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Eroica Fenice

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Il bosco. Istruzioni per l’uso: recensione del libro

Il bosco. Istruzioni per l’uso è un libro scritto da Peter Wohlleben e recentemente pubblicato in Italia per i tipi della casa editrice Garzanti per la traduzione a cura di Giuliana Mancuso. Il bosco. Istruzioni per l’uso: il testo Il bosco. Istruzioni per l’uso è letteralmente nelle intenzioni del suo autore «un manuale d’istruzioni per l’uso» che ogni lettore – frequentatore di boschi – può leggere – e perché no? – portare con sé per fruire e rispettare al meglio – quindi vivere – il bosco. Nelle prime pagine del testo, l’autore ci invita a fare un giro per il bosco, accompagnandoci idealmente nel verde profondo del paesaggio silvano; subito ci svela che il silenzio e l’invito alla quiete assoluta a cui siamo subito portati a pensare, cela un piccolo inganno: «I rumori prodotti da noi umani quando passeggiamo nel bosco non infastidiscono gli animali, dato che non investono il bosco intero, ma provengono da una sola fonte ben definita […] Quando passeggiamo per i sentieri cantando allegramente o conversando ad alta voce, segnaliamo alle altre creature che non stiamo cacciando». Segue una breve descrizione interessante sulle tracce della fauna boschiva che può diventare anche un divertente gioco per il frequentatore di boschi “investigatore silvano” e può indurci ad una seconda ricerca parallela alla prima: la ricerca di «indizi del passaggio di umani»; come ci assicura Peter Wohlleben «Se imparerete a leggerle, vedrete che vi divertirete a esaminare le tracce dei vostri simili». Dopo la descrizione della fauna, il libro prosegue con le proposte di osservazione e “studio” sulla flora boschiva: l’abete rosso, il pino, l’abete bianco, il faggio europeo, la quercia, la betulla, il larice, il frassino sono gli alberi su cui si concentrano le descrizioni e le riflessioni dell’autore; e ancora, le varie “vesti” dell’ambiente boschivo a seconda delle stagioni e dunque del paesaggio naturale che cambia nello scorrere ciclico della vita. Come scrive lo stesso autore in conclusione: «Questo libro non vuole essere un testo di consultazione, ma un invito a venire nel bosco […] Noi umani siamo parte integrante della natura che ci circonda, almeno quando ci muoviamo a piedi e abbiamo cura di lasciare i luoghi naturali che visitiamo come li abbiamo trovati. Spero allora che queste istruzioni vi abbiano fatto venire voglia di esplorare il bosco e vi auguro buon divertimento con le piccole e grandi meraviglie che può offrirvi». Immagine in evidenza: Garzanti

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Mascaró: fra storia editoriale e Storia

Mascaró è un testo scritto da Haroldo Conti (con prefazione di Gabriel Garciá Márquez), recentemente riedito per i tipi della casa editrice Exòrma edizioni e tradotto in italiano da Marino Magliani. Mascaró: la genesi letteraria Il libro Mascaró, el cazador americano (in italiano: Mascaró, il cacciatore americano) fu pubblicato per la prima volta nel 1975 per le edizioni Casa de los Américos; nel 1981 fu, poi, nuovamente dato alle stampe corredato dalla prefazione La última y mala noticia sobre Haroldo Conti, firmata da Gabriel Garciá Márquez (di cui, nell’edizione recente a cura della casa editrice Exòrma, viene riportato – in traduzione italiana – il testo); nel 2020, quindi, il gruppo editoriale di Exòrma lavora alla nuova pubblicazione del testo di Haroldo Conti in Italia (dopo l’edizione Bompiani del 1983). Il testo Le vicende del libro si snodano tutte in un paese ispanico che per tanti riflessi e suggestioni suggerisce al lettore sfondi, ambienti, luoghi, paesaggi – visioni dirette e di sbieco, oblique – cari e vicini all’autore. Tema portante del testo è la libertà, la ricerca di una nuova identità, forse desiderio di emancipazione dal “piede straniero sul cuore”; un realismo, con tutte le ombre che purtroppo – ferali spettri fluttuanti sull’uomo – ne conseguono e quasi sembrano farsi presaghe di sorte funesta e dolentissima a cui sarebbe andato incontro lo stesso autore Haroldo Conti (come rilevato anche da Márquez nella sua prefazione al testo). Haroldo Pedro Conti: notizie sull’autore Haroldo Pedro Conti è stato uno scrittore e giornalista argentino. Nel 1962 risultò vincitore del premio letterario Fabril per il libro Sudeste (fra l’altro pubblicato in riedizione recente dalla casa editrice Exòrma, nel 2018); protagonista suo malgrado di una fra le più atroci e dolorose piaghe storiche, finì fra i desaparecidos finché non fu ammesso il suo omicidio; Haroldo Conti fu, dunque, una fra le vittime della dittatura e nella propria prefazione Márquez ricorda così lo strazio della guerra: «[…] In sei mesi, quella era la prima volta che andavano al cinema. I due bambini erano stati affidati a un amico che nel pomeriggio era arrivato da Cordoba e che avevano invitato a dormire sul divano dello studio. Quando tornarono, cinque minuti dopo mezzanotte, gli aprì la porta di casa un civile armato con una mitraglietta da guerra. In casa altri cinque uomini armati allo stesso modo li stesero a terra colpendoli con il calcio dei mitra e li stordirono a calci. L’amico giaceva a terra, svenuto, bendato e legato, col volto sfigurato dalle botte. In camera i bambini non si accorsero di nulla: erano stati cloroformizzati. Haroldo e Marta furono portati in due diverse camere mentre il commando saccheggiava l’appartamento, sottraendo qualsiasi oggetto di valore. […] Marta ricorda minuziosamente quella notte di terrore […] era sfigurata dalle botte e aveva parecchi denti rotti»; dopo quella spietata notte, Conti fu sequestrato e “fatto sparire” (fu tra i desaparecídos, gli “scomparsi”) dal regime militare dopo il colpo di Stato del 1976 in Argentina. Mascaró: un libro su cui riflettere, un libro per […]

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Antonio Penati e La costruzione di un sogno: il testo

