo libro di Rita Sorrentino| Recensione

M’assale malinconia è il nuovo libro scritto da Rita Sorrentino e pubblicato dalla casa editrice Gutenberg Edizioni. Il libro, presentato il 27 giugno scorso presso il Salone di Rappresentanza “Girolamo Bottiglieri” (a Salerno), offre -come la stessa autrice ci informa- una «miscellanea che si sviluppa in un arco temporale di circa vent’anni». Il testo “M’assale malinconia” M’assale malinconia si propone al lettore come un insieme di versi («una rete di affetti», come ha affermato in proposito Angelo Cerulo). Scandito in varie sezioni che vanno da più statiche ed estemporanee immagini – manifestazioni inequivocabili di una realtà cittadina – a più intime considerazioni, il testo è stato concepito da una navigatrice come la stessa Rita Sorrentino dice di sé (aggiungendo che «più che poeta mi proporrei come osservatrice del mondo»). Emerge dal testo proprio questa caratteristica se, utilizzando metafore marine e marinaresche, pensiamo al suo libro come a un’imbarcazione che naviga (e circumnaviga) fra le situazioni e le emozioni. In altre parole, è un viaggio alla deriva da situazioni marcatamente ancorate ad un pragmatismo del quotidiano verso gli ignoti e profondissimi lidi dell’io. La struttura del libro segue una chiarissima linearità: i versi “racchiusi” sotto ogni sezione in cui è scandito il libro (Ma l’amore…, Petali di memoria, Anche questo è sfamarsi di vento, M’assale malinconia) esplicitano senza indugio ed equivoco il loro intento. Fra le onde – a volte calme, a volte mosse – in cui il lettore di M’assale malinconia si trova – a volte timoniere, a volte naufrago, in un cerchio di continui andate e ritorni – Rita Sorrentino mantiene saldamente la rotta, per lei evidentemente chiarissima: e allora sembra quasi di scorgerla, fra una rima e l’altra, fra una sosta e un nuovo inizio, mentre ci scruta in attesa di un nostro cenno. M’assale malinconia: la quinta tappa del viaggio di scrittura di Rita Sorrentino M’assale malinconia è il quinto libro pubblicato da Rita Sorrentino. Precedenti a questo, i volumi L’incesto e altri racconti (Lettere italiane, 1998), Un infinito niente (Gutenberg edizioni, 1999), Si turnass’ a nascere (Gutenberg edizioni, 2000) e ‘Na vutate ‘e spalle (Gutenberg edizioni, 2005): tutti testi altrettanto concentrati sulle dinamiche triadiche fra io, es ed ambiente. In una visione “a volo d’uccello” sui testi pubblicati da Rita Sorrentino, si riesce già a scorgere ciò che poi con un’attenta analisi in prossemica si fa manifesto: un profondo dolore e una solitudine molto intensa, propri degli incompresi. Nella lettura sofferta, che forse un poco può restituirci quella pena cui sono sottoposte le personalità (soprattutto quelle femminili) descritte da Rita Sorrentino, emerge tutta la sofferenza volutamente espressa dall’autrice ora nei versi (nei casi di Un infinito niente, Si turnass’ a nascere, ‘Na vutata e spalle, M’assale malinconia) ora nella prosa (nel caso de L’incesto e altri racconti); e questo profondissimo e “male di vivere”, questo profondissimo e dolentissimo “sacrificio umano”, riemerge nella lettura di M’assale malinconia, che allora si pone come tassello di prosecuzione nel mosaico già avviato dall’autrice nei suoi testi. M’assale malinconia è poi […]

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Culturalmente

Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

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Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Culturalmente

