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Eroica Fenice

Truman Capote come non l'avete mai letto: in libreria le sue lettere inedite

Truman Capote come non l’avete mai letto: in libreria le sue lettere inedite

Con È durata poco la bellezza per la prima volta Garzanti porta in libreria la corrispondenza inedita e completa di Truman Capote. Quarant’anni di storia americana tra letteratura, cinema e le feste travolgenti del jet-set mondiale. 

È durata poco la bellezza (Garzanti) si apre con una lettera di un Truman ancora dodicenne indirizzata al padre Arch Person in cui gli annuncia la sua nuova identità: «Apprezzerei se in futuro ti rivolgessi a me come Truman Capote, dal momento che tutti mi conoscono con questo nome». Capote è il cognome del patrigno adottivo, nuovo marito della madre. È il 1963, ed è solo l’inizio di una lunga, involontaria, autobiografia costruita con lettere e cartoline inviate da un’infinità di luoghi diversi: da una sponda all’altra dell’America, da Portofino, da Saint Moritz, da Ravello, da Taormina. Ma il vero Truman è tra queste pagine, spontanee come lui era con gli amici e gli amori, brillante e pettegolo, affettuoso fino alle smancerie, vero artista dei vezzeggiativi – agnellino, diavoletta, malandrino, cuore prezioso, venerata prugnetta.

Truman Capote: dagli anni esuberanti alla scoperta del mondo

La corrispondenza fiume di Truman Capote, raccolta qui per la prima volta a cura di Gerard Clarke in circa 600 pagine, svela la sua capacità di calare sempre nel racconto i suoi lettori: amici, nemici, editori, amori è indifferente, perché saranno sempre attirati nella spirale narrativa di Capote, a volte con pettegolezzi, altre con descrizioni degli ambienti in cui si trova, altre ancora con consigli personali audaci e spesso feroci che dispensava con un pizzico di desiderio di controllo sulla vita altrui, ma sempre con la forza espressiva di chi scrive ed è presente «come se stessimo bevendo un drink insieme».

L’epistolario di Truman Capote traccia anche la maturazione dell’uomo e dello scrittore. L’adolescente esuberante nella comune per artisti Yaddo, che ha ospitato negli anni anche Sylvia Plath e David Foster Wallace, si lancerà nella New York post bellica deciso a diventare una stella della letteratura; negli anni Cinquanta, la sua vita si concentrerà quasi completamente in Europa con Jack Dunphy, suo compagno dal 1948 fino alla fine della sua vita, girando il continente per sperimentare una nuova scrittura. Il Truman Capote che scrive A sangue freddo, all’inizio degli anni Sessanta, è il risultato di quella sperimentazione europea: reportage giornalistico e romanzo eccezionale di cui si definisce «prigioniero», dalla Costa Brava Capote già annunciava che «sarà un capolavoro: dico sul serio». E sarà la consacrazione del nome di Truman Capote.
Per converso, gli anni Sessanta coincidono anche con il suo inesorabile declino. Il rigore sacrale dello scrittore non riesce ad arginare le dipendenze da droghe e alcol del Capote uomo, sempre più isolato, scoraggiato e disilluso, e la sua corrispondenza fitta inizia a diradarsi, a ridursi a cartoline e telegrammi, fino all’ultimo, del 1982, inviato a Dunphy: «mi manchi ho bisogno di te».

Tra jet-set e quello che resta dopo la festa: i pettegolezzi

La raccolta delle lettere di Truman Capote è monumentale, un testo da collezione e da consultazione i cui tasselli che lo compongono nascondono anche aneddoti inediti e curiosi. L’intervista-ritratto a Marlon Brando, che diventerà Il Duca nel suo dominio, nasconde «una piccola scatola cinese di ipocrisia» distribuita tra Brando e il suo entourage; Cary Grant «parla solo di ipnosi e di vitamine»; Marilyn Monroe e Arthur Miller sono «soffusi da un bagliore sessuale» e Marilyn ha «una sorta di goffo sex appeal»; a St. Moritz con gli Agnelli c’è «ogni potentato del mondo».
In queste pagine c’è davvero un Truman Capote inedito, sconosciuto, a volte sgrammaticato e distratto. Non il perfezionista che cesella le frasi del romanzi, ma l’uomo con la sua euforia e le sue angosce, talmente irruente da travolgere anche ortografia e sintassi nella foga della loro espressione.
Ci sono soprattutto i demoni che animavano Truman Capote: il talento e l’ambizione, a volte complici, altre volte avversari.

Fonte immagine in evidenza: Garzanti 

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