La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante è il recente testo scritto da Antonio Penati (istruttore di vela d’altura, navigatore e cofondatore – insieme alla moglie – della casa editrice Edizioni Il Frangente «emanazione naturale della sua passione per il mare e per la cartografia») e pubblicato per la stessa casa editrice Edizioni il Frangente. La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante: il testo, di Antonio Penati La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante è il racconto di un viaggio intorno al mondo, di un giro del mondo in barca a vela; Antonio Penati ripercorre nel suo libro le tappe salienti della sua avventura per mare, della sua “costruzione di un sogno”: partendo dai ricordi a formare la premessa del suo libro – raccolta di memorie di viaggio – svolge cronologicamente il filo dei fatti e delle avventure vissute; marinaio appassionato ed esperto, l’autore del testo, realizza un diario di bordo odeporico, in cui confluiscono emozioni ed esperienze e gli elementi marini si fanno sostanza concreta di fianco alla sublime astrattezza del vago richiamo del mare, del sale, del vento di mare. Un amore che non conosce ostacoli o confini, come ogni vero amore trasmette, e la sua descrizione è minuziosa: questo restituisce Antonio Penati nel suo testo che intervalla scrittura e immagini, foto dirette di luoghi visitati, incontrati, restati nel petto dell’uomo di mare che non conosce patria se non il mare, che non conosce distanze se non le coste che trapuntano d’oro l’occhio che scorre e scintilla fra le onde, ora agitate, ora calme, ore in tempesta, ora in sereno. La costruzione di un sogno. Le rotte e gli incontri del cutter Lycia e del suo comandante è anche, in filigrana, il racconto di come – letteralmente – sia stata costruita l’imbarcazione e di come il sogno abbia preso struttura, concretezza: nella prefazione al testo, infatti, attraverso i paragrafi La ricerca dei perché, La svolta, Il sogno prende forma, Antonio Penati accompagna il lettore nei propri ricordi spiegando le vele della mente e indicando ai lettori la genesi della sua passione, del suo amore per il mare e la costruzione e il successivo varo delle sue imbarcazioni (in ordine: la Stefral (acronimo dei suoi «tre figli Stefano, Francesca e Alessandro»), la Stefral II, la Stefral III, la Lycia). «Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo», riprendendo una massima di Lao Tzu presente in epigrafe al capitolo Mediterraneo occidentale del testo, ed è una scelta che rispecchia in pieno lo spirito del testo di Penati: un viaggio per mare iniziato con un passo, un soffio di vento che spinge e che gonfia una vela, un polmone di corda e di tela, nel ventre azzurro del mare, profondo mistero di sale, di vita, di vento, d’azzurro, di sole. Fonte immagine in evidenza: https://www.frangente.com/libri/5637-art-LA_COSTRUZIONE_DI_UN_SOGNO.htm

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Ma perché non te ne vai? Recensione del libro

Ma perché non te ne vai? è il recente testo (pubblicato lo scorso settembre per il marchio editoriale Milena Rainbow, collana LGBTQ+) scritto da Christian Coduto, già autore del libro [email protected] – le (dis)avvenure di Carlo & Luana, edito anch’esso per la stessa Milena Edizioni. Ma perché non te ne vai?: il testo Ma perché non te ne vai? è un racconto che si basa sui rapporti generazionali e su quello col sé: un giovane omosessuale che “scopre” il proprio desiderio fra errori giovanili e amori, desideri e intensità inizia un rapporto di convivenza – incontro-scontro – con un vecchietto: dallo scontro fra i due, distanti per età e mentalità, nascerà poco a poco un sentimento vero di amicizia e di rispetto l’uno dell’altro. Christian Coduto scrive una storia comune, immersa tutta in fatti realistici, descrivendo uno spaccato di vita quotidiana e forse vissuta, seppur indirettamente, nei fatti espliciti narrati, quindi viva e vera; un amore omosessuale, un giovane che cerca la sua vera identità all’interno di un contesto fatto a volte di inganni, a volte di bugie, altre volte di amicizia e sentimenti veri e genuini; un giovane che, in piena età di formazione, cerca il proprio sé e lo fa inevitabilmente – com’è giusto che sia – attraverso l’amore. Al fianco del giovane protagonista un vecchietto che, attraverso il suo occhio che guarda da un’altra prospettiva, riuscirà in un certo qual modo a rimetter ordine nella confusione post-adolescenziale del giovane. Un racconto contemporaneo a cui l’autore, Christian Coduto, non dà unità, avviando e tenendo insieme una struttura composita, fatta di un’andatura narrativa varia, non ferma o decisa, piuttosto vaga, che aderisce alla vaghezza emotiva che vuol restituire: una ricerca della propria identità attraverso l’ondoso mare dell’amore e delle passioni. Per cercare di riassumere il testo risultano impeccabili le parole di Annarita Ferrero, nella sua prefazione al libro: «Un racconto delicato, intriso anche di dolore, nel tentativo di far emergere la propria fisiologica identità, di farla crescere in libertà e consapevolezza, senza vergognarsene o avere paura. La veridicità e la minuzia dei dettagli ti catapultano rapidamente nella narrazione, ti figuri subito le situazioni, i luoghi, quasi come se appartenessero anche a te, come se leggessi le pagine di un diario di un amico e riconoscessi persone e posti»: una scrittura immediata, lungo l’universalità delle manifestazioni amorose: anche questo pare Ma perché non te ne vai? Christian Coduto: l’autore del libro Christian Coduto è impiegato presso l’ufficio anagrafe del comune di Pietradefusi (…); già autore del testo [email protected] – le (dis)avvenure di Carlo & Luana (edito per la casa editrice Milena Edizioni nel 2018), Christian Coduto firma, ancora con lo stesso editore, Ma perché non te ne vai?. Direttore artistico del Cineclub Vittoria dei fratelli Mastroianni, è ideatore e responsabile della rassegna di cinema indipendente italiano “Independent Duel”, presso il Multicinema Duel Village di Caserta. Fonte immagine in evidenza: https://www.milenalibri.com/product-page/ma-perch%C3%A9-non-te-ne-vai

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L’entusiasmo delle donne: recensione

