Andrea Pinto, poeta, chitarrista e cantante, l’autore di canzoni come Quarta dimensione, Sogni d’altro tempo, Can’t Cry No More e L’ombra del vento, torna con un nuovo singolo pubblicato di recente dalla casa discografica Moon Records. Si tratta del brano di genere rock alternativo The Nowhere Man, il cui videoclip è disponibile su YouTube dal 12 maggio.
| Dettaglio del brano | Informazione |
|---|---|
| Artista | Andrea Pinto |
| Titolo del singolo | The Nowhere Man |
| Genere musicale | Rock alternativo |
| Tematiche principali | Antimilitarismo, alienazione, veterani di guerra |
| Influenze pop (videoclip) | Terminator, Mad Max, Ken il Guerriero |
The Nowhere Man è una canzone di denuncia contro la guerra, l’ultimo grido rock dei soldati sopravvissuti al conflitto ma tornati a casa con le cicatrici delle battaglie, nonché la rappresentazione dei peggiori incubi dell’umanità. Infatti, nel videoclip ambientato nel futuro, possiamo vedere la disperazione di un veterano divenuto un imponente cyborg, dalle fattezze del T-800 del film The Terminator (1984), il quale prova a sopravvivere in un mondo post-apocalittico che ricorda quello della saga cinematografica Mad Max di George Miller e quello della serie manga (e anime) Ken Il Guerriero (北斗の拳, Hokuto no Ken) di Buronson e Tetsuo Hara, nonché con elementi della società “ultraviolenta” di Arancia Meccanica sia di Stanley Kubrick che di Anthony Burgess.
Indice dei contenuti
- Il ritorno di Andrea Pinto con la canzone di denuncia The Nowhere Man
- Le influenze della cultura pop nel videoclip del brano
- Il legame fra musica rock e fantascienza secondo Andrea Pinto
- Le riflessioni sull’attuale scena rock underground italiana
- I progetti futuri di Andrea Pinto dopo The Nowhere Man
Il ritorno di Andrea Pinto con la canzone di denuncia The Nowhere Man
Come è nato il suo nuovo singolo The Nowhere Man?
The Nowhere Man nasce da un’esigenza interiore profonda, dal bisogno di dare forma a una sensazione di alienazione e smarrimento che, prima ancora di essere sociale, è profondamente umana. Volevo un brano che avesse l’impatto del rock ma che custodisse un’anima intima, una melodia capace di raccontare la solitudine di chi si sente invisibile agli occhi del mondo, un “uomo del nulla”, appunto, che cammina tra le macerie del proprio presente.
Il tema che ha deciso di affrontare è quello dei soldati morti in battaglia e dimenticati. Cosa l’ha spinta a dare voce ai caduti dei conflitti? Inoltre, c’è una biografia specifica o un evento storico particolare che l’ha guidata nella stesura delle parole di The Nowhere Man?
La scelta di parlare dei reduci e dei caduti nasce da qualcosa che sento molto vicino a me in quanto essere umano. Sono da sempre un antimilitarista convinto: non ho mai sopportato l’idea che gli Stati possano obbligare i cittadini a combattere le proprie guerre. Le guerre non sono mai del popolo. Sono conflitti decisi da un gruppo ristretto di persone a cui non importa nulla della vita della gente, mandata a morire solo per difendere interessi di potere ed economici. Non accetto che le persone muoiano per i profitti di pochi. Questo tema, in realtà, non è nuovo nel mio percorso, ma rappresenta una costante della mia urgenza espressiva. Già nei miei precedenti libri di poesie – come Senza titolo, Non arriva più l’estate e Deserto di sale – affronto regolarmente il dramma della guerra e la figura del soldato. Più che a una singola biografia o a un evento storico specifico, per The Nowhere Man mi sono ispirato alla figura universale del soldato dimenticato: quel ragazzo strappato alla sua via e trasformato in un numero, che se anche sopravvive al fronte, torna a casa come un fantasma, svuotato e abbandonato dalle stesse istituzioni che lo hanno armato. Ho voluto dare voce a quel dolore e a quel silenzio, portando nella musica la stessa empatia e lo stesso rifiuto della violenza di Stato che ho sempre indagato nei miei versi.