I mitici Dioscuri: Castore e Polluce fra arte e mitologia

Con il termine di mitici Dioscuri, vengono identificati Castore e Polluce, mitici figli di Zeus e di Leda, fratelli che alternano la loro esistenza fra l’Olimpo e l’Erebo. I mitici Dioscuri: la storia Castore e Polluce, secondo una fra le più antiche favole del mito classico, furono generati (insieme con Elena) dall’unione di Leda con Zeus, trasformatosi in cigno: i mitici Dioscuri, quindi, nacquero da Leda in un uovo di cigno. Domatore di cavalli, l’uno (Castore) e pugile, l’altro (Polluce), i Dioscuri presero parte al ratto delle Leucippidi; in quell’occasione, Castore perse la vita e Polluce riuscì ad ottenere dal padre Zeus una particolare condizione: i due fratelli sarebbero stati sempre uniti, mai divisi, ma un giorno sarebbero stati ammessi nell’altissimo Olimpo e il successivo sarebbero precipitati nell’orrido Erebo, in un eterno ciclo alternato di ascese e ritorni. Un altro mito, o meglio, una versione più tarda della leggenda or ora ricordata, considera Castore e Polluce fratellastri: Polluce figlio di Zeus e Leda; e Castore figlio di Leda e suo marito Tindaro (per tale motivo i Dioscuri vengono riconosciuti anche con l’appellativo di Tindaridi); data la diversa condizione (uomo Castore e semidio Polluce), Polluce decise di rendere eterna l’esistenza del fratello sacrificando parte della sua immortalità. Entrambe le versioni, quindi, sono espressione del profondissimo amore fraterno dei due mitici Dioscuri. Inoltre, per l’identità loro attribuita (domitore e pugile), i due erano considerati sacri negli agoni ginnici e nelle gare equestri e venivano festeggiati, oltre che in Grecia (in particolare nelle regioni della Laconia ove il mito ebbe origine), in alcune zone di Roma. I Dioscuri, inoltre, venivano sentiti come divinità della luce e sotto forma di astri (solari e notturni) protettori dei naviganti e dei naufraghi. Castore e Polluce, oltre che dalla mitologia sono ricordati anche dall’astronomia moderna: a loro, infatti, allude la costellazione dei Gemelli, le cui stelle principali sono nominate Castore (α Geminorum) e Polluce (β Geminorum). In astrologia, vengono identificati come appartenenti al segno zodiacale dei Gemelli (nonostante il fenomeno delle precessione degli equinozi che non permette odiernamente l’identificazione fra costellazione astronomica e computo zodiacale) i nati fra il 21 maggio e il 21 giugno. I Dioscuri: fra mito, letteratura e arte figurativa Il culto dei Dioscuri, come si diceva, ebbe origine nelle zone della Laconia ma era diffuso nella quasi totalità della Grecia e nelle colonie doriche della Magna Grecia; il culto veniva spesso associato anche al culto di Elena venendo considerati i tre come fratelli. Una fra le versioni più trasmesse del mito riporta le vicende del ratto delle Leucippidi: Ilaira e Febe, le due figlie del re di Messenia Leucippo, promesse spose a Ida e Linceo, figli di Afareo, vennero rapite da Castore e Polluce; ciò ingenerò una lotta che vide i Dioscuri fronteggiare gli Afaridi: in tale duello, Castore e Linceo caddero sotto i colpi avversari e da qui la preghiera di Polluce a Zeus per ridare la vita a suo fratello. Secondo un’altra versione (forse a quella precedente), i lacedemoni Castore e Polluce ingaggiano […]