L’entusiasmo delle donne è un libriccino scritto da autori vari, pubblicato dalla Buendia Books, con illustrazioni interne di Ernesto Anderle ed illustrazione di copertina di Marco Petrella. L’entusiasmo delle donne: il testo L’entusiasmo delle donne è una piccola e breve antologia in cui si vuol dare “spazio all’entusiasmo e alla vita”: è questo l’intento del libriccino che spiega testi in prosa e in versi, in sequenza alternata, mescolando voci, pensieri, parole, immagini, disegni, desideri, riflessioni. Un testo composito, un tratto di penna e matita che cerca e vuol disegnare o definire la forza vitale femminile, multiforme, cangiante, complessa, varia, l’entusiasmo delle donne, appunto. Atti di vita quotidiana, immagini comuni, scorci di realtà, ma pure sogni, prospettive oblique da cui partire o attraverso cui vivere, percorrendo le sfaccettature inafferrabile delle donne: un mistero, come misteriosa è la vita, come l’anima. La casa editrice Buendia Books e il Festival Giallo Garda e Tignale Summer Festival La casa editrice Buendia Books è una realtà editoriale piemontese («Siamo radicati sul territorio piemontese, nati tra le dolci colline e la città, e puntiamo alla valorizzazione degli autori che risiedono nella nostra regione, per seguirli da vicino e prenderci cura con passione e rispetto delle loro opere in tutte le fasi di lavoro, dalla selezione allo sviluppo dell’idea fino ala realizzazione e alla promozione»). Il loro simbolo, una piccola farfalla gialla: «Il nostro simbolo è una farfalla gialla, il primo insetto che si mostra non appena il gelo cala e le giornate si allungano». Dalla seconda di copertina: «Buendia Books è una casa editrice indipendente piemontese che propone un “nuovo-vecchio modo” di far libri: una realtà editoriale che è anche artigianato, manualità, creatività e labor limae, un marchio che si prende cura di ciascuna opera, dalla selezione allo sviluppo dell’idea-progetto fino alla realizzazione e alla promozione. L’opera che hai tra le mani è una FIASCHETTA, un formato snello pensato per storie da leggere in un sorso, è un PLIN, una storia ripiena di vita ed emozioni, è un NOVELLO, un testo inedito e contemporaneo». Il festival Giallo Garda è una manifestazione e un premio letterario internazionale che prevede e organizza serie di incontri con scrittori del genere giallo: prevede, inoltre, una “accademia” che consiste in uno spazio fisico e virtuale in cui vengono svolti corsi e seminari telematici su generi narrativi diversi, fra cui, ovviamente – dato il nome della manifestazione – il genere giallo. Il Tignale Summer festival nasce entro le attività organizzate e svolte dall’associazione culturale lombarda “Librarte Tignale”, che si occupa di «libri, arte, cibo, vino»: il Tignole Summer festival è un «incontro con gli autori per la presentazione di libri e degustazione di vini e prodotti locali». Fonte immagine in evidenza: https://www.buendiabooks.it/prodotto/l-entusiasmo-delle-donne-aa-vv/

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Il richiamo di Alma: alla ricerca di sè

Il richiamo di Alma, testo scritto da Stelio Mattioni e pubblicato per la prima volta nel 1980 dalla casa editrice Adelphi, è stato recentemente riedito per la casa editrice Cliquot (dicembre 2020) e corredato dalla prefazione di Chiara Mattioni e dalla postfazione di Gianfranco Franchi. Il richiamo di Alma: il testo Ne Il richiamo di Alma sembrano emergere, in patina, un certo filo d’afflato dannunziano, per talune atmosfere, taluni passaggi, talune suggestioni, e certi aspetti moraviani, in termini di conflitto e turbamento, in termini di noia, disprezzo, indifferenza. Labirinti di essenze e colori che svolgendosi psichedelici nella mente del giovane protagonista, prendono forma correndo lungo le vie di una città che si ramifica indistricata e forse indistricabile, dunque misteriosa. Chi è – o cos’è – Alma? Il protagonista mosso da un’indefinibile spinta vitale – una voce, un atto, un richiamo – non sa dirlo; cerca di raggiungerla, di possederne l’idea, ma ogni volta che avanza, arretra e ogni volta che egli arretra lei avanza, in una danza estenuante, in un cerchio “magico”, inafferrabile, ineffabile, come la stessa Alma è. E allora ecco aprirsi al lettore una serie di ammalianti domande: Chi è questa sembianza femminile che cambia, muta ad ogni passaggio e ad ogni sguardo, scorcio, si fa altro e rende altro il protagonista stesso? Chi è o cos’è Alma? Cosa rappresenta questa essenza impalpabile? Questa ragazza, questa bambina, questa donna, quest’essere, quest’entità fantastica e misteriosa che si aggira per Trieste e si fa essa stessa città, via, vento di bora, stradina, percorso, altura, percorso, panorama? E si fa ancora vita, emozione, pensiero e ritorna poi umana, ma pure eterea, impalpabile a volte e irraggiungibile, non raffigurabile, sfuggente, inafferrabile? Chi è – o cos’è – Alma, nell’identità in costruzione del giovane protagonista? Chi è o cos’è questa «creatura fantastica ed effimera che vive in una dimensione rarefatta, entrando solo a tratti in contatto con la realtà», o forma o idea sempre in trasformazione il cui unico segno distintivo uguale, perenne, è un anello a un dito di una leggera mano? La scrittura è leggera, lieve, lo stile permeato di realismo magico su cui influisce fortemente «la periferica collocazione geografica, Trieste» (come dalle parole di Chiara Mattioni in prefazione al testo) e che intende – ancora dalla parole della prefatrice – «la scrittura di storie che narrano fatti e circostanze verisimili, con premesse ordinarie e comuni, in cui all’improvviso irrompe un fatto imprevisto e sconcertante che spariglia le carte. E chi vi si trova davanti può credere che si tratti di un’illusione oppure di un fatto reale, ma allora questa realtà obbedisce a leggi a noi ignote». Metamorfosi, epifanie, rievocazioni fra «ricordo e sogno»: un libro che fa riflettere sulla sostanza «trascendente, irraggiungibile, inconoscibile» dell’ideale. Immagine in evidenza: ufficio stampa

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Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’uso del melodramma

Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma è un testo di recente pubblicazione, per i tipi della casa editrice Garzanti, scritto da Alberto Mattioli. Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma: il testo Ciò che si trova in Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma, non è solo l’opera in sé, piuttosto il concetto di lirica romanza frammisto ad una cascata di pensieri personali e di parole “infuocate” intorno al mondo lirico e alle figure che intorno vi gravitano – registi, direttori, interpreti canori, musicali, scenici – il tutto mescolato da uno stile veloce e a tratti ironico; ironia verso chi fa il teatro, ironia verso chi assiste al teatro: nessuno escluso. Frammezzate a piccoli o grandi aneddoti personali, le riflessioni che l’autore svolge e su cui induce i lettori ad ulteriori riflessioni: analisi sul modus operandi di autori e librettisti, analisi sull’iter interpretativo dei registi e direttori d’orchestra moderni, riflessioni fra passato e presente della musica lirica, fra tradizione e modernità; analisi e riflessioni queste dell’autore di Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma che, fra serietà, giuoco e ironia, aprono ai lettori visioni personali e ulteriori. Alberto Mattioli prova a spiegare al lettore alcune “bizzarrie”, alcune visioni interpretative e scelte di regia moderne che tanto si discostano dall’opera originale, ma che nell’intenzione cercano di portare novità sul palco (o meglio, cercano di portare in termini diacronici, il grado di modernità che all’epoca quelle stesse opere avevano: una sorta di ammodernamento che ha la volontà di restituirci il carattere primigenio dell’opera, anche a scapito di una “infedeltà” formale): il libro di Mattioli è chiaro ed offre uno spaccato altro rispetto a quello che la prima osservazione ci potrebbe suggerire. Seguendo una linea storico-artistica in prospettiva diacronica, l’autore di Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma, offre la propria riflessione-critica che parte da grandi nomi della lirica quali Giuseppe Verdi e Richard Wagner e cerca di spiegare come alcuni registi moderni scelgano di recuperare – a ragione – i più intensi significati profondi delle opere liriche; ma per toccare gli animi oggi come allora, c’è bisogno di una traslazione, in termini emotivi, sul moderno: allora la ricerca di «una fedeltà sostanziale, non formale, che non sempre coincidono» (come dice l’autore) ben venga, purché sia fatta bene e possa davvero essere motore potenziale di traslazione emotiva, dal passato sul presente, attraverso il rispetto di quella grammatica dell’arte, custode strutturata dell’alfabeto emotivo umano. Dopo aver offerto ai lettori le proprie attente riflessioni sulle moderne direzioni operistiche, Alberto Mattioli passa alle teorie del canto e con fare acuto ci introduce implicitamente ad una domanda: Che possa esistere una modulazione storica di esso? Certo e lo afferma a gran voce: «[…] il canto, esattamente come ogni attività umana, è un fenomeno storico, e quel che era «giusto» ieri potrebbe non esserlo più oggi, ma magari tornare a esserlo di nuovo domani […] cantare, come qualsiasi attività artistica, significa in primo luogo interpretare il proprio tempo». Un libro interessante che […]

