Le Ballate di Narayama | Recensione

Le Ballate di Narayama | Recensione

Romanzo dell’autore giapponese Fukazawa Narayama, Le Ballate di Narayama  è un racconto breve e angosciante. Uscì nel 1956 come racconto d’esordio, pubblicato in Italia da Adelphi, sotto la cura e traduzione di Giorgio Amitrano. Il libro fu pubblicato sulla rivista giapponese Chuo Koron quando il presidente della rivista era Shimanaka Hoji.

Trama de Le Ballate di Narayama

Orin, una vecchia vedova, vive con il figlio Tatsuhei e quattro nipoti in un vecchio villaggio rurale dello Shinshu; la gente, qui, segue i princìpi della sopravvivenza e della tradizione. L’ambiente del villaggio è indefinito, segnato dalla dominazione di innumerevoli montagne. Orin proviene da un altro villaggio, chiamato Il villaggio di fronte, e gli abitanti di questo posto dicono lo stesso su dove l’anziana vive. La vedova ha sempre vissuto di altruismo, è l’unica donna della casa rimasta, si preoccupa di trovare una moglie per suo figlio, rimasto solo. Riesce a trovare una compagna idonea, coetanea del ragazzo; una volta accomodato, si sente allietata e serena. Orin sembra quasi gioire quando viene a sapere che la moglie di Tatsuhei e uno dei nipoti della famiglia aspettano rispettivamente un figlio. Avendo superato i settant’anni deve, secondo le norme del villaggio, lasciare la famiglia e incontrare la sua morte alla montagna di Narayama: è questa la crudele legge atavica del villaggio che ogni anziano, superati i settanta, è obbligato a seguire. Orin non mostra alcuna opposizione contro la legge, per quanto spietata possa sembrare ai nostri occhi.

Seguiremo il percorso per la montagna divina dei due familiari, Tatsuhei e Orin.

La legge di Narayama: una legge crudele?

Quella mostrata nel libro è una legge crudele? La cosa più sorprendente è lo stato emotivo della vedova Orin: la legge atavica è crudele e disumana, poiché costringe gli anziani a lasciare il villaggio, andando in montagna nel senso più tragico del termine. Questa carica emotiva non tocca affatto l’anziana, né tantomeno i suoi parenti o gli abitanti del villaggio. Orin è lieta di poter giungere alla sua fine. È in preda alla preoccupazione per la mancanza di una compagna per il figlio ma, una volta accomodato, le cose sono sistemate.  È possibile notare una profonda considerazione per la preservazione del villaggio e le nuove generazioni, un profondo senso di collettività che supera gli interessi individualistici della persona, anche quando si tratta di sacrificare la propria vita.

Quali sono le riflessioni che l’autore vuole lasciare?

La viscerale spontaneità al sacrificio da parte della vedova potrebbe essere vista come un grande atto di empatia verso i posteri ma, agli occhi di chi si immerge in questa lettura, le sue azioni sono inquietanti, gettando il lettore in un territorio emotivo paludoso, difficile da decifrare. La vecchiaia è uno stadio di vita da scartare? Il ben accolto sacrificio degli anziani vuole onorare la sopravvivenza delle nuove generazioni, o si tratta di un semplice abbandono? Ciò che possiamo dare per certo è che, con le atmosfere angoscianti e tetre del libro, l’autore vuole lasciare in chi legge una profonda riflessione sull’umanità e sul tempo. La fama de Le Ballate di Narayama, sebbene il libro fosse una gemma nuova nel panorama letterario giapponese del XX secolo, riuscì a far colpo su molti lettori. Riuscì a varcare le rigide barriere dell’élite letteraria giapponese, fino a raggiungere scrittori importanti come Yukio Mishima e Masamune Hakucho. Mishima, in particolare, apprezzò molto l’opera, definendola un capolavoro.

Il libro è stato adattato ben due volte: nel 1958 da Kinoshita Keisuke e, successivamente, nel 1983 da Imamura Shohei. Il secondo vinse la Palma d’oro a Cannes: https://www.imdb.com/it/title/tt0084390/

Fonte Immagine: Piccola Biblioteca Adelphi

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