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Culturalmente

Arnolfo scultore toscano del 200: fra noviziato e maturità

Arnolfo scultore toscano del 200: uno fra i grandi artisti del XIII secolo. Arnolfo di Cambio, scultore e architetto toscano del XIII secolo, nacque a Colle di Val d’Elsa (in provincia di Siena) intorno alla prima metà del 1200. Non sono state ritrovate, allo stato attuale delle ricerche, testimonianze dirette o indirette che possano rendere possibile una datazione più precisa; in ogni caso, prendendo come termine di riferimento una lettera in cui Arnolfo di Cambio è definito discipulus di Nicola Pisano, sembrerebbe possibile datare la nascita di Arnolfo di Cambio intorno agli anni 30-40 del 1200. Arnolfo scultore toscano del 200: i maestri Arnolfo di Cambio fu scultore e architetto; artista “completo”, che ricevette la propria formazione artistica nella bottega di Nicola Pisano: con il suo maestro, inoltre, fra il 1265 e il 1267 lavorò alla costruzione del pulpito nel Duomo di Siena (realizzato, fra l’altro, insieme al figlio di quegli, Giovanni Pisano) mostrando, benché ancora discipulus, alcune scelte artistiche riguardanti rigore volumetrico e panneggi che si distanziano dall’operato del maestro. Proprio queste particolari concezioni volumetriche fanno ipotizzare una formazione artistica, oltre che nella bottega di Andrea Pisano, in una scuola cistercense; vicinanze col maestro, invece, si notano nell’uso particolarissimo dei fregi di trascrizioni antiche. Successivo è il monumento funebre del cardinale Guglielmo De Braye (realizzato nella Chiesa di San Domenico, ad Orvieto), ove si riscontrano numerosi elementi arnolfiani: uno fra tutti, la lavorazione cava del marmo ottenuta a scalpello. Oltre agli influssi e stilemi traditi dal noviziato con Andrea Pisano e dalla possibile esperienza cistercense, Arnolfo di Cambio mostra, nella realizzazione delle proprie opere, tracce visibili di tecniche cosmatesche, stili ornamentali che sembrerebbero legare Arnolfo di Cambio a collaboratori romani. Se Arnolfo ebbe un illustre maestro artistico quale Andrea Pisano, allo stesso modo, in un cerchio d’armonie artistiche, egli stesso fu “maestro” (e “allievo”) di un altro illustre artista: Giotto. L’occasione in cui i due, Arnolfo e Giotto, si furono potuti “confrontare” e “scambiare” visioni artistiche potrebbe essere stata data dai lavori ad Assisi o a Roma; il dato artistico-filologico che appare termine di sicurezza dello “scambio mutuo” stilistico dei due artisti sembra ravvisarsi nelle modificate concezioni volumetriche corporali dei soggetti rappresentati da Arnolfo di Cambio: esempi visivi di questo, fra gli altri, sono offerti dal ciborio di Santa Cecilia, a Roma (realizzato nel 1293) e dal monumento a Bonifacio VIII. Arnolfo di Cambio: le opere Fra le opere attribuite ad Arnolfo di Cambio, oltre ai già citati lavori al Pulpito del Duomo di Siena (1265–1267), al monumento funebre del cardinale De Braye (Duomo di Orvieto, intorno al 1282), al Ciborio di Santa Cecilia (a Trastevere, Roma, nel 1293)  si ricordino: intorno al 1277 la statua del Campidoglio per Carlo d’Angiò (la cui realizzazione attribuita ad Arnolfo è però, ad onor del vero, ancora dubbia); fra il 1277 e il 1281 la fontana minore a Perugia; nel 1282 il Ciborio di San Paolo, a Roma; intorno ai primi anni del 1290 la realizzazione del monumento funerario ad Annibaldi (nella […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Wafer: ostia e vittima, la mostra di Paola De Rosa