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Il mito del deficit e la teoria monetaria moderna

Il mito del deficit. La teoria monetaria moderna per un’economia al servizio del popolo è un recente testo scritto da Stephanie Kelton e tradotto da Jacopo Foggi per la casa editrice Fazi editore (novembre 2020). Il mito del deficit. La teoria monetaria moderna per un’economia al servizio del popolo: il testo Stephanie Kelton nel suo Il mito del deficit. La teoria monetaria moderna per un’economia al servizio del popolo, è chiara fin da subito nelle sue intenzioni: già dalla prefazione spiega come vuol dimostrare e divulgare la sua teoria: «In questo libro utilizzo le lenti della teoria monetaria moderna (Modern Monetary Theory – MMT) per mostrare che, contrariamente a quanto gli economisti mainstream e i politici raccontano da decenni, i governi che emettono la propria valuta (che detengono, cioè, la sovranità monetaria) non possono mai “finire i soldi”, né possono diventare insolventi (fare default) sui titoli di debito emessi nella loro stessa valuta. A dire il vero non hanno neanche bisogno di emettere titoli di Stato per finanziare i propri deficit di bilancio, né hanno bisogno di ricorrere alla tassazione per finanziare le proprie spese. Questo perché, in quanto emittenti di valuta, a differenza delle famiglie e delle imprese, che sono dei semplici utilizzatori di valuta, gli Stati che dispongono della sovranità monetaria possono semplicemente creare “dal nulla” tutto il denaro di cui hanno bisogno. Questi governi, dal punto di vista tecnico hanno una capacità di spesa illimitata nella propria valuta: possono cioè acquistare senza limiti tutti i beni e servizi disponibili nella valuta nazionale. (come spiego nel libro), questo non implica che i governi che emettono la propria valuta debbano spendere o incorrere in deficit senza limiti; esistono dei limiti, solo che non sono di natura finanziaria». Lo scopo prefissato dall’autrice è dunque farsi partecipe di un’alfabetizzazione – in termini economici e finanziari – sociale: «Comprendere questa semplice verità equivale a fare un vero e proprio salto di paradigma, perché significa che la maggior parte dei paesi – e in particolare le nazioni industrializzate tecnicamente avanzate e altamente sviluppate che spendono, tassano e prendono in prestito nelle proprie valute incontrovertibili (e adottano un regime di cambio fluttuante) – possono “permettersi” (letteralmente) di fare molto di più per incrementare il benessere dei propri cittadini e più in generale per perseguire qualunque obiettivi politico scelgano di prefissarsi (penso per esempio alla mitigazione del cambiamento climatico) di quanto comunemente si creda». Continuando nella propria disamina economica e finanziaria, Stephanie Kelton insiste sul concetto di sovranità monetaria e di legittimità democratica e sulla differenza sostanziale fra utilizzatori di moneta ed emittenti di moneta, scagliando accuse – fondando sempre le sue affermazioni sui principi costitutivi della teoria monetaria moderna ed argomentando le sue riflessioni corredando il testo di note tecniche e rimandi a fatti, studi e saggi sulla stessa teoria monetaria moderna – alla cattiva gestione delle banche centrali («proprio come la BCE sta oggi creando denaro per sostenere gli sforzi nazionali per combattere la pandemia, avrebbe potuto fare lo stesso in passato per […]

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Le cose che non ci diciamo (fino in fondo), il nuovo libro di de Bortoli

Le cose che non ci diciamo (fino in fondo) è il recente libro scritto da Ferruccio de Bortoli (ex direttore giornalistico de Il Corriere della Sera e de Il Sole 24 ORE, presidente della casa editrice Flammarion S.A., vicepresidente dell’Associazione italiana editori, editorialista e scrittore), pubblicato dalla casa editrice Garzanti nello scorso novembre. Le cose che non ci diciamo (fino in fondo): il testo Con Le cose che non ci diciamo (fino in fondo), Ferruccio de Bortoli si propone in una duplice impresa: la prima, un’analisi di fatti vicini e lontani; la seconda – strettamente connessa alla prima – un’indagine di coscienza – personale e civica – che trae spunto dal novero e dell’investigazione di quegli stessi eventi vicini e lontani. Fatti di cronaca, sociali, civili che hanno scosso – o continuano a scuotere – l’attenzione pubblica delle cronache e che mai dovrebbero cessare di scuotere le coscienze (non fosse altro perché il ricordo ci permette di non ricadere più negli stessi errori del passato, nefasti): de Bortoli scrive e vede tutto con la penna e con l’occhio del giornalista e con una scrittura veloce e secca, in linea con la sua professione, si inserisce nei fatti di cronaca “tagliandoli di netto”, mettendoli sotto gli occhi dei lettori, crudamente; ma la sua è una cronaca oggettiva mista al pensiero soggettivo: c’è, insomma, la cronistoria trascritta dal professionista e c’è la personalissima riflessione dell’uomo; emerge a più riprese questo doppio filo di scrittura e di interpretazione ed è questo, ad esempio, il caso – per citare una porzione del testo –  del pezzo Le ferite aperte e i troppi silenzi milanesi in cui, con la frase «sicurezza granitica – e un po’ spavalda ammettiamolo» l’autore lascia parlare l’orgoglio di una parte di popolazione italiana di fronte alla feroce oggettività del reale. Parole e pensieri su sanità, politica, convivenza civile, attenzione alle questioni urbane, sociali, panoramiche sul governo – assetti, opere, potenzialità, mancanze –, inviti ad agire su questioni economiche e fiscali, sull’istruzione: ecco alcuni fra i temi trattati da Ferruccio de Bortoli nel suo testo; una riflessione che – come è giusto che sia – apre le porte della mente permettendo alla stessa di percorrere le vie di ulteriori riflessioni, di ulteriori ragionamenti che rimandano ad altre meditazioni, invitando i lettori a fare i conti con la realtà e a prendere le proprie responsabilità di coscienza. «Uno dei momenti più drammatici e significativi del 2020 è stata la preghiera di papa Francesco sul sagrato della Basilica di San Pietro, spettralmente vuoto, il 27 marzo. È il tempo di scegliere», disse […] «che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è […] La cura della casa comune è al centro dell’enciclica Laudato si’ […] Ora si tratta di non disperdere quell’immenso capitale sociale ritornando a coltivare i difetti di sempre. E dimenticare così le virtù sprigionate dall’emergenza. Questo è uno dei pericoli che abbiamo davanti. Se vogliamo scongiurarlo non dobbiamo nasconderci molte verità amare che in […]

