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Keep It Quiet: la recensione del nuovo album dei Greyhaven

In un anno fitto di uscite musicali valide, i Greyhaven decidono di mettere anche la loro firma: il 10 ottobre 2025 è stato pubblicato Keep It Quiet, quarto disco della band statunitense, proveniente da Louisville, Kentucky. Rimasti sempre nella scena underground, molto di nicchia, riusciranno forse, finalmente, a farsi spazio tra i grandi del genere. Senza abbandonare le proprie radici e influenze, decidono di cercare un approccio più facile e allettante anche per degli ascoltatori casual, non troppo complesso da comprendere e che unisce bene l’aspetto di musica pesante e leggera.

Le influenze della band

Sin da subito, se si ha esperienza di ascolto del genere, risulta facile comprendere le maggiori influenze e ispirazioni del quartetto: band come Dillinger Escape Plan, Everytime I Die, Better Lovers, Between The Buried And Me sono predominanti in questo album, e non c’è un’intenzione di nascondere questo aspetto, ma forse di tributare suddette formazioni.

Ciò non significa che i Greyhaven abbiano copiato o plagiato tali gruppi. Come disse Dalì «Quelli che non vogliono imitare qualcosa, non producono nulla» e questo album ne è il perfetto esempio: soprattutto per i riff di chitarra e le linee vocali si parte da tali influenze, ma proseguendo con l’ascolto si capisce appieno l’intenzione della band di creare qualcosa di personale, di nuovo, di originale nonostante l’ispirazione.

Lo stile di Keep It Quiet

Greyhaven (account Spotify ufficiale)

L’album si apre con una linea di basso accompagnata dalla voce di Brent Mills, frontman della band, e man mano si aggiungono il resto degli strumenti ed effetti sonori che restituiscono un’atmosfera inquietante ma in un certo senso rassicurante, aprendo perfettamente il disco e catturando l’attenzione come poche altre opener sanno fare. Proprio quando si pensa di aver compreso l’andamento dell’album, Mills sfoggia le sue capacità da screamer al suono di «Is this the end of Heaven?». La traccia Prelude: Evening Star fluisce perfettamente in Shatter and Burst, tanto da far risultare inizialmente difficile accorgersi di questo cambiamento. Tuttavia, col progredire della canzone si finisce quasi nel pop punk per alcuni stilemi utilizzati, senza tradire troppo però il genere prog-core.

Show Me Where You Are si apre con la voce da brividi di Mills, che si intreccia perfettamente con la musica. Un ritornello molto catchy con riff variegati, originali ma memorabili, un pre-ritornello unico che fa da ponte e unisce le varie parti della canzone: questa traccia ha tutti i punti chiave per rimanere nella mente dell’ascoltatore che cerca qualcosa di nuovo ma orecchiabile, che strizza molto l’occhio anche ai fan di un metalcore più pesante. Altre tracce come Burn a Miracle e Nights In October seguono più o meno lo stesso stile di mix perfetto tra leggero e pesante, riff taglienti e parti tranquille, con la voce del cantante che rimane sempre un punto focale. Technicolor Blues è la prima ballad dell’album, che rallenta leggermente il ritmo, ma in meglio: non si protrae troppo a lungo fino a diventare spiacevole, ma dà (ancora di più) varietà all’ascolto.

From The Backseat Of A Moving Car è probabilmente la traccia più completa, innovativa e assuefacente. Un’intro di chitarra e voce ipnotici, con rimandi filosofici del tipo «Step under the veil» che richiamano il concetto del Velo di Maya, introdotto in Occidente da Arthur Schopenhauer. Subito l’atmosfera viene interrotta da una sezione aggressiva ma melodica. Il pre-ritornello è semplicemente perfetto, con un canto e controcanto, di sottofondo un riff psichedelico, che introduce il ritornello che richiama l’intro. La struttura si ripete ancora fino a che non arriva alla sezione outro, dove la canzone muta completamente.

Conclusioni

Credo fermamente che questo disco possa scalare le classifiche degli album migliori usciti nel 2025. Ha tutte le caratteristiche per aspirare a fare ciò: originalità, riff innovativi, produzione stellare nelle mani del solito Will Putney, orecchiabilità, ritornelli che diventano tormentoni, una voce unica e tutto il contorno non da meno. La breve durata (42 minuti) lo rende di facile digeribilità, anzi spinge quasi a volere di più, per questo non è difficile che ci si senta tentati di ascoltarlo più volte di fila, senza saltare nemmeno una traccia.

I Greyhaven hanno deciso di piazzarsi nel genere metal progressivo/metalcore e di non scollarsi più, facendosi attendere per le prossime uscite.

Fonte immagine in evidenza: screenshot dalla pagina Spotify dell’artista

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