Wafer: ostia e vittima è il titolo della recentissima esposizione artistica di Paola De Rosa, pittrice e architetto dall’intensa sensibilità; la mostra, allestita e coordinata da Giorgio Flamini e curata da Anna Cochetti, Donatella Scortecci ed Elisa Costantini, è stata realizzata in collaborazione con gli enti e le istituzioni del Polo Museale dell’Umbria, del Museo Nazionale del Ducato, del Sistema Museo, della Casa di Reclusione di Maiano, dell’Ufficio di Sorveglianza, dell’Istituto di Istruzione Superiore Sansi-Leonardi-Volta, del CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica) e della FUA (Fondazione Umbra per l’Architettura “Galeazzo Assisi”), nelle persone di Marco Pierini (Direttore del Polo Museale dell’Umbria); Paola Mercurelli Salari (Direttrice del Museo Nazionale del Ducato); Giuseppe Mazzini (Direttore della Casa di Reclusione di Spoleto); Marco Piersigilli (Comandante della Casa di Reclusione di Spoleto); Grazia Manganaro (Magistrato dell’Ufficio di Sorveglianza di Spoleto); Roberta Galassi (Dirigente Scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore Sansi-Leonardi-Volta); Anna Grazia Stammati (Direttrice del Centro studi per la scuola pubblica); Maria Carmela Frate (Presidentessa della Fondazione Umbra per l’Architettura “Galeazzo Assisi”) e con il supporto della Fondazione “Francesca, Valentina e Luigi Antonini”, dell’Associazione Teodelapio e dell’azienda Publi 2M (di Marcello Moroni). Wafer: ostia e vittima, la mostra L’esposizione (inserita all’interno del programma di attività artistico-culturali della LXII edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto e all’interno del progetto Con lo sguardo di dentro, Matera 2019 Capitale europea della cultura. Diritto di accesso e partecipazione dei detenuti alla vita culturale della comunità) è visitabile dal 5 giugno al 18 luglio e, allestita fra la Rocca Albornoziana di Spoleto e la Casa di Reclusione di Maiano a Spoleto, sarà inaugurata il 5 giugno presso la sala “Eugenio IV” della stessa Rocca Albornoziana. Attraverso la propria esposizione artistica Wafer: ostia e vittima, Paola De Rosa proporrà ai visitatori alcune sue opere – realizzate ad olio su tela e a tempera vinilica su cartone a tripla onda – facenti parte di vari cicli pittorici (Wafer, Le tentazioni della pittura (Vizi capitali), Via Crucis d’Invenzione, Rose) che costruiranno attraverso il silenzio eloquentissimo dell’arte visiva, un percorso fra ombra e luce, Sacrificio e Rinascita, peccato e redenzione; insieme a tali dipinti, saranno esposti, inoltre, vari ritratti realizzati ad acquerello raffiguranti detenuti e sorveglianti della Casa di Reclusione di Maiano.  Riprendendo le parole di Giorgio Flamini (in riferimento alla mostra allestita nella Casa di Reclusione), si palesano, intersecandosi, «[…] incontri a sorpresa, spiazzanti: in alcuni momenti, si tratta di visioni veloci installate in spazi di passaggio, mentre, in altri ambienti, i dipinti, non palesandosi, diventano essi stessi osservatori e sorveglianti silenti dei ritmi ripetitivi della pena». Dalla fisicità della materia alla leggerezza dello spirito: l’arte di Paola De Rosa I materiali utilizzati come supporto pittorico alle opere esposte in Wafer: ostia e vittima creano un percorso lungo cui sembra rivivere il sacrificio della Resurrezione: tele, cartoni ondulati, carte per acquerello – non a caso tre materiali che simbolicamente sembrano rievocare il trino del mistero divino – accompagnano i visitatori in un percorso dalla fisicità della materia solida e compatta verso la pura e assoluta […]

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Libri

Emozioni private: recensione del libro di Amalia Mancini

Emozioni private –  Lucio Battisti. Una biografia psicologica è un libro scritto da Amalia Mancini (giornalista, scrittrice, sceneggiatrice e critico musicale) e pubblicato per Arcana Lit Edizioni. Il testo, che contiene fra l’altro «un’intervista esclusiva a Mogol» (come cita il sottotitolo del libro) si pone, come evidentemente nelle intenzioni dell’autrice («“Ascoltare significa qualcosa” diceva Lucio, e riascoltare la sua musica, con il punto di vista di questa nuova biografia, può essere un’operazione stimolante e coinvolgente»), la volontà di tracciare una linea scritta attraverso la vita e la musica di Lucio Battisti. Emozioni private – Lucio Battisti. Una biografia psicologica: il testo Il testo di Amalia Mancini si sviluppa lungo pensieri e parole; corredato da interviste ad amici, colleghi e conoscenti di Lucio Battisti, Emozioni private – Lucio Battisti. Una biografia psicologica si fa ricordo, musica, poesia. Lungo le pagine scritte e raccolte da Amalia Mancini scorrono vibranti le parole che richiamano voci, memorie e sensazioni che rievocano emozioni, emozioni private. Le prime pagine del libro sono affidate – dopo la Prefazione di Luigi De Marchi, l’Introduzione di Stefano De Fiore e la Nota dell’Autrice – all’intervista-riflessione che Amalia Mancini intrattiene con Giulio Rapetti Mogol, autore di molti fra gli intensissimi brani musicati ed interpretati da Lucio Battisti. Ciò che emerge a più riprese, fra le interessanti riflessioni del testo, è una questione fondamentale della produzione musicale e poetica di Battisti e Mogol: il sodalizio artistico fra i due compositori e interpreti è stato proficuo e intenso grazie alla capacità di ascolto e di lavoro di entrambi. Battisti e Mogol sono stati uomini capaci di interpretare i silenzi, le emozioni, i pensieri e le parole che giacciono (universalmente) in fondo all’anima e per questo la loro produzione resta davvero capace di valicare tempo e spazio, intimo e collettivo, smuovendo le nostre emozioni con intensità vibrante attraverso le loro emozioni. Una certa spiegazione di questa “magica alchimia” fra parole, musica e poesia viene svolta dallo stesso Mogol che, in una primissima riflessione su Lucio Battisti inserita in apertura al testo, dice: «[…] Poi c’era la sua capacità straordinaria, la sua perfezione nell’interpretazione: quando avevamo finito di scrivere i testi lui mi chiedeva sempre che cosa io intendessi nel profondo con una certa frase. Io glielo dicevo, lui la interiorizzava e poi la cantava in modo magico. […] Riusciva a immedesimarsi in questi versi come se fosse la sua vita. C’era una grande intesa. L’intesa si doveva molto alle sue capacità verticali di entrare nelle cose. Lucio era un uomo con un impegno straordinario, io non ho mai conosciuto un uomo che si impegni così tanto, infatti quando parlo con gli allievi dico: attenzione! La cosiddetta vocazione, il Dna è importante. Ma l’impegno non è da meno». Emozioni private – Lucio Battisti. Una biografia psicologica: la struttura del libro di Amalia Mancini Le “emozioni private” che Amalia Mancini “ri-suscita” attraverso le proprie parole fra le pagine del testo si nutrono anche delle citazioni particolarmente intense di personaggi noti che rivolgono pensieri su Lucio […]