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Figlia del cuore: recensione del libro

Figlia del cuore è un libro scritto da Rita Charbonnier e pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos, nella collana Gli Alianti. Figlia del cuore: il libro La famiglia, intesa come nucleo fondante della società, è fondativa di ogni essere umano. Imprescindibile, dunque, per ogni individuo, che prima ancora che essere un adulto nella società è un bambino nel suo piccolo grande mondo familiare; sulla base di queste nozioni, Rita Charbonnier, con Figlia del cuore, analizza il rapporto fra una bambina e la sua mamma adottiva, in un percorso fatto di allontanamenti, crescita, sofferenza, amore: induce, insomma, a riflettere sul tema dell’adozione. Una narrazione in prima persona incentrata sulle crisi emotive della fragilità familiare, la crisi emotiva derivante dalla mancanza di una solidità familiare: anche attraverso l’uso di un linguaggio scabro e disarticolato sintatticamente, emerge l’iniziale mancanza di comunicazione fra la figlia e la madre, una crisi dell’incomunicabilità che riuscirà ad essere superata solo con l’incontro delle due anime, delle due dimensioni in ottica transazionale. Il tema dell’affido è tema portante del libro: frammisti alla narrazione, l’autrice inserisce atti e norme propri di un procedimento per affido; «L’obiettivo dell’intervento è fornire ai minori un contesto famigliare valido dal punto di vista affettivo, emotivo, morale, educativo, economico e sociale, facendo sì che i medesimi sperimentino legami di attaccamento adeguati alle loro esigenze evolutive e che i sostituti genitoriali, ossia le figure materne vicarianti, colmino le specifiche carenze nella loro formazione»: queste le ragioni del ricorso all’affidamento dei due bimbi – fratello e sorella – alle rispettive madri adottive. Un percorso dall’affido all’adozione che attraversa esperienze generazionali, emotive, quotidiane: attraverso la vita delle protagoniste, Rita Charbonnier imbastisce un romanzo che affonda le sue basi in una storia vera. «Ma quello sguardo tra di noi è stato come quando dentro di te si libera qualcosa che era imprigionato, e si mescola con qualcosa che era imprigionato dentro l’altra persona e si è liberato», scrive l’autrice, e solo basta per far comprendere quanta forza emotiva è celata dietro le sue intenzioni, quanta forza emotiva potrebbe prorompere dal testo La figlia del cuore; lo stesso titolo, evocativo, riprende un passo esplicito del testo: un momento quotidiano, uno di quei momenti che a un occhio distratto potrebbero apparire vuoti o lassi – e che in realtà celano in loro, serbata, la profondità stessa del silenzio e dell’esistenza – si fa custode e voce di una fra le verità più profonde: ogni figlio, prima ancora che figlio di sangue e di carne, è figlio del cuore. Attraverso una frase così semplice e al tempo stesso così vera, così profonda, l’autrice del testo spiega forse il concetto stesso di affido, di adozione e la crescita di un sentimento quale l’amore che molto spesso crea rapporti intensi, profondi e “viscerali” pari ai rapporti filiali “naturali”. Rita Charbonnier: l’autrice del testo Rita Charbonnier, autrice di Figlia del cuore, è diplomata presso la Scuola di teatro classico Giusto Monaco dell’Istituto nazionale del dramma antico, a Siracusa, e ha frequentato il Corso di […]

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Musica

Disordine: il nuovo lavoro di Chiara Ragnini

Disordine: il nuovo lavoro musicale di Chiara Ragnini. «Il Disordine porta all’ordine. Il caos porta allineamento. Lo scompiglio riporta agli appigli»: così Chiara Ragnini definisce il concetto di disordine e così s’intitola il suo lavoro musicale, di recente pubblicazione (16 ottobre 2020). In occasione della pubblicazione, abbiamo intervistato la cantautrice. Chiara Ragnini: intervista alla cantautrice Chiara, come e quando nasce il tuo progetto musicale? Ufficiosamente nel 2008 sotto lo pseudonimo Ceanne McKee, ufficialmente nel 2011 con il mio primo album Il Giardino di Rose uscito finalmente con il mio vero nome. Sul come ho qualche difficoltà a rispondere perché fino dai miei ricordi di bambina ho sempre cantato e suonato, prima il piano e poi la chitarra; la musica, insomma, non è mai mancata. Vuoi parlarci del tuo percorso professionale? Ho cominciato studiando canto e chitarra in età adolescenziale, dando vita, nello stesso periodo, alla mia prima band con la quale portavo in giro per i fumosi locali genovesi le mie prime canzoni, in bilico fra italiano e inglese. In seguito sono tantissime le persone che ho avuto la fortuna di incontrare lungo il mio passaggio: una strada splendida fatta di piccoli passi per gustare al meglio ogni singolo momento. Ho avuto e continuo ad avere le mie soddisfazioni, da artista fieramente indipendente. Lo scorso 16 ottobre è stato pubblicato – dall’etichetta CREA media – il tuo nuovo prodotto musicale, Disordine; a tal proposito dici: «Il disordine di cui parlo è quello interiore e fisico che la vita ci porta ad affrontare tutti i giorni: è un caos positivo, dal quale si ritorna all’equilibrio. Lo scompiglio è funzionale all’armonia»; come si traduce, in musica, tale disordine? Quali le scelte ritmiche da te concepite – fra note e pause – che più rappresentano questo tuo concetto di “disordine”? Il disordine non ha per me accezione negativa, al contrario è di grande stimolo per una ricerca interiore necessaria e importante che nei mesi scorsi si è rivelata essere essenziale più che mai, almeno per me: il lockdown mi ha colpita più nel profondo, privandomi di quel bisogno di socialità che da sempre mi caratterizza. Ho scelto quindi di dare alla luce un EP acustico molto intimo, lento, personale e al contempo universale, raccontando l’amore in quattro tracce diverse e trasversali, nelle quali spero in molti possano identificarsi. La tua musica – elegante, intensa e intima – si muove fra Liguria e Piemonte: quali le motivazioni profonde di questa scelta? Il destino mi ha fatto incontrare una bella persona che si chiama Fulvio Romano, insieme a sua moglie Gloria: piemontesi, hanno casa da tanti anni nel piccolo borgo in cui vivo dal 2009 (io sono di Genova) e che si chiama Lingueglietta, fra gli ulivi delle alture del ponente ligure. Fulvio partecipò tre anni fa al mio crowdfunding per realizzare il mio secondo album La Differenza e scelse come ricompensa la possibilità di dare vita ad un inedito, partendo però, in questo caso, da una sua poesia composta nel 1968. Così è nato […]