Le influenze della cultura pop nel videoclip del brano
Il video The Nowhere Man contiene diverse citazioni alla cultura pop dagli anni Ottanta ad oggi: un cyborg che ricorda il T-800 di Terminator, le gang di motociclisti alla Mad Max e il paesaggio post-apocalittico alla Ken il Guerriero e Fallout. Quali fra queste opere di fantascienza l’ha ispirata nella creazione del videoclip?
Sono un figlio degli anni Novanta e sono letteralmente cresciuto con questo tipo di immaginario. Le atmosfere post-apocalittiche e atomiche di Ken il Guerriero, la desolazione di Mad Max e l’estetica cybernetic di Terminator fanno parte del mio DNA culturale. La cosa incredibile, e se vogliamo spaventosa, è che quella fantascienza con cui siamo cresciuti sta diventando la nostra realtà attuale. Pensiamo al transumanesimo di Elon Musk e alla direzione che sta prendendo la tecnologia. Nel videoclip ho voluto unire queste due dimensioni: il mio background nostalgico e la proiezione di un futuro distopico non troppo lontano, in cui l’essere umano rischia di fondersi definitivamente con la macchina, perdendo la propria umanità proprio come un soldato la perde in guerra.
Il legame fra musica rock e fantascienza secondo Andrea Pinto
La musica rock era un elemento chiave dell’immaginario collettivo fantasy e fantascientifico degli anni Ottanta e Novanta: pensiamo ai Queen in Highlander – L’ultimo immortale, alle gang punk di Ken il Guerriero o all’aspetto di Lobo di Keith Giffen, il quale richiama i membri dei Kiss. Perché questo genere si sposa bene con le storie fantascientifiche e fantasy nate in quel periodo?
Il rock, per sua natura, è il genere dell’eccesso, della ribellione, della distorsione e della potenza primordiale. Quando negli anni Ottanta e Novanta gli autori immaginavano mondi distopici, deserti post-atomici o antichi guerrieri immortali, non potevano usare una colonna sonora rassicurante. C’era bisogno di un suono che esprimesse la ruggine, il metallo pesante, la rabbia di una società al collasso o l’epicità di una lotta per la sopravvivenza. Le creste punk dei cattivi di Ken il Guerriero o le chitarre graffianti sono l’equivalente sonoro di un futuro rude e senza regole. C’è un’onestà brutale nel rock che si sposa perfettamente con la crudezza della fantascienza di quel periodo.

Le riflessioni sull’attuale scena rock underground italiana
Invece, tornando alla musica, quali sono gli artisti e gli album che l’hanno formata dal punto di vista artistico? E quali sono i suoi pareri sull’attuale scena rock underground italiana?
Il mio background artistico si fonda su ascolti che uniscono la potenza del rock classico e alternativo alla profondità della canzone d’autore, dove il testo ha un peso specifico fondamentale. Per quanto riguarda la scena rock underground italiana attuale, credo che ci sia un grandissimo fermento e un livello tecnico e creativo altissimo. Il problema non sono mai gli artisti o le idee, ma gli spazi e la visibilità. Spesso i progetti più validi e sinceri fanno fatica a emergere dai circuiti indipendenti perché i grandi canali preferiscono proporre musica più omologata e “facile”. Ma l’underground è l’unico posto in cui si respira ancora la vera attitudine rock, quella legata alla passione e alla necessità di dire qualcosa, lontano dalle logiche puramente commerciali.
I progetti futuri di Andrea Pinto dopo The Nowhere Man
Infine, lei sta lavorando a qualche altro progetto dopo The Nowhere Man?
Assolutamente sì, sono in una fase di grande fermento creativo su due fronti paralleli. In campo musicale sto preparando il mio nuovo disco, di cui The Nowhere Man rappresenta il terzo tassello. L’album avrà come tematiche principali la guerra, la solitudine e un futuro distopico; visto quello che accade nel mondo, mi sento in profondo dovere di parlare del mio tempo. Non sono un artista sanremese che edulcora la realtà perché fa parte di un sistema consumistico volto a nascondere i problemi del mondo. La mia musica vuole guardare la realtà in faccia, senza filtri.
In campo letterario, invece, mi sto dedicando a un saggio storico-folklorico scritto in prosa e in versi dal titolo I miti oscuri del Natale, in cui analizzo le antiche tradizioni e i culti del solstizio d’inverno, esplorando quel pantheon di creature arcaiche e spaventose della tradizione popolare che segnavano il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Fonte immagine di copertina: si ringrazia Sonic Muse per l’immagine