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Cinema e Serie tv

Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio

Voce ‘e Sirena è il recente lungometraggio (prodotto da C.eT.R.a nel 2017) girato dal regista Sandro Dionisio e interpretato da Cristina Donadio, Rosaria De Cicco e Agostino Chiummariello. In occasione della proiezione del lungometraggio al cinema Delle Palme, abbiamo intervistato il regista. Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio Il filo narrativo lungo cui si svolgono le vicende di Voce ‘e Sirena è l’episodio dolorosissimo dell’incendio a Città della Scienza. In quali termini il bisogno d’espressione emotiva ha preso forma e corpo nella trama registica del lungometraggio? Lo shock visivo ed emotivo che ha provocato in me il bisogno di realizzare Voce ‘e Sirena si è presto tramutato nel  bisogno di  cercare una ragione alla ciclica necessità che Napoli ha di mortificare la propria invincibile bellezza. Ho pensato così ad un dialogo filosofico tra due anime della città, quella popolare borghese, per porre domande più che dare risposte e, nel contempo, tracciare una narrazione non convenzionale della storia di Partenope attraverso le sue icone e le sue voci nobili. Ovviamente altro protagonista del mio racconto sono state le rovine ancora fumanti del rogo: un teatro di allucinata bellezza che ha distanziato il mio racconto oltre che dare alle performance di tutta la troupe un pathos ed una potenza imprevedibile nel kì momento della scrittura del progetto. In Voce ‘e Sirena scorrono, parallele e intrecciate a un tempo, i vissuti di due donne (impersonate da Cristina Donadio e Rosaria De Cicco) e testimonianze “dal vero”; come ha fuso insieme, il disegno registico, queste voci alle «voci più nobili e antiche della storia millenaria della città»? Da anni il mio percorso artistico mi ha portato a sperimentare la contaminazione linguistica e semantica alla ricerca di un nuovo modello di cinema che io chiamo “crossover” più aderente, rispetto al racconto classico, alle realtà meticce della contemporaneità. Il concetto codificato negli anni della nouvelle vague di cinema antitrama mi è sembrato particolarmente attuale e declinabile in contesti di un cinema d’autore low budget volto a pedinare e stanare il reale in vorticoso movimento. Reale, quotidiano, mitologico: come trovano voce e armonia nel suo lungometraggio queste grammatiche del Vero? Da Basile a De Simone a Moscato, Partenope è patria del realismo magico e ogni manifestazione del reale nasconde e comprende nel racconto della Città elementi mitologici o ancestrali: così ho dato voce a progressivi svelamenti dei miei personaggi che rivelassero dietro le fattezze realistiche l’anima misterica e mitologica della città che prende il suo nome da una Sirena. Qual è stato il rapporto che si è creato fra regista e attore durante le riprese? Quali le emozioni profonde che vi hanno legati? Voce ‘e Sirena è stato scritto pensando ai volti ed al temperamento degli attori che lo hanno interpretato; senza la preziosa disponibilità di Rosaria De Cicco, Cristina Donadio e Agostino Chiummariello il film non sarebbe mai stato realizzato. Tutti amici e collaboratori delle mie imprese cinematografiche da  anni: con i tre protagonisti abbiamo rinnovato e saldato un sodalizio umano oltre che artistico grazie […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Rido dunque sono: intervista a Rodolfo Matto