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Libri

L’isola della libertà: recensione testo

L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra è il recente testo di Angelo Michele Imbriani pubblicato lo scorso settembre per Il Terebinto edizioni e revisionato a cura di Lorena Caccamo. L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra: il testo Un viaggio, un cammino scrupoloso, attraverso luoghi fisici alla ricerca – intesa come recupero – del concetto di vera libertà: così si può riassumere la volontà dell’autore, il senso, in nuce, del testo. «Dovremmo sapere o capire meglio ciò in cui crediamo, ciò in cui possiamo ancora credere e che dovremmo impegnarci a salvare. Solo così sapremo per cosa dovremmo pregare»: in seno a questa convinzione si apre il testo, e con esso il lungo itinerario lungo la libertà, di Angelo Michele Imbriani; un viaggio che è un resoconto di usi, costumi, tradizioni, luoghi (geografici e della mente) in Gran Bretagna. Perché proprio la Gran Bretagna? L’autore de L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra spiegherà, lungo lo scorrere delle pagine scritte, la sua personalissima versione delle cose, il suo personale modo d’intendere la libertà, enucleando al lettore, di volta in volta, il suo procedere nel pensiero lungo una manciata di giorni: come lui stesso ci testimonia, infatti, passando per le Midlands, per le Cotswolds, per Oxford, Winchester, metaforicamente per la colazione inglese – intesa nella sua dimensione tradizionale e “rituale”, nel senso popolare del termine – e ancora per Salisbury, Londra e i “Clive steps” («La mia strada è precisamente la traversa sulla sinistra che precede Downing Street. Si chiama King Charles Street […] Secondo le indicazioni, la strada devo percorrerla tutta, fin quasi ad arrivare al St. James Park. Prima del parco, vi sono però delle scale, i Clive steps»): proprio questa scala con i suoi gradini – svelerà l’autore – rappresenta la meta di questo suo viaggio: «Avremmo bisogno di una classe dirigente degna», e continua: «Forse una vera classe dirigente non manca semplicemente per difetto di carattere degli uomini e neanche per carenza di formazione e selezione delle élites, che pure è problema serio e grave, ma perché manca l’humus, la comunità e il senso di appartenenza a una comunità, la tradizione comune». E ancora, proseguire il viaggio presso Plymouth: andare in Gran Bretagna per trovare – o meglio, cercare – una coesione popolare? Angelo Michele Imbriani l’ha trovato opportuno. Il centro del concetto di libertà per Angelo Michele Imbriani «Qui […] in compagnia di tutti i nostri fantasmi, torneremo forse in un’altra notte della nostra vita ad attendere la stella del mattino. E la vedremo». Avrà raggiunto, l’autore del libro, col suo viaggio, il centro del concetto di libertà?   Fonte immagine in evidenza: https://www.ilterebintoedizioni.it/catalogo/product/tutti-i-prodotti/lisola-della-liberta/P99582502

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Libri

I quattro maestri: itinerario nell’uomo

I quattro maestri è il recente testo scritto dal teologo e filosofo Vito Mancuso per la casa editrice Garzanti. I quattro maestri: il testo Cos’è vivere? Cos’è la felicità? Il libro – itinerario profondissimo nella spiritualità – di Vito Mancuso sembra tendere metaforicamente le mani al lettore attraverso queste domande introduttive: introduttive perché proprio dalla vita e dalla felicità, dai caratteri durevoli del pensiero di vita e del pensiero di felicità ci si può avvicinare al senso dell’«umano nell’uomo» (di Vasilij Grossman, citazione riportata da Vito Mancuso come colonna portante del suo testo). Un percorso attraverso il senso di vivere e della felicità, un percorso che inizia e tende, nel suo lungo scopo, agli stessi sensi profondi e attraversa le necessarie dimensioni di “pensiero” e di “ragione”. Cos’è vivere? Cos’è la felicità? E ancora: Cos’è la libertà? «Il compito principale dell’esistenza di ognuno: imparare a conoscere lo spazio vuoto della libertà e a muoversi al suo interno al fine di diventare: 1) liberi; 2) giusti; 3) buoni. Vale a dire veramente umani». Attraverso queste parole e i fili che le tengono strutturalmente insieme nella probità dell’essere e del pensare, Vito Mancuso recupera il concetto del filosofo Karl Jaspers per il quale il pensiero umano, nel suo sviluppo storico, si può far discendere da quattro «personalità decisive» (che sono identificate in Socrate, Buddha, Confucio, Gesù): «Come tutte le scelte che presiedono a una selezione, si tratta naturalmente di una scelta opinabile […] Io condivido questa scelta, come dimostra il libro che ho scritto» e passa poi a motivare la ragione del termine «maestri»; a questo punto, alle domande prima formulate se ne aggiungono una quarta e una quinta: Cosa significa essere un maestro di vita? Come si deve vivere? Un libro, I quattro maestri, che dunque – com’è giusto che sia – invita alla riflessione, piuttosto che a fornire risposte “preconfezionate” (e per questo adattabili apparentemente a tutti ma in realtà a nessuno). Entrare «con la mente e con il cuore nel laboratorio dell’etica e della spiritualità»: questo è l’invito dell’autore e la sua volontà nell’accompagnare, tenendo per mano ogni lettore che si avvicina al testo. La prosa – e con essa, in naturale continuazione, il pensiero filosofico, le riflessioni e i ragionamenti – scorre fra reminiscenze di exempla classici e insegnamenti di menti illuminate d’ogni epoca (dall’antichità alla contemporaneità, passando per l’età moderna) e, ancora, ci si apre a domande: «Chi siamo?», forse la più atroce per un essere umano che fa dell’identità – dell’integrità e unicità dell’Io – una “persona”, un “abito”, in contrapposizione all’horror vacui. «[…] fino a quando non cerchi di conoscerti, pensi di conoscerti assai bene e di essere padrone della tua vita; non appena però inizi l’indagine su di te e ti soppesi e ti scavi, senti che non ti conosci e che ignori chi sei veramente». Il quinto maestro: la dimensione intima spirituale Dopo un’imprescindibile introduzione, il testo principia con il ripercorrere elementi peculiari di ognuno dei “quattro maestri” scelti da Mancuso; attraverso l’osservazione diretta […]

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Culturalmente

Distesa di papaveri: sogno e stupore

Distesa di papaveri Una tela verde immensa, ariosa, dipinta di punti profumati di rosso: una distesa di papaveri comuni – o rosolacci – si presenta così, all’occhio dell’uomo che vede e non sa cosa guarda davvero. Sogno, desiderio, speranza, illusione, dolore, vita, rinascita? Cos’è un papavero nell’immaginario collettivo, nell’inconscio – in conosciuto e profondissimo – dell’individuo? La bellezza selvatica del papavero che cresce spontaneo nei campi e ai lati di strade quasi a segnarne i cammini, ha origini antiche. Cantato da vari poeti, il papavero è il fiore del sonno, dell’oblio, della dimenticanza, e pure delle passioni profonde (associate al rosso intenso, sanguigno) e dell’orgoglio sopito, della consolazione dal dolore. La notte coronata di papaveri e i fasci di grano e papaveri: sono solo due delle immagini legate a questo fiore e di reminiscenze antiche dai culti e dalle poesie romane. Il papavero rosso è il papavero comune, ma altre tinte pastellano questo mitico fiore: papaveri gialli, papaveri bianchi, papaveri rosa, e ognuno con un proprio significato tipico, nel linguaggio dei fiori: petali tra il rosa e il viola per la serenità, petali gialli per auguri propizi, petali bianchi – ahimè – legati alla sfortuna. Tipici colori, inoltre, adornano altrettante tipiche aree geografiche d’appartenenza e da esse prendono il nome: l’escolzia della California, ossia il papaver californicum (che necessita di porzioni di terra soleggiata e di temperature dal caldo al fresco, mal sopportando il rigore frigido, ed è un buon rimedio fitoterapico all’insonnia) e il papavero orientale, originario dell’Europa settentrionale, dell’America e dell’Asia (che necessita, altresì, di sole e luce per fiorire, per cui sono da evitare le aree vastamente ombreggiate, perniciose alla proliferazione floreale, seppur tollerano il freddo, ma non l’algore, ancora pernicioso per la loro esistenza). Ancora sull’escolzia – non solo nella sua variante californiana – ricordiamo che è una pianta erbacea affine al papavero e nelle tonalità del giallo, bianco e rosso, si trova a crescere spontanea nei campi incolti, fra cui anche le distese erbose italiane; come la varietà orientale del papavero, dallo stelo alto e flessuoso, lungo, e dai petali variamente tinti, dal bianco fino al viola scuro. Il papavero: storia di un fiore Il papavero, classificato nel dominio Eukaryota, nel regno delle piante, divisione delle magnoliophyta, nella classe magnoliopsida, ordine dei papaveri e delle ranuncolacee angiosperme, famiglia delle papaveracee, annovera molte varietà di se stesso. Si ricordavano prima il papavero orientale e l’escolzia californica, ma tanti ancora se ne ricordino, fra cui il papavero alpino (papaver alpinum), il papavero d’Islanda (papaver nudicaule), il papaver setosum, il papaver hybridum… Molti fiori delle papaveracee, in quanto appartenenti alla flora massicola, fioriscono e vivono spontanei, selvatici, nel pungente grano, mentre altri sono coltivati. Delle virtù e proprietà fitoterapiche si è parlato riguardo l’escolzia: sul papaver rhoeas e sul papaver somniferum, c’è ancora da dire. Aggiungo, in questa sede, solo alcune righe: il papavero rosso dei prati (papaver rhoeas), o rosolaccio, è fra le piante erbacee con alto tasso sedativo, per cui favorisce il sopore e allevia gli stati […]

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Musica

Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore

Intervista al cantautore Gianluca De Rubertis. Gianluca De Rubertis è un musicista e cantautore italiano. La violenza della luce è il suo nuovo album, inciso per la Sony Music e reperibile dallo scorso 23 ottobre. In occasione dell’album, abbiamo intervistato il cantautore leccese, polistrumentista, voce solista e già cofondatore del gruppo Studiodiavoli (insieme a Matilde De Rubertis , a Riccardo Schirinzi ea Giancarlo Belgiorno ) e membro del duo Il Genio insieme ad Alessandra Contini. Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore Gianluca, come nasce il tuo percorso musicale? Molti anni fa, con una pianola giocattolo, un’adolescenza passata a suonare gli organi a canne nelle chiese. Vuoi introdurci alla tua musica ? Direi che va ascoltata, come potrei introdurvici a forza? Cosa segna per te La violenza della luce ? Cosa vuoi comunicare ai tuoi ascoltatori? Non credo che si abbia la volontà precisa di comunicare qualcosa che si è stabilito: sarebbe un po ‘come tradire quell’afflato meraviglioso che ti coglie quando scrivi qualcosa di veramente nuovo. Questo disco è sicuramente importante per me, credo di aver realizzato qualcosa che riesce a penetrare i cuori degli altri. L’album è il primo realizzato attraverso l’etichetta Sony Music; cosa ti aspetti da questo “nuovo inizio”? Per esperienza ti dico che è sempre ottimo cosa non avere alcuna aspettativa, meglio concentrarsi nel lavoro e cercare di raccogliere il massimo possibile da quello che hai seminato. Ricordi ai nostri lettori i primi appuntamenti itineranti in cui ti esibirai e presenterai La violenza della luce ? Qui di itinerante mi pare che ci sia ben poco, il periodo non consente quasi nulla, ma mi sto organizzando per dei live su piattaforme stream e qualche presentazione in store indipendenti. Vuoi anticipare ai nostri lettori i tuoi prossimi progetti musicali? Spero che dalla primavera si possa tornare live , lavorerò incessantemente per regalare a questo disco un tour . Ringraziando Gianluca De Rubertis , ricordiamo il collegamento ipertestuale alla sua pagina telematica personale: https://www.gianlucaderubertis.it/ Fonte immagine in evidenza: Ufficio stampa