Rido dunque sono. Degli umani aspetti del ridere: dalla risata incondizionata al Clown di Rodolfo Matto è un libro scritto da Rodolfo Matto e pubblicato su Amazon. In occasione della sua presentazione (che si terrà a Napoli nell’ambito della “festa di riapertura della libreria IoCiSto”), abbiamo intervistato l’autore. Rido dunque sono: intervista a Rodolfo Matto Gentile Rodolfo, lei è attore, regista, Clown, insegnante di yoga della risata, gelotologo. Vuol parlarci nel dettaglio delle sue attività di ricerca e sperimentazione? Come dico sempre “Io nacqui Clown”. Come del resto tutti gli esseri umani, siamo nati liberi, senza condizionamenti, maestri dell’empatia e con lo stupore come porta di conoscenza del mondo. Poi con la crescita cominciamo a controllare e a controllarci per difenderci e ne perdiamo in leggerezza ed equilibrio. Dopo aver vissuto un momento estremamente forte, come il terremoto dell’Ottanta, ho deciso di non voler rinunciare alla leggerezza come stile di vita, e da allora è iniziato il mio divertente percorso. Prima la scoperta del mio Clown, poi l’incontro con i temi del sociale, e poi la mia ricerca sul benessere attraverso il ridere, dalla Clownterapia allo Yoga della Risata. Un percorso scandito dalla straordinarietà, quella degli incontri e quella dei luoghi. Condividere la leggerezza e lo straordinario potere dello spirito della risata con chi sta vivendo una condizione difficile, mi ha portato a vivere la gioia in contesti apparentemente lontani, dagli ospedali alle carceri, dalla scuola ai centri anziani, dai dipartimenti di salute mentale ai centri di accoglienza per profughi. E la costante che mi ha sempre guidato è lo stupore dell’incontro, è la bellezza di permettere all’altro di vivere il “qui ed ora” di incontrare se stesso per quello che in realtà è, senza sintomi, pesi ed aggettivi. Creare incontri nel territorio del “non inferno” come diceva Italo Calvino. In questi anni ho scoperto che ridere ci rende liberi, liberi dai vincoli, dalle paure e dal dolore, perché ridere è di quanto più umano possiamo fare nella nostra vita. È innato ed è il primo atto che compiamo nella nostra vita quando da neonati ci accorgiamo di essere vite a loro stanti, di essere individui. Solo noi uomini ridiamo, siamo sul vertice della scala evolutiva perché abbiamo la posizione eretta, perché siamo capaci di articolare un linguaggio strutturato e perché ridiamo. Ridere è una cosa seria, concreta che ci trasforma sia da un punto di vista psicologico sia, soprattutto, da un  punto di vista fisico e fisiologico, come è ampiamente dimostrato dalla PNEI (PsicoNeuro Endocrino Immunologia). Quello che faccio oggi è occuparmi di ben-essere attraverso il ridere, utilizzando la clownterapia, la terapia del ridere, lo Yoga della risata, tenendo gruppi che lavorano sulla “Sostenibile leggerezza dell’essere”, vivendo la sottile utopia di una reale rivoluzione ridanciana. Perché solo in un mondo fatto di relazioni autentiche nutrite dalla profondità della leggerezza, in un mondo in cui si potrà affermare una civiltà fondata sull’empatia, in cui tutti hanno la consapevolezza della propria umanità, tutti avremo la speranza di vivere la nostra propria […]

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