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Libri

Il gentiluomo inglese: recensione del libro

Il gentiluomo inglese è un libro di recente pubblicazione (giugno 2020) edito dalla casa editrice Valtrend editore (per la collana Romanzo storico). Il testo, scritto da Lucia e Maria Scerrato e liberamente ispirato alla vita di Thomas Ashby, può ascriversi al genere della narrativa storica. Il gentiluomo inglese: il testo Il gentiluomo inglese, fedelmente a quanto segnalatoci già in seconda di copertina («È un racconto che attraversa un secolo di storia e che mescola una realtà attentamente ricostruita ad una buona dose di finzione narrativa») è un testo intessuto “dal vero”: di fianco alla fictio letteraria – fatta di intrecci narrativi d’invenzione – corre la realtà storica, piano d’appoggio per la trama del testo. La favola del romanzo, incuneato in un preciso contesto storico, vuole innestarsi nelle storie veridiche dell’archeologo Thomas Ashby, direttore dell’Accademia Britannica di Roma (centro di studi per l’archeologia, la storia e la cultura dell’Italia e per l’arte e l’architettura contemporanee) e autore di monografie di archeologia e di numerosi contributi scientifici in topografia antica, architettura rinascimentale e urbanistica laziale. Di rilievo particolare è, inoltre, la commistione linguistica operata dalle autrici, che fa de Il gentiluomo inglese un esempio di testo in cui le autrici scelgono di cimentarsi nella tecnica narrativa della commutazione di codice, ripresa di un certo stile neorealista o verista di letteratura che ricalca il fenomeno linguistico omonimo. Insieme alla storia, all’arte, alla cultura, le autrici Lucia e Maria Scerrato, parlano di amore: è proprio questo sentimento a bagnare le pagine, una a una, man mano che la storia va avanti, man mano che la storia scende nel profondo; e l’amore è ciò che muove le vicende, che ne è l’aire: le due protagoniste – fanciulle omonime delle due autrici – vengono introdotte nei ricordi della loro cara zia – ricordi d’amore – attraverso l’apertura di una vecchia scatola contenente memorie: carteggi e lacerti diaristici che, seppur taciti, “interloquiscono” con le giovani fino al punto di motivare la ricerca dell’oggetto del romanzo: «E aprì il suo cuore per regalarci l’incanto di una narrazione intensa ed emozionante che, giorno dopo giorno, ci avrebbe avvinte per tutta quell’estate». Lo sviluppo delle vicende, si diceva, ha il suo abbrivo nella condivisione dei ricordi e nella scoperta di una storia, custode discreta e fedele di memorie del tempo che fu: un nodo classico, nella narrativa di questo genere, che porta a esiti tutti inscritti nel filone amoroso; questo sviluppo culmina in una conclusione che ci riporta praticamente al punto d’inizio: una sorta di spirale ci accompagna, ci sospinge e ci trattiene, per nulla lineare, come per nulla lineare è l’andamento personalissimo ed emotivamente denso del fenomeno mnestico, del ricordo («Quarant’anni dopo due donne si incontrarono per tornare ai tempi della loro adolescenza […] Si accomodarono alla scrivania, trassero dallo scrigno di latta le carte ingiallite dal tempo e si apprestarono a scrivere»). Un fatto particolare assume la scelta di iniziare la scrittura evocando, per mezzo di citazione, alcuni versi dell’intensissima poesia-canzone scritta da Mogol per le altrettanto intensissime musica e voce di Lucio Battisti: è con i passi di Pensieri e parole che […]

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Libri

Il coltellino svizzero: per capirsi, per capire di Annamaria Testa

Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia, di recente pubblicazione per i tipi Garzanti, raccoglie – rivisti e declinati per l’occasione – vari testi scritti da Annamaria Testa per gli spazi digitali nuovoeutile.it ed internazionale.it. Il coltellino svizzero: il testo Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia è, si diceva, una raccolta di testi già pubblicati – in forma digitale – da Annamaria Testa, docente universitaria, esperta di comunicazione e creatività e scrittrice e saggista; nonostante ciò, il testo non risulta una raccolta sic et simpliciter: la stessa autrice ci informa di aver «aggiornato, riscritto, aggiunto spiegazioni […] riordinato tutto quanto, cercando di rendere espliciti i fili di ragionamento che legano un argomento all’altro o che associano, per contiguità o per contrasto, un’idea all’altra»; la struttura del testo, infatti, offre al lettore una chiara ripartizione: se la prima parte riflette e vuole indagare intorno alla dimensione intrapersonale dell’uomo, la seconda si sofferma sulla sua dimensione interpersonale. Definizioni quali «porre una domanda significa entrare in una relazione di scambio», ci introducono ai vari tipi di domande, alla loro individuazione e funzione emotivo-conoscitiva, per poi farci avventurare nei concetti di azione, di inganno, di capacità e di incapacità, nel concetto di equivoco. Annamaria Testa tocca vari campi della mente e della dimensione umana: parla di metacognizione, di associazionismo, di emozioni, di creatività, di personalità, di motivazione e delle loro implicazioni e applicazioni pratiche nella sfera educativa che costituiscono il sentiero lungo cui si muove agevole l’autrice de Il coltellino svizzero: un’agevolezza, la sua, permessa da un’abile dialettica, da un abile uso della comunicazione; e proprio intorno al concetto di comunicazione si svolge la seconda parte del testo, comunicazione intesa nel suo più intimo significato: fondamentale veicolo della relazione interpersonale. Comunicazione e azioni comuni Comunicare vuol dire entrare in comunicazione – appunto – col prossimo, in un flusso continuo di individualità e alterità: non sempre, però, l’individuo fa un uso corretto ed adeguato del comunicare, in quanto spesso ne è perniciosamente e fatalmente sopraffatto, come invischiato in tela di ragno rischiosissima, ne è spesso soggetto passivo: è questo uno fra i pericoli seri derivanti da una cattiva fruizione delle informazioni e dalle dipendenze nei confronti del cosiddetto consenso digitale; Annamaria Testa riflette con larghe parentesi e profondi interrogativi su questa piaga della socio-psicologia contemporanea e allo stesso tempo segue un percorso che si aggira nell’ombroso e pericoloso limen fra potere e consenso, fra reputazione e discredito, fra disponibilità d’informazioni ed elaborazioni cognitive adeguatamente costruite. Su tutte – interessantissime – cito una frase della studiosa che forse può essere la chiave di volta dell’intero testo: «Ricordare per me è un fatto di igiene mentale e sentimentale»; leggendo Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia, ogni lettore – credo – può applicare questa frase ad ognuno dei singoli contributi che formano il volume: il ricordo come base genetica della psiche, come evoluzione dei suoi